Quell’irremovibile volontà di prevalere che impedisce la cooperazione e ostacola il progresso

Più volte ho avuto occasione di accorgermi della nozione erronea che ha in generale la gente di cosa sia effettivamente la Federazione Russa, ben prima dei tragici eventi che stanno funestando questo drammatico 2022. Una conoscenza lacunosa che solo ora, credo, si stia completando per l’incombere di una guerra alle porte dell’Europa che accende i riflettori su tale enorme parte del mondo. Una percezione approssimativa della sua entità territoriale, demografica, sociale, produttiva e dei cambiamenti subiti nei decenni passati e recenti da questo gigante geografico e nano economico, che non si deve sottovalutare, comunque, per le grandi potenzialità che esso possiede. 17 milioni di kmq, circa il 12% delle terre emerse, quasi il doppio degli USA, ma solo 144 milioni di abitanti, meno della metà degli statunitensi. Fino a pochi anni fa, nel 1991, l’estensione era ancora più grande, oltre 22 milioni di kmq, il 15% delle terre emerse, e la popolazione era prossima ai 300 milioni, pari a quella degli Stati Uniti. Pochi, tuttavia, sul totale del mondo, che all’epoca (1990) assommava già a 5,3 miliardi di umani, il 5,6%, adesso scesi a 1,8% sui quasi 8 miliardi che stiamo raggiungendo. Ben diversa la situazione un secolo fa, nel 1917, quando l’impero zarista, al suo tramonto, contava 184 milioni di anime su 1,8 miliardi, un decimo degli abitanti del pianeta, da confrontare con il cinquantesimo attuale. Ciò ha significato una quota del pil mondiale in costante diminuzione, ulteriormente penalizzato, a partire dal 1991, anno dello scioglimento dell’Unione delle 15 repubbliche facenti parte dell’URSS, dal passaggio da economia a pianificazione centralizzata a economia di mercato, che ha segnato il calo della produttività economica e del benessere della popolazione.
Dunque un pil in progressivo arretramento, ancor più ora, per via della guerra in atto, che secondo varie stime (Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale ed altri), è stato l’anno scorso, a valori correnti, tra i 1.400 e 1.500 miliardi di $, meno di quello italiano e un decimo di quello europeo. Questo perché l’UE, pur essendo con i suoi 4,4 milioni di kmq un quarto della Federazione Russa, è il triplo in termini di abitanti, 450 milioni, ma è anche assai più produttiva, con un pil nominale che ha superato i 15.000 miliardi di $. Per non parlare degli USA, che con il loro 4% della popolazione mondiale (un venticinquesimo) sommano un quarto del pil globale. Nell’immaginario collettivo, nostro e dei russi, permane però il ricordo della passata grandezza imperiale, che è parte delle ragioni del conflitto in corso. Una visione datata e irreale, effetto della carente abitudine di consultare i dati che affligge il nostro tempo, nonostante essi ci invadano e siano disponibili molto più facilmente di prima. Un difetto che alimenta l’infodemia, la patologia dilagante che l’Organizzazione Mondiale della Sanità assimila a una pandemia da curare, che si manifesta nella crescita e diffusione di informazioni scarsamente vagliate o basate su voci intenzionalmente scorrette e ingannevoli.

L’ARMA IMPROPRIA DELLA FALSITÀ
Fake news che disorientano l’opinione pubblica con parole e contenuti fuorvianti, che allontanano il vero e impediscono di assumere le decisioni più appropriate. Armi distruttive, non meno di quelle convenzionali, che non sono una novità, visto che l’uomo le ha sempre utilizzate e che continua a usarle, senza vergognarsene. Per cui definire ibrida la guerra in corso dice una cosa nota. Significa prendere atto, sostanzialmente, non tanto dell’accresciuta capacità offensiva e difensiva delle strategie e operazioni militari, abilitate da tecnologie sofisticate, tra cui attacchi cibernetici che paralizzano apparati e sistemi ormai profondamente digitalizzati, quanto della possibilità impiegata da sempre di influenzare e condizionare i comportamenti, adesso in misura molto più costrittiva. Ciò con mezzi immateriali di vario genere, legali, quindi sanzioni e interdizioni degli scambi, ma soprattutto con la propaganda, tramite campagne d’informazione artatamente distorte che traducono in regresso l’avanzamento esponenziale delle conoscenze tecniche e vanificano, per lo meno in parte, per eccessivo egoismo il crescente benessere che queste possono assicurare. Falsità, cresciute altrettanto esponenzialmente, che ammorbano questo inizio del nuovo millennio, che la parabola discendente degli intellettuali, variamente vituperati e affetti da stanchezza democratica, non sa contrastare. Una china da risalire, valorizzando il loro ruolo, per impedire l’arretramento della civiltà che mostrano le efferatezze di cui l’umanità sta dando nuovamente prova. Come? Guardando le cose attentamente e impiegando quella capacità del prevedere che abbiamo saputo sviluppare, di cui ho parlato più volte in questo portale (1). Ciò per valutare i fatti nel loro significato, consistenza e portata, essendo in ogni caso consapevoli che è un esercizio difficile. Dato che nella realtà i sistemi sociali, come quelli economici, biologici e fisici, sono caratterizzati da un numero molto elevato di variabili causali, le quali non sono del tutto note o si omette di considerare, in quanto ritenute secondarie o ininfluenti. Quindi la loro evoluzione è sempre la risultante di più cause, mentre la tipologia e il modo con cui esse si connettono o sconnettono determina il risultato. Trascurarle e iscrivere forzatamente gli eventi in meccanismi semplificati di causa ed effetto genera pertanto contesti insicuri, aleatori, inquietanti e alimenta il verificarsi di situazioni e circostanze potenzialmente insidiose, insincere, sovente drammatiche, come sono tutti i conflitti, ora l’invasione armata dell’Ucraina, l’aggressione del SARS-CoV-2, il surriscaldamento della Terra, che manifestano la durezza della molteplice crisi che stiamo attraversando.

IL DIFFICILE ESERCIZIO DEL PREVEDERE
Prevedere le conseguenze dell’azione della gente non è dunque un compito semplice e scontato, tuttavia è difficile sostenere che il cambiamento epocale, che sta travolgendo straordinariamente il mondo, non fosse e non sia in qualche misura immaginabile, per lo meno nel breve e medio termine. Questo per stimarne gli effetti con approssimazione sufficiente a mantenere lo sviluppo nel solco del progresso civile e della sostenibilità, governando l’ecosistema in modo consapevole e responsabile. Una sfida e un obiettivo da cui l’umanità non deve deflettere, come purtroppo sta facendo in tante forme. A partire dall’infodemia, di cui si è detto e di cui è la responsabile certa, come lo è del conflitto in atto, passando per la pandemia, di cui è per alcuni altrettanto responsabile, per arrivare alla crescente iniquità che affligge il pianeta. Conseguenze di fenomeni complessi e complicati, biologici, tecnologici, economici, sociali, politici, e come tali certamente difficili da analizzare e stabilire. Complessi per lo sterminato numero di interazioni, intime e capillari, che li caratterizzano, complicati per le difficoltà di comprenderne compiutamente il funzionamento. Se queste ultime in teoria si possono in vari casi superare, arrivando alla fine a identificare i meccanismi con accuratezza, a patto di investire nella loro ricerca le risorse necessarie, l’insieme delle interazioni è assai meno facilmente determinabile nei suoi effetti, i cui esiti si possono apprezzare, in genere, solo adottando un approccio riduzionista che sacrifica quelli secondari. Un prezzo alto da pagare, dato che le interazioni tra i componenti dei sistemi sono organizzate in modo non banale e danno luogo a risultati che non possono essere previsti compiutamente nella loro entità e caratteristiche a partire dalla conoscenza delle parti costitutive. Poiché fisica, chimica, biologia e le scienze in generale sono discipline le cui applicazioni non dialogano ancora sufficientemente e la carenza di comunicazione e confronto rallenta la creazione dei nessi indispensabili per apprezzare i fenomeni con necessaria e crescente precisione. L’obiettivo quindi è individuato, ma il mezzo per raggiungerlo è ancora rudimentale e il suo perfezionamento richiede di potenziare approcci interdisciplinari che siano sostenuti da una comunicazione scientifica, chiara e inequivocabile, per comprendere collegamenti e feedback ed eliminare il rischio di applicazioni e interpretazioni controproducenti o di parte. Un’alternativa che bypassa queste difficoltà, ma ne introduce altre, la offre la teoria dei giochi, intesa come scienza delle decisioni logiche e parte delle scienze economiche e sociali, di cui si parla molto in questi tempi. Figlia della geometria combinatoria, del cui studio Angelo Luciano Andreini (1857-1935), matematico e geografo, è stato antesignano in Italia, essa si propone di individuare equilibri e soluzioni nella interazioni strategiche tra più soggetti (individui, imprese, stati) e offre modelli e teoremi utili per analizzare anche quanto sta succedendo in questo difficile frangente e indirizzare in tal modo le scelte. Per trovare tali equilibri occorre definire però prima quali sono gli attori determinanti di cui si vogliono prevedere le mosse e conoscere le strategie a loro disposizione. Schematizzazioni e modelli troppo complessi non consentono di capire e di decidere. È necessario pertanto che le mosse possibili e gli attori individuati siano pochi. Due, come nel caso dell’aggressione in atto, tuttavia abbiamo ben capito che lo schema e la realtà dei conflitti non è, e non è mai stata, così semplice. Oltretutto basta la minima possibilità, poco probabile, di un evento inatteso, per alterare drasticamente i pronostici.

QUEL SALTO QUANTICO CHE LEGGERÀ IL DOMANI
E tra questi eventi improbabili, ma sconvolgenti, vi è quello estremo di un’escalation, anche non volontaria, del confronto, legata al fatto che, secondo le stime del Bulletin of the Atomic Scientist, solo il 90 % delle testate nucleari al mondo è in possesso degli USA e della Federazione Russa. Circa 6.000 testate nucleari a testa, qualche centinaio in più per i russi, di cui oltre 1500 pronte all’uso. E le altre? Pure dando per scontato che vengano rispettati i trattati che vietano di vendere o cedere armamenti nucleari, chimici, biologici e convenzionali, come mine antiuomo, o bombe a grappolo, questo vale per chi li ha sottoscritti. E quello dell’ONU del 2013, che proibisce il trasferimento di armi convenzionali, se usate per violare i diritti umani o commettere crimini contro l’umanità, cinque anni dopo era sottoscritto solo dalla metà dei paesi del mondo e, in ogni caso, il suo rispetto non è facile da accertare, stante la numerosità degli anelli della catena che unisce venditori e compratori. C’è da dire, tuttavia, che il tempo gioca a favore, in questo come in altri settori. Digitalizzazione e tracciamento, tra cui quello che assicurano le varie forme di blockchain, restringono le zone di penombra e l’insicurezza in generale delle situazioni non potrà, si spera, che diminuire (1). Induce a crederlo la crescita esponenziale del sapere tecnico, sopra accennata, che raddoppia ormai nel tempo di una generazione, e si traduce nell’innovazione continua di apparati, modelli interpretativi e previsionali, strumenti, specie di calcolo. Tra essi il computer quantico, la cui capacità è elevatissima e potrà eseguire in prospettiva calcoli complessi in manciate di secondi per fare i quali i computer tradizionali richiederebbero anni, fino alle migliaia. Il salto è legato al passaggio, nella miniaturizzazione estrema della materia che supporta l’unità più piccola e fondamentale di memoria, il bit, al qubit, sfruttando il comportamento quantico delle particelle atomiche e subatomiche. Questo consente di infrangere il limite della logica binaria per cui il bit può assumere solo due valori, 0 e 1, perché il qubit (quantum bit), unità di base dell’informazione quantistica, può utilizzare proprietà, non osservabili su scala macroscopica, come la sovrapponibilità, l’interferenza, l’entanglement, l’indeterminazione, che sono codificate dallo stato quantico in cui si trovano le particelle e possono assumere un numero virtualmente infinito di valori corrispondenti a tali stati particolari. Tra di essi, per esempio, la componente dello stato dello spin singolo in una determinata direzione che ha due valori e può codificare informazioni binarie. Anche se al momento la manipolazione controllata al livello di atomi e particelle, la loro comunicazione reciproca e la stesura dei protocolli necessari sono traguardi ancora lontani, e siamo quindi agli inizi, non c’è dubbio che ci troviamo di fronte alla possibilità di moltiplicare enormemente la capacità computazionale e che, prima o poi, queste prestazioni consentiranno di individuare la soluzione migliore dei problemi, tenendo conto di un numero crescente di fattori, impiegando contemporaneamente diversi algoritmi.

DISPARITÀ ECONOMICHE E DIVERGENZE CULTURALI
Ciò detto, non occorre impiegare, comunque, i mezzi di cui sopra e arrivare molto in là nel tempo per capire dove stiamo andando. Semplici previsioni consentono di ritenere, infatti, che nel 2030 i così detti paesi dell’occidente: Europa, USA, Canada, Australia e Nuova Zelanda, come li ha definiti nel 1996 il politologo statunitense Samuel Huntington nel suo libro “Lo scontro delle civiltà” (2), produrranno poco più di 1/3 del pil mondiale. In tal modo scendendo dagli oltre 2/3 di metà ‘900, gradualmente raggiunti in circa cent’anni di industrializzazione a partire dalla metà del secolo precedente, e tornando al valore iniziale, quando, come adesso, il resto del mondo generava circa i 2/3 del pil. Pertanto quel decimo dell’umanità, che costituisce oggi l’Occidente, sin qui altamente produttivo, che a metà ‘800 era però il doppio, due decimi, appare avviato su un percorso che vedrà l’esaurirsi del primato economico assicuratogli dalla rivoluzione industriale, allineandosi nel tempo con gli altri paesi, la cui popolazione, tra l’altro, cresce vistosamente. Basti pensare all’Africa, passata da 110 a 220 milioni di abitanti, tra il 1850 e il 1950, agli odierni circa 1.400 e agli stimati 2.300 nel 2050, con il risultato che in due secoli il continente nero, il quale con i suoi circa 30 milioni di kmq costituisce 1/5 delle terre emerse, avrà moltiplicato per venti le persone e ospiterà, in proporzione, oltre 1/5 degli umani, che saranno presumibilmente dieci miliardi. E poiché, tornando a Huntington, per capire le ragioni dei conflitti bisogna partire, più che dalle disparità economiche, che potranno come detto attenuarsi, dalle divergenze culturali, che secondo Lui sono il motivo principale di scontro, l’Occidente potrà perdere il suo predominio, se perso quello sul pil non sarà in grado di mantenere quello sulla conoscenza, non solo tecnica, ma anche umanistica, comprendendo la natura, per certi versi inconciliabile, delle civiltà che le hanno elaborate, per Huntington: Occidentale, Latinoamericana, Africana, Islamica, Sinica, Indù, Ortodossa, Giapponese. Dunque, seguendo questa tesi, il corso della storia sarà determinato dalla capacità che avranno le culture di prevalere le une sulle altre sulla spinta dell’azione cruciale delle elite e delle singole personalità, che via via esse sapranno esprimere, politica e soprattutto intellettuale. Questo facendo leva sull’identità e i nazionalismi dei popoli e sul possibile, differente approccio con cui affrontare le questioni che pone il nostro tempo e ostacolano il cammino: ambientale, sanitaria, sociale. Tutto ciò in un contesto globalizzato, enormemente più complesso rispetto a quello sostanzialmente agricolo di due secoli fa, quando l’orso russo stava diventando un gigante, mentre il modesto consumo di energia e materie prime dell’umanità, che nel 1850 era meno di un sesto dell’attuale, era lontano dal porre il problema della sostenibilità dello sviluppo.
Ora tutto è cambiato con accelerazione crescente, specie negli ultimi due decenni che hanno segnato un significativo regresso dei sistemi economici e sociali, i quali hanno subito profonde trasformazioni, in parte certamente negative. Consumi sfrenati, produzioni irresponsabili e distorte che non traguardano e tutelano l’interesse della comunità, generando uno sfruttamento intollerabile delle risorse naturali le cui conseguenze su ambiente, salute, disparità e benessere sono del tutto evidenti. Ne è un esempio il settore degli armamenti, la cui la spesa è raddoppiata nel periodo, secondo il SIPRI (Stockholm International Peace Research Insitute), ed è arrivata a costituire il 2,2% circa del pil mondiale, per supportare conflitti armati che alla fine sono risultati e risultano privi di senso, per lo meno quelli recenti, ad eccezione dell’involontario incremento dell’innovazione tecnologica che essi generano come sottoprodotto.

UN MODELLO DA CAMBIARE
Un trend che mostra l’inadeguatezza dell’attuale modello di sviluppo, che il progressivo distacco tra economia reale e finanziaria e il predominio della seconda sulla prima ha ulteriormente aggravato. Essa si esprime nell’aumento delle diseguaglianze di reddito, di ricchezza, di welfare, alimentata da quella della sperequazione nella utilizzazione e distribuzione delle risorse, delle opportunità, dei risultati, non solo economici, ma pure in termini di istruzione e conoscenza, quindi di avanzamento della civiltà. Perché, di fatto, le fasce di povertà e ignoranza si sono estese, anziché ridursi, e hanno reso fragili e vulnerabili popolazioni che prima lo erano assai meno, alterando l’equilibrio geopolitico e acuendo il senso di incertezza, specie delle nuove generazioni. In sintesi, facendoci compiere passi indietro. Un modello, pertanto, che si mostra insostenibile sul piano economico e sociale, oltre che ambientale, ma pure quanto alle istituzioni che lo governano, che hanno dato ripetuta prova di essere incapaci di comporre e ridurre le fratture sociali e le insicurezze individuali che si sono verificate come effetti collaterali. Sin dagli esordi, quando il 28 giugno 1919 venne fondata la Società delle Nazioni con la firma del trattato di pace a Versailles, per arrivare ai tempi nostri. I vent’anni che abbiamo alle spalle hanno fatto emergere, infatti, con chiarezza, se ancora vi erano dei dubbi, i limiti di natura politica e organizzativa e con essi l’incapacità o la difficoltà di istituzioni politiche, economiche e finanziarie, nazionali e sovranazionali, di impedire, regolare e porre rimedio a comportamenti predatori di privati, imprese e, talora, anche di sistemi paese nei confronti di risorse e beni collettivi, ivi compreso l’abuso nell’impiego dell’uomo. Lo attesta il 5% di bambini e adolescenti tra i 5 e i 17 anni che ancor oggi (2020) svolge nel mondo un lavoro considerato pericoloso, specie in Asia, Africa e America Latina (dati Unicef e OIL – Organizzazione Internazionale del Lavoro). Questo ha determinato una crescente sfiducia nell’operato delle istituzioni e nella validità e efficacia della loro azione per migliorare la qualità della vita in un contesto di convivenza civile. La disaffezione delle persone, espressa dalla mancata o ridotta partecipazione ai processi decisionali, tra cui l’astensione dal voto, ha diminuito così la forza del binomio capitalismo-democrazia, per l’indebolirsi della seconda, la quale si mostra impedita nell’introdurre nuove modalità che rendano i sistemi più trasparenti, responsabili, inclusivi e generino contesti e opportunità più favorevoli per richiamare la partecipazione individuale e collettiva alla gestione del bene comune e promuovere una migliore convivenza.
Ciò appare in contrasto, ovviamente, con misure interdittive dei commerci adottate per isolare paesi aggressori, adesso la Federazione Russa, che hanno l’effetto certo di indebolire le istituzioni e le infrastrutture economiche e finanziarie del multilateralismo e della globalizzazione. Ho già avuto occasione di dire nell’editoriale aprile (3) che sono armi di distruzione di massa, al pari delle altre, tuttavia molto imprecise, perché indiscriminate, in quanto colpiscono tutto e tutti, per le retroazioni e ritorsioni che hanno e generano. Come nel caso odierno del blocco del grano, delle altre derrate alimentari e dei fertilizzanti nei porti dell’Ucraina, circa il quale si rimbalzano motivi e responsabilità, che rischia di essere devastante per l’impatto che determina sulla crescita della malnutrizione, pure solo per l’innalzamento esponenziale dei prezzi. Quindi sul numero già alto dei decessi per fame dovuti alle carestie legate al cambiamento climatico e ai conflitti regionali, che minano i mezzi di sussistenza, per non parlare dei morti legati alla pandemia.

L’ARMA A DOPPIO TAGLIO DELLE SANZIONI
Le sanzioni dovrebbero indebolire l’aggressore e dare nel contempo la possibilità di approntare difese migliori per contrastarlo e per sostenere una guerra prolungata, senza detrimento per chi le applica. Tuttavia così non è, visto che nella realtà, in misura maggiore o minore, frenano e danneggiano il progresso economico e civile del mondo intero nel suo insieme sempre più globalizzato e connesso. Questo non significa negare l’assoluta necessità di porre fine alle morti e distruzioni che genera la tragedia che vive ora la martoriata Ucraina, inaccettabile e ingiustificabile da qualunque parte la si consideri, fermando l’invasione russa e arrivando il prima possibile a un armistizio. Non significa essere pacifisti ad ogni costo, mentre gli altri soffrono. Significa sapere e riconoscere, altrettanto assolutamente, a parere di chi scrive, che non si devono oltrepassare i limiti, trasformando il conflitto in una guerra tra civiltà, valori e regimi politici. Che è un errore viverla come una crociata tra le democrazie, che rappresentano una minoranza del mondo, e i paesi retti da sistemi da esse differenti contrapponendo valori diversi con la violenza. Che si devono guardare le cose dall’alto e capire che la strada da percorrere deve e può essere solo quella del dialogo, della conoscenza e della comprensione reciproca. Che è controproducente per l’Occidente cercare di raccogliere l’appoggio internazionale per isolare il resto del mondo, che non la pensa nello stesso modo ed è la stragrande maggioranza, in assenza di una politica internazionale, forte e solidale, di emancipazione e sostegno della crescita dei più deboli e di un’intesa in tal senso che le istituzioni non sanno promuovere adeguatamente. Dato che il rischio è che avvenga il contrario. Visto che sono le istituzioni, non gli armamenti, i mezzi primari che si devono approntare per contrastare le guerre e dirimere le contese, su cui investire per innovarle, potenziarle e riformare in tale modo consensualmente la governance economica dell’ordine globale. Ciò conservando i vantaggi dati dalla globalizzazione ai paesi emergenti, ma eliminando gli iniqui profitti che essa comporta per quelli sviluppati. Allo scopo concordando e condividendo, come detto, nuove regole di governo internazionale che incrementino il benessere generale dell’uomo e dell’ambiente e tutelino la concordia tra i popoli. Tutto ciò deve essere un imperativo. Perché è inaccettabile che in questo esordio del XXI secolo l’umanità mostri l’inconsistenza del suo progresso civile in misura così drammaticamente evidente, che la cooperazione non prevalga sempre sui conflitti, come di norma deve essere e alla fine succede, comunque originati, di fatto sostenuti sostanzialmente da ragioni economiche e commerciali, risolvibili rinunciando a prerogative e benefici considerati ingiusti. Pertanto bisogna agevolarla potenziando gli organismi e le regole per supportare un quadro rinnovato di relazioni internazionali che guidi e indirizzi l’economia globale del futuro in un contesto di governo cooperativo e non di disaccoppiamento e confronto strategico. Tanto di più se questo disaccoppiamento si propone di raggiungere traguardi improbabili, come nel caso dell’energia prevede il REPowerEu, il piano energetico europeo di cui ho parlato nel citato editoriale di aprile (3), che mira a azzerare l’importazione di combustibili fossili dalla Federazione Russa entro fine decennio. Dato che la domanda da porsi è se al termine del piano, la Russia sarà ancora un nemico. È questo il fatto che dobbiamo assolutamente evitare, la vera priorità, non quella di raggiungere entro il 2030 un’impossibile, anacronistica autarchia. Visto che il domani da costruire non è quello di blocchi contrapposti, i quali non possono che generare scarsità, minor benessere e porre, dunque, le premesse di nuovi conflitti.

UN APPELLO INASCOLTATO
Purtroppo, però, al momento non è lecito ben sperare. In quanto, malgrado l’emergenza sanitaria abbia mostrato la convenienza e la necessità di una stretta convergenza e collaborazione, la cooperazione si è bruscamente ridotta e la competizione improvvidamente rafforzata. Peraltro, richiamando ciò che si è detto in premessa, e tornando alle previsioni di breve termine, questo esito, a ben vedere, era prevedibile. Perché è relativamente facile immaginare il domani sulla scorta del passato più recente, visto che la grande disponibilità di dati consente di apprezzare le tendenze con precisione crescente. I vent’anni che abbiamo alle spalle dall’inizio del secolo, gli otto, da qui al 2030, o i 28, al 2050, sono pochi. A fine secolo i giochi erano già fatti, come lo sono ora, gli esiti difficili da correggere per l’inerzia dei sistemi e la loro previsione agevole. Dico ciò, ovviamente, con beneficio di inventario, dato che gli eventi improvvisi che si sono susseguiti negli ultimi 14 anni mostrano il contrario: l’imprevista crisi economico-finanziaria del 2008, l’andamento anomalo del global warming e della polarizzazione della ricchezza con i loro inusitati effetti, l’esplodere della pandemia, lo scoppio di guerre locali e quello dell’attuale conflitto in Ucraina. In ogni caso, se non erano attesi quando si sono verificati, si potevano, come detto, presumere. Non per l’intervento dell’improbabile, il cigno nero che muta ogni previsione che teorizza la legge di Murphy nelle sue varie formulazioni (4), ma in quanto è ragionevole pensare che, se non sarà negoziato e guidato, il passaggio dal lungo periodo di dominazione economica occidentale a una fase nella quale, per molti analisti, subentrerà il prevalere di quella asiatica sarà traumatico. Come lo è stato il secolo breve, quel ‘900 iniziato tardi, nel ’14, con lo scoppio della prima guerra mondiale, che in realtà dovremmo chiamare il secolo lungo, come ho scritto in aprile (3). Perché, dopo la seconda, terminata nel ’45 e quella fredda, proseguita fino al 1989 con la caduta del muro di Berlino, non si è concluso, evidentemente, nel 1991 con il dissolvimento dell’URSS, sancendo di fatto il termine di un’unica guerra prolungata e il succedere all’Europa della supremazia statunitense. Ma è stato ulteriormente scandito da una serie continuata di conflitti militari e civili, ancora adesso, dal 24 febbraio, con l’invasione dell’Ucraina. Un lungo periodo, dunque, durante il quale i principali attori del mondo, il vecchio e il nuovo continente, cui si è aggiunto nel tempo quello asiatico, hanno continuato a ignorare pervicacemente l’appello rivolto sin dal suo principio da Papa Benedetto XV. Quando nella lettera ai capi dei popoli belligeranti del 1 agosto 1917 richiamò la necessità di una “perfetta imparzialità verso tutti i belligeranti” , di “una pace giusta e duratura … dignitosa per tutti“, di un mondo civile che non doveva ridursi “a un campo di morte“, di un Europa travolta da una follia universale che non doveva correre incontro “ad un vero e proprio suicidio“, che “sottentri alla forza materiale delle armi quella morale del diritto”, di cessare la lotta tremenda che “ogni giorno di più apparisce inutile strage” ed evidenziò con forza la “gravissima responsabilità … (dei governanti di procurare, ndr) … la felicità dei popoli“. Un messaggio inascoltato, come continua ad esserlo quello analogo di Papa Francesco. Il che non deve sorprendere, dato che per Voltaire (Francois-Marie Arouet, 1694-1778) “Il Papa è un idolo a cui si legano le mani e si baciano i piedi“; “Nella guerra gli uomini danno il peggio di sé“; “L’intolleranza ha coperto la terra di massacri“.

IL COSTO DI UNA CRESCITA SENZA GUIDA
E se anche questi ultimi, purtroppo, ci sono sempre stati, ciò che deve comunque ulteriormente preoccupare, a prescindere dall’escalation del conflitto, è l’incombere del collasso dell’ecosistema nel suo complesso. Cambiamenti climatici e surriscaldamento del pianeta, perdita di specie, inquinamento di fiumi e oceani, degrado dei suoli, esaurimento delle risorse, emergenze sanitarie abbinate a rischi di spill over, aumento dell’iniquità tra gli uomini e da parte dell’uomo nei confronti della natura, che ha progressivamente espropriata degli spazi e prerogative che prima possedeva, e altro. Lo dicono i numeri, visto quanto sostiene Sir David Attenborough nel suo saggio del febbraio 2021 “The Economics of Biodiversity” (5), secondo il quale gli umani e il bestiame che essi allevano costituiscono il 96% della massa di tutti i mammiferi del pianeta, mentre il 70% degli uccelli è pollame. C’è una questione prioritaria di fondo, quindi, che stiamo trascurando, mentre disperdiamo le energie nel combattere questa ennesima irresponsabile guerra, che travalica il suo drammatico, nefasto effetto. Il non comprendere la conseguenza ancor più nefasta dello sradicamento dell’uomo dalla natura che genera lo sviluppo indiscriminato della tecnologia e con esso un’espansione economica non governata da una contemporanea, corrispondente crescita culturale. Non del sapere tecnico, visto che le conoscenze scientifiche, si è detto, aumentano esponenzialmente, ma di quello umanistico, che avanza molto più lentamente. Procediamo così senza una guida, passando da un’emergenza all’altra, assorbiti e impegnati dalla necessità di soddisfare l’istanza di benessere di otto miliardi di persone, che saranno dieci a metà secolo. Peraltro malamente, in quanto vasti strati della popolazione e zone del mondo sono prive di welfare, fino all’assenza stessa dei mezzi di sussistenza, e stiamo travalicando i limiti della sostenibilità, lottando tra di noi sul crinale di un cammino che rischia di condurci verso l’assurdo di una società distopica. Mentre il nemico è un altro, la battaglia da vincere è comune e chiede una grande alleanza per porre le basi che assicurino uno sviluppo, equo, inclusivo, sostenibile e faccia star bene noi e il pianeta. A tal fine abbiamo bisogno di più ricerca, innovazione e cultura per nutrire la nostra ingegnosità che ha dimostrato di saper scavalcare ostacoli fisici, apparentemente insuperabili, incrementando progressivamente la produttività dei materiali che potrà diventare totale, minimizzando gli scarti e salvaguardando l’ambiente, nella prospettiva di un’economia pienamente circolare. Questo impegno ha consentito di ridurre le emissioni di carbonio del pil globale di un terzo negli ultimi cinquant’anni, aumentando l’efficienza di sistemi e apparati sempre più ingegnerizzati e contenendo in questo modo il cambiamento climatico, che sarebbe stato più accentuato. Tuttavia il disaccoppiamento tra consumi energetici e produzione non basta. Perché non dobbiamo stabilizzare solo il clima, azzerando le emissioni di gas sera per unità di pil, arrestare così il surriscaldamento e fronteggiare pure il possibile verificarsi di altre emergenze, come quelle sanitarie, che siano dietro l’angolo. È altrettanto prioritario fermare la crescita dell’iniquità sociale e ripristinare l’equilibrio e la concordia tra la gente.

DUE SISTEMI A CONFRONTO
A questo punto credo che si possa e si debba estremizzare e dire che la crisi che stiamo attraversando mostra l’assoluta necessità e afferma che è arrivato il momento che il sapere travalichi le cerchie ristrette che lo producono e lo sfruttano a proprio vantaggio e si traduca in una crescita del benessere per tutti, non solo materiale, ma anche civile, affrontando e risolvendo i problemi comuni. In tale scenario operano le diverse culture e ciascuna di loro vede vittoriose o perdenti la rispettiva natura, capacità, potenzialità e scelte. Di qui il bisogno di approfondirne la conoscenza richiamato da Huntington. Specie dei due principali protagonisti, Stati Uniti e Cina, che hanno visioni differenti del modo con cui far star bene i propri cittadini e aiutare il resto del mondo. Essi sono del tutto confrontabili come estensione territoriale (9.834.000 e 9.596.000 kmq, rispettivamente), ma nel rapporto 1 a 4 come popolazione (330 milioni gli statunitensi, 1.444 i cinesi). Una grande differenza sta, ovviamente, anche nel regime di governo, democratico il primo, sostanzialmente autoritario il secondo, visto che il monopolio del potere è detenuto in Cina da un partito unico, pure se la gestione del sistema economico segue di fatto i principi del capitalismo. Inoltre l’economia cinese oltrepassa ampiamente l’ambito interno, dato che numerosi paesi dipendono ormai più o meno completamente dagli scambi con la Cina. In tal modo i pil sono vicini, con quello sinico che sorpasserà presumibilmente quello americano entro il 2030, se non prima, e la previsione che entro metà secolo l’economia cinese diventi il doppio di quella degli USA. C’è da dire, poi, che la Cina ha assunto e assume, come attualmente, posizioni su temi geopolitici spesso in contrasto con quelle americane, aumentando e non riducendo la tensione tra i due blocchi. La Cina, pertanto, va per la sua strada, con presa crescente nell’area asiatica e africana, scarsamente contrastata dall’immagine di democrazia e benessere che accreditano i valori che perseguono gli Stati Uniti, retti da un governo democratico che difende diritti umani e libertà. Ciò, infatti, non appare più sufficiente, in quanto l’evoluzione negli USA di questi valori sembra declinare: nella difesa mondiale del clima, nel contrasto della pandemia, nel controllo delle armi, nel favorire la pace nel mondo e altro. L’America presenta così agli altri paesi un quadro disorientante, la sua egemonia, ormai quasi secolare, rischia di indebolirsi e diventa contendibile. Lo dimostrano le numerose astensioni nelle recenti votazioni in ambito ONU di Paesi importanti come l’India, il Messico, l’Arabia Saudita, l’Iran e il principale contendente che è, appunto, la Cina. Dall’Asia, senza ombra di dubbio scaturisce la vera sfida politica, tecnologica, economica e militare principale per gli Stati Uniti, sempre più impegnati nel confronto nell’area del Pacifico. Per vincerla devono proporre iniziative che favoriscano il miglioramento delle condizioni di vita in tutto il mondo, a partire dalla riduzione della disparità di reddito e di concentrazione della ricchezza, che è elevata anche in Cina, ma il governo cinese intende ridurla e si occupa attentamente del benessere della sua gente. Quindi gli USA devono impegnarsi maggiormente nello sforzo di conservare il loro predominio sul piano sociale e culturale.

LA DEBOLEZZA DELL’EUROPA
E l’Europa? Il vecchio continente è afflitto da un deficit di sovranità che risente della sua storia, dei diversi condizionamenti che gravano sulle nazioni che lo compongono e si esprime in un regime intergovernativo bloccato nelle decisioni di fondo dall’unanimità necessaria tra gli stati membri. Nei suoi 72 anni di vita, dal 9 maggio del 1950, considerata la data di nascita dell’Unione, l’UE è cresciuta, infatti, notevolmente sul piano territoriale ed economico, poco però su quello politico e amministrativo. Perché gli Stati non hanno voluto rinunciare a gran parte della loro autonomia, accettando di modificare i trattati in modo da eliminare, o ridurre a casi estremi, il voto all’unanimità per rendere i processi decisionali più rapidi ed efficienti. Ciò la rende un interlocutore poco coeso e quindi debole nel dialogo tra i grandi del mondo, anche se propugnatore di un paradigma avanzato di sviluppo equo, sostenibile e dialogante. Ne deriva che l’UE è un gigante in termine di pil, al pari della Cina, la quale avrebbe superato però quello dell’Unione fin dall’anno scorso, secondo il Global Times, ma con i piedi di argilla. Dato che non ha saputo colmare i suoi gap dotandosi di regole di governo capaci di assicurargli la possibilità di esprimere una politica forte: estera, della difesa e sicurezza comune, economica, fiscale. La debolezza di quest’ultima gli impedisce di stanziare gli ingenti investimenti che servirebbero per conseguire gli obiettivi che potrebbe permettersi in proporzione al suo pil a supporto di tali politiche e dello sviluppo tecnologico in settori strategici, come il digitale, farmaceutico, intelligenza artificiale, energia e altro. La laboriosità delle discussioni e la modestia delle decisioni adottate per fronteggiare la congiuntura in atto ha dato nuovo riscontro di tale debolezza, mentre il tempo per fare il salto di qualità sta per esaurirsi, visto che gli altri non stanno a guardare. E l’irresolutezza si paga, come stiamo pagando la cronica assenza di una valida politica di diversificazione degli approvvigionamenti energetici, troppo legata ai fossili che vengono dalla Federazione Russa, specie per il gas, da cui l’UE dipende per il 40%. Non richiamo quanto scritto in materia in aprile (3). Mi limito a rilevare che la Francia ha dimostrato la forza e la capacità di rendersi in gran parte autonoma ricorrendo al nucleare. Peraltro dopo di noi, che vi abbiamo rinunciato nel 1987, ma che avevamo fatto ancor prima questa scelta pionieristica e lungimirante, sin dalla seconda metà degli anni ’50, per opera di grandi maestri, come Mario Silvestri (6). Una decisione che portò l’Italia a diventare nel 1966 il terzo produttore al mondo di elettricità nucleare, dopo Stati Uniti e Inghilterra. Ho scritto “valida politica”, tornando all’UE, ma devo specificare “provvida e responsabile”, in quanto dieci anni fa la dipendenza europea dal gas russo era della metà. Dico ciò perché questo è avvenuto per una visione di corto raggio, tesa a realizzare rapidi guadagni, non considerandone il costo in termini di autonomia, perdita di sovranità e potere che comportava la crescita della dipendenza dalle importazioni. Ora i nodi sono venuti al pettine e i calcoli vanno rifatti. Come vanno rifatti quelli del NGEU (New Generation EU), il fondo per la ripresa post Covid da 750 miliardi di euro (al valore del 2018), stanziato due anni fa, che risente dell’impatto economico dei vari pacchetti di sanzioni contro la Federazione Russa, tra cui l’ultimo, il sesto approvato il 31 maggio, che pone, tra l’altro, il divieto di importazione di petrolio russo via nave. Dato che l’interdizione del commercio, come detto più sopra, è una misura economica punitiva che penalizza chi la subisce, ma anche chi la infligge.

SAPER CRESCERE
In grande sintesi mi pare di poter concludere dicendo che in questo inizio del nuovo secolo e millennio lo sviluppo squilibrato del sapere sta presentando il suo conto. Spinta dalla ricerca del massimo vantaggio e benessere individuale l’umanità appare impegnata nell’incrementare le proprie conoscenze scientifiche e tecniche, che l’hanno fatta crescere enormemente, in particolare sul piano numerico, ma trascura quelle umanistiche che la farebbero crescere anche eticamente. Ne consegue l’incapacità di governare l’egoismo, alimentato dall’istinto di sopravvivenza e che prevale sulla solidarietà, ignorando che la volontà irremovibile del prevalere non può che infliggere calamità e sofferenze a vinti e vincitori. Come dimostra, se ancora ce ne era bisogno, la terribile, drammatica vicenda che sta vivendo l’Ucraina, la recessione economica alle porte e il peggioramento della qualità della vita variamente diffuso. Sembra che l’uomo continui a non capire che la prosperità non si costruisce impoverendo il vicino con la prevaricazione di qualunque genere essa sia. Specie in un mondo che sarà sempre più popolato, interconnesso e minacciato dall’incombere dell’insostenibilità. Esserne consapevoli è il punto di partenza e la premessa indispensabile per favorire e accelerare la transizione, non solo ecologica, ma sociale e morale che si impone a prescindere dalla nostra volontà. Credo, e questo è il mio sommesso parere, che le azioni e reazioni in corso con le misure adottate mostrino che così non è. Rivelano l’immaturità e l’impreparazione di un mondo che persiste nel considerare il conflitto armato come lo strumento più efficiente per dirimere le controversie e non si sforza sufficientemente di conoscere e indagare le ragioni e le diverse culture che le generano e animano. Questo sottovalutando il livello ormai molto elevato di interconnessione sociale, economica, commerciale, produttiva, tecnologica, finanziaria, in altre parole umana, tra società che possono essere solo momentaneamente avversarie. In quanto dovrebbe essere assodato, ormai, che la dimensione dei problemi è tale che nessun paese può affrontarli e risolverli con le sole sue forze, non certamente con la guerra, che ha solo perdenti, perché genera distruzione e morti. Tuttavia penso, e ciò è facile affermarlo, che sia solo questione di tempo. Di far leva sull’istruzione, come detto più volte in questo portale, per prospettare nuovi obiettivi, non solo economici, ma anche sociali, che includano e traguardino il benessere dell’altro da noi, nello spazio e nel tempo, ovvero i contemporanei meno favoriti e le nuove generazioni. Mete che travalichino la sfera individuale e l’impellenza dell’innovazione tecnica per fronteggiare le questioni dell’oggi, dando al singolo strumento di affermazione, e non di sopraffazione, che gli consentano di competere sostenibilmente e vincere equamente in un contesto di pari opportunità. I sistemi e i contenuti formativi dovrebbero rispecchiare questa esigenza imprescindibile posta dalle trasformazioni economiche e sociali nelle quali sono immersi, ma che gli insegnamenti attualmente impartiti scarsamente riflette. Dato che non basta la crescente attenzione alle tematiche ambientali. Si deve accentuare l’enfasi anche sugli altri obiettivi generali di sostenibilità fissati dall’Agenda 2030 dell’Onu, che l’Organizzazione considera sfide comuni per tutti i paesi: la lotta alla povertà, alla fame, il diritto alla salute e all’istruzione, l’accesso all’acqua e all’energia, il lavoro e la crescita economica inclusiva, l’uguaglianza sociale e di genere, la giustizia, la pace. I risultati infausti di questo primo ventennio del XXI secolo, che allarmano i giovani e disaffezionano i meno giovani in tanti modi, tra cui le varie forme di allontanamento del lavoro che esprime il fenomeno della Great Resignation, registrano l’insufficiente impegno dei Governi per raggiungere tali traguardi. Dicono pertanto che per stimolare e avviare processi che li conseguano bisogna partire dal basso e non dall’alto. Questo riconoscendo l’importanza e la priorità dell’investimento nell’istruzione per formare persone capaci di operare e sostenere uno scenario complesso, generativo di grandi opportunità, ma incerto e insidioso, che chiede quindi di saperle cogliere responsabilmente. È il momento di pensare a come costruire una cultura diversa, più assennata e consapevole, che valorizzi la componente umana e letteraria per sviluppare un diverso modo di percepire le cose e far sì che la gente sia portatrice di pace. Una cultura che associ alla contingente necessità di rafforzare la capacità di difesa l’istanza concorde di riavviare la tessitura di una politica globale di disarmo, partita un secolo fa, negli anni ’20, nel solco scavato dai milioni di morti del primo conflitto mondiale, e ripresa negli anni ’70, della quale, a quanto pare, si è persa la traccia. Come si è persa quella delle sofferenze passate, il cui ricordo si smarrisce nel tempo e che le successive generazioni non temono, perché non le hanno conosciute direttamente, non avendole subite.

(1) Quel disordine che non c’è che genera l’incertezza. Editoriale giugno 2019
(2) Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale. Samuel P. Huntington. Garzanti, Milano, 2000.
(3) Quell’umanità immatura e impreparata che non corregge gli errori e non tutela la dignità. Editoriale aprile 2022.
(4) Specie nella formulazione preferita dagli esperti di infortunistica, spesso citata dall’ing.Franco Palmizi (1909-1999), già vice presidente generale dell’Associazione Termotecnica Italiana e termotecnico insigne: “Tra tutti gli eventi possibili tendono a verificarsi i più perversi, anche se meno probabili”.
(5) The economics of biodiversity. Sir David Attenborough. The Dasgupta Review, GOV.UK, 2021.
(6) Mario Silvestri (1919-1994), scienziato e umanista, fondatore dell’impiantistica nucleare in Italia, antesignano degli insegnamenti di energetica.

Pierangelo Andreini
Giugno
2022