Quell’umanità immatura e impreparata che non corregge gli errori e non tutela la dignità

“.. Giungere quanto prima alla cessazione di questa lotta tremenda, la quale, ogni giorno più, apparisce inutile strage ..”, scrisse il primo agosto 1917 Benedetto XV nella lettera ai popoli belligeranti. La stessa solenne ammonizione è stata fatta, con parole analoghe, oltre un secolo dopo, domenica 27 marzo, da Papa Francesco all’Angelus: “.. è giunto il momento di abolire la guerra, di cancellarla dalla storia dell’uomo, prima che sia lei a cancellare l’uomo dalla storia .. un atto barbaro e sacrilego .. un bisogno insensato di autodistruzione .. “, “.. guerra crudele e insensata.. si scelga la pace“, ha detto poi il Pontefice il giorno di Pasqua, domenica 17 aprile, nella benedizione Urbi et Orbi. Appelli accorati e concordi che un’umanità sorda e infantile non ha voluto e non vuole sentire. Due moniti ripetuti agli estremi di un secolo, il ‘900, chiamato dallo storico Eric Hobsbawn “Il secolo breve”, nell’omonimo libro[1] , che tale tuttavia non è stato, pure volendo scandire la sua cronologia a partire dal 1914, con l’inizio del primo conflitto mondiale, come propone l’autore. Ciò, riferendo i primi 14 anni all’800, per considerare la parte successiva come un periodo omogeneo caratterizzato da un’unica, prolungata guerra, la prima del, 14-18, seguitata dalla seconda, del 39-45, poi di fatto continuata e conclusasi con la fine di quella fredda, nel ’91. Perché da allora sappiamo, e ancor più adesso, che non è stato così. I genocidi e gli eccidi ripetuti, che hanno reso il XX^ secolo una delle epoche più violente della storia, sono proseguiti, infatti, con altri conflitti cruenti. Gli storici lo chiameranno, semmai, “Il secolo lungo”. Cent’anni e più durante i quali carnefice e martire è stata l’Europa, che si è svenata con due guerre di fatto civili, fratricide e suicide, relegandosi a svolgere un ruolo di secondo piano e così rinunciando ad essere protagonista della storia e della politica mondiale. Come continua ad avvenire oggi, dato che l’Ucraina e la Russia occidentale sono parte dell’Europa. E se entro lunedì 9 maggio, “Gionata della Vittoria”, che commemora nella Federazione Russa il 77^ anniversario della resa incondizionata della Germania nazista, si dice e si spera, possa finire l’efferata operazione militare speciale e, con essa, la parte più cruenta del conflitto sul campo, ma le notizie che stanno arrivando non incoraggiano questa prospettiva, il seguito di scempi e devastazioni dal suo fatidico inizio del 24 febbraio, che potrebbero pertanto proseguire, lascerà comunque uno sfregio indelebile, segnando un arretramento della civiltà e una sconfitta di tutta l’Europa e dell’umanità intera. Un drammatico frangente nel quale l’uomo si è mostrato incapace di gestire una catastrofe umanitaria da Lui stesso provocata, segno della sua immaturità per insufficienza della sua cultura[2]. Un’invasione armata che viola i principi e i diritti fondamentali della convivenza civile, penosamente stabiliti per contrastare il flagello delle ostilità che hanno insanguinato nei secoli il mondo. Una nuova guerra distruttiva che infligge altri lutti, sofferenze e ferite, oltre quelle ancora aperte dovute alla pandemia, non sopita e pronta a riaccendersi per possibili varianti del virus. Uno scontro che sta bloccando il cammino faticosamente intrapreso verso la sostenibilità, ambientale, economica, sociale, delle istituzioni, e che mostra, nei suoi concreti effetti, la valenza e la crucialità della questione energetica, ampiamente sottovalutata e in Italia largamente irrisolta, dimenticando che senza energia il mondo si ferma.

ALZARE LO SGUARDO
Tutto ciò ci soverchia, ma dobbiamo sforzarci di superare il tumulto e lo smarrimento che genera l’orrore dell’abominio cui stiamo assistendo, alzando lo sguardo per vedere dall’alto lo svolgersi degli eventi e scorgerne la matrice: la ricerca egoistica, atavica e aggressiva di beni o vantaggi esclusivi, che prescinde dai bisogni e dai diritti degli altri, subordinandone la volontà per estrometterli da quelli che essi posseggono o detengono lecitamente. Un retaggio dal quale questo nostro mondo, immaturo e non intellettualmente vivace, che crede però nel progresso, stenta a distaccarsi, frastornato com’è da una moltitudine di conoscenze accumulate e diffuse esponenzialmente dal web. Una rete che privilegia l’attualità e la comunicazione tecnica, più che umanistica, con un’informazione la cui qualità non migliora, anzi si degrada, in un contesto dove gli stessi principi fondamentali della convivenza civile sono presi in ostaggio delle parti e oggetto di notizie reciprocamente infamanti. Un atteggiamento egoistico e perverso che alimenta iniquità, ingiustizia, diseguaglianza sociale e si manifesta in molteplici forme, rallentando, sempre e comunque, lo sviluppo. Una malattia cronica la cui cura, la diffusione e crescita del sapere, è un farmaco somministrato con il contagocce, come continuiamo a ripetere in questa rubrica. Un vizio congenito di tutte le genti, variamente radicato e distribuito, dal quale l’Italia non è purtroppo indenne. Una patologia grave di cui ha dato ampia prova, nei vari suoi scritti, Mario Silvestri (1919-1994), ingegnere, accademico e storico, con il lascito di un pensiero e insegnamento profondo, articolato e lungimirante, che offre numerose e poliedriche considerazioni per comprendere e affrontare anche questo difficile tornante della vicenda umana. Una crisi intimamente connessa con il problema dell’energia del quale era massimo esperto. Antesignano degli insegnamenti di energetica e fondatore dell’impiantistica nucleare in Italia, nel suo saggio pubblicato da Bollati Boringhieri nel 1988 “Il futuro dell’energia”, Silvestri preconizzo’, infatti, oltre trent’anni fa, molti degli effetti che si sono poi verificati per l’insipienza della politica e l’inefficacia della programmazione, evidenziando i rischi e le conseguenze della mancata diversificazione delle fonti energetiche nel Paese. Già vent’anni prima, nel 1968, aveva fatto altrettanto con un altro suo libro “Il costo della menzogna. Italia nucleare dal 45 al 68”, edito da Einaudi, nel quale, ripercorrendo la cronaca degli esordi dell’impiego civile dell’atomo, aveva stigmatizzato, tra l’altro, il danno dello scontro tra industria privata e pubblica, che ostacolava, con posizioni pregiudiziali interessate e pretesti, la nuclearizzazione del Paese. Un contrasto menzognero che si poteva risolvere razionalmente, ponendo in luce con chiarezza i termini delle questioni e vincolando ogni scelta a valutazioni oggettive e aggiornate dei parametri tecnici, gestionali, ambientali, sociali, economici a tal fine necessari. Sostenne questa tesi pure dopo la catastrofe di Chernobyl del 26 aprile 1986 e l’esito del referendum del 8-9 novembre 1987, che sancì impropriamente l’uscita del Paese dal nucleare. Avrebbe fatto altrettanto, certamente, anche dopo il successivo gravissimo incidente di Fukushima dell’11 marzo 2011.

QUEL MANCATO RICORSO AL NUCLEARE
Due disastri che non hanno impedito comunque di avere ora in funzione nel mondo oltre 440 centrali, che coprono 1/10 circa della generazione elettrica globale, mentre numerose sono quelle attualmente in costruzione, variamente distribuite, delle quali tre nello stesso Giappone. Circa un centinaio le centrali attive nell’UE, dove le 56 francesi assicurano ai nostri vicini d’oltralpe il 70% dell’elettricità. Una fonte che avvantaggia dunque la Francia, che ha continuato a investire nell’atomo, al contrario di quanto abbiamo fatto noi, che abbiamo mancato di intensificare l’impegno, vanificando così il capitale di competenze faticosamente costruito e sprecando quello finanziario ampiamente profuso negli anni ’50 e ’60. Uno sforzo che aveva portato il nostro Paese ad essere in quel periodo tra i primi per potenza nucleare installata. Una risorsa, documentava con scritti e conferenze Silvestri, dissipata in questo, come in altri settori, da una politica ignorante con programmazioni incoerenti e contraddittorie. Ne sono testimonianza i tre PEN (Piani Energetici Nazionali): il primo, varato nel ’75 per fronteggiare il blocco delle forniture di petrolio a seguito guerra del Kippur del ’73, il secondo, del 1981, e anche il terzo dell’88, oggetto questo di un capitolo specifico nel coevo saggio sopracitato sull’energia del Maestro. Non sono state da meno neppure le due successive Strategie Energetiche Nazionali, le SEN del 2013 e del 2017, pur avendone cambiato prudentemente il nome. Per tacere sull’attuale PNIEC (Piano Nazionale Integrato Energia e Clima), in costante affanno e ritardo per i mancati aggiornamenti ai nuovi target del pacchetto europeo FIT for 55, (-55% di CO2 sui valori del ’90, ecc.), e sulle altre strategie nazionali specifiche, ancora da approvare o aggiornare: per l’economia circolare, l’idrogeno, gli accumuli elettrici ed altro. Tutto ciò trova la sua nefasta sintesi nella cronica mancanza di una strategia industriale, coerente e dettagliata, mai definita compiutamente, cui il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) potrebbe dare ora, finalmente, una prima parvenza, se la sua definizione e realizzabilità non fosse gravemente ipotecata dall’incremento esponenziale che si sta determinando del costo dell’energia e delle materie prime. Provvedimenti, tutti, nei quali c’era e c’è, ovviamente, anche del buono, rimasti però largamente inapplicati per molteplici ragioni, tra cui in particolare la complessità normativa dei regolamenti e decreti attuativi. Ma soprattutto perché per alcuni aspetti erano improbabili, come improbabile era l’attuazione del programma nucleare previsto dal primo PEN del ’75 che includeva, tra le varie realizzazioni, la costruzione da 4 a 20 reattori nucleari da 1000 MW nell’arco di 10 anni. Mentre l’Enel ne prevedeva addirittura 62 entro il 2000, indicando con precisione pure dove. Ciò per assicurare una generazione annua di elettricità quasi doppia degli odierni circa 300 TWh. Quanto abbiamo alle spalle ci dice, quindi, che l’analisi approfondita e realistica delle situazioni, unitamente alla coerenza e continuità dei programmi, sono le grandi assenti nella pianificazione nazionale, per lo meno in varie loro parti. Ma lo sono purtroppo anche in quella europea, talora incerta e contraddittoria nelle sue posizioni per insufficienza delle analisi o pressioni degli stakeholders. Pure circa il nucleare, solo ora parzialmente uniformata con l’emendamento proposto dalla Commissione a inizio febbraio del Regolamento 2020/852 sulla tassonomia che inserisce tra le attività economiche considerate ambientalmente sostenibili, e come tali finanziabili, il nucleare da fissione: “Nuclear energy-related activities are low-carbon activities”.

IL MALE ENDEMICO DEL “CAPORETTISMO”
Sempre Silvestri, diventato anche un grande storico, forse ricercando nei corsi e ricorsi dell’inettitudine umana, che si rinnova con ogni generazione, un conforto per le tante nostre erronee o mancate scelte, ha individuato la matrice di questa incapacità in un difetto connaturato delle classi dirigenti che si sono succedute alla guida del Paese. Nel suo volume “Caporetto. Una battaglia un enigma”, Mondadori 1984, dove approfondisce le ragioni dell’epica disfatta subita dall’esercito italiano il 24 ottobre 1917, lo chiama “caporettismo”, ritenendolo un vizio fortemente radicato alla base delle ripetute sconfitte, non solo militari, ma anche economiche e sociali, subite prima e dopo Caporetto. Da quelle a Custoza e Lissa nella terza guerra d’indipendenza del 1866, a quella in Abissinia a Adua vent’anni dopo, a quella a Caporetto nel 1917, a quella seguita all’irresponsabile e improvvida entrata in guerra il 10 giugno del 1940. Una mancanza congenita, dice Silvestri, frutto di scarsa cultura che si manifesta nella superficialità delle analisi, nell’insufficienza del senso delle proporzioni e in una burocrazia lenta, ridondante, pavida e condizionata da cautele superflue o interessi personali. Uno sfasamento tra possibilità e traguardi, che ricerca il conseguimento di obiettivi contraddittori, che non sappiamo correggere per lo scarso investimento nel sistema dell’istruzione, di cui tolleriamo rese e ritorni inaccettabili. La disfatta di Caporetto, scrive il Maestro, si può vedere “.. sotto due angolazioni diverse: sotto quella storica o sotto l’angolazione caratteriale di un popolo ..”. Memore di questo insegnamento, il mio timore, per quanto esso possa valere, è che questa attitudine e carenza, che unitamente a Silvestri ritengo esista, ci veda in buona compagnia con l’intera Europa. Ciò per l’improvvisazione e l’ordine sparso con cui si stanno affrontando gli avvenimenti con misure di gravità estrema che ipotecano il futuro di tutti, specie dei più poveri e dei giovani. Lo dimostra il contenuto irrealistico, quanto all’energia, della risoluzione del 7 aprile scorso del Parlamento europeo che chiede alla Commissione UE di attuare un embargo completo e immediato delle importazioni russe di petrolio, carbone, combustibile nucleare e gas. E il contenuto del quinto pacchetto di sanzioni contro la Russia, deciso il giorno dopo dal Consiglio UE, che impone specifici divieti, deleteri per la Federazione Russa, ma anche per le economie più deboli. In primis quello di acquistare, importare o trasferire carbone e altri combustibili fossili solidi nell’Ue provenienti dalla Russia, a partire da agosto 2022. Inoltre, quello di accesso ai porti dell’UE di navi russe, anche se con ovvie, inevitabili deroghe per i prodotti agricoli, alimentari, farmaci e per gli altri beni energetici al momento ancora non interdetti. Nuovi divieti riguardano poi l’importazione di merci particolari, tra cui fertilizzanti, cemento, legname, e l’esportazione di prodotti sensibili: computer, semiconduttori, elettronica avanzata, macchinari e attrezzature per il trasporto ed altro. Ciò che allarma, secondo vari osservatori, è che queste misure sono state prese sull’onda dell’indignazione per i drammatici, gravissimi, ripetuti abusi e massacri, prima e dopo Bucha, senza però aver condotto un’approfondita analisi del loro effetto, per la quale peraltro non vi era il tempo. Dato che lo sdegno, da tutti condiviso, imponeva e impone giustificatamente di agire subito, ma purtroppo esso non è mai un buon consigliere.

UN DEBITO IMMANE CHE PAGHERANNO I POSTERI
Perché non sappiamo quanto le sanzioni incidano sulle decisioni politiche del Governo russo, mentre sappiamo per certo che esse ricadono pesantemente sull’economia e dobbiamo capire quanto. Visto che dobbiamo cercare di evitare in tutti i modi possibili che la produzione rallenti e determini carestie in misura tale da indurre una recessione che allarghi insopportabilmente l’area della povertà, dopo le tante sofferenze generate dalla pandemia che non cessa di mietere vittime. A tal fine dobbiamo comprendere che lo sconvolgimento emotivo che inducono gli abomini avvenuti in Ucraina contrasta inevitabilmente con l’esigenza di valutare le contromisure e le loro conseguenze con la necessaria razionalità e immediatezza. Ciò non significa sottostimare con cinismo la gravità degli avvenimenti ed essere ora, in questo caso, pacifisti, oppure nuclearisti ad ogni costo, come dicevano i detrattori di Silvestri all’indomani della catastrofe di Chernobyl. Significa anticipare il senno di poi, guardando la situazione com’è adesso, ma anche come potrà essere domani. Sempre Silvestri, parlando della guerra nel suo citato libro su Caporetto, disse che la storia insegna che il conto viene pagato poi dalle generazioni successive a quelle che hanno compiuto gli errori. Un conto di morti, sofferenze, distruzioni che grava, quindi, sulle spalle di figli e nipoti che devono ripianare il debito. Non solo umano, ma pure economico, e quello sovrano globale, dovuto principalmente al finanziamento della guerra, crescerà quest’anno del 10% circa, secondo il Sovereign Debt Index. Ed esso si aggiunge al debito precedentemente accumulato per fronteggiare la diffusione del virus, per alcuni colpa dell’uomo, mentre la guerra lo è certamente, con il risultato che dall’inizio della pandemia ad oggi è cresciuto del 40%, avvicinandosi al valore stesso del Pil mondiale. Preoccupanti aumenti registra anche il debito privato, con il risultato che il debito mondiale complessivo è pari a circa il triplo del Pil, ponendo in grave rischio la stabilità dell’intero sistema mondiale e avviando una fase recessiva, se il suo finanziamento dovesse restringersi, come avverte ripetutamente il Fondo Monetario Internazionale. Segnali allarmanti che vengono ignorati, visto che guardando la realtà delle cose dobbiamo prendere atto che l’UE è entrata in effetti in guerra, anche se per procura, come detto giustificatamente, ma non sapendo, a quanto appare, quali saranno la sua evoluzione e le sue conseguenze, come avvenne sciaguratamente per l’Italia il 10 giugno del ’40. In quanto, se è difficile fare a meno dei fertilizzanti russi e delle altre loro commodity, è di fatto impossibile sostituire il loro gas in breve termine. Dato che la produzione e distribuzione del gas richiede investimenti ingenti di lunghissimo periodo che sono assicurati e coperti da forniture vincolate contrattualmente che ne limitano la libera disponibilità sul mercato. In altre parole il gas “libero” è assai poco, sia via metanodotti, sia via metaniere, come GNL. Di qui la sensazione di un comportamento “caporettista”, visto che non governiamo gli eventi, non stimiamo quale sarà la loro durata e gli esiti, le condizioni della futura pace, le sue ricadute sul multilateralismo e sul processo di globalizzazione dei mercati di un mondo in crescita, prossimo a raggiungere gli 8 miliardi di abitanti, 10 entro metà secolo.

VERSO UNA NUOVA EUROPA
Una guerra dichiarata per ora solo economicamente, però ugualmente devastante. Perché embarghi e sanzioni sono armi di distruzione di massa, che non demoliscono le infrastrutture, ma possono annientare imprese, istituzioni finanziarie, mezzi di sussistenza, diffondere la fame e con essa prostrare le vite. Basti pensare a quel 15% di bollette di luce e gas non pagate in Italia in febbraio e all’incremento di distacchi per morosità, in gran parte dovuti al primo aumento degli importi, che non potranno che crescere. Sono provvedimenti, quindi, che infliggono un danno indiscriminato che ricade su colpevoli e innocenti e pure sulla stessa Ucraina, dato che 1/3 del gas russo passa da loro e il suo mancato passaggio, unitamente alla paralisi degli scambi, comporta molteplici effetti negativi, anche se incommensurabili, ovviamente, con quelli delle devastazioni che sta subendo il martoriato paese. Visto che, pure dovendo riconoscere che la congiuntura era in atto già prima del 24 febbraio, per la carenza degli approvvigionamenti energetici e delle materie prime, ora essa è diventata enormemente più grave, facendo esplodere l’inflazione, ridurre le aspettative di crescita e avvicinare lo spettro della recessione. A questo punto affrontarla con l’arma a doppio taglio del debito pubblico, con interventi statali a favore di famiglie e imprese che redistribuiscano il debito su tutti, facendolo pagare subito o in futuro, è l’unica via possibile. Dunque, è necessario che l’Europa ponga mano al portafoglio, incrementando la spesa pubblica oltre quanto chiede adesso l’aumento del costo della difesa e da tempo quello della riconversione energetica, stabilendo poi chi ne sosterrà l’onere. Interventi che i singoli stati non possono svolgere da soli, i quali dovranno adeguare comunque le loro politiche di bilancio, ma che devono essere attuati inevitabilmente dall’UE con un’azione di governo unitaria. Questo elevando in prospettiva a livello centrale competenze su tematiche di interesse comune e superando il principio dell’unanimità nelle materie in cui vige ancora. Ciò significa fare passi ulteriori verso un’Unione che non sia solo economica, ma anche politica, per fronteggiare con maggior forza questo difficile momento, in tal modo acquisendo pure maggiore peso su scala mondiale e capacità di incidere nello scacchiere internazionale. A tal fine occorre, quindi, che l’UE potenzi la sua governance, riformando le sue regole per supportare coesa e compatta le ricadute economiche della guerra, rimandando in particolare da subito la sospensione del patto di stabilità, emettendo debito aggiuntivo comune, come ha fatto con il finanziamento del recovery fund, e dotandosi dei poteri necessari per renderlo sostenibile e solvibile. In sintesi è indispensabile, come detto, che l’Unione realizzi un forte salto di qualità della sua forma governativa, che si doveva e si poteva fare da tempo, non si è fatto per la miopia e gli egoismi colpevoli di chi è venuto dopo i suoi fondatori, e che ora si deve fare al più presto.

LE CIFRE IN GIOCO DELL’ENERGIA
Come subito si deve analizzare approfonditamente la situazione per chiarire i termini delle questioni, in particolare di quella energetica, e attuare le scelte sulla base di valutazioni oggettive e aggiornate dei parametri necessari, specie quanto all’embargo ora e subito del carbone, del petrolio e del gas russi chiesto dal Parlamento europeo con la citata risoluzione del 7 aprile. Del primo, il divieto di importazione scatterà definitivamente in agosto. Scatta subito in quanto il suo ruolo è residuale. Secondo Eurostat (l’Ente di statistica europeo), nel 2020 la quota del carbone nel mix energetico è scesa al 10%, a fronte di oltre 1/3 nel ’90. Il carbone importato è circa 3/5 e quello russo, progressivamente cresciuto negli ultimi 10 anni, è il 46% del totale dell’importato. Circa quello da vapore, che alimenta le centrali termoelettriche, l’AIE (Agenzia Internazionale per l’Energia) stima l’interdizione in 50 Mt, pari al 70% dell’import complessivo di steam coal, e il divieto introdotto si scontra con il fatto che, per sostituire il gas, sono state riattivate e si pensa di riattivare alcune centrali da poco spente per decarbonizzare l’elettricità e rispettare il Green Deal europeo. Le centrali elettriche a carbone sono più di 300, di cui l’80% chiuse o in chiusura. Se alcune di esse saranno riaperte dovranno bruciare, pertanto, carboni provenienti dall’Indonesia, USA, Colombia, Sud Africa, Australia, Mozambico, e altro, talora di qualità molto peggiore, risolvendo, peraltro, problemi logistici e tecnici molto complessi. In ogni caso sarà necessario acquistare rapidamente altrove più carbone a prezzi maggiori, anche di 1/3, per ricostituire le scorte, cosa facile, perché il mercato è ben rifornito e flessibile. La risoluzione chiede, si è detto, anche l’embargo del petrolio, che dovrebbe seguire in tempi brevi, stabiliti dal sesto pacchetto di sanzioni, che sarà approvato e attuato verosimilmente entro il mese, dopo il ballottaggio presidenziale in Francia del 24. Sarà un altro fattore traumatico che produrrà inevitabilmente un incremento abnorme delle quotazioni, in quanto, analogamente al carbone, pure per il petrolio l’import dalla Russia è preponderante (oltre 1/4 delle importazioni). Farne a meno, dunque, è più difficile. Inoltre, sempre secondo i dati Eurostat, nel 2020 la copertura dei consumi con la produzione interna è stata pressoché nulla, poco oltre il 3%. Un grave handicap, visto che la quota di copertura del fabbisogno energetico totale dell’UE con prodotti petroliferi, pur essendo scesa, come noto, negli anni, ammonta tuttora a più di 1/3 e il petrolio resta la prima fonte di energia nell’Unione. In questo caso, quindi, la dipendenza è quasi totale e la quota e il ruolo dal petrolio russo importanti, molto di più di quanto non sia per il carbone. Quanto al metano, la dipendenza europea da quello russo, ancora per Eurostat, è stata nel 2020 pari a circa i 2/5 del consumo totale di gas dell’UE di 400 Gm33. Una quantità enorme, 155 Gm3 l’anno scorso, che è estremamente problematico sostituire nel breve termine. Dato che da tutti gli altri fornitori globali è arrivata solo un po’ più della stessa quantità, mentre la produzione interna all’UE è crollata del 60% e calerà di un ulteriore 40% in pochi anni, per l’esaurirsi dei giacimenti, come quello gigantesco olandese di Groningen, che dovrebbe chiudere entro il 2025. Rinunciare subito al gas russo è pertanto una missione ardua, al limite del possibile, perché nel mercato, come detto, di gas “libero” ce ne è assai poco, essendo la sua vendita vincolata da contratti a lunga scadenza che coprono il finanziamento delle spese di ricerca e produzione.

Provenienza delle importazioni di gas naturale dell’UE nel 2021 secondo la Comunicazione CE dell’8 marzo 2022

TRAGUARDI IMPROBABILI
La Commissione UE ritiene, invece, di poterne fare completamente a meno per la fine del decennio e ciò che fa specie è che crede di poter ridurre di 2/3 la quota importata già entro quest’anno. Il che significa contrarla di 100 Gm3 e quest’obiettivo improbabile sa di “caporettismo”. Come tale appare il piano che dovrebbe conseguirlo, il REPowerEu, che reca misure che appaiono improvvisate, pur essendo noto da tempo che i combustibili fossili bruciati in Europa coprono il 70% circa del mix energetico (il resto rinnovabili e nucleare), per oltre la metà importati e che di queste importazioni circa la metà arriva dalla Russia. Visto che in cifre, quanto al gas, tallone d’Achille che obbliga a differirne l’embargo, quei 2/5 di 400 si traducono nei 155 Gm3 detti sopra e i loro 2/3 in 100 che non si possono rimpiazzare da un giorno all’altro. Certamente non con i 15 Gm3 di GNL promessi dagli USA entro l’anno, che difficilmente arriveranno a 50 nel 2030, se non aumenterà il prezzo che pagano gli americani, attualmente di 15 €/MWh, contro i nostri più di 100. Per non pensare poi alle implicazioni ambientali di cui ci renderemo complici, viste le enormi quantità d’acqua che richiede il fracking e il grande rilascio in atmosfera del metano che se ne ricava. Per inciso osservo che la nostra virtuosità ambientale sarà meritoria sul piano culturale, ma meno avveduta su altri piani e sono curioso di sapere, inoltre, quale sarà il prezzo di vendita del GNL americano all’Europa. Senza considerare le strozzature che comporta l’attuale carenza e improvvida collocazione dei rigassificatori. In ogni caso, tolti i 15 Gm3, ne mancherebbero comunque 85 (140 al 2030), difficili da coprire con gas non russo, idrogeno verde e rinnovabili. Certamente non con il carbone, stante i poco rassicuranti messaggi diffusi in febbraio e nei giorni scorsi dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), con il secondo e il terzo volume del sesto rapporto di valutazione dei cambiamenti climatici, i quali dicono che stiamo raggiungendo il punto di non ritorno. Avvertono che occorrono azioni immediate, diversamente non ci sarà mitigazione che tenga e potremo solo adattarci al surriscaldamento, che sarà iniquo, visto che colpirà differentemente le varie zone, mentre i finanziamenti necessari dovranno per lo meno triplicare, se non sestuplicare entro il 2030. Altri effetti di nuovo ascrivibili all’irresponsabile egoismo umano, noti da tempo, per quella capacità che abbiamo di prevedere gli eventi con precisione crescente, che non esercitiamo però nei momenti più critici, come ho evidenziato nel precedente articolo (2). Conseguenze colpevolmente ignorate, come non dobbiamo ignorare, in questo difficile frangente, il convergere e sovrapporsi, in concorrenza tra loro, di spese inaudite per fronteggiare il rischio pandemico, finanziare il riarmo, provvido o improvvido che sia come deterrente per prevenire ulteriori guerre, rendere sostenibile il sistema economico nel suo complesso e vivibile il mondo. Critiche generiche, si dirà, che è doveroso circostanziare, in particolare quanto al fatto molto improbabile che si possa evitare l’importazione di 100 Gm3 di gas russo entro l’anno, cioè in 8 mesi.

UN REPOWEREU CHE RICORDA IL PEN ’75
Le misure che dovrebbero consentirlo, e realizzare l’obiettivo più generale di rendere l’Europa indipendente dai combustibili fossili russi prima del 2030, sono contenute nello specifico piano sopra accennato, elaborato dalla Commissione e denominato REPowerEu. L’insieme degli interventi si sovrappone a quelli del pacchetto sul clima Fit for 55, di per sé già molto sfidante, elevandone i target, introducendone altri e ricordando, purtroppo, da vicino i PEN italiani, di cui ho parlato in premessa, rimasti in gran parte inattuati, in quanto irrealizzabili. Questo, infatti, contenuto in una dettagliata comunicazione CE dell’8 marzo, non appare da meno. Prevede di diversificare l’approvvigionamento del gas naturale via tubo, incrementando le forniture da produttori non russi, aumentando esponenzialmente l’arrivo di quello liquefatto e la produzione di biometano. Ho già osservato come tutto ciò sia assai difficile, specie nelle entità che indico più sotto. Altri obiettivi problematici da conseguire per fare a meno, in breve termine, dei combustibili fossili russi sono la crescita verticale dell’efficienza energetica, della produzione di elettricità da fonti rinnovabili e dell’elettrificazione di edifici e industrie, cui si aggiunge l’incremento della produzione e importazione di idrogeno verde, in questo caso tuttavia non previsto per il 2022. Scommesse che si scontrano con gli ostacoli da rimuovere per adeguare nello stesso tempo impianti e infrastrutture. Lo dice il dettaglio dei numeri, oltre a diversificare l’approvvigionamento del gas, importando entro l’anno 10 Gm3 via tubo e 50 Gm3 di GNL, si devono produrre 3,5 Gm3 di biometano, con il traguardo di raggiungere 35 Gm3 annui di metano verde entro il 2030, raddoppiando l’impegno precedentemente stabilito, già molto ambizioso. Inoltre, si deve accelerare l’incremento dell’efficienza energetica e del ricorso alle fonti rinnovabili, azionando tutte le leve possibili, tra cui l’installazione di pompe di calore alimentate da fonti rinnovabili, di tetti fotovoltaici, ecc. Ciò per attuare del tutto pienamente a fine decennio il pacchetto Fit for 55 e ridurre così il consumo attuale dei fossili del 30% entro il 2030, che corrisponderebbe, di per sé, a 100 Gm3 di gas in meno. Circa le azioni immediate per diversificare l’approvvigionamento entro fine 2022, ovvero più importazioni di metano non russo (10 Gm3 via gasdotto e 50 Gm3 di GNL) e più produzione di biometano (3,5 Gm3) esse hanno il compito di aumentare la fornitura di gas non russo di 63,5 Gm3. Le altre, rinnovabili, efficienza e idrogeno, devono equivalere a 35 Gm3, portando il totale a circa 100 e realizzando in tale modo la sostituzione dei 2/3 del gas russo importato nel 2021 (155 Gm3). Si aggiunge in prospettiva la disponibilità di idrogeno, che si potrà conseguire raddoppiando la produzione annua interna da 5 a 10 Mt e importandone altrettanto, come stima il piano, che potrà sostituire, entro fine decennio, da 25 a 50 Gm3 di gas, coprendo la differenza per azzerare la dipendenza dal gas russo. È del tutto evidente che i target, specie quelli da raggiungere subito, sono estremamente impegnativi. Mentre, sul lato dell’offerta conseguire in otto mesi l’aumento delle importazioni via tubo di gas non russo nel limite di 10 Gm3 appare realistico, quello dell’importazione di 50 Gm3 di GNL lo sembra molto meno, viste le difficoltà di trasporto e le strozzature attuali del sistema di rigassificazione. A parte ciò, lo sarà solo se si realizzerà la forte crescita dell’offerta che si spera e se il resto del mondo ridurrà nel contempo il suo consumo di GNL, cosa forse possibile, ma certamente non in pochi mesi. In ogni caso è da verificare se c’è e ci sarà, si è detto, un’offerta sufficiente, la cui carenza si tradurrebbe inevitabilmente in speculazione e incremento dei prezzi. Così come è lecito dubitare che in 8 mesi si possa incrementare del 20% l’attuale produzione di biometano e intensificare la diffusione dei sistemi solari fotovoltaici sui tetti fino a produrre 15 TWh entro l’anno, che farebbe risparmiare ulteriori 2,5 Gm3 di gas, come prevede il REPowerEu. In sintesi, tra tante incertezze, ciò che rimane sicuro è che un aiuto certo al successo del piano potrà darlo il prossimo inverno, se sarà sufficientemente mite.

FERMARE IL DECLINO
Altrettanto certo è che per raggiungere obiettivi di tale entità in meno di un decennio, in questo, come in altri settori, l’UE dovrebbe avere una governance diversa, elevandone si è detto i poteri. Una struttura di efficienza pari quella che ha consentito agli USA di diventare i primi produttori al mondo di gas, anche se non si sa con quali costi ambientali gli americani abbiano raddoppiato il gettito in 15 anni, arrivando l’anno scorso a 920 Gm3, che saranno 955 entro il 2024. In tal modo superando di gran lunga la Russia, relegata a rimanere seconda con i suoi 640 Gm3. Comunque sarà, è imperativo che l’Unione conservi le sue molteplici diversità che rendono il Vecchio Continente quello di gran lunga più ricco sul piano culturale e civile. Un patrimonio male impiegato, come compromesso è stato l’avvenire dell’Europa da protagonisti del passato, allora scellerati, ora solo deboli, che non hanno saputo e non sanno difendere il suo primato per tradurre questa enorme cultura in un valore etico che pesi politicamente. L’ha documentato estesamente di nuovo Mario Silvestri nell’altra sua grande fatica, i quattro volumi che descrivono le ragioni della decadenza dell’Europa occidentale[3]. Negli oltre 40 anni trascorsi da questa sua fondamentale analisi, tuttora molto attuale, varie cose sono ovviamente cambiate, complice l’incessante crescita demografica che ha smemorizzato ulteriormente la storia dei popoli, i quali sono ancor più evoluti verso comunità plurinazionali: il Nordamerica anglosassone, l’Europa allargata all’Est, la Russia, la Cina, l’India, il mondo arabo. In tal modo la conseguente concentrazione delle volontà politiche potrebbe facilitare, quindi, la possibilità di governare il mondo, se l’ONU che dovrebbe farlo lo sapesse e potesse fare. Ma essa, come appare evidente, va riformata, perché nella sua forma attuale l’Organizzazione non è in grado di farlo. Lo farà, si spera, in un futuro, al momento però certamente non a portata di mano. Tuttavia, il processo è in corso ed è logico ritenere che i valori e le ragioni del nazionalismo non potranno che attenuarsi in favore della globalizzazione, i cui vantaggi superano ampiamente il costo che essa comporta. Pertanto, la regressione che segna ora il multilateralismo non può essere che temporanea e questa guerra solo un incidente di percorso dovuto al divaricamento tra le percezioni vissute dai responsabili politici nella loro gioventù e la realtà attuale, svelandone la drammatica ignoranza. In questo senso penso si possa dire che quella odierna sia sostanzialmente una crisi politica nella quale l’uomo non governa la forza che scatena, ma è questa forza che lo sta governando. Una forza ciclopica assicurata dall’innovazione tecnologica esponenziale dei mezzi che offre il progressivo perfezionamento degli armamenti e il continuo aumento della loro letalità: tele armi di lunga e corta gittata, supercannoni e bazooka, aerei da bombardamento, velivoli supersonici e missili ipersonici, droni, proiettili autocercanti e autocentranti, digitalizzazione,ecc. Su tutto ciò incombe lo spettro nucleare, chimico e batteriologico, dal cui apparire l’uomo però ben sa ne uscirebbe distrutto il mondo, il quale proseguirebbe comunque la sua strada, uscendo dall’antropocene per imboccare un nuovo cammino. Visto che dopo le catastrofi di Hiroshima e Nagasaki, voglio credere, l’arma nucleare può valere solo come deterrente, capace di impedire che una guerra condotta con armi convenzionali degeneri in un conflitto mondiale letale anche per i posteri. L’arma nucleare ha dunque moltissima importanza a patto che non venga mai impiegata. E ciò vale a prescindere da ogni possibile futuro accodo sulla distruzione delle testate, diceva Silvestri, dato che la conoscenza che abbiamo su come costruirle non si può distruggere. Un potere militare, oltretutto, il cui incremento è giustificato, sciaguratamente, dalla paradossale convinzione che un aumento della spesa nel settore della difesa è tutto sommato vantaggioso, poiché induce una ripresa economica e pure una crescita della formazione.

QUEL MONDO ALLE PORTE CHE INSIDIA L’UOMO
Un nonsenso che dimostra il danno crescente che genera la diversa velocità di avanzamento tra la cultura scientifico-tecnica e quella letterario-umanistica, la quale evolve più lentamente, perché non la coltiviamo. Trascinati dall’ebbrezza che genera il progresso esponenziale della tecnologia, sul quale investiamo più o meno tutto, ignoriamo che la cultura è unica, che l’alleanza tra le sue due componenti ci consente di guardare il mondo dal punto di vista dell’altro, di non considerare il prossimo come un mezzo, ma come un fine, di accrescere la capacità di ascolto, la tolleranza, di non mentire al mondo, come sta avvenendo. Così non comprendiamo il male che comporta la mancata evoluzione di principi, come quello che faceva dire ai Romani “Tutte le leggi e tutti i diritti consentono di difendersi dalla violenza con la violenza- Vim vi difendere omnes leges omniaque iura permittunt”, oggi invocato. Dunque, c’è da chiedersi, dopo i millenni trascorsi, dato che questo principio valeva a maggior ragione anche prima, a quanto sia servito il lungo succedersi di lotte armate e cruente e l’accumulo del loro insegnamento, pagato duramente sulla pelle di tanti morti e devastazioni. La risposta è che, nonostante l’opera meritoria di filosofi, letterati e giuristi, penso a Cesare Beccaria con il suo “Dei delitti e delle pene”, sono in pochi, purtroppo, a riflettere e a scrivere su questi temi, visto che arricchiscono moralmente, ma non finanziariamente, e ancor meno a leggerle. Così l’umanità ogni volta dimentica e la legge del taglione continua imperterrita ad attuare la sua opera distruttiva, come se nulla fosse stato. In tal modo la tutela della dignità intrinseca, superiore e inalienabile delle persone, che si esprime in termini di libertà, relazioni, sentimenti, solidarietà, giustizia, benessere, viene subordinata da strategie economiche di sistemi e mercati per difendere interessi politico-finanziari meramente utilitaristici. Al contrario essa dovrebbe e deve costituire il punto fermo inamovibile su cui far perno per dirimere le molteplici questioni che pone il nostro tempo, sempre più disorientante per le incognite che comporta la complessità del domani. Un futuro che chiede di dare all’etica il primato che le spetta per preservare l’uomo dai tanti rischi che si profilano all’orizzonte: automazione, robotica, nano scienze, neuro scienze, infobiogenetica, con l’alea di quella trasformativa, ecc., in un contesto dove la pervasività del digitale diffonde notizie talora false e comunque spesso distorte. La cultura letteraria, malgrado la sua evidente debolezza nel moderare l’arroganza e l’aggressività, è importante quanto l’altra che, invece, le abilità e le alimenta. In quanto testimonia la fragilità dell’uomo nelle sue dolorose vicende e i pericoli che ha corso e può correre. Guerre e rivoluzioni del passato, militari, economiche, sociali, e le minacce che prospetta l’avvenire che sanno preconizzare i grandi scrittori. Allarmi che ci hanno accompagnato da sempre, vivendone l’apprensione, ma non ricavandone appieno il costrutto. Come “Il mondo nuovo” di Aldous Huxkey, pubblicato nel 1932[4]. Un libro da leggere, per la verosimiglianza dei rischi che corriamo, sia pure molto da lontano. Un romanzo che descrive una società autocratica razzista del futuro (anno 2540), sopravvissuta a una guerra devastante, dove la gente, divisa in caste, ignora il motivo della propria situazione, tranne gli autocrati, è prodotta in serie in fabbrica con una gestazione extrauterina, vive senza vincoli familiari (“ognuno appartiene a tutti gli altri”), l’educazione è sostituta dal condizionamento e le caste sono create artificialmente, ritardando selettivamente lo sviluppo degli embrioni con una privazione modulata dell’ossigeno, in modo da influenzarne lo sviluppo fisico e intellettivo. O come “1984” di George Orwell, pubblicato nel 1949, un altro romanzo distopico che descrive un mondo del futuro dove il “grande fratello” controlla tutto, le città sono disseminate di cartelli che dicono che “La guerra è pace”, “La libertà è schiavitù”, “L’ignoranza è forza” e i media sono utilizzati per piegare la realtà e le persone a un fine superiore. In entrambi i casi il messaggio che si ricava dalla lettura questi due libri, tra loro diversi, è che per resistere alla coercizione oppressiva di una tecnocrazia autoreferenziale si deve far leva sulla cultura fatta di scienza, filosofia, letteratura, arte, diversità, religione, amore, famiglia. Concludendo mi pare di poter dire, molto semplicemente, che dobbiamo chiarirci le idee e capire che la vera difesa non si realizza con le armi, ma con l’istruzione, visto che senza il sapere non si va da nessuna parte, come senza gas, almeno per ora.

Il lettore scuserà le lunghe digressioni, ma un pensiero sul passato credo andasse fatto per capire come si è arrivati alla difficile situazione in cui ci troviamo e il massimo sforzo di intelligenza che siamo chiamati a esercitare, ognuno per quanto ci compete.

[1] Il secolo breve 1914-1991 – Eric Hobsbawm, Rizzoli, 1994
[2] Quell’insufficienza della cultura che rende il mondo fragile, insicuro e incerto – Pierangelo Andreini, La Termotecnica, n. 2/2022, pag.22-27
[3] La decadenza dell’Europa occidentale 1890-1946 – Mario Silvestri, Einaudi, 4 volumi, 1977-1981
[4] Il mondo nuovo – Aldous Huxkey, Mondadori, 1932

Pierangelo Andreini
Aprile
2022