Una strategia industriale per riprendere la crescita

Strategic Growth Concept. Golden Metallic Cogwheels.Nell’ultimo discorso sull’economia il Presidente Barack Obama ha invocato una drastica semplificazione del fisco societario per promuovere le produzioni nazionali senza gravare sul bilancio pubblico.
È un’ulteriore tappa nel percorso che gli Usa hanno imboccato da tempo e con grande determinazione per rilanciare il settore manifatturiero, considerato strategico per la crescita e l’occupazione, in ciò aiutati dalla prospettiva di un’imminente autonomia energetica assicurata dallo sfruttamento dell’oil & gas da scisto.
Ma è un’esigenza imperativa anche per l’Europa, che nonostante dall’inizio della crisi abbia perso tre milioni di posti di lavoro e il 10% della produzione, esita nell’adottare misure risolutive per rafforzare il tessuto manifatturiero, passaggio obbligato per riprendere la crescita.
C’è da dire, però, che la necessità della reindustrializzazione del vecchio continente, sulla spinta di quella americana e della concorrenza cinese, è sempre più presente nell’agenda parlamentare degli Stati membri e della stessa Unione, al punto che alla strategia comunitaria del 20-20-20: riduzione del 20% delle emissioni di gas serra rispetto al 1990, pari riduzione dei consumi energetici sull’ammontare al 2020 e uguale quota entro lo stesso termine di energia verde sul consumo totale, è stato aggiunto un nuovo 20. Il target del 20%, entro la seconda decade, della produzione manifatturiera sul Pil complessivo dei 27 Paesi.
Un traguardo impegnativo per l’Italia, che nel 2011 segnava il 16,3%, ma che è importante raggiungere per conservare la posizione di seconda manifattura europea.

Tuttavia, nonostante le rovinose conseguenze della crisi, che rischia di far declinare il nostro apparato produttivo verso una fase di irreversibile degrado, il Paese appare smarrito nel progettare una propria politica industriale. E ciò è tanto più grave perché il rilancio delle attività produttive non si improvvisa.
Esso richiede la definizione di una strategia coordinata e completa di tutti i fattori che incidono sul sistema industriale, in primis formazione e ricerca. Una strategia che deve tradursi in un programma di interventi e sostegni molto concreti, dato che non ci sarà ripresa dell’economia reale in Italia, così indebolita e così succube delle turbolenze finanziarie e dell’instabilità del bilancio pubblico, se non a partire dalla ripresa della produzione e consumo di beni e servizi e da un virtuoso incrocio tra industria, agricoltura e ambiente. Questo perché una politica fatta solo di manovre di finanza pubblica e di regole di finanza privata, le ultime in ogni caso assai urgenti, è del tutto insufficiente per far uscire il paese dalla recessione, aprire sbocchi occupazionali ai giovani e ridurre la disoccupazione.
A tal fine occorre certamente una drastica semplificazione della macchina amministrativa, riducendo le regole e privilegiando il conseguimento degli obiettivi. Ma occorre, soprattutto, una politica industriale organica che guardi al futuro per affrontare un mercato globale sempre più competitivo.
Una politica che favorisca la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio, con coerenza tra loro dei vari interventi, specie nella ricerca, nella normativa e nei programmi di sostegno. E questo affinché lo sviluppo sia non solo ambientalmente, ma anche socialmente sostenibile.
Uno sviluppo, quindi, che sappia ben coniugare il rapporto tra competitività e lavoro, per offrire a tutti un’occupazione qualificata che assicuri la coesione sociale e territoriale, e che sia in tal modo capace di generare una crescita di qualità e quindi valore aggiunto in termini di competitività.
A questo scopo occorre azionare innanzitutto la leva della conoscenza, rafforzando l’innovazione tecnologica con investimenti nella ricerca e nella produttività, e riportando in auge il merito, specie nelle procedure di reclutamento. Ovviamente ciò non basta, dati i cronici ritardi da colmare nell’adeguamento delle infrastrutture.
Basti pensare a quelle viarie, che impediscono di “mettere a sistema” tante aree del Sud, i cui vitali collegamenti, stradali e ferroviari, continuano a rimanere scarsi e scadenti, o a quelle informatiche, dove le reti a banda larga veloce sono disponibili in Italia solo per il 14 per cento degli utenti, contro il 54 della media europea.
Per non parlare di quelle energetiche, penalizzate da una politica incapace di garantire approvvigionamenti sicuri e a minor costo. Ma l’adeguamento prioritario rimane quello delle struttura immateriale della conoscenza. Di fatto la macchina formativa deve profondamente innovarsi, perché deve preparare le nuove generazioni ad affrontare un futuro imprevedibile nel quale l’autonomia creativa e i network sociali sono potenti forze propulsive per lo sviluppo individuale e collettivo. E questo ridisegnando l’ambiente che accompagna l’apprendimento, le aule, gli strumenti didattici, il rapporto con i docenti, il contesto sociale ed economico, per favorire una maggiore collaborazione tra industria e istruzione a supporto di programmi per il tirocinio professionale e altre forme di apprendistato, fondamentali per fornire ai giovani le competenze richieste oggi. Ciò al fine di poterli poi trattenere, arrestando così, l’emorragia di quei 316.000 giovani di età inferiore ai 40 anni, il 70% laureati, che secondo gli ultimi dati Istat sono andati all’estero nella prima decade del secolo.
È un problema di cui sta occupandosi la Commissione europea, valutando le misure adottate dagli Stati membri per il concreto conseguimento degli obiettivi della strategia Europa 2020 per la crescita e l’occupazione. Le analisi rivelano la difficile situazione in cui versano attualmente i giovani in tanti paesi, molti dei quali sono ad alto rischio di abbandono scolastico precoce e in possesso di scarse abilità di base, notoriamente grave non solo in Italia. La criticità della situazione sul fronte formativo è dimostrata nel particolare dai dati 2012, resi noti in aprile da Eurostat.
La maggior parte degli Stati membri dell’UE ha compiuto passi avanti, sia pur modesti, nel raggiungimento degli obiettivi della strategia Europa 2020 nel campo dell’istruzione: riduzione del tasso di abbandono scolastico al di sotto del 10% e aumento al di sopra del 40% della percentuale di giovani in possesso di qualifiche dell’istruzione superiore (terziaria o equivalente) entro il 2020.
Al proposito, il tasso di abbandono scolastico è definito come la percentuale della popolazione di età compresa tra i 18 e i 24 anni che ha terminato soltanto l’istruzione secondaria inferiore o possiede un livello di istruzione ancora più basso e non partecipa più al sistema di istruzione o formazione.
Il livello di istruzione superiore (terziaria) è calcolato come la percentuale della popolazione di età compresa tra i 30 e i 34 anni che ha completato l’istruzione terziaria o equivalente (trent’anni fa si sarebbe detto che ha conseguito la laurea, ora la situazione è più complessa).
Attualmente la percentuale di abbandono scolastico tra i giovani è in media del 12,8% nell’UE, in calo rispetto al dato del 13,5% registrato nel 2011. Nel 2012, erano il 35,8% le persone di età compresa tra i 30 e i 34 anni nell’UE ad aver completato l’istruzione terziaria, contro un 34,6% l’anno precedente. Per la Commissione europea i piccoli passi faticosamente compiuti nel raggiungimento degli obiettivi di Lisbona in materia di istruzione sono da leggere positivamente in un periodo di incertezza economica come l’attuale. In futuro i posti di lavoro richiederanno infatti qualifiche di livello certamente più elevato e il trend fortunatamente mostra che un maggior numero di giovani ha compreso la necessità di sviluppare appieno le proprie potenzialità.
Ma dai dati risulta, che permangono profonde disparità tra i vari Paesi, specie tra quelli del Nord e del Sud. E nel confronto l’Italia appare notevolmente svantaggiata. Con il 21,7%, la percentuale di giovani con una qualifica dell’istruzione superiore è assai bassa e con quattro ricercatori per mille abitanti su una media europea di sette soffre anche la ricerca, penalizzando l’addestramento dei giovani all’uso degli strumenti più innovativi e vincenti, quali per esempio le stampanti a tre dimensioni. Queste sono ormai disponibili a costi sempre più contenuti e dischiudono promettenti prospettive imprenditoriali per la manifattura italiana.
Con tali macchine gli addetti possono disegnare e produrre oggetti personalizzati su domanda, con attività svolte in aziende parcellizzate e diffuse sul territorio al servizio delle differenziate esigenze dei consumatori, nel rispetto dei requisiti di produttività e sostenibilità.
E la reindustrializzazione dell’Italia passa anche attraverso queste attività, che possono essere di piccole dimensioni, ma che si collocano alla frontiera della tecnologia. Ciò richiede però la disponibilità di una nuova generazione di addetti, creativi e connessi in rete, che coltivino l’innovazione aperta e sappiano ricercare le informazioni e innovazioni fuori dal contesto aziendale, e per questo siano dotati degli alti livelli d’istruzione necessari per attingere dai circuiti tecnici e imprenditoriali dove circolano queste informazioni e idee.
In altre parole, addetti formati in un contesto di maggior collaborazione tra scuola e impresa, che fornisca loro le conoscenze necessarie per consentire alle aziende che li assumono di perseguire indirizzi innovativi di politica industriale, in grado di innestare nella manifattura e nei servizi nuovi saperi e nuove attività per un pieno sfruttamento delle forme emergenti di economia.
Ne trarrebbe indubbio beneficio il lavoro, invertendo il drammatico trend italiano, che secondo l’Ocse, vede per l’anno prossimo la disoccupazione in ulteriore crescita, dal 12,2 al 12,6%, mentre in Germania calerà al 4,7%. Ulteriore testimonianza del fatto che nei paesi dove si applicano le migliori pratiche di apprendistato e dove il tirocinio in azienda è affiancato da corsi di formazione professionale nelle scuole, come fanno i tedeschi, si hanno i tassi di disoccupazione più bassi.

Pierangelo Andreini

Settembre 2013