Un nuovo percorso di crescita per l’Europa e l’Italia

Highway road going up llike arrowMentre un’economia da settantamila miliardi di dollari e sette miliardi di individui sottopongono l’ecosistema del mondo ad una pressione senza precedenti, ancora ci si interroga su come riprendere la crescita e la crisi impone ai paesi più indebitati, come l’Italia, il rischioso palliativo dell’austerità. Eppure le cose da fare sembrerebbero evidenti, se la stessa congiuntura non vi facesse velo. Oltre l’esigenza di iniettare dosi crescenti di moralità e senso civico, sia nel “pubblico” che nel “privato”, sono necessari comportamenti più consapevoli e responsabili, che modifichino sostanzialmente i modelli di consumo e produzione, per armonizzare lo sviluppo con la sostenibilità ambientale, sociale ed economica. E a tal fine occorre una maggiore informazione e più ricerca, con un costante aggiornamento delle conoscenze e l’innovazione continua delle tecnologie, così da produrre e distribuire cibo in maniera sostenibile, gestire con migliore cura e cautela beni comuni, come l’atmosfera, gli oceani, la biodiversità, utilizzare processi di conversione energetica a basso contenuto di carbonio e, soprattutto, costruire città vivibili.
L’accento sulla vivibilità urbana è perché in questo secolo, che si avvia ad essere quello delle grandi megalopoli, le città sono un formidabile driver del cambiamento, mentre la vita attuale nei maggiori centri abitati, specie in quelli del terzo mondo, è sempre più congestionata, insalubre e ansiogena. È essenziale, quindi, governarne l’evoluzione e renderla virtuosa per invertire la tendenza, in quanto oltre la metà della popolazione mondiale è urbanizzata, ma entro il 2050 potranno esserlo i 3/4, concentrati in aree pari al 2% della superficie terrestre, dove si genera anche la maggioranza del prodotto lordo globale. Così, già oggi le città rappresentano i due terzi dei consumi di energia e l’80% delle emissioni di gas serra, con percentuali che non potranno che aumentare, per lo meno nel breve termine. Dunque il trend dell’urbanizzazione pone un enorme problema ambientale, ma offre anche grandi opportunità per incrementare il benessere, lo sviluppo e l’occupazione che, se ben sfruttate, possono ridurre anziché accrescere gli squilibri e le disuguaglianze, come attualmente avviene. Ciò è possibile perché, pressate dall’incessante incremento demografico, le città evolvono velocemente, però con i tempi scanditi dalla conformazione dei territori, dall’urbanistica, dall’economia, dalla politica, e dagli stessi processi edilizi. E, nel frattempo, la rete e le tecniche digitali di progettazione, con la maggiore velocità delle tecnologie informatiche, abilitano a immaginare e attuare pianificazioni urbanistiche innovative e forme adattative delle strutture edilizie che, in prospettiva, potranno contenere le negative ricadute dell’inurbamento sull’ambiente e sull’uomo, consentendo di riprogettare la vita cittadina per una maggiore socialità, partecipazione e fruibilità delle strutture.
Ma per questo occorre che la tecnologia sia maggiormente orientata al servizio di un modello urbano e sociale nuovo, più informato e partecipato, e quindi più intelligente, in cui i media e le reti diventino mezzi che facilitino la comunicazione per risolvere i grandi problemi della mobilità, della qualità dell’aria, dell’approvvigionamento idrico, della tutela del territorio. In tal modo potendo affrontare le criticità con la consapevolezza necessaria ad accelerare l’adozione di soluzioni innovative e accettarne i corrispondenti costi.
Tra i problemi più immediati, ma anche profittevoli per la produttività e il lavoro, vi è indubbiamente quello della gestione dei rifiuti urbani, la cui produzione si avvicina a raggiungere a livello globale la cifra record di due miliardi di tonnellate annue. Il doppio se si aggiungono quelli industriali, speciali e pericolosi, con un giro d’affari di 400 miliardi di dollari e lavoro a 40 milioni di persone. E nonostante l’enormità della cifra, il quantitativo degli scarti che l’uomo riversa nell’ambiente è destinato a crescere, come dimostra il continuo incremento della produzione di residui urbani. Esso è stimato per il 2025 pari al 44% in più dell’attuale, a seguito dell’aumento della popolazione e dell’innalzamento del reddito pro capite nei paesi con economia in fase di transizione, e corrispondentemente le emissioni di gas serra potrebbero lievitare del 10% circa, considerato che il 70% dei rifiuti cittadini nel mondo finisce in discarica, mentre solo il 11% prende la strada del recupero energetico e il restante 19% viene riciclato.
Una percentuale, quest’ultima, inaccettabilmente bassa, perché è proprio il riutilizzo degli scarti la chiave di volta per risolvere il problema dei rifiuti. Di fatto è una delle attività considerate molto promettenti in Europa, da facilitare prioritariamente per accrescere produttività e occupazione e difendere nel contempo l’ambiente con un impiego più efficiente delle risorse. Basti pensare che, secondo l’OCSE, riciclando il 70% dei materiali primari si potrebbero creare nella Ue 560.000 nuovi posti di lavoro entro il 2025. Pochi sugli oltre 24 milioni di europei ora disoccupati, ma vi è l’ulteriore beneficio di ridurre considerevolmente il totale di nuove materie prime immesse a favore dell’economia e dell’ambiente. Peraltro, in vari casi, il vantaggio economico è di per sé notevole e tale da indurre le imprese ad avviare con profitto filiere di trasformazione e riutilizzo dei rifiuti, con forti implicazioni di valorizzazione e difesa di beni comuni, per produrre materie prime-seconde che alimentano sistemi produttivi opportunamente modificati. E questo, alcune volte con semplici interventi sugli impianti, altre con interventi ad alta intensità di innovazione nei processi e caratterizzati da alta occupazione nelle fasi di raccolta e trattamento, non di rado ostacolati da lentezze decisionali delle amministrazioni competenti.
Ciò introduce un ulteriore problema legato all’inefficienza della Pubblica Amministrazione, la quale, guarda caso, affligge maggiormente i paesi più in difficoltà, dove oneri burocratici eccessivi, tempi lunghi e ritardi autorizzativi scoraggiano gli investimenti. E l’Italia è tra questi, se si pensa che per la facilità degli adempimenti è all’87° posto in classifica, molto dopo Francia e Germania, mentre la durata media dei pagamenti del settore pubblico alle imprese è di 180 giorni, a fronte dei 65 della Francia e dei 36 della Germania. Tra le cose da fare, quindi, specie in Italia, vi è la necessità di un forte incremento di efficienza e operatività dell’apparato burocratico.
Non basta, infatti, una semplice riordino, occorre far compiere alla “burocrazia” un vero salto di qualità, attuando una riforma organica che semplifichi la disciplina dei procedimenti, decentri le autorizzazioni e acceleri la digitalizzazione, perché burocrazia e città sono tra loro “vecchie conoscenze” che interagiscono da sempre con un complesso e vitale intreccio di rapporti, nella regolamentazione edilizia, dei trasporti, dei servizi, ecc.. E ora questa relazione deve essere molto “smart”, se si vogliono risolvere le criticità che affliggono i centri urbani, favorendo l’adozione di tecnologie avanzate e investimenti in ricerca che migliorino la vivibilità e trasformino i problemi che limitano la qualità dell’ambiente abitato in opportunità di crescita.
È un modo per iniettare innovazione in situazioni e comparti legati alla vita delle città, dove è possibile incrementare qualità, efficienza e produttività senza tagliare manodopera, facendo leva sulle molteplici possibilità che propone, non solo lo sfruttamento dei rifiuti, ma l’intero sistema delle infrastrutture, della riqualificazione edilizia, dei trasporti, della generazione distribuita di energia verde, dei beni culturali e turistici. Ed è un’ottima ricetta per superare la crisi, perché coniugare produttività, qualità e occupazione significa più competitività, più retribuzioni, più consumi. Ma occorre un forte salto di qualità anche della formazione tecnica, con percorsi professionalizzanti seguiti da apprendistato, per qualificare le maestranze che possano valorizzare le iniziative e gli sforzi di R&S delle imprese, specie di quelle medio piccole, che è tra le prime cose da fare, anche se citata per ultima. A tal fine il programma editoriale del portale prevede per il prossimo anno una serie di approfondimenti sugli aspetti dell’efficienza energetica nel settore civile per valorizzare il potenziale delle conoscenze e concorrere al dibattito sul rinnovamento urbano da cui riprendere il cammino.

Pierangelo Andreini

Novembre 2012