Recovery plan: quel programma che può correggere difetti storici e segnare una svolta epocale

Sette anni fa, nell’editoriale di gennaio “La priorità della formazione tecnica. Una sfida al limite del possibile” riflettevo sul termine “caporettismo” coniato da Mario Silvestri nel suo saggio del 1984 “Caporetto: una battaglia e un enigma” (1984, Mondadori, Milano).
In esso Silvestri, ingegnere, scienziato e fondatore dell’impiantistica nucleare in Italia, nonché storico per passione, sostiene che la disfatta di Caporetto del 24 ottobre 1917 è stata la manifestazione di un male ricorrente che affligge il Paese. Di un vizio congenito delle classi dirigenti succedutesi al Governo, riconducibile a “superficialità delle analisi”, ripetutamente espresso nello “sfasamento tra le possibilità e gli obiettivi”. Di un difetto che ha portato ad adottare nel tempo scelte, a volte sconsiderate, con misure irragionevoli e tra loro incoerenti, sia prima che dopo il ’17. Come nella fallimentare condotta della terza guerra d’indipendenza del 1866, dove l’Italia perse in terraferma e in mare, a Custoza e a Lissa, per inettitudini e rivalità, o nella disastrosa sconfitta di Adua del 1896, quando le ragioni furono più o meno le stesse. Poi nella follia dell’entrata in guerra il 10 giugno di ottant’anni fa. E anche negli anni successivi, continuando a perseguire obbiettivi improbabili e contraddittori, nonostante la tragica lezione impartita dal secondo conflitto mondiale. Ciò con improvvide pianificazioni e strategie, rimaste di fatto sulla carta per mancanza di “senso delle proporzioni”. Basti pensare al primo Pen del ’75 (Piano energetico nazionale), quando a seguito della crisi petrolifera indotta dalla guerra del Kippur, l’Esecutivo adottò un programma la cui rilettura fa sorridere per la dismisura delle stime e dei rimedi previsti. 20 centrali nucleari da 1000 MW ciascuna da realizzarsi in dieci anni per coprire nel ’90 i 2/3 di una gigantesca richiesta di elettricità pari a 520 TWh, il doppio quasi dell’attuale.
In tutti questi casi dietro le quinte dello scenario si scorge un miscuglio di imperizia, negligenza, mancanza di visione, sterile antagonismo. Una miscela tossica che ha costituito l’humus delle varie Caporetto storiche e che nelle situazioni meno disastrose si è limitata a generare spese fuori misura, dimostratesi poi ingiustificate. Di qui un perdurante sperpero del denaro pubblico che, insieme a un fisco iniquo e inefficiente, lo scarso investimento in istruzione e ricerca, politiche contraddittorie ed altro, ha progressivamente indebolito, anziché rafforzato, la base produttiva. È questo il “caporettismo” di Silvestri. Un valore “permanente e negativo … frutto di scarsa cultura, che si trasfonde principalmente nel tentativo inconscio di perpetuare l’ignoranza, trascurando l’addestramento, l’educazione e l’istruzione delle nuove generazioni”. Un giudizio che la fatica di Silvestri, negli ultimi due capitoli (“25 anni dopo” e “Italia caporetta”), documenta assai bene e che deve allarmare.

UNA STRATEGIA PER CRESCERE
Un lungo preambolo che la gravità del momento tuttavia richiede per reiterare un avvertimento sin qui inascoltato. In quanto siamo nel mezzo della recessione peggiore degli ultimi 150 anni, la quarta dopo quelle del 1914, del 1930-32 e del 1945, con un crollo percentuale del pil nell’anno in corso stimato oltre le due cifre percentuali, che esige interventi immediati, ma ben ponderati. Dunque che impone di predisporre una strategia fondata sulla consapevolezza di ciò che siamo e sulla considerazione che non si esce dalla crisi con investimenti pubblici sbilanciati a favore di spese assistenziali che generino facile consenso, ma distribuendo gli stanziamenti sulla base di un’approfondita ricognizione dei mali di cui soffre l’Italia e dello scenario in cui ci troveremo a competere. A questo proposito la decisione di affrontare la crisi più grave e globale che si ricordi con l’immissione di una quantità di denaro pubblico di enorme entità offre un’occasione irripetibile che non si può assolutamente perdere. Dato che un impegno di fondi di dimensioni mai viste, per di più concentrato nel tempo, è lo strumento da sempre invocato per il nostro riscatto. Tuttavia a tal fine occorre avere una visione nitida, eliminando le miopie e presbiopie che ci hanno sin qui danneggiato, per individuare con intelligente precisione la strada da percorrere e decidere, conseguentemente, come investire le risorse.
Perché, come ho scritto nell’editoriale di maggio, se l’arte del prevedere è un esercizio difficile, il domani rimane comunque la conseguenza di quanto si fa oggi. Della capacità del Governo di difendere il valore della sostenibilità sociale, economica e ambientale e di prendere atto, criticamente, dei vecchi errori e di quelli più recenti. Ciò per individuare i correttivi e i rimedi da apportare, specie quelli per incrementare l’efficienza della pubblica amministrazione, in particolare scuola, giustizia, fisco, di stimarne gli effetti e di progettare e scegliere il futuro per noi possibile e migliore. Questo prescindendo dai condizionamenti storici e attuali, che sono pesanti e molteplici. Tra cui il vincolo che pone l’enormità del debito pubblico, il quale crescerà e di molto, causa ed effetto di politiche di corto respiro e, quindi, dell’insufficienza delle strategie, la congenita carenza della capacità progettuale, la mancata disciplina delle idee, lo scarso coordinamento tra pubblico e privato, l’inettitudine sin qui dimostrata nello spendere le risorse, ecc. A ciò si aggiunge il fatto che la crisi pandemica grava su un Paese già sfibrato da un quarto di secolo di ristagno economico.
Il compito che questo tornante storico assegna all’Esecutivo è quindi estremamente impegnativo, ma deve essere svolto comunque in modo inappuntabile. Non solo in quanto è del tutto evidente che senza un piano strategico non si va da nessuna parte e che il programma deve essere credibile ed esaustivo. Visto che deve convincere sia noi che la Commissione Europea, la quale deve autorizzare gli sforamenti del deficit e l’assegnazione dei fondi comunitari. E che questi non saranno senza condizioni e limiti, se le risorse verranno impegnate per colmare buchi dovuti a inefficienze e non per lo sviluppo di programmi che costruiscano il futuro. Ma proprio per tale ultima ragione, perché usciremo dalla crisi ponendo sulle spalle delle prossime generazioni un debito gigantesco che sarà sostenibile soltanto se le risorse verranno usate per investimenti capaci di riannodare saldamente il filo interrotto della crescita della produttività e di ridare al Paese la forza che corrisponde alle sue potenzialità. Non è accettabile infatti che in venticinque anni la produttività in Europa sia continuamente aumentata e che da noi sia rimasta sostanzialmente ferma, sia pure con grandi differenze tra le imprese di maggiori e minori dimensioni. Che ristagni o in certi casi sia addirittura diminuita nelle realtà piccolissime, industriali o dei servizi privati e pubblici. Imprese, certamente penalizzate dall’effetto scala, ma che in Italia lo sono ancor di più per le ridotte sinergie conseguenti a un’insufficiente integrazione con le aziende maggiori e il peso dei costi dovuti alle lentezze della PA e della giustizia civile. Pertanto è necessario che il Governo abbia la capacità di dotare il Paese di un programma dettagliato e coerente di riforme e investimenti che, partendo dal settore dell’istruzione, formazione, ricerca, interessi tutti gli altri comparti per accrescere la funzionalità del sistema produttivo in senso lato, industriale, ma anche della burocrazia, giustizia, gestione attenta della finanza pubblica, contrastando nello stesso tempo l’evasione fiscale con un prelievo che non disincentivi il lavoro e non penalizzi le imprese, quindi con misure per favorire l’occupazione (specie femminile e giovanile), l’inclusione sociale, ed altro.

INFRASTRUTTURE E RIFORME PER RIPRENDERE LA CORSA
Ciò che serve, in sintesi, è un programma di interventi che rimetta in corsa il Paese e la sua economia i cui punti di forza sono certamente la manifattura, ma anche l’agricoltura, il turismo, il terziario avanzato. Sono necessarie, quindi, infrastrutture moderne che facciano correre i dati, le idee, le persone, le merci, che aiutino la transizione ecologica: fibra ottica, alta velocità, maggiore e migliore mobilità, ricerca, innovazione, piattaforme tecnologiche, scuole tecniche altamente professionalizzanti, risparmio ed efficienza energetica, energie rinnovabili, gestione dei rifiuti, lotta al dissesto idrogeologico, edilizia antisismica e scolastica, riforma della pubblica amministrazione e una sua completa digitalizzazione, ecc.. Privilegiando ovviamente la sanità e, quanto all’istruzione, la necessità di formare le coscienze per capire il mondo, non trascurando pertanto le competenze meno cognitive, empatia, proattività, creatività, che saranno fondamentali nel contesto ormai prossimo dove automazione e robotica chiederanno maggiore intelligenza e consapevolezza di sé, degli altri, dell’ecosistema, in sintesi maggior sapere, ma anche maggiore saggezza.
L’impegno che attende il Governo è dunque improbo e complesso, quanto lo è la situazione in cui ci troviamo, per fronteggiare la quale è indispensabile un dialogo costante e costruttivo tra politica, mondo dell’economia reale, finanza, istituzioni, società civile tutta. Ciò per bilanciare gli obiettivi nel loro dettaglio con la capacità di realizzarli ed evitare il rischio del ripetersi degli errori del passato cui ci inducono vecchie e nuove tentazioni. Tra esse quelle di adottare soluzioni note e provate, che incontrano il favore della funzione pubblica, per la sua natura conservatrice, che in un mondo in trasformazione accelerata diverrebbero però subito obsolete, reiterando in tal modo lo spreco di denaro e opportunità. Per evitarlo si deve guardare avanti, pensando ai cambiamenti che induce la simbiosi tra informatica e produzione, ormai in atto da tempo, e quella più recente tra informatica, biologia e genetica, che aprono prospettive straordinarie per affrontare le questioni che affliggono il mondo: la salute, il cibo, l’esaurimento delle risorse materiali ed energetiche, la gestione dell’ambiente e degli ecosistemi. Possibilità che fanno presumere che i sistemi economici tenderanno a strutturarsi secondo schemi naturali per ridurre sprechi e rifiuti, come si sta iniziando a fare con l’economia circolare. Ma pure per bilanciare e ottimizzare produzioni e consumi, con il tayloring, la manifattura additiva, il just in time, ecc., per realizzare un’economia sempre più organizzata ed efficiente. Un cammino che è già iniziato, in quanto nuove conoscenze e strumenti aprono nuovi orizzonti al progresso e stanno determinando un salto evolutivo che consente di superare i limiti di una società digitale, che al momento interagisce sostanzialmente solo con robot, macchine e dispositivi intelligenti. Una transizione che rappresenta già l’oggi, non il domani, e che ha un impatto rivoluzionario sulle caratteristiche delle infrastrutture da potenziare e realizzare, industriali e dei servizi.
A partire da quelle costruttive degli spazi urbani, dei sistemi edilizi e dei trasporti, responsabili di gran parte dei consumi energetici e delle emissioni globali, penalizzati da concezioni superate, messe ulteriormente in crisi dall’esigenza del distanziamento sociale posta dalla pandemia. Perché, se al fine di potenziare la mobilità cittadina si assecondasse, per esempio, la tentazione di limitarsi ad approvvigionare con soldi pubblici ciò che serve tradizionalmente per costruire strade, semafori, parcheggi e ciò che richiede il movimento degli attuali veicoli termici con motori a combustione, trascurando l’esigenza di prevedere e favorire il traffico in bicicletta o a piedi e di considerare le necessità tecnologiche poste dalla transizione all’elettrico, le nuove infrastrutture nascerebbero superate in partenza e la loro realizzazione incoerente con le politiche di sostenibilità del trasporto. In tal modo l’industria avrebbe minori possibilità di sviluppare veicoli intelligenti, elettrici, connessi, le imprese immobiliari non troverebbero i servizi necessari alla ridefinizione degli spazi urbani, gli impianti energetici e digitali più moderni rimarrebbero un’eccezione e la diffusione delle tecnologie innovative, che abilitano forme di riaggregazione professionale con lo svolgimento del lavoro da remoto, assistito da intelligenza artificiale, automazione e robotica, sarebbe fortemente penalizzata. Ho fatto quest’esempio perché è emblematico del rischio che incombe, dovuto alla velocità del cambiamento da noi e ancor più nel mondo, dato che da qui a metà secolo il processo d’inurbamento sarà tale che oltre due terzi dell’umanità saranno concentrati nelle città. È un fenomeno epocale, che il CoVID 19 ulteriormente stigmatizza, su cui concentrare l’attenzione e gli sforzi per rigenerare gli spazi urbani con progetti complessivi di sostenibilità ambientale e sociale che impieghino razionalmente il territorio e consentano di vincere la molteplice sfida che pone l’esigenza del distanziamento sociale (che in autunno potrebbe riproporsi), l’immigrazione di massa e la crisi climatica.

UN PAESE DIGITALE
Da quanto detto si comprende l’importanza fondamentale della digitalizzazione del Paese, vent’anni fa considerata la sfida del futuro, oggi diventata la condizione per superare il presente. Visto che già ora stiamo contrastando il virus con il ricorso alle tecnologie digitali che ci hanno consentito di continuare a lavorare, studiare e mantenere contatti umani, nonostante il lock-down. Così il web è divenuto ormai un fattore essenziale della vita, personale ed economica, della sicurezza, della libertà. Ma pure un fattore di debolezza, se l’infrastruttura è inadeguata e insufficiente in termini di copertura territoriale, capillarità, ricchezza di banda. Gli investimenti per potenziare e ampliare la rete devono essere considerati quindi come una priorità, in quanto le disuguaglianze nell’accesso a internet sono destinate a diventare un elemento determinante delle disparità economiche e sociali. E questo, ovviamente non basta, poiché si deve abilitare nel contempo la possibilità di connessione della gente con una dotazione diffusa di strumenti personali, ancora assai carente. E di nuovo non basta, dato che si deve porre rimedio anche alla scarsa confidenza che gli italiani hanno con il digitale, accrescendone le competenze, sia nelle aziende, che nella Pubblica Amministrazione e in tutti i livelli delle scuole. Ciò con percorsi di formazione continua e che garantiscano di non lasciare indietro nessuno, perché la digitalizzazione può e deve essere un motivo di coesione e non di esclusione sociale.
Dunque, ancora una questione complessa che chiede di metter mano a un programma articolato e concreto che abbia l’obiettivo lo sviluppare le nuove tecnologie abilitanti, quali l’alta velocità di trasmissione dei dati (5G), internet delle cose, valorizzazione dei big data, intelligenza artificiale, cyber security e, soprattutto, il sapere a tal fine necessario. È quest’ultimo il cuore del problema, in quanto la scarsa condivisione e diffusione delle conoscenze, in questo come in altri settori d’avanguardia, cui concorre l’insufficienza stessa della digitalizzazione, è uno dei fattori che alimenta la crisi delle economie che si sono indebolite, come la nostra, le quali stentano a mantenere il passo dell’innovazione. Essa sostituisce continuamente dispositivi e apparati e questa è la caratteristica che maggiormente differenzia l’attuale rivoluzione da quelle del passato, dato che è una transizione non puntuale, ma continua. Un passaggio scandito dalla crescente pervasività della tecnica che costituisce l’aspetto che maggiormente deve preoccuparci. Visto che la nostra corsa è già frenata anche dalle lacune presenti nel sistema di istruzione e di formazione, le quali ostacolano il processo di impiego delle nuove apparecchiature da parte del sistema economico. Un handicap grave, perché il cambiamento in atto condiziona profondamente l’operatività dell’uomo, fino a ieri utente di internet per le proprie comunicazioni, oggi sempre più immerso nella nuvola dei dati che descrivono il contesto tecnico e sociale. Poiché realtà aumentata, internet delle cose, intelligenza artificiale in real time, robot collaborativi, esoscheletri, dispositivi indossabili, ecc., sono strumenti che non ci danno solo informazioni, ma che ci integrano direttamente con la tecnologia, abilitando percorsi che attuano lo spostamento da relazioni di vita e lavoro di tipo tradizionale a nuove forme basate sulla fusione diretta con la tecnica. Forme peraltro compatibili con i vincoli posti dal lock-down, le quali favoriscono i sistemi economici che possono avvalersene che risultano così meno penalizzati dall’obbligo del distanziamento e prima possono riprendersi dalla drammatica crisi indotta dalla pandemia.
In ogni caso si tratta di un trend che precede e travalica l’emergenza e ci dice dove si dirige il mondo. Un cammino che passando dal vecchio al nuovo contesto muta la prospettiva, mostrando un fondale diverso che delinea altri valori e priorità. Uno scenario dove dominio e potere non si esplicano più con le classiche forme di protezionismo, ivi compresa la difesa dei confini nazionali, ma con la padronanza e l’impiego delle reti tecnologiche. Con il controllo dei dati e loro utilizzo che, unito a campagne di informazione e alla capacità di influenzare scelte o decisioni, è diventato ormai un’arma potentissima per discriminare i perdenti dai vincenti. Quelli che governano il web, i dati, in ultima analisi i nostri comportamenti e la vita. Visto che in realtà, ogni giorno, anche solo esprimendo preferenze e commenti online, noi stessi ci trasformiamo in dati, che vengono ordinati, elaborati e analizzati per fornire obblighi, consigli, informazioni, i quali contribuiscono a indirizzare economia e imprese. Un meccanismo perverso, dato che i controllori possono indurre i desideri e, nel contempo, acquisire le aziende che producono i manufatti e i servizi che chiediamo e preferiamo, fornendoceli poi direttamente a domicilio. Quanto detto costituisce tuttavia una grande semplificazione e non è del tutto vero. La situazione è molto più complessa. Perché le scelte sono la conseguenza di un insieme di azioni, comportamenti, relazioni che si attivano sia dall’alto che dal basso e la catena esterna delle decisioni può frantumarsi nello scontro con mentalità e culture. In quanto l’autonomia di accesso a internet esalta la volontà e così il rapporto obbedienza-autorità può evolvere in favore di una dipendenza alla pari, dove crescita personale, interessi, motivazioni e passione possono contrastare il condizionamento, se si consolida e si fa crescere l’identità di ciascuno.

UN CAMBIO CULTURALE
A tal fine dobbiamo inventare, però, nuovi modelli culturali, educativi e formativi che insegnino ad attivarsi al dl là del ruolo, a gestire emozioni, a essere autonomi, determinati, efficaci e resilienti, ad anticipare i tempi, imparando dall’esperienza. Modelli che aiutino a superare questa fase iniziale di acquisizione dei dispositivi, peraltro come detto insufficienti, e a trarre pienamente il valore che genera l’integrazione capillare tra l’uomo e il digitale (automazione, robotica, intelligenza artificiale, apprendimento automatico, anche organizzativo, ecc.), filtrando i flussi e diaframmando i tempi delle informazioni per attuare comportamenti innovativi di consumo e produzione consapevoli, responsabili e sostenibili. È indispensabile, pertanto, definire una strategia che coinvolga il meglio delle menti e dei mezzi per far evolvere e potenziare la rete nazionale, attrezzare diffusamente le imprese di apparati e strumenti per portare a compimento il programma Industry 4.0 e abilitare lo smart working, far progredire i servizi, specie quelli sanitari e scolastici per consentire l’ accesso a distanza, la telemedicina, la didattica on-line, attrezzare anche le famiglie, il 34% delle quali non dispone di un PC. E, soprattutto, per educare il Paese all’impiego delle nuove tecnologie, del digitale e del suo controllo. È lì che si gioca il nostro futuro, quello della nostra crescita economica, ma anche culturale.
L’economia della società della informazione richiede infatti una cultura diversa, non statica e traducibile in regole per sempre, ma dinamica e fatta per affrontare nuovi problemi e nuove conoscenze. Quindi una preparazione diversa, assai più profonda e diffusa che in passato, perché le attività ripetitive e quelle standardizzabili saranno sempre più condotte da apparati meccanici, informatici e chimici, mentre gli addetti avranno il compito di affrontare i problemi non convenzionali, occasionali e che richiedono creatività e capacità di reperire e costruire conoscenze. Al proposito ho più volte ricordato, in precedenti articoli, che lo “stock” delle conoscenze scientifiche raddoppia ormai nel tempo minore di quello di una generazione e che i successivi raddoppi avverranno in manciate di anni e poi di mesi, al punto che si stima che i nove decimi degli scienziati che hanno operato da che l’uomo è apparso sul pianeta siano viventi oggi. Pertanto, tutto il sistema educativo deve costantemente rinnovarsi per insegnare di più e meglio. E a questo scopo è importante promuovere la competizione tra le scuole, abolire il valore legale del titolo di studio, dato che le conoscenze evolvono rapidamente, valutare le persone per quello che sanno e che sanno fare. L’università, in particolare, deve preparare a un lavoro in perenne evoluzione e fornire i mezzi per continuare ad acquisire nuove conoscenze e strumenti culturali e operativi per tutta la vita. Essa deve avere perciò mezzi e strumenti per svolgere attività di ricerca fondamentale, finanziata dallo stato, e di diretta utilità per l’economia, finanziata dalle imprese che ne usufruiscono.
Dunque, nuovamente una situazione difficile, anche per le contraddizioni e i ritardi che hanno contraddistinto la riforma del settore dell’istruzione che l’impatto della pandemia aggrava ulteriormente. Visto che gli ultimi dati Eurostat dicono che l’Italia presenta una delle più basse percentuali di 15enni con competenze indispensabili. Di fatto la quota di ragazzi tra i 18 e i 24 anni che non hanno completato la scuola secondaria superiore è tra le più alte, sopra il 14%, rispetto al target europeo da raggiungere entro quest’anno del 10%. E i laureati nell’intervallo d’età tra i 30 e i 34 anni sono meno del 30%, ben al di sotto dell’obiettivo europeo del 40%, sempre entro il 2020. L’Italia inoltre ha il tasso di occupazione giovanile più basso a livello europeo (56,3%, contro una media Ue del 76% nella fascia 25-29 anni) e il più alto tasso di giovani che non studiano e non lavorano (29,7%, media Ue 16,6%). Pure in questo caso serve quindi un piano articolato, ben strutturato e credibile che consenta ai 15enni di arrivare a 20 anni con una percentuale di abbandono scolastico inferiore al 10% e entro i 30 con il 50% di laureati. Traguardi al cui raggiungimento il principale ostacolo è costituito dal fatto che da noi la spesa pubblica per l’istruzione è pari al 4,0% del PIL, ben inferiore alla media UE-27 del 4,6%, con un divario ancor più accentuato nel caso dell’istruzione terziaria (0,3% contro 0,8% del PIL). Anche la spesa complessiva in R&S pubblica e privata del Paese (1,35% del PIL nel 2017) è inferiore alla media UE (2,06% del PIL). La componente pubblica (0,17%) è solo marginalmente inferiore alla media UE, ma è sensibilmente più bassa rispetto a Germania e Francia (0,41 e 0,28% rispettivamente). Un incremento sia pure modesto degli stanziamenti potrebbe determinare un miglioramento significativo della formazione e dell’attitudine a produrre innovazione. Tuttavia questo vincolo, che è anche un alibi, ora potrebbe cadere, stante l’ampia disponibilità di fondi comunitari su cui potrà contare il Paese, se le riforme che si intende attuare saranno considerate valide e adeguate. Cosa non facile e scontata, considerate le difficoltà sin qui incontrate. Perché non bastano i soldi, se vengono sprecati per l’incapacità di modificare alla base il sistema educativo, sia nel metodo che nel contenuto. Un sistema che deve essere il più possibile allineato con le esigenze dell’industria e dei servizi e che deve ristrutturare la didattica anche per utilizzare al meglio le tecnologie che abilitano la formazione continua, tra cui quelle a distanza che abbiamo imparato a sperimentare diffusamente nei mesi scorsi.

PREPARARSI AL FUTURO
In quanto i principali studi dicono che il 60% delle attuali mansioni è costituito da attività totalmente o parzialmente automatizzabili e che le centinaia di migliaia di tecnici con competenze elevate oggi necessari diverranno milioni in pochi anni. Le nuove competenze richieste per formarli coinvolgono tanto i processi produttivi quanto le altre attività d’impresa, come l’assistenza in remoto, e tutto il mondo dei servizi. E non sono solo digitali, poiché l’evoluzione in atto dei processi produttivi verso sistemi meglio integrati e connessi chiede anche altre competenze, trasversali sociali, interpersonali, dalla creatività al problem solving, dalla capacità di lavorare in team multimediali, all’autonomia/responsabilità nell’esecuzione degli incarichi, ecc.
Di qui l’esigenza di una formazione continua che va considerata come un diritto e un dovere del lavoratore e che deve partire già al termine del percorso scolastico. Perciò la necessità di intensificare l’alternanza studio lavoro a tutti i livelli, sia nell’istruzione secondaria che terziaria e anche dopo la laurea. Specie con i dottorati di ricerca, industriali e non, per accrescere la capacità innovativa delle imprese che aprono le porte a giovani con elevate competenze specialistiche e portano a sintesi subito spendibili collaborazioni con Università ed enti di ricerca pubblica che condividono con le aziende le loro conoscenze.
Anche qui si gioca il futuro. Quello di coloro che hanno oggi 20 anni e sono la punta più avanzata della generazione nata nel nuovo millennio che vivrà nei prossimi dieci anni la fase cruciale della propria entrata nel mondo del lavoro. Ma pure quello del secolo. In quanto l’evoluzione che subirà il Paese sarà condizionata, certamente in parte, dalla forte discontinuità determinata dalla pandemia e da quale significato questa generazione saprà attribuirgli, derivandone le decisioni. Giovani che diverranno adulti reggendo il peso dell’insufficiente formazione e della loro scarsa occupazione, che l’emergenza porta ad accrescere. Per cui qualunque piano si pensi per superarla esso deve tener conto di loro e costituire il discrimine per ripartire, fornendo le conoscenze e gli strumenti che sono necessari affinché interpretino responsabilmente e con successo il loro ruolo nel modello di sviluppo economico e sociale che verrà determinato. Ma c’è anche un’altra generazione di cui tener conto, ancor più penalizzata dalla carenza di mezzi rispetto alle economie più forti. La generazione dei millennials, di coloro che hanno tra i 25 e i 39 anni e si trovano ora senza un contratto a tempo indeterminato o senza una professione consolidata. Su di essi ha già gravato la crisi del 2008 e ora incide drammaticamente l’impatto economico del lock-down. Tale generazione ricaverà un beneficio minore dagli investimenti sul capitale umano previsti per alimentare la nuova fase di crescita nel medio lungo periodo ed anche dalle misure di sostegno alle attività già esistenti, mentre è assolutamente necessario che questi meno giovani siano messi in condizione di imprimere al processo di ripartenza la loro spinta vitale con misure che gli consentano di riappropriarsi pienamente dei rispettivi progetti di vita.
Tutto quanto si è detto delinea una situazione molto preoccupante e critica, tuttavia c’è da dire che essa ha il grande vantaggio di farci capire pienamente le ragioni che hanno determinato il declino e l’urgenza delle riforme che servono per imboccare una nuova strada di sviluppo. Un percorso che chiede un’istruzione migliore e diversa per acquisire la maggiore consapevolezza e il senso di responsabilità necessari a rispondere alle istanze di equità inter e infra-generazionale, di tutela dell’ambiente e di crescita civile per riconoscere la supremazia della legge come difesa dell’interesse di tutti. Perché sono le fasi difficili come l’attuale quelle nelle quali ci si rende conto di quanto sia essenziale la stretta connessione tra l’utile individuale e il benessere collettivo. Ma, per costituire solidamente questo legame è necessario che i valori e le regole non scritte dell’etica ispirino e regolino la vita economica e sociale. Che si ricordi l’insegnamento di Seneca secondo cui la vergogna dovrebbe proibire a ognuno di noi di fare ciò che le leggi non proibiscono.

EGUAGLIANZA, SOLIDARIETÀ, LEGALITÀ
Ciò non è facile, però, in quanto il peggioramento delle condizioni economiche e finanziarie ricade negativamente sui comportamenti, individuali e collettivi, e quindi degrada i riferimenti, complici le frustrazioni che derivano dall’enorme aumento delle disuguaglianze, giunte a limiti intollerabili. Così si diffonde la propensione a trasgredire che non trova l’ostacolo di una crescita culturale sufficiente a indurre la maturazione di una adeguata coscienza civica e morale. Di un insieme di regole comunemente accettate del comportamento umano che consentano di distinguere cos’è da approvare o da criticare del nostro agire. Di un’etica sociale estesa anche al governo e all’impiego delle nuove tecnologie, tra cui il digitale. Dato che non è etico, e quindi lecito, che le organizzazioni che fanno propaganda sul web possano individuare capillarmente le persone più vulnerabili, proporre le loro idee e registrare le reazioni per poi condizionarne le scelte anche politiche. Cosa difficile da contrastare per la complessità dell’ecosistema dei media nel quale l’impatto delle azioni non è lineare e dove si annida, più che altrove, l’insidia emblematica delle nuove tentazioni che portano a delinquere. Il rimedio di fondo sta nel promuovere e diffondere una conoscenza critica, che è lo strumento più efficace per diffondere la legalità, ma pure la solidarietà, l’eguaglianza, la dignità, e quindi per neutralizzare le forze che disgregano l’equilibrio di una società che vive tensioni verticali sempre più forti. A tal fine non aiutano certamente le tante promesse non mantenute e neppure le varie dichiarazioni di intenti, puntualmente deluse, di organi di garanzia e di controllo. Enti che si arroccano spesso nella difesa di un potere che tutela sterilmente un ruolo o una prerogativa in una lunga catena dove la procedura prevale sul risultato. Dove tutto si ferma, per esempio, per Il timore dei funzionari di commettere abusi d’ufficio o di incorrere in danni erariali, rendendo il blocco preferibile a ogni altro esito. Mentre quando l’iter procede, il risultato è che mediamente la metà dei tempi di realizzazione di un’opera pubblica sono tempi morti. A ciò si sovrappone il proliferare negli ultimi anni, pur con tutte le buone intenzioni, dei centri decisionali, peraltro carenti di organici e fondi, cui si aggiunge la mancanza di una loro governance unitaria, che è alla base dell’insuccesso dei tentativi più recenti di rilancio degli investimenti pubblici. In tal modo la sovrapposizione di ruoli e responsabilità determina incomprensioni, ritardi e incertezze, anche per le tante entità, come detto, create quali Strategia Italia, Investitalia, Dipartimento programmazione economica della Presidenza del Consiglio, Italia infrastrutture. Unità che si sono aggiunte ai compiti affidati a Cassa depositi e prestiti (Cdp) e Invitalia e alle ultimissime task force, costituite per fronteggiare l’emergenza legata alla pandemia.
Il tutto poi è fortemente penalizzato dal grande dettaglio burocratico che frena il Paese, fonte di contenziosi che intasano i tribunali che la riforma della giustizia civile nei progetti allo studio affronta in misura inefficace ad assicurarne gli esiti in tempi contenuti e certi. Un obiettivo assai difficile da raggiungere, visto che l’impostazione del codice civile risale al 1942 e che le basi della nostra giustizia andrebbero cambiate alla base. Basta un confronto dei sistemi legislativi inglese ed europei per capire come mai da noi le cose vanno peggio. Il Regno Unito ha un sistema legale basato sulla “common law”: sono le corti e non i politici a decidere e i giudici supremi hanno un’autorità che trascende quella del parlamento. Ne risulta un sistema dinamico, assai più flessibile e pronto dei codici scritti, che evolve con i cambiamenti sociali. Una legge, anche se scritta, può essere posta a margine dalle corti e in una disputa tra legge e principio di giustizia è quest’ultimo a prevalere, basato com’è sulla giustizia naturale che ha le sue radici nella coscienza umana. In Europa e da noi il sistema legale pretende invece di regolare ogni aspetto della vita individuale e sociale e l’aggiornamento delle leggi non può seguire, ovviamente, l’evoluzione di breve termine dovuta alla rapidità con cui si susseguono le innovazioni che mutano continuamente le condizioni di riferimento. Nei prossimi anni i paesi vincenti saranno quelli che avranno superato la pandemia sfruttando la flessibilità dei loro ordinamenti per favorire la riallocazione di capitale e lavoro, senza lacci e laccioli, nelle attività più produttive. In tal senso i paesi anglosassoni sono nettamente favoriti, visto che possono adattare facilmente struttura sociale, regole, sistema produttivo, comportamento di individui e gruppi, e sistema politico. Da noi non è altrettanto facile muoversi con analoga forza e velocità per gli ostacoli che introduce la rigidità delle leggi, regole e struttura sociale. Un prezzo da pagare che ha però i suoi vantaggi, perché il nostro sistema di tutela è tale che l’Italia e l’Europa sono le parti del mondo dove si può vivere meglio. Bisognerebbe prendere il buono che c’è da entrambe le parti portando a sintesi le differenze. Ma ciò richiede nuovi modi di concepire, di organizzare, di apprendere, la giustizia, nuovi valori e nuove regole individuali e sociali che non si improvvisano dall’oggi al domani.

UN PIANO PROGRAMMATICO DI RILANCIO
In ogni caso adesso non ne abbiamo il tempo, la priorità non è questa. L’obiettivo da perseguire, su cui dobbiamo focalizzare il dibattito e l’impegno, è la definizione di una strategia molto particolareggiata con cui far fronte alla drammatica recessione dovuta al blocco delle attività generato dal CoViD-19. Un piano programmatico di rilancio che deve convincere non solo noi, ma come accennato in premessa anche l’Europa, la quale deve autorizzare sforamenti, finanziamenti e prestiti. Dunque, con una prospettiva chiara e l’indicazione di tappe, tempistiche, obiettivi precisi capaci di attrarre sia le risorse europee che quelle private. Un piano di ripresa nazionale che utilizzi gli investimenti per rimarginare le ferite inferte dalla crisi, ma soprattutto per porre le basi di un recupero che faccia leva su tutte le potenzialità di sviluppo di cui dispone il Paese. Quindi attuando un programma ben definito e contrastando il tradizionale vezzo di accontentare tutti con una distribuzione a pioggia degli stanziamenti. Al momento le sue linee essenziali si possono vedere nel Programma nazionale di riforma (Pnr), cioè nel piano approvato dal Governo nelle scorse settimane che costituisce la parte terza del Documento di economia e finanza 2020 (Def). Il documento indica gli obiettivi di politica economica e il quadro delle previsioni economiche e di finanza pubblica per il triennio, le priorità del Paese, le principali riforme da attuare, i tempi necessari e la compatibilità con gli obiettivi programmatici. Questa edizione del Pnr 2020 è molto importante proprio in quanto traccia una strategia che comprende anche l’impiego dell’ingente quota di risorse che provengono dall’Europa. Quella dei fondi pluriennali e quella prevista per contrastare la crisi che verrà trasferita sulla base del Recovery Plan italiano. Ovvero del piano programmatico di recupero nazionale con il quale in autunno il Governo documenterà nel dettaglio la richiesta di aiuti stanziati con il Recovery fund europeo, il cui definitivo ammontare, ripartizione tra Stati, prestiti e fondo perduto e regole di assegnazione sono stati decisi in questi giorni dall’ultimo Consiglio Ue. Il fondo è stato rinominato Next generation Ue, a significare che i programmi dei paesi membri devono guardare al futuro. Per cui l’assegnazione agli stati delle rispettive quote è subordinata all’approvazione di programmi così concepiti che contengano l’elenco dettagliato delle misure e investimenti per attuare le riforme che ogni anno la Commissione raccomanda ai governi, il rispetto delle priorità strategiche indicate dall’Unione Europea (Transizione digitale e sostenibilità ambientale e del sistema alimentare, ovvero Green Deal e Farm to Fork), cui si aggiungono quelle nazionali per sostenere i settori più colpiti dalla crisi.
Il Pnr è articolato su tre linee strategiche: modernizzazione; transizione ecologica, inclusione sociale e territoriale, parità di genere, supportate da un ammontare di investimenti pubblici superiore al 3% del Pil, contro il 2,3% del 2019. Tra gli obiettivi: una completa digitalizzazione, con la previsione di un contributo alle famiglie per le connessioni veloci, l’acquisto di tablet e pc, introduzione, entro due anni, della fibra ottica in tutte le scuole statali, potenziamento della sanità, incremento della spesa per ricerca e istruzione, investimenti per attuare riforme mirate ad incrementare la competitività, l’equità e la sostenibilità, investimenti per l’alta velocità ferroviaria, strade, ponti, aeroporti, porti e intermodalità, riforma complessiva della tassazione diretta e indiretta. È previsto anche il rilancio dell’ex Ilva decarbonizzata. Il documento fornisce una lista di oltre cento obiettivi strategici da raggiungere, senza indicare però chiaramente quali siano i principali e quindi le priorità. A parte ciò, trattandosi di un documento sintetico di indirizzo non è possibile esprimere giudizi. La raccomandazione è che l’indicazione degli stanziamenti faccia seguito a una approfondita analisi delle caratteristiche e potenzialità del tessuto economico nazionale per valutare nel dettaglio le ricadute delle riforme, i rapporti costi-benefici degli interventi, la loro fattibilità, la dimensione, proporzione e congruenza degli investimenti ecc. Questo per non ricadere nei tanti errori che hanno contraddistinto le molte programmazioni annunciate e rimaste sulla carta. Ciò detto, la lettura del programma testimonia comunque uno sforzo notevole e consistente compiuto dall’Esecutivo e sarebbe ingeneroso considerare gli impegni presi come improbabili e velleitari. Peraltro, il successo del programma è fortemente legato alla realizzazione delle riforme di sistema previste dal decreto Semplificazioni “Misure urgenti per la semplificazione e l’innovazione digitale” il quale, anche se variamente criticato, è già in Gazzetta Ufficiale dal 17 luglio. La partenza appare quindi buona e fa ben sperare. Sono piuttosto gli atavici difetti di cui ho parlato iniziando questa riflessione a preoccupare. Quelli che nei momenti critici ci hanno impedito di compiere le scelte nette e tempestive che erano necessarie. Ora certamente altrettanto difficili, stante la complessità dei problemi da affrontare, su alcuni dei quali mi sono prima soffermato, e la numerosità e dimensione dei progetti che si intendono realizzare.

UNA BATTAGLIA DA VINCERE
Questa volta comunque non possiamo fallire. L’occasione è quella di una svolta epocale e la posta in gioco è enorme. Quanto lo è la quota del Recovery fund prevista per l’Italia dal Consiglio Europeo, conclusosi il 21 luglio dopo 5 giorni di dure trattative: 208,8 miliardi di euro, di cui 81,4 di trasferimenti e 127,4 di prestiti, la maggiore tra i Paesi europei. Tuttavia, la concessione di questi aiuti finanziari avverrà solo sulla base di un progetto valido, ben rendicontato e approvato come tale dalla Commissione, e per essa dai nostri partner comunitari, nelle sue varie articolazioni. Perciò è bene essere cauti. Pure considerando la recente dichiarazione di Christine Lagarde, la presidente della Banca Centrale Europea, secondo la quale i fondi devono “essere profondamente ancorati a solide politiche strutturali”, e le diffidenze dei Paesi così detti frugali che hanno impegnato le delegazioni in un acceso confronto per tutta la durata del summit. La massima cura e prudenza è quindi d’obbligo, anche perché ogni compromissione o ritardo futuri sarebbero deleteri e farebbero scivolare il Paese ancora più in basso nel ranking comunitario, pure se l’Esecutivo conta di acquisire risorse ulteriori e diverse dalla lotta all’evasione fiscale e da una revisione della spesa pubblica. Risorse che si aggiungono a quelle previste dai fondi ordinari di bilancio e agli incentivi che il governo ha già messo in campo con il decreto Rilancio, nei giorni scorsi definitivamente approvato dal Parlamento, soggetto però a numerosi provvedimenti attuativi (55 miliardi di euro, che si sommano i 25 miliardi del decreto Cura Italia). Ci sono poi i miliardi che la Cassa depositi e prestiti intende investire e gli investimenti delle società partecipate dallo Stato, come Enel o Eni, Snam, Fincantieri, Leonardo o Ferrovie dello Stato.
Quindi un patrimonio enorme, che indubbiamente può rianimare la nostra economia, stremata dal lock-down e dal crollo delle aspettative, e anche fortemente accelerarla, con l’iniezione di nuove opportunità, motivazioni, entusiasmi, segnando una svolta epocale. Ma non senza sacrifici, in particolare per i più giovani, per l’ipoteca e il peso del debito che graverà sulle loro spalle. In quanto, a fronte degli straordinari benefici di cui possiamo godere subito, effetto di una politica monetaria fortemente espansiva in questa fase per noi salvifica, è evidente che una creazione di moneta di tale entità non potremo mantenerla nel tempo, senza pagarne lo scotto. Visto che se il Paese non riprende al più presto a correre, diventando più efficiente, produttivo e competitivo, il divario con i nostri partner europei aumenterà inevitabilmente. Dato che alcuni di loro hanno avuto la possibilità o sono stati in grado di reagire molto meglio di noi alla crisi. Per cui, stante la fragilità della coesione che il sodalizio europeo ha dimostrato pure in quest’ultimo Consiglio, è possibile che prima o poi ci si trovi di fronte a una dura contrapposizione sui tempi e sulle modalità di rientro dal debito che ci rimetterebbe in condizioni di debolezza. In tal caso riprenderemmo a perdere la fiducia del mercato finanziario e crescerebbe il costo del debito sovrano, il quale riflette il rischio di default. Per conseguenza il sistema economico ne risulterebbe penalizzato, con ricadute negative sull’occupazione e sulla tenuta sociale, in quanto la crisi colpirà in particolare i ceti più deboli. Pertanto, se vogliamo evitare di far pagare ai figli il prezzo dell’incapacità di crescere, dobbiamo muoverci rapidamente e compiere ora il lavoro, i sacrifici e le scelte che sono richieste. Poiché oggi è indubbiamente necessario spendere somme eccezionali, ma ciò che più conta è adattare gli ordinamenti, le istituzioni, le infrastrutture, i modelli, i comportamenti a una nuova realtà e, soprattutto, questo vale per alcuni Paesi del Nord Europa, non mettere quelli più colpiti con le spalle al muro.
Dunque, ci troviamo di fronte a un passaggio cruciale, a una sfida che dobbiamo assolutamente vincere per evitare, non solo il nostro arretramento, ma anche quello della coesione economica e sociale che il vecchio continente è riuscito faticosamente a raggiungere. Una prima tappa è stata però superata, dato che in questa assise di fine luglio dei capi di stato e di governo, pure se dopo un estenuante confronto, hanno trovato conferma i valori della cooperazione e della solidarietà e con essi i principi su cui è stata fondata l’Unione. Valori costruiti sulle macerie di due conflitti mondiali, che molti storici, tra cui Mario Silvestri, ritengono siano stati un’unica guerra civile (“La decadenza dell’Europa occidentale 1890-1946”, Mario Silvestri, 4 vol. 1977-78-79-82, Einaudi, Milano). Per ciò credo che si possa guardare al futuro con ottimismo, perché in questa difficile prova, anche chi stentava a ricordare l’insegnamento del passato e a leggere il presente, alla fine ha saputo rispondere positivamente all’emblematica domanda che il padre della macroeconomia, John Maynard Keynes (1883-1946), soleva porre ai suoi interlocutori: “Quando le situazioni cambiano, io cambio la mia opinione. Lei cosa fa, signore?”

Pierangelo Andreini
Luglio 2020