Quell’insufficienza della cultura che rende il mondo fragile, insicuro e incerto

La cruenta, distruttiva invasione russa dell’Ucraina, iniziata il 24 febbraio con la presa il giorno stesso della centrale di Chernobyl, la cui esplosione il 26 aprile 1986 portò il mondo sull’orlo di un baratro, il conseguente scoppio di una lotta armata che non si è saputo evitare, un’operazione militare per i russi, una guerra per gli ucraini e l’Occidente, che rischia di degenerare in un conflitto civile protratto nel tempo per gli odi e risentimenti che sta disseminando, la derivante esasperazione delle tensioni geopolitiche per la ferma deplorazione dell’ONU e la durezza delle sanzioni, con i loro esiti sugli scambi e sullo smisurato rialzo del costo dell’energia e delle altre commodity, l’acuirsi delle tensioni sociali per il precipitare di una valanga epocale di profughi che dissolve tessuti familiari e urbani. Questo, in grande sintesi, l’insieme intricato di cause ed effetti, apparenti e immediati, che hanno scatenato e alimentano l’ulteriore sconvolgimento e stallo che tarpa le ali del 2022. Un anno che, con il rilancio economico assicurato dal Recovery Fund, avrebbe dovuto essere quello della ripresa. Un’altra crisi, umanitaria, economica, politica e morale di estrema gravità che si sovrappone a quella sanitaria, tuttora in corso, di per sé già devastante. L’effetto della degenerazione di un multilateralismo esclusivo e competitivo che divide e non unisce. Un quadro terrificante che rivela l’immagine di un mondo fragile e immaturo che vive in una condizione insicura e incerta, frutto in gran parte dell’insipienza dell’uomo. Il ritratto di un umanità irresoluta e lenta nel comporre i dissidi, che avvelena con un’informazione distorta, parziale e ingannevole, che incrementa gli armamenti più del dialogo, distogliendo in tal modo, irresponsabilmente, le risorse dagli investimenti indispensabili e prioritari per ridurre il consumo dei fossili, accelerare la transizione ecologica e digitale, valorizzare la globalizzazione, indirizzare il pianeta verso una maggiore sostenibilità e la tutela, consapevole e sensata, del bene comune. Un contesto che penalizza e inibisce lo sviluppo, la cui evoluzione mostra di essere imprevedibile, ipotecando le prospettive di benessere di chi viene dopo di noi. Delle nuove generazioni, sulle spalle delle quali graverà oltretutto il gigantesco debito pubblico che stiamo accumulando: 2700 miliardi, quello italiano, il 153,5% del pil, secondo gli ultimi dati, 20 punti in più sul valore pre pandemico. Un futuro che è nostro dovere mettere in sicurezza, ben sapendo che le ragioni dei conflitti e delle crisi si presentano ogni volta in modo diverso, ma sono sempre le stesse: l’intransigenza aggressiva di una competizione scandita dalla volontà irremovibile del prevalere, come ci insegna la storia. Tuttavia c’è da dire, quale magra consolazione, che alla fine, più o meno costantemente, il risultato dei contrasti si è tradotto in un avanzamento della consapevolezza e della cultura che ha determinato un miglioramento delle condizioni di convivenza civile. Pagato però a caro prezzo e sostenendo un costo che potremmo evitare o cercare di ridurre. Perché da tempo ben sappiamo quanto sia necessario e conveniente affrontare anticipatamente il verificarsi degli eventi, per conoscerli, mitigarli e non subirne passivamente le drammatiche conseguenze, anche se poi la reazione ai danni patiti genera comunque un progresso.

CAPIRE DOVE STIAMO ANDANDO
Un esercizio difficile del quale ho parlato nel 2019, in tempi pre-pandemici, nell’editoriale intitolato “Quel disordine che non c’è che genera l’incertezza”(1). In esso, riflettendo sull’insicurezza e l’ansia che affligge il nostro tempo, ho richiamato ciò che sostiene Lan Stewart, ovvero che il caos è l’effetto di un comportamento apparentemente sregolato, ma governato per intero da cause e regole deterministiche. Al proposito ho ricordato lo sforzo compiuto da sociologi ed economisti nell’applicare, per analogia, il metodo del “caos deterministico” del matematico Henri Poincare’ (1854-1912) alle situazioni di complessità, non linearità, disordine che caratterizzano i sistemi sociali, i rapporti uomo-ambiente, uomo-macchina ed altro. Un’attività altamente meritoria in quanto consente di cominciare a comprendere fenomeni e comportamenti altrimenti inesplicabili. Un impegno che continua e si avvale di modelli matematici, interpretativi e previsionali, sempre più sofisticati per approfondire la conoscenza dei fenomeni aleatori e del loro verificarsi. Di quelli improvvisi che possono generare grandi disastri, stravolgendo il contesto precedente, come l’approssimarsi di uragani, eruzioni vulcaniche, cedimenti strutturali di manufatti, ecc. O di quelli meno subitanei, incubati e striscianti, in ogni caso altamente drammatici, dovuti a competizioni e conflitti politici, economici, tecnologici, biologici, ivi compreso quello tra l’uomo e l’ambiente. Ora l’invasione armata dell’Ucraina, l’aggressione del SARS-CoV-2 e il surriscaldamento della Terra che manifestano la durezza della molteplice crisi che stiamo attraversando. Modelli che ci permettono di fare previsioni, in passato inconcepibili, il cui impiego ci consente di capire che protagonisti del cambiamento siamo noi, come singoli individui e come società. Un cambiamento che stiamo orientando e accentuando in una direzione e con una velocità inquietanti, visto che non conosciamo quale essa sarà nel lungo periodo, mentre vorremmo poterlo sapere. Di qui una sensazione crescente di insicurezza, pure se sappiamo che il cambiamento è dettato e governato dai sistemi che progrediscono, per loro volontà o per rimanere al passo e non essere sopraffatti dell’evoluzione di quelli che con loro competono. Modelli di importanza fondamentale, dato che ci permettono di apprezzare le tendenze e le patologie potenzialmente insite nell’attuale paradigma di sviluppo, perché i rischi e l’incertezza vanno combattuti conoscendoli e concependo strumenti per controllarli e non si possono ignorare come se non esistessero. E, d’altra parte, ciò è impossibile, in quanto nascono dallo stesso contesto fisico e culturale che uomini, società e imprese via via costruiscono, nell’accezione più ampia di sistema socio-economico, giuridico-istituzionale, di riferimento etico e di pensiero, dove si vive e si lavora, da cui scaturisce anche la forza generativa della complessità. Quella che risiede nelle interazioni tra esperienze, idee, culture diverse, che troppo spesso, come ora, sono degenerate insulsamente in aggressioni, mentre sono un moltiplicatore e un acceleratore del miglioramento culturale, il quale offre d’altronde anche la possibilità di costruire gli strumenti richiesti per rendere predicibile l’evoluzione dei nuovi sistemi, sempre più intersecati e interdipendenti che via via vanno a determinarsi.

CRESCERE RESPONSABILMENTE
Pertanto, nonostante ciò che pensa la gente, cioè che l’epoca in cui viviamo e sempre più dominata dall’incertezza, a ben guardare credo si possa dire che il mondo è mosso da un insieme di accadimenti potenzialmente prevedibili. Perché molte analisi mostrano che l’incremento accelerato delle conoscenze porta con sé pure l’avanzamento nella creazione dei mezzi che applicano le tecniche di governo dei fenomeni aleatori, la cui applicazione rivela che le insicurezze e i rischi si stanno in molti casi riducendo e si possono comunque ridurre. Quanto scritto non significa affermare che la previsione degli eventi sia diventata un esercizio semplice e scontato, ma è difficile sostenere che il cambiamento epocale che sta travolgendo il mondo con andamento esponenziale, non fosse e non sia in qualche modo immaginabile, per lo meno nel breve e medio termine. Questo per stimarne gli effetti con approssimazione sufficiente a mantenere lo sviluppo nel solco del progresso civile e della sostenibilità, governando l’ecosistema in modo consapevole e responsabile. Una sfida e un obiettivo da cui l’umanità non deve deflettere, come purtroppo continua a fare. Ciò anche se a tal fine occorre superare un ostacolo formidabile. Quello della crescente complessità delle strutture immateriali e materiali che l’uomo è portato a realizzare sulla spinta dell’incremento formidabile del suo sapere tecnico, che sta registrando e registrerà raddoppi in manciate di anni e poi di mesi. Un trend che genera una discontinuità che gli impedisce di mantenerle semplici, come si è sforzato di fare sempre per poterle dominare e gestire facilmente. Tuttavia è proprio questa attitudine a semplificarle, ragione da una parte del suo successo, che lo ha portato a ignorare l’enormità degli aspetti che interagiscono tra loro e a pensare, erroneamente, che il mondo sia facile da comprendere e governare e che quello microscopico sia ancor più elementare. Al contrario il pianeta è stato sempre estremamente complesso in tutte le sue componenti. Questo pure prescindendo dallo sterminato numero di uomini che ospita, prossimo agli otto miliardi, e alle interazioni tra loro e con l’ecosistema, che sono solo una piccolissima parte. Una porzione, però, che può essere esiziale e in ogni caso sempre più determinante, visto che l’uomo è arrivato a incidere profondamente sui processi geologici operando modifiche territoriali, strutturali e climatiche permanenti, al punto da aver portato vent’anni fa Paul Crutzen, Nobel per la chimica, a chiamare l’era in cui viviamo “antropocene”. Una condizione, quindi, di cui soltanto da poco tempo abbiamo iniziato a renderci conto. Ciò in quanto c’è ancora, come c’era nel passato, la tendenza ideologica a costringere gli eventi in schemi rigidi di causa ed effetto, contraddicendo sovente le leggi stesse della natura. Dato che nella realtà i sistemi, sia fisici che biologici e sociali, interagiscono intimamente e capillarmente e sono caratterizzati da un numero molto elevato di variabili causali, le quali per semplicità non sono individuate o si omette di considerare, perché apparentemente secondarie o ininfluenti. Oltretutto, in molti casi la loro azione va valutata in termini probabilistici e l’effetto è quasi sempre la risultante di più cause, mentre la tipologia e il modo con cui queste cause si connettono o sconnettono determina il risultato. Trascurarle e forzare gli eventi nei paradigmi semplificati che teorizza l’uomo produce conseguentemente il verificarsi di situazioni e circostanze più o meno pericolose, generando un ambiente di vita e di lavoro insicuro e inquietante che potremmo rendere meno incerto, cambiando l’approccio e privilegiando il sapere.

PRINCIPI E DIRITTI INVIOLABILI
Cosa, si dirà, non facile, visto che quelli che sanno leggere e leggono con rigore oggettivo i dati scientifici continuano ad essere, disgraziatamente, un numero esiguo. Sono in pochi, dunque, coloro che sanno giudicare con cognizione di causa l’inadeguatezza e la lentezza delle azioni di governo ai vari livelli. Gli altri vivono l’irresolutezza che ne deriva ricavandone una profonda frustrazione che alimenta l’insicurezza e il disimpegno dimostrati dalla riduzione dei partecipanti alle votazioni elettorali che isterilisce la democrazia e dall’entità con cui si sta manifestando la “great resignation – grandi dimissioni”: yolo economy (you only live once) e languishing, di cui ho parlato nell’editoriale del mese scorso(2). Un fenomeno che sta portando milioni di occupati, negli USA, in Europa, molti adesso anche da noi, a riconsiderare le proprie priorità e a lasciare il posto di lavoro, specie quando troppo stressante. Così condizionando il futuro delle prossime generazioni e inasprendo gli effetti dell’incertezza che hanno penalizzato quelle del passato. Un’insicurezza fortemente esasperata dalle emergenze attuali, che certamente si ripresenteranno, anche se in forme diverse, che non si possono e non si devono risolvere compromettendo i diritti inviolabili dell’uomo e rinunciando a difendere i principi fondamentali della convivenza civile, stabiliti sulla pelle delle vicende storiche, drammatiche e complesse che abbiamo alle spalle. Oppure, quanto al cambiamento climatico, adattandosi e rassegnandosi a subirlo. Ma con azioni intelligenti e solidali, intraprese con determinazione e coraggio. Con attività e comportamenti da tutti condivisi in quanto consapevoli della loro necessità etica, economica, sociale, incrementando a questo scopo l’impegno formativo e informativo con una comunicazione aggiornata e affidabile. Dato che l’uomo è sempre sollecitato, subito e fortemente, dalla paura che genera l’allarme. Tuttavia, se il pericolo non può essere evitato con una mossa immediata, e richiede invece una revisione rivoluzionaria e profonda della propria condotta e delle conoscenze che la alimentano e giustificano, l’allarme rischia di essere rimosso. Le scelte che sono determinanti vengono così paralizzate o procrastinate, confuse in un presente affollato da informazioni contrastanti e da decisioni che appaiono più urgenti. Per correggere questa tendenza negativa non dobbiamo deflettere pertanto dalle indicazioni che detta la scienza e i messaggi comunicati alle gente non devono essere espressi in forma di allarmi contraddittori o catastrofici, senza via d’uscita, ma accompagnati dalle soluzioni che si possono gradualmente adottare. A maggior ragione nel momento attuale, nel quale il dramma di una guerra improvvida e improvvisa si è sovrapposto a una transizione che è di fatto una rivoluzione, alimentata da quella del digitale e accelerata dalla crisi molteplice di cui si è detto. Un sovvertimento il cui manifestarsi e dilagare, con modi e tempi che superano la capacità dell’uomo di adattarvisi, impedisce di traguardare il futuro con chiarezza e ne dà un’immagine sfocata che indebolisce la tenuta sociale e accresce l’insicurezza. Una situazione ora acuita dall’impennata delle tensioni geopolitiche, costantemente alla porta, che paralizzano l’azione degli organi di governo mondiale sulla cui scala si devono intessere quelle intese globali che possono affrontare e risolvere i problemi.

UN’ASPIRAZIONE REALIZZABILE
Ciò componendo i contrasti e intessendo alleanze per travalicare l’interesse divergente delle parti e mirare a quello dell’umanità nel suo complesso. Certamente un’utopia, che tuttavia non dobbiamo escludere di poter realizzare, come dimostra la collaborazione che ha portato allo sviluppo in tempi record dei vaccini. Una solidarietà che dovrebbe essere quindi una precondizione. Non scattare solamente quando un evento sistemico globale, imprevisto, come la pandemia, con le sue ricadute economiche e sociali, o lo scoppio di un conflitto regionale, che può estendersi e degenerare in nucleare, pone a rischio la sopravvivenza dell’umanità e in luce la sua sostanziale debolezza. Peraltro da tempo è ben noto che la disponibilità di risorse conoscitive e finanziarie che esigono le attività di studio e ricerca per fronteggiare le questioni del secolo, da quella ambientale, posta con drammatica evidenza dal surriscaldamento della Terra, a quella energetica, che si pensa di poter risolvere con la fusione nucleare, a quella del miglioramento continuo dei sistemi di diagnosi e cura, che si può e si deve accelerare, supera quanto può mettere in campo un singolo stato e impone la condivisione e l’internazionalizzazione di una parte rilevante degli oneri. A ciò si aggiunge l’impegno comune richiesto per la costruzione delle basi innovative che assicurano il progresso legate all’avanzamento del sapere nelle discipline di frontiera: genetica, infobiotecnologia, nanotecnologia, meccanica quantistica, fisica delle particelle elementari, astrofisica, esplorazione dello spazio, ecc. Sono collaborazioni indispensabili, ma anche inevitabili, specie nel lungo periodo, che vanno consolidate e incoraggiate all’interno di una strategia globale. Un quadro di azioni certamente non facile da delineare, la cui assenza è comunque colpevole. Un disegno che dovrebbe comporre e colmare squilibri, differenze e lacune per indirizzare lo sviluppo nella direzione di una crescita del benessere, equa e sostenibile. Un traguardo da raggiungere proiettando lo sguardo per capire dove stiamo andando, per identificare con maggior chiarezza le barriere fisiche e comportamentali che dobbiamo superare per ridurre l’incertezza e attenuare o rimuovere i rischi che corriamo. Dunque, non solo una strategia, ma un nuovo modello che guidi un mondo che sappia trarre la spinta che lo muove dalla forza della solidarietà. Questo con un piano condiviso di impegni congiunti che valorizzi l’unità degli intenti e il vantaggio della collaborazione per il bene di tutti e condanni l’ingiustificato, sterile contrasto tra Stati, istituzioni, stakeholder. Di nuovo un’aspirazione ideale del tutto utopica? Senz’altro così appare in questo tragico momento. Tuttavia, lo sforzo comune posto in atto dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) per quantificare l’entità e gli effetti del surriscaldamento globale e indicare i rimedi per contrastarlo, il passo avanti sulla fusione fredda con l’esperimento annunciato il 9 febbraio scorso nel reattore Jet (Joint European Torus), che ha generato 59 MJ in 5 secondi, quindi una potenza di circa 11 MW, le importanti ricadute del Progetto genoma umano, frutto di una intensa cooperazione internazionale tuttora in corso, che ha permesso di determinare la sequenza delle coppie di basi azotate che formano il DNA e di identificare e mappare i geni dal punto di vista sia fisico che funzionale, abilitando così una nuova medicina basata sulla correzione del difetto genetico, e tanto altro, dimostrano quanto questa utopia possa essere concreta e realizzabile.

CONDIVIDERE IL SAPERE
Pertanto, la cooperazione per raggiungere obiettivi comuni è fattibile, necessaria e utile, ma non deve scattare, come detto, solo quando l’umanità si sente in pericolo, incombe la tragedia e la speranza si riduce. Deve essere una prassi spontanea e incoraggiata, non un’eccezione. Come la condivisione del prodotto che ne deriva ottenuto con le risorse di tutti, cioè l’avanzamento delle conoscenze, che non deve essere a vantaggio di pochi, come avviene per i vaccini dati ai paesi poveri con il “contagocce”. Un altro esercizio difficile, perché lo sfruttamento dell’innovazione tecnologica che traina il progresso è divisivo, ma è nostro dovere compensare la disparità che genera. Una diversità che si esprime nella divaricazione crescente del reddito ed è amplificata da quella delle opportunità, sempre più inique. Visto che causa prima e denominatore comune dei vari mali che affliggono questo momento storico, compresa l’insicurezza e l’incertezza che li alimentano, è la tumultuosa crescita del sapere che si concentra nelle mani di elite privilegiate, incrementando il benessere di alcuni e molto meno quello degli altri, che vengono lasciati indietro. Un male da curare con la crescente consapevolezza del vantaggio della solidarietà, adeguando in primis, più che il modello economico, certamente da cambiare, quello dell’istruzione, che a questo proposito (e per mitigare così le differenze) svolge un ruolo di massimo rilievo.

Numerose analisi mostrano, infatti, che uno dei fattori principali di disuguaglianza è l’accesso all’istruzione. In quanto la mancanza iniziale di un’istruzione adeguata ha conseguenze su tutto il percorso di vita successivo. Si tratta inoltre di una carenza che più di altre tende a rendere ereditaria la condizione socio-economica di partenza e impedisce di sciogliere il nodo della continuità intergenerazionale del basso livello di istruzione che preclude ai figli la possibilità di migliorare le condizioni sociali ed economiche rispetto a quelle dei padri. Anche per questa ragione la necessità, oggetto di questa rubrica, di riconoscere l’importanza fondamentale della diffusione della conoscenza e, pertanto, dell’istruzione, oggi ancor più indispensabile per contenere il rischio di polarizzazione economica e sociale insito in ogni rivoluzione, come si configura di fatto l’attuale. Un fenomeno perverso da cui il nostro paese non è affatto esente. Dato che in Europa siamo uno degli stati dove restano più ampie le disuguaglianze educative, quindi sociali. E difficile da correggere, visto che rispetto ad altri paesi europei la correlazione tra basso titolo di studio dei genitori e rischio di abbandono precoce da parte dei figli continua ad essere stretta. Lo dicono i dati di Piaac (Programme for the International Assessment of Adult Competencies, che valuta quelle della popolazione adulta tra i 16 ed i 65 anni): in media nei paesi Ocse i figli di chi non ha un diploma non si diplomano a loro volta nel 42% dei casi. Una quota che in Francia è il 37%, in Germania scende al 32%, mentre da noi raggiunge il 64%. Ciò significa che l’ascensore sociale scende, anziché salire, con l’effetto che i divari si cristallizzano e rendono ereditaria la condizione di povertà.

LA LEVA DELL’ISTRUZIONE
Un grave handicap, perché le nuove tecnologie stanno ridisegnando nel profondo più o meno tutti i settori di attività. Il loro impiego è una grande opportunità per chi le sa utilizzare, acquisendo le professionalità necessarie, e costituiscono però un grave ostacolo per chi non le possiede ed è relegato al margine dal cambiamento. Con esso muterà radicalmente, come ben si sa e si è detto ripetutamente, pure il mondo del lavoro, che vivrà il tramonto e la cancellazione di moltissimi mestieri, specie quelli ripetitivi o artigianali sostituiti da nuove modalità, modificate e “aumentatela” dalle tecnologie digitali, tra cui la manifattura additiva. E anche per la diffusione dei vari aspetti dello smart working, sperimentati e indotti dal distanziamento sociale obbligato dalla pandemia, con nuovi modelli ibridi organizzati per fasi, cicli e obiettivi, senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, quindi a distanza e non in presenza. Dunque nuove professionalità da formare, con un apprendimento allineato alla velocità del cambiamento per affrontare le sfide presenti e future. Pertanto una formazione continua che stimoli curiosità e imprenditorialità, gestione della diversità e della complessità, assicurata da competenze non solo stem, digitali, green, imprenditoriali, ma pure multi linguistiche, umanistiche, sociali, didattiche, assicurando la capacità di imparare a imparare per non rimanere indietro. A tal fine la costruzione e l’upgrading del capitale umano deve essere visto come un percorso permanente lungo tutto il cursus lavorativo con una formazione articolata, differenziata, bilanciata. Un capitale che richiede di essere riqualificato ovunque con modalità di insegnamento in forma virtuale che integrino e arricchiscano la tradizionale formazione in aula e favoriscano il tayloring della formazione in base alle attitudini delle persone. Allo scopo passando da programmi e percorsi decisi dall’alto, a modalità dove contano le scelte del discente anche nel dettaglio. Nei casi più avanzati con il coinvolgimento di sperimentazioni produttive dove prevalga l’auto apprendimento e quello che deriva dalla cooperazione. In tal modo incentivando interesse e partecipazione e contrastando la disaffezione alla scuola e al lavoro con fenomeni come quello della Great Resignation, ovvero delle dimissioni in massa dal lavoro sopra richiamate.
Di qui la necessità di un forte investimento nella formazione scolastica e continua, in particolare da noi, consci che la percentuale di adulti che partecipa ad attività di istruzione e formazione è tra le più basse a livello internazionale, con una quota di un quarto contro la metà della media OCSE e riguarda per quattro quinti gli occupati.

RIPENSARE IL SISTEMA
Un’evidenza che i nuovi dati pubblicati in dicembre dall’Istat sui ritorni occupazionali dell’istruzione in Italia, ovvero sulla possibilità di accesso al mercato del lavoro, conferma con chiarezza. Più della metà dei 25-64enni ha competenze obsolete o che presto lo diverranno a causa dell’innovazione e del cambiamento tecnologico in atto nel mondo del lavoro, in primis per scarse capacità digitali e di calcolo, nonostante la laurea. Basti pensare che secondo Invalsi (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e formazione) oltre il 50% dei neo diplomati dell’anno scorso erano carenti in matematica con un livello di conoscenza in molti casi da terza media inferiore. È ovvio che così non si può andare avanti e che il sistema dell’istruzione deve essere rinnovato profondamente e potenziato in tutti i suoi segmenti, cosa che purtroppo non sta avvenendo. A questo fine la scuola deve ripensare cicli e materie, metodi di insegnamento, liberalizzando la formazione e non arroccandola rigidamente su una contabilizzazione dei crediti, talora incongrua, e su un valore legale dei titoli di studio che ha fatto il suo tempo. Altrimenti il risultato è quello di mettere sul mercato potenziali disoccupati, in quanto impreparati a svolgere mestieri e ruoli capaci di sfruttare i vantaggi che offre la digitalizzazione crescente delle attività. Così facendo, come ho scritto altre volte, il sistema dell’istruzione perde credito, allontana i giovani e il Paese continua a registrare il record negativo in Europa di quelli che sono nella condizione di NEET (Not in education, employment or training), ovvero che non si stanno né formando né lavorando. Nuovamente lo dicono gli ultimi dati ISTAT secondo i quali, complice anche la pandemia, nel 2020 dopo anni di diminuzione la quota dei NEET tra i 15 e i 29 anni è cresciuta di 1,1 punti raggiungendo il 23,3%. Il 29,4% dei giovani-adulti tra i 20 e i 34 anni rispetto alla media UE del 17,6%. In tal modo i millennials e la successiva generazione Z, dei così detti nativi digitai, nonostante la familiarità che hanno con internet sin dall’infanzia, saranno meno formati e svantaggiati nel confronto internazionale, compromettendo le possibilità di un futuro migliore per loro e per il Paese. Una scolarizzazione che comunque fa sempre meno la differenza, visto che fino a pochi anni fa la maggioranza di chi aveva abbandonato la scuola trovava lavoro, mentre ora sono poco più di un terzo. Ancora lo dicono i dati ISTAT: 51% il tasso di occupazione tra i 18-24enni che nel 2008 avevano lasciato la scuola prima del tempo, a fronte del 33,2% del 2020. Tuttavia un’istruzione che rimane in ogni caso essenziale, perché sempre l’ISTAT dice che a un livello più basso si associa una minore occupabilità e una maggiore inattività. Il tasso di disoccupazione tra i 25-64 anni di chi ha al massimo la licenza media è infatti il 11,9%, che scende al 5,1% per chi possiede un titolo di studio terziario. Un trend aggravato da quello demografico. Altro record, ben visto ovviamente dai vecchi, meno dai giovani, dato che nel 2020 la quota di italiani sotto i 35 anni era del 33,5%, con quella sopra i 65 del 23,2, mentre questi valori nel 2040 si invertiranno: 31% sotto i 35 e 32,2 sopra i 65.

ARMONIZZARE PENSIERI E VISIONI
Ancor più cruciale, quindi, è restituire ai giovani un ruolo centrale nello sviluppo del Paese, favorendo il loro ingresso nel mondo del lavoro con programmi e iniziative energiche che ne accrescano le competenze, assicurando forme di istruzione che li indirizzino su un percorso di affermazione e valorizzino le diverse attitudini. Questo in linea con la domanda di professionalità che pone il mercato del lavoro per ridurre quel 30% di disoccupazione giovanile dovuto al disallineamento frustrante tra domanda ed offerta, per l’insufficienza del know-how, e la conseguente disaffezione dal lavoro che si sta manifestando, come detto, in misura preoccupante anche da noi. Si tratta, dunque, di individuare le competenze da impartire e acquisire per attuare i processi che generano nuova ricchezza e supportare il Paese su un cammino di crescita competitiva. Cosa indispensabile che dice quanto sia importante definire un piano che, in coerenza con quello di ripresa e resilienza (Pnrr), non manchi l’occasione epocale che assicurano gli stanziamenti del recovery fund per potenziare in tal senso il sistema dell’istruzione, incrementare così l’occupazione e dare ai giovani la possibilità di svolgere il ruolo che loro assegna l’incalzante incedere del tempo in modo efficiente e fattivo. Un Pnrr del resto tutto da rivedere, perché proprio la necessità del tempo, ora di guerra, chiede di rimodulare gli investimenti per diversificare le fonti di approvvigionamento, ridurre la dipendenza dal gas e dal petrolio, accelerare l’apporto delle energie alternative e di riformulare conseguentemente le missioni. Ma sempre il tempo, questo tempo insicuro, incerto, afflitto dalla molteplice crisi di cui si è detto in premessa, mostra che è un errore premiare il sapere tecnico che rende competitivi e meno quello umanistico che rende consapevoli e dice quanto grave sia stato l’aver messo in secondo piano lo studio dell’uomo e della condizione umana. Un impegno di cui l’Istruzione deve farsi maggiormente carico. Negli scritti su questa rubrica l’ho sottolineato ripetutamente, dicendo che ciò che più conta, prima ancora della realizzazione delle infrastrutture e dello sviluppo della tecnologia, è la crescita e diffusione della conoscenza scientifica e tecnica alla pari con quella letterario-umanistica(3). Di un sapere plurale e armonizzato, che contrasti l’affermazione di pensieri unici reciprocamente escludenti, per dare valore a pensieri diversi e contrastare l’intransigenza radicale che induce il dogmatismo. Di una consapevolezza che impedisca l’improvvido sovrapporsi sulla recessione economica e sociale indotta dal dramma della pandemia, tuttora in corso e per alcuni dovuta all’incauta azione dell’uomo, della tragedia umanitaria che una guerra dagli sviluppi imprevisti, certamente da Lui innescata, ha sin qui determinato. Il lettore mi perdonerà se mi sono soffermato forse troppo lungamente su questi e altri concetti noti, anche se aggiornati. Ma la gravità della situazione e la distorsione dei principi che stiamo vivendo penso l’abbia reso necessario, perché labile e incerta, a quanto appare, è pure la memoria stessa dell’uomo e la sua ragionevolezza.

Pierangelo Andreini
Marzo
2022

(1)“Quel disordine che non c’è che genera l’incertezza”, giugno 2019.
(2)“Il flusso del sapere per colmare i divari e realizzare un’economia della conoscenza inclusiva, sostenibile e competitiva”, febbraio 2022.
(3)“La risorsa della formazione per colmare un gap di imponderabile entità”, febbraio 2019.