Un’alleanza tra formazione e lavoro. Nel passaggio da scuola a lavoro la via per crescere

Scientific students showing an electronic deviceCon il potenziale di crescita a minimi storici l’economia italiana ha immediato bisogno di strategie e risorse per far uscire la produttività dallo stato di prostrazione in cui è caduta da tempo, perché la crisi è sempre più strutturale e non c’è spazio per ulteriori dilazioni. Conforta quindi leggere nel piano delle riforme e della finanza pubblica varato dal Governo l’impegno di attuare rapidamente le misure prefigurate. Oltre il taglio dell’Irap e il pagamento di parte dei debiti arretrati, l’afflusso di capitali alle imprese, la riduzione del costo dell’energia, il rinnovo degli impianti, la semplificazione amministrativa, ecc.
E conforta scorgere nella nuova politica un nesso tra investimenti, competitività, produttività e occupazione, di cui fa testo il potenziamento del credito d’imposta alla ricerca e l’assunzione di ricercatori, essenziale per riprendere stabilmente a crescere, ma che dovrebbe essere ben più solido. Nanotecnologie, scienza dei materiali, ict e biologia stanno creando infatti il potenziale per una terza rivoluzione industriale, quella che utilizzerà le risorse in modo più produttivo di quanto facciamo ora, e i provvedimenti delineati, per primo lo stimolo alla ricerca, costituiscono gli strumenti con cui si può operare il giusto mix per promuovere un’imprenditorialità innovativa che sia vincente oggi e domani nella competizione globale.
Di fatto in questi tempi tra le tante cose che mancano in Italia, difetta anche lo spirito imprenditoriale, la cui assenza rende vano ogni sforzo, specie se è solo monetario. Tuttavia per ridargli vigore non basta un maggiore impegno nella R&S, occorre intervenire con uguale forza  nella formazione per potenziare e migliorare il capitale umano.
Come? Per esempio agendo sul sistema di valutazione dell’apparato educativo di istruzione e formazione con l’obiettivo di rendere comparabili i risultati dei test di apprendimento Invalsi e i relativi progressi nei singoli istituti scolastici. Ma devono essere rafforzati pure i percorsi di alternanza scuola lavoro con un occhio di riguardo agli istituti tecnici e agli its.
Peraltro azionare la leva della valutazione e di un maggior collegamento con il mondo delle imprese genera effetti che ricadono positivamente anche sul mondo dell’università e della ricerca. E a quest’ultimo fine, per fare un altro esempio, sarebbe opportuno che lo stanziamento previsto di un credito d’imposta di 600 milioni di euro venisse destinato in cospicua parte al finanziamento di dottorati industriali.
A tali sollecitazioni il Paese risponderebbe certamente bene, come dimostrano le richieste di iscrizione agli istituti tecnici e professionali. Infatti, secondo i dati comunicati dal ministero dell’Istruzione dell’università e della Ricerca, dei circa 530.000 studenti che si sono segnati al primo anno delle scuole superiori del prossimo anno scolastico 2014-15 la metà ha optato per un percorso tecnico-professionale (31% di richieste agli istituti tecnici e 19% a quelli professionali). La restante metà ha scelto un percorso liceale, privilegiando però con un 23% il liceo scientifico. Dunque le scelte evidenziano il chiaro interesse degli studenti e famiglie per indirizzi che offrono prospettive concrete e competenze subito spendibili nel mondo del lavoro. E lo conferma il richiamo crescente degli Istituti Tecnici Superiori, le scuole di alta specializzazione tecnologica post diploma di durata biennale alternative all’università sparse in tutta Italia. La travagliata vicenda degli Its, ha notevolmente penalizzato il Paese e solo recentemente sono stati ricostituiti. Essi hanno una valenza strategica perché procurano alle imprese le nuove ed approfondite competenze tecniche di cui hanno bisogno per crescere e competere, formando tecnici superiori in aree tecnologiche essenziali per lo sviluppo e la sostenibilità.
Al momento gli Its sono oltre 60: 27 nell’area delle nuove tecnologie per il made in Italy; 11 nell’area della mobilità sostenibile; 9 nell’area dell’efficienza energetica; 7 nell’area delle tecnologie innovative per i beni e le attività culturali; 6 nell’area delle tecnologie della informazione e della comunicazione; 3 nell’area delle nuove tecnologie della vita. Dopo il successo del primo ciclo le domande pervenute per l’iscrizione al secondo sono cresciute del 10% perché i neo diplomati hanno trovano immediatamente lavoro. Ad oggi, sul totale di circa 250 percorsi attivati che hanno coinvolto 5.000 corsisti, il 60% degli oltre 800 diplomati ha trovato infatti un’occupazione. La migliore performance, con l’80%, si è verificata nell’area tecnologica mobilità sostenibile, nell’area efficienza energetica, con il 70% , e in quella nuove tecnologie per il made in Italy, 65%.
La forza degli Its sta nel fatto che sono costituiti in forma di Fondazione, cui partecipano scuole, enti di formazione, università, centri di ricerca, enti locali, imprese. E risultati superiori si sono verificati quando nel mix è presente una forte componente imprenditoriale, che assicura docenze industriali, stage e specializzazioni extra, anche all’estero.
Ma è proprio da qui, dal confronto con l’estero, che si ha purtroppo l’amaro riscontro del ritardo del Paese anche nella formazione. Secondo le ultime statistiche di Eurostat sull’abbandono scolastico nel 2013 dei giovani tra 18 e 24 anni negli Stati dell’Unione, l’Italia è pressoché ferma al 17%, media tra il 20,2% di uomini e il 13,7% di donne, ed ha la percentuale più bassa (22,4%) di giovani adulti (tra i 30 e i 34 anni) che hanno completato percorsi di istruzione “terziaria” (ovvero di livello universitario e post-universitario), con una netta prevalenza delle donne (27,2%) rispetto agli uomini (17,7%). I dati vanno confrontati con la media europea nei 28 Stati membri che, rispetto al 17% del 2002, indica nel 2013 una percentuale di abbandono scolastico tra 18 e 24 anni del 12%, prossimo al target comunitario del 10% fissato per il 2020. Percentuali di abbandono più elevate delle nostre si riscontrano in Spagna (23,5%), Malta (20.9%) e Portogallo (19,2%) e ben più basse in Croazia (3,7%), Slovenia (3,9%), Repubblica Ceca (5,4%) e Polonia (5,6%).
Quanto ai giovani adulti che hanno completato un percorso di istruzione terziaria, nel 2013 la media europea è salita al 37%, rispetto al 24% del 2002 e al 40 da raggiungersi entro il 2020. Irlanda, Lussemburgo e Lituania fanno registrare la percentuale più alta di giovani adulti laureati con valori che superano il 51%. Alcuni paesi hanno subito un forte incremento tra il 2002 e il 2013, specie la Polonia passata dal 14,4% al 40,5% e la Romania dal 9,1% al 22,8%.
Tra le conseguenze dell’ignavia della politica lo scarso investimento nel capitale umano è certamente la peggiore, perché il debole impegno nell’istruzione e nella formazione ipoteca gravemente le prospettive delle nuove generazioni.  Per contenere il danno è necessario por mano al più presto a una riforma strutturale del sistema dell’istruzione che fornisca competenze aggiornate, capaci di creare occupazione, agendo in particolare nel passaggio dalla scuola al lavoro.
Occorre quindi un maggior coinvolgimento delle imprese per accrescere le possibilità di tirocinio e favorire lo sviluppo di sistemi di formazione duale.
Perché anticipare il trasferimento delle esperienze delle imprese significa dare ai giovani concrete speranze per un futuro migliore.

Pierangelo Andreini

Maggio 2014