Una strategia globale per l’Europa delle università

GraduateEntro il 2030, tra poco più di quindici anni, gli studenti iscritti alle varie Università del Pianeta potranno triplicare, passando dagli attuali 130 milioni (100 a inizio secolo) a 400 milioni.
Su otto miliardi, quanti saremo a quell’epoca, sarebbero pari al 5% della popolazione.
Sono numeri che fanno pensare, ma ciò che più impressiona, oltre l’entità delle cifre, è il cambiamento radicale che sta subendo l’istruzione superiore a livello mondiale, trainata dalla crescita tumultuosa delle economie emergenti, in primis Cina ed India.
È un trend che preoccupa sempre più l’Europa, che sta rivedendo le modalità con cui le 4 000 università e istituti di alta formazione del vecchio continente si rapportano sul piano internazionale, per aggiornare i percorsi formativi tenendo conto delle esigenze conoscitive che devono soddisfare gli studenti europei che intendano poi lavorare all’estero e quelli stranieri al ritorno nei paesi di origine.
Per affrontare il problema l’Esecutivo comunitario ha formulato una nuova strategia dal titolo “Istruzione superiore europea nel mondo“, intesa a garantire che i nuovi laureati acquisiscano appunto le competenze di cui hanno bisogno per operare sul piano globale e che l’Europa conservi la sua attrattiva nei confronti della platea degli studenti stranieri.
A questo fine l’obiettivo di fondo della strategia è una crescente internazionalizzazione degli atenei con un miglioramento della qualità generale dei sistemi di istruzione superiore che agevoli l’apprendimento reciproco, la cooperazione e il confronto con gli erogatori di istruzione di altri paesi e aree economiche.
In tal modo attirando studenti in mobilità internazionale e migranti qualificati che, ampliando gli orizzonti della formazione, favoriscano l’aumento del sapere, l’innovazione e la creazione di posti di lavoro in Europa, consentano agli studenti di diventare cittadini del mondo e coinvolgano, comunque, nuovi qualificati testimoni per promuovere il posizionamento dell’UE.
Di fatto, ciò che è importante è che le università europee pensino in termini globali e adottino strategie capaci di valorizzare e accrescere la stima di cui gode l’Europa nel mondo per la qualità della sua istruzione superiore. E ciò proponendo curricula innovativi, garantendo l’eccellenza nell’insegnamento e nella ricerca e favorendo la mobilità internazionale di studenti, ricercatori e docenti.
Tuttavia, per l’Esecutivo europeo numerose università mancano di una chiara strategia capace di rafforzare i vincoli con i partner extraeuropei e tale situazione richiede rapidi interventi.
Di qui la necessità di sostenere il sistema delle università con supporti agli Stati membri affinché promuovano lo sviluppo di reti internazionali in materia di istruzione superiore.
Questo, ovviamente, secondo le opportunità e sinergie più convenienti nei vari casi.
Attualmente le università e gli altri istituti di istruzione superiore dell’Unione Europea attirano ancora circa il 45% di tutti gli studenti internazionali, provenienti per la maggior parte da Cina, India e Corea del Sud, ma in prospettiva la quota potrebbe contrarsi per la concorrenza degli atenei degli altri continenti e dei paesi con economia in fase di transizione.
Per ovviare ciò, il nuovo programma Erasmus+, che sarà avviato nel gennaio prossimo, accrescerà le possibilità per gli studenti provenienti da paesi extraeuropei di realizzare parte del percorso universitario presso un’università europea, o viceversa. Al proposito è previsto il finanziamento di 135 000 scambi di studenti e personale tra l’UE e il resto del mondo, vale a dire 100 000 in più rispetto all’attuale programma Erasmus Mundus, che vanno ad aggiungersi ai 3 milioni di scambi di studenti e personale all’interno dell’UE.
È un incremento molto opportuno, perché gli oltre 19 milioni di studenti che accoglie complessivamente l’Europa sono la risorsa cui attingere per competere in un mondo globalizzato, a patto che acquisiscano in misura crescente la conoscenza del mondo che li circonda e le competenze necessarie per operarvi, in primis quelle linguistiche e digitali.
Ma soprattutto perché costituiscono una leva che sarà determinante per guidare lo sviluppo verso la sostenibilità, ambientale, economica e sociale, in altre parole per la transizione alla green e soft economy.

Pierangelo Andreini

Novembre 2013