Una strategia per bloccare il degrado

Strategie und Entwicklung Erfolg einer Firma Businessman Business man KonzeptCon il Pil di­minuito di oltre 1’8% negli ultimi sei anni, la pro­duzione industriale inferiore di un quarto, una perdita di 1,4 milioni di unità di lavoro, 70 mila imprese manifatturiere chiuse nello stesso periodo e consumi tornati ai livelli del 1997, la questione cruciale è come arginare la grave erosione che sta subendo la base industriale del Paese.
Un Paese che registra danni equivalenti a quelli di una guerra mondiale, senza che que­sta guerra sia stata combattuta, ma che rappresenta ancora la terza economia d’Europa e la seconda manifattura del vecchio continente.
Un Paese che deve finalmente chiedersi cosa fare per invertire questa rovinosa tendenza e indirizzare lo sviluppo verso un nuovo sistema organico di produzione e consumo, più competitivo e sostenibile.
E ciò facendo leva sull’enorme potenziale imprenditoriale e creativo della sua rete di piccole e medie imprese; una rete davvero imponente, composta da 5 milioni di aziende, a prevalente gestione familiare e alimentate da un capitalismo parcellizzato, che produce l’80% del Pil, impiega il 90% della forza lavoro e contribuisce al 70% delle esportazioni.
Una rete da cui deriva storicamente la fortuna nel Mondo delle nostre produzioni, ora seriamente compromessa e non più rimagliabile con la semplice ripresa della crescita, ma solo con un intenso processo di reindustrializzazione.
E questo con una profonda innovazione dei fattori produttivi, in primis il lavoro nelle sue varie forme, che è il problema più difficile, visto che le prospettive più ottimistiche sul ciclo economico italiano nei prossimi cinque anni fanno presumere una ripresa molto lenta, ma senza lavoro.
Quindi un problema di fondo, poiché c’è da chiedersi, per esempio, quali imprese vorranno impiegare tra cinque anni i laureati degli anni precedenti, rimasti nel frattempo disoccupati, potendo reclutare giovani più freschi di laurea e di conoscenze.
Ma un problema che è essenziale risolvere, in quanto la mancanza di lavoro e il connesso degrado delle competenze è al centro di tutti gli squilibri creati dalla crisi, di cui costituisce il peggior danno, quello al capitale umano, non solo per gli individui che lo subiscono, ma per l’intero Paese, che disporrà di una forza lavoro meno efficiente.
Dunque, più che cruciale, la necessità di ricostituire la base produttiva del Paese è una questione vitale, in quanto dal progresso tecnologico e sociale dipende la capacità di competere sostenibilmente e da esso dipende pure una grande quota della sovranità nazionale, quella effettiva, specchio dell’economia reale. Perciò, dopo anni di perniciosi dibattiti sull’inevitabilità e i vantaggi della deindustrializzazione nelle economie evolute, la domanda ora da porsi è come promuovere e coniugare una nuova occupazione con la rinascita della manifattura. Fortunatamente, nonostante la convinzione diffusa che il mondo economico-produttivo sia dominato dalla finanza e non piuttosto dalla scienza e dalla tecnica, l’esigenza di far leva e di tutelare l’asset delle attività manifatturiere è sempre più riconosciuta e condivisa.
E questo perché i tecnocrati usano e sfruttano la tecnica, ma non sono tecnici. Perché solo questi ultimi sanno innovare e creare il futuro, risorsa anch’essa misconosciuta e male utilizzata.
E perché di fatto sono le loro grandi competenze e le capacità imprenditoriali che essi esprimono all’interno delle aziende a costituire il motore primo di sviluppo, produttività, ricerca ed esportazione dell’industria manifatturiera, la cui attività assicura il progresso dell’economia e la crescita del lavoro.
E ciò, come detto, è essenziale per l’Italia, dove la disoccupazione giovanile ha superato il tasso del 40% sull’aggregato degli occupati e di chi cerca lavoro nella fascia di età tra i 15 e i 24 anni. Né va meglio per i laureati, visto che dall’inizio della crisi la quota che trova lavoro ad un anno dal conseguimento del titolo è sce­sa dal 51 al 48 per cento.
Tuttavia, per azionare questo motore e favorire la ripresa e il lavoro per le nuove generazioni occorrono interventi strutturali e non stanziamenti e misure emergenziali, sia pur utili, anche se discutibili, come il piano di garanzia per i giovani.
Secondo lo schema proposto, esso dovrebbe assicurare un’offerta di lavoro o di formazione di qualità entro 4 mesi dal termine degli studi o dalla perdita del lavoro agli under 25. Ma in tal modo non si considera che viene esclusa l’alta formazione, visto che l’età minima di conseguimento della laurea magistrale è mediamente di 24 anni, e che di norma a maggiori livelli di qualificazione corrispondono migliori prospettive di occupazione.
In ogni caso le misure che servono sono ben più radicali, perché in presenza di una innovazione continua dei fattori della produzione, necessaria per competere e crescere sostenibilmente, i veri rimedi al problema della mancanza di lavoro si trovano solo attuando un insieme organico di provvedimenti, capaci di assicurare l’alta qualificazione degli addetti in tutti i settori dell’economia e di generare un intenso progresso tecnologico, attraverso la ricerca e la sua applicazione economica e sociale.
Infatti, oltre ai settori di punta in cui tradizionalmente eccelle la nostra manifattura, quale per esempio la meccatronica, ve ne sono altri che hanno forti implicazioni sociali, come la messa in sicurezza del territorio, il recupero non solo energetico dell’efficienza di infrastrutture, trasporti, impianti industriali e civili, l’informatizzazione, con l’attuazione dell’agenda digitale, delle reti intelligenti, delle smart city, e in generale la green e la soft economy, che offrono grandi e diffuse opportunità di sviluppo e occupazione.
Certamente non è cosa facile, perché è necessario allineare le competenze acquisite nei processi formativi con quelle effettivamente richieste dalle attività economiche in continua evoluzione, individuando gli strumenti per farlo e per rimettere correttamente in agen­da la questione del lavoro nell’intreccio tra questi due mondi, che si parlano peraltro troppo poco.
Ma non è cosa nuova, dato che venticinque anni fa con queste stesse idee venne varata finalmente l’istituzione dei Diplomi universitari che nelle intenzioni dovevano realizzare, specie per gli ingegneri, una più stretta collaborazione scuola-lavoro.
Risultati compromessi dopo pochi anni, oltre che dal “costo zero”, da una affrettata Riforma Berlinguer, detta 3+2, che introdusse sempre a costo zero le lauree brevi, dimostratesi praticamente inutili, se non scarsamente utili.
Da una parte, quindi, c’è una macchina formati­va inefficace, che si è sviluppata enormemente, soprattutto nei grandi poli metropolitani, e che appare in continuo affanno nello sforzo di affiancare alle competenze tecniche le abilità organiz­zative e imprenditoriali neces­sarie per affrontare un mercato in crisi che ha elevato drammaticamente il livello di rischio.
Ma che appare in affanno anche nel dotare i futuri addetti di conoscenze meno tecniche e più sociali per consentire alle aziende che li assumono di perseguire indirizzi innovativi di po­litica industriale, in grado di innestare nella manifattura e nei servizi nuovi saperi e nuove attività per un pieno sfruttamento delle forme emergenti di economia.
Per questo è prioritario l’adeguamento del sistema dell’istruzione, al fine di fornire tali attitudini, partendo dall’alfabetizzazione tecnologica, e di formare tecnici polispecialistici, capaci di comprendere i mutamenti in corso e di mediare tra le élite più aggiornate e consapevoli.
E ciò vale tanto più per gli ingegneri che devono saper operare all’interno o a supporto di organizzazioni complesse, nella progettazione e realizzazione di infrastrutture, impianti, edifici, sistemi, componenti che richiedono collaudi sotto profili diversi da quello strettamente tecnico, con ampia visione e minore schematismo nell’affrontare e risolvere i problemi.
Ingegneri esperti nell’uso delle tecniche digitali di progettazione che abilitano a immaginare e attuare forme adattative di processi e strutture industriali e civili per ridurre il loro impatto sull’ambiente e per una maggiore efficienza, fruibilità e socialità.
Quindi, ingegneri con nuova mentalità e creatività che devono anche accentuare le loro conoscenze ed esperienze trasversali in senso manageriale, assimilando il concetto di sostenibilità dell’innovazione, con grande attenzione all’affidabilità e alla gestione del rischio, in particolare collettivo.
In ogni caso ingegneri chiamati ad operare in un mercato dinamico, che richiede raffinate competenze gestionali e specialistiche, quali quelle necessarie, in un sistema globale, per la ricomposizione dei processi produttivi lungo le catene del valore.
Dunque ingegneri che, oltre ad elevate capacità organizzative e manageriali per coordinare unità produttive e di servizio dislocate in Paesi e sistemi diversi, devono possedere molteplici competenze in ricerca, progettazione, design, produzione, controlli e collaudi, logistica, distribuzione, assistenza post vendita, assicurazione e finanza.
Ingegneri che in misura crescente potranno essere assunti con forme temporanee di impiego, anche per profili di alto livello di formazione, e che dovranno essere remunerati secondo modelli di impresa economico-culturale ancora da definire.
Dall’altra parte vi è il mondo delle aziende che deve fortemente innovarsi, incor­porando le conoscenze e competenze rese disponibili dal ricambio generazionale con l’assunzione di giovani che hanno già compiuto il salto di paradig­ma tecnologico e culturale. In tal modo generando nuove attività di impresa in cui l’interazione tra capacità operative, sa­peri tecnologici e forme dell’ innovazione sociale incrementi il valore di prodotti e servizi.
E ciò mantenendo al centro la R&S per accrescere la pro­duttività e la competitività del made in Italy, tradizionalmente noto per l’elevato contenuto di tecnologia e qualità. Un’evoluzione in tal senso della macchina produttiva, estesa alla massa del­le imprese “tradizionali”, è l’obiettivo da perseguire e la chiave per riprendere un cammino di successo. Ma per vincere la sfida occorre una strategia chiara e organica che metta rapidamente in opera interventi strutturali per il rilancio italiano e per promuovere le best practice. Diversamente gli sforzi di ciascuna componente del nostro sistema economico, fatti o in programma, rischiano di essere sprecati. Come pure rischia di essere sprecato il tessuto di intelligenza collettiva e di innovazio­ne sociale che si sta intrecciando per affrontare il futuro. Un futuro peraltro assai vicino, ad un tempo problematico e promettente, visto che nel 2030 1’80% della popola­zione mondiale farà parte della classe media, con forte aumen­to dei consumi e della domanda di sostenibilità di produzioni e servizi, ma anche di opportunità per i Paesi industrializzati che vedranno crescere le loro es­portazioni. Una strategia senz’altro più facile da enunciare che da realizzare, perché deve sconfiggere mali storici profondamente radicati nella realtà del Paese: gli alti costi sistemici per le aziende, in primis dell’energia, gli scarsi investimenti in ricerca e sviluppo, l’inefficienza dei servizi, specie quelli amministrativi, quella della spesa pubblica, molto onerosa, l’evasione fiscale e la diffusa illegalità dei comportamenti, il ritardo nel mettere a sistema tante aree del sud, il pesante debito pubblico e la crescente disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza che inibisce i consumi.
In ogni caso è imperativo agire subito per avviare e portare a compimento riforme radicali che assicurino la corretta allocazione delle risorse e consentano di bloccare il degrado del sistema produttivo e di invertire il pernicioso cammino, premiando la conoscenza, la propensione delle imprese a innovare creativamente e, più in generale, l’etica dei comportamenti.

Pierangelo Andreini

Ottobre 2013