Quell’alleanza tra sapere e saggezza che chiede il dramma epocale della pandemia

L’esercizio del prevedere è un’arte difficile e complessa. Un compito al quale l’umanità si è dedicata da sempre, sin qui conseguendo tuttavia risultati assai modesti, anche se significativi. Un traguardo ricercato costantemente per superare la condizione di incertezza che accompagna il cammino dell’uomo, mobilitando tutte le risorse di cui esso dispone, tra cui quella fondamentale della scienza. Un mestiere gravido di conseguenze, dato che sottovalutando gli eventi si pone a rischio la vita e l’integrità dell’ecosistema e del mondo, mentre sopravvalutandoli si ha l’effetto di frenare l’economia.
In passato solo un’esigua quota degli eventi naturali o antropici era spiegata con procedimenti razionali, il resto era soggetto a interpretazioni arbitrarie o considerato espressione della volontà degli dei o del destino. C’era, inoltre, come c’è tuttora, una tendenza ideologica a predire lo svolgimento dei fatti in base ad astratti e improbabili principi, sino a quello paradossale che recita la legge di Murphy: “Tra tutti gli eventi possibili tendono a verificarsi i più perversi, anche se meno probabili”. Così mancando di riferire lo sviluppo delle situazioni ai progressi della scienza e della tecnica, con il risultato di contraddire sovente le leggi stesse della natura. Ne ho discusso nell’editoriale del giugno ’19: “Quel disordine che non c’è che genera l’incertezza”.
In esso ho parlato dell’indeterminazione come conseguenza, non tanto di ineludibili principi, come quello di Heisenberg, quanto della complessità dei meccanismi che determinano i fenomeni e della loro conoscenza incompleta. Specie di quelli naturali, caratterizzati dall’interazione di una molteplicità di attori in sequenze non lineari di cause ed effetti. Di questi sappiamo ancora ben poco, perché la natura la conosciamo solo in parte e prevedere gli eventi con schemi incompleti è ovviamente un azzardo, visto che significa interpretare l’esistenza con mezzi inadeguati.
Una pietra miliare nel riconoscere l’ordine nascosto nelle cose e l’incertezza che deriva nel prognosticarne l’evoluzione con criteri che sono forzatamente approssimativi è stata posta, più di un secolo fa, da Henri Poincaré con i suoi studi sul caos deterministico caratterizzati dal forte rigore scientifico che assicura lo spessore della loro trattazione matematica. Successivamente il tema è stato affrontato da altri pensatori, con approcci anche molto diversi, che hanno chiamato in causa termodinamica, biologia, cibernetica, economia, sociologia ed altro, per interpretare complessità, non linearità, disordine e la conseguente incertezza nei sistemi sociali e nei rapporti uomo-ambiente, uomo-macchina, al fine di comprendere fenomeni e comportamenti apparentemente inspiegabili.
In tal modo introducendo però ipotesi non generalmente condivise e alimentando l’atavica tendenza dell’uomo a ricercare la propria sicurezza in dottrine e paradigmi alternativi con cui interpretare i fenomeni e prevederne l’evoluzione, talora poco duttili e adattabili al mutare delle situazioni. Specie quando queste ci pongono di fronte a eventi improvvisi e disastrosi, di grande rischio o comunque fortemente aleatori che stravolgono il contesto precedente. In tali casi l’astrattismo della matematica, che prescinde dalla specificità dei settori in cui si verificano queste grandi discontinuità, esplica tutta la sua potenza. In particolare con la teoria delle catastrofi, o della morfogenesi, che applica la topologia differenziale all’interpretazione dei fenomeni naturali, e quella del caos, che impiega modelli matematici per studiare fenomeni discontinui causati da una continua variazione dei parametri e caratterizzati da una sensibilità esponenziale rispetto alle condizioni iniziali.

L’ORDINE DELLE COSE
Questi progressi del sapere confermano l’assunto di Poincaré, ovvero che il mondo non è caotico, ma è costituito da una serie di strutture razionali la cui successione è in teoria determinabile, ivi compreso il cambiamento subitaneo di un processo strutturalmente stabile. Essi aprono la strada alla possibilità di studiare la genesi e l’evoluzione di eventi nei campi più disparati, che vanno dalle scienze fisiche (meteorologia, fisica, ingegneria, biologia, ecc.) alle scienze umane e sociali (linguistica, semiotica, etologia, sociologia, economia ed altro) e ci permettono di fare oggi previsioni, in passato inconcepibili. Come quelle meteorologiche, sia pure a breve termine, dell’approssimarsi di uragani, di eruzioni vulcaniche, delle conseguenze di terremoti, di cedimenti strutturali di manufatti. O come quelle relative alla competizione tra diverse tecnologie, sistemi e risorse, negli ambiti più differenti, economici, finanziari, demografici e sociali, di cui ho parlato nel citato articolo di giugno. In conclusione si potrebbe dire che viviamo in un’epoca di crescente certezza, se la mancata previsione di una pandemia di portata storica come l’attuale non avesse dimostrato il contrario. Ciò nonostante, i modelli interpretativi e previsionali sopra accennati, matematici, fisico matematici, bio matematici o interdisciplinari che siano, rimangono comunque altamente meritori.
Come meritori sono i modelli che ci consentono di calcolare il cosiddetto R0, di cui si parla tanto in questi giorni. Ovvero il “numero di riproduzione di base” che rappresenta il numero medio di infezioni secondarie prodotte da ciascun individuo infetto in una popolazione completamente suscettibile, cioè mai venuta a contatto con un agente patogeno nuovo. Al quale si associa Rt, “il numero di riproduzione effettivo”, quando l’epidemia è in corso e una parte della popolazione risulta immune. Sono numeri importanti, perché misurano la potenziale trasmissibilità di una malattia infettiva, la cui definizione, calcolo, interpretazione e applicazione è però assai complessa. Visto che si devono poter stimare molti parametri, tra cui quanto tempo è passato dal contagio, suo grado di infettività, frequenza di contatto, periodo di incubazione, periodo infettivo, tempo fra la comparsa dei sintomi in un infetto e la comparsa dei sintomi in un individuo infettato dal primo, e tanti altri fattori. Alcuni di essi poi sono del tutto imprevedibili, come il verificarsi di concomitanti eventi traumatici, socioeconomici, politici, meteorologici, ecc.
Pertanto la loro determinazione si basa necessariamente su semplificazioni con incertezze crescenti, quanto più la stima è differita nel tempo, come avviene per il clima. E ammettono anche stime diverse, dato che esistono modelli di calcolo diversi derivati dall’applicazione nei campi limitrofi, ma differenti, dell’epidemiologia, infettivologia, statistica medica, demografia, ecologia. Modelli che in tutti i casi sono molto complessi e oggetto di continuo studio, specie circa la qualità delle ipotesi, le loro interazioni con e tra i modelli stessi e i loro output. Si comprende quindi perché e quanto la determinazione di R0 e Rt risenta di aleatorietà non molto dissimili, numericamente, da quelle che affliggono le previsioni meteorologiche.
Una complessità dei modelli che si scontra con un’altra complessità. Quella dovuta alla velocità con cui si susseguono oggi le situazioni, sempre più accelerata, che accentua l’inadeguatezza degli strumenti di calcolo e previsione. Situazioni rese complesse dall’interazione tra esperienze, idee, culture, fabbisogni diversi, a loro volta dovute all’incessante globalizzazione di mercati, produzioni, consumi, persone. E queste ultime si mescolano e condividono modi di pensare e di vivere, ivi compresi i contagi, così facilitando anche la circolazione degli agenti patogeni.

VALENZE DELLA GLOBALIZZAZIONE
Un fenomeno, quello della globalizzazione, in atto da sempre, auspicato e vituperato, dato che con il suo andamento esponenziale genera contesti continuamente nuovi nei quali gli eventi si influenzano reciprocamente, con esiti economici, sociali, ambientali, istituzionali, giuridici che assumono ora una valenza epocale. Una rivoluzione che sovverte gli schemi e le regole del passato e determina una transizione traumatica verso un domani che, adesso più che mai, è da raggiungere seguendo indirizzi certi, scevri da ingiustificati compromessi politici, per evitare che il buono che essa promette si trasformi in male. Perché di fatto, forse più che in altri momenti critici della sua storia, l’umanità deve saper fare, ora e subito, quelle scelte cruciali che ha sin qui colpevolmente rinviato e che il sovrapporsi dirompente della scossa brutale generata da un’epidemia di scala globale, con le sue violente e improvvise ricadute sull’incolumità della gente e sull’economia mondiale, rende chiare e inevitabili agli occhi di tutti.
In quanto le promesse o i dolori che l’avvenire porta con sé dipendono da come il cammino verrà percorso. Da come si integreranno economie e mercati, specie nel rapporto Nord-Sud in termini solidali o solamente competitivi. Dalla dislocazione delle attività e conseguenze per il lavoro. Da come e quanto crescerà l’economia mondiale, la dematerializzazione, la volontà di mitigare globalmente gli effetti antropici su ambiente e clima, l’impegno di difendere i cicli naturali regolatori dell’ecosistema, tenendo conto della reazione degli ecosistemi locali. Dalla capacità di allineare a standard sostenibili e responsabili politiche, culture, comportamenti, consumi e fenomeni socio-culturali in genere, tutelando e valorizzando etnie, tradizioni, usi e caratteristiche del posto. Dai nuovi equilibri che la competizione tra stati, imprese, individui saprà raggiungere per assicurare elevati livelli di tutela sociale e di difesa delle nuove forme di protezione, “politicamente, sessualmente e culturalmente corrette”, tra cui il lavoro non-profit o il volontariato per la salvaguardia dei gruppi sociali più deboli e impreparati al cambiamento.
Tutto ciò con una nuova interpretazione del ruolo della finanza e di quello dell’economia, ovvero delle attività agricole e industriali, del commercio, dei servizi, dei sistemi formativi, ecc. Funzioni e mestieri che saranno svolti da organizzazioni e imprese, inevitabilmente sempre più internazionalizzate, che dovranno adottare, in misura crescente, le varie forme di tele-attività che abilita l’incessante innovazione tecnologica, alimentata dagli sviluppi dell’informatica, delle telecomunicazioni e dal progresso scientifico in generale.
È quest’ultimo il driver di fondo, visto che lo stock delle conoscenze tecniche, favorito dalla diffusione quasi istantanea che assicura la rete, raddoppia ormai in meno di una generazione. (Dico quasi, dato che in realtà le conoscenze che più contano e generano potere e ricchezza circolano purtroppo con fatica, essendo detenute ed egoisticamente custodite da élite ristrette). È il recto della medaglia, il lato positivo della globalizzazione che esalta il ruolo determinante che assume un sapere diffuso mondialmente, e con esso la scienza e la tecnologia, nel generare la crescita e nell’aiutare a decidere e governare. E ciò, per chi scrive, non significa scientocrazia o tecnocrazia, ovvero un mondo guidato dai tecnici, ma semplicemente un mondo che la scienza informa rigorosamente e che agisce per il meglio, perché la gente lo conosce e liberamente lo sceglie.
Comunque sia, orientare le scelte con indirizzi scientifici precisi è indispensabile per ridurre la confusione e per operare, quindi, in condizioni di maggiore certezza. Condizioni determinate da fatti sui quali ideologie o decisioni puramente politiche hanno inevitabilmente minore influenza. E ciò appare conseguenza, con essa coerente, di una globalizzazione che condivide il sapere e riduce l’arbitrio dell’intermediazione, perché porta uomini e imprese a essere loro, direttamente e sempre di più, gli artefici del contesto fisico e culturale nel quale vivono e lavorano, ovvero del sistema socio-economico, giuridico-istituzionale, etico e di pensiero che via via concorrono a determinare. Un processo sul quale il dramma della pandemia ha puntato il riflettore, evidenziandone le valenze, in questo caso purtroppo negative, e facendoci comprendere che gli attori del cambiamento siamo noi. Noi che stiamo generando questo cambiamento e che possiamo ricavarne del bene, come del male. Noi che diamo vita a organizzazioni e sistemi sociali, che si comportano con egoismi analoghi a quelli che affliggono i singoli individui e che rimangono pertanto soggetti alle regole implacabili della selezione darwiniana.

SCEGLIERE IL CAMMINO
Uscire dall’evoluzione naturale azionando la leva della conoscenza per crescere consapevolmente e responsabilmente mi pare sia l’imperativo e l’opportunità di fondo che pone la tragedia che stiamo vivendo. L’occasione di voltar pagina e di percorrere un cammino scelto per nostra volontà e non perché costretti da una sterile competizione, accettata più per vincere che per non essere sopraffatti.
Sembra un esercizio della fantasia, ma l’attuale avanzamento scientifico la trasforma ora in una realtà possibile. Perché, diversamente dalla natura, che memorizza molto lentamente l’effetto della competizione in mutazioni del DNA o del RNA, traducendola quindi in molecole, organi, funzioni, per la nostra specie la situazione adesso può essere molto diversa. In quanto possiamo memorizzare, con modalità rapidissime e sostanzialmente immateriali, l’enormità crescente del sapere e con esso realizzare poi fisicamente tutto ciò di cui abbiamo bisogno con mezzi produttivi avanzati e costantemente aggiornati. Ne segue un’evoluzione assai più pronta, efficace, adattiva. E anche meno aleatoria, potendo basare il progresso e l’innovazione su interpretazioni e previsioni che consentono di operare in condizioni di maggiore certezza che nel passato.
È un traguardo che avvicina, sempre più velocemente, l’alleanza tra informatica e produzione, ormai in atto da tempo, e quella più recente tra informatica, biologia e genetica, che aprono prospettive straordinarie per affrontare le questioni che affliggono il mondo: la salute, il cibo, l’esaurimento delle risorse materiali ed energetiche, la gestione dell’ambiente e degli ecosistemi. Possibilità che fanno presumere che i sistemi economici potranno strutturarsi secondo gli schemi che segue la natura. Ciò per ridurre sprechi e rifiuti, come si sta cercando di fare con l’economia circolare, l’adattamento delle risorse, e simili; per bilanciare e ottimizzare produzioni e consumi, con il tayloring, la manifattura additiva, il just in time, ecc., e per tanto altro ancora. In tutti i casi iniettando intelligenza nelle cose per realizzare sistemi economici sempre più organizzati ed efficiente, massimizzando in tal modo la neghentropia e minimizzando il degrado delle risorse, cioè la produzione di entropia.
Dunque la priorità che pone la pandemia e il compito che ci assegna il futuro è
l’approfondimento della conoscenza dei meccanismi naturali per governare lo sviluppo economico e sociale e per gestire l’ecosistema nel suo complesso in forme più appropriate e sicure.
L’obiettivo deve essere quello di far evolvere l’Antropocene, l’era attuale profondamente segnata dalle attività umane, con impatti devastanti, territoriali, strutturali e climatici che minano l’integrità e l’equilibrio del pianeta, verso una nuova era. Un’epoca in cui lo studio della scienza del vivente permetta di rivedere gli interventi e di riorientare le tecniche “hard” in modo da renderle compatibili con l’ecosistema e le sue regole. Un’epoca in cui prevalga la risorsa immateriale “soft” del sapere, attraverso una diffusione dell’informazione sempre più estesa che sappia guidare il mondo in accordo con le sue vere necessità. Questo per non subire le ritorsioni di una natura maltrattata e soddisfare i fabbisogni crescenti delle prossime generazioni, prevenendo o controllando il verificarsi di eventi catastrofici, oltre che le azioni irresponsabili dell’uomo.
Un passaggio inevitabile per garantire il benessere futuro dell’umanità, il cui numero è destinato a stabilizzarsi sui 10-11 miliardi di individui entro fine secolo, con corrispondenti consumi in forte crescita. Di qui la necessità di produrre e utilizzare una quantità incredibile di beni e di materiali, ben oltre il mero raddoppio del cibo che sarà richiesto. E ciò metterà a dura prova la sostenibilità dello sviluppo, anche nell’ipotesi di attingere a piene mani a fonti rinnovabili e scontando l’adozione di soluzioni dematerializzanti e ad altissima efficienza che sviluppa in misura crescente l’inventività umana. Una sfida terribile, vincendo la quale l’uomo confermerebbe il suo primato, non più a spese della natura, ma all’interno della natura, salvaguardata dalla forza del suo pensiero. E si chiuderebbe il cerchio, con l’uomo che torna ad essere un alleato dell’ecosistema che lo ha generato, dal quale si è gradualmente affrancato con lo sviluppo di una scienza e di una tecnica, il più delle volte nemiche dell’ambiente, che gli hanno consentito di piegarlo ai suoi bisogni e di costruire una società con regole a propria esclusiva misura per incrementare il proprio benessere.

IMPARARE DALLA NATURA
Un cammino che è già iniziato, in quanto nuove conoscenze e strumenti bioinformatici aprono nuovi orizzonti al progresso e stanno determinando un salto evolutivo che consente di superare i limiti di una società digitale che al momento interagisce sostanzialmente solo con robot, macchine e dispositivi intelligenti.
Si tratta, come detto, di apprendere e applicare i meccanismi della natura, in particolare quelli che adottano gli esseri viventi. A partire dai sistemi di informazione, che vanno ovviamente ben oltre le varie forme esterne di linguaggio e che all’interno dell’organismo si basano sull’impiego di un insieme sofisticato di messaggi fisici, quali segnali elettrici, magnetici, ecc., o semplici elettroni, e chimici, come enzimi, ormoni e altre molecole, che sono portatori di informazioni complesse e molto precise. Un ulteriore aspetto denso di significato è la capacità che esplicano gruppi di organismi di regolare la loro presenza all’interno delle aree in cui vivono in modo da ottimizzare le risorse presenti, in quantità e qualità. Ancor più importante è lo studio dei processi evolutivi che avvengono con modalità tali da determinare condizioni complessivamente più soddisfacenti con il variare del contesto ambientale. E ovviamente c’è molto altro.
Ben si comprende, quindi, che non sono soltanto le scienze biologiche, ma tutte le scienze naturali, compresa l’ingegneria del funzionamento e della gestione delle macchine, che possono aiutarci a capire come si organizza e quali sono i dispositivi e i processi, metabolici, di regolazione, di difesa, di cui si avvale la materia vivente. Un sapere che si deve approfondire per tutelare l’equilibrio della biosfera e soprattutto nell’interesse esclusivo dell’uomo, se si vogliono conoscere compiutamente i meccanismi d’azione che avvengono all’interno del nostro organismo. In particolare quelli che determinano l’insorgenza delle patologie e supportano i metodi di cura. Ciò per affrontare con piena cognizione di causa e scientificità la questione della salute, come peraltro si sta facendo nella terapia delle malattie del sistema immunitario, circolatorio e nervoso. E anche per passare da una medicina curativa a una preventiva e “ingegnerizzare” interventi e farmaci ad hoc, sempre più intesi a rafforzare il sistema immunitario di un organismo, che a contrastare direttamente gli agenti patogeni e le affezioni da essi prodotte.
Pure questo è un passaggio da “hard” a “soft” che privilegia l’integrazione e la collaborazione sull’antagonismo e interessa gli interventi in molti altri settori. Da quelli per minimizzare il consumo delle risorse, a quelli per difendere l’ambiente, a quelli che adotta l’agricoltura innovativa. In questo ultimo caso per ridurre, per esempio, gli apporti di antiparassitari e di altre sostanze realizzando ecosistemi nei quali convivono, assieme alle specie produttive, altre vegetali e animali in grado di difenderle dai parassiti. In sintesi l’approccio che si sta facendo strada consiste nel favorire i fenomeni naturali, facendo leva sulla solidarietà, e di non contrastarli, ma a tal fine occorre una conoscenza olistica e profonda.
Tornando all’uomo, il progresso della conoscenza è arrivato a interessare, ormai da tempo, aspetti sensibili che riguardano, non solo l’ambito materiale, ivi compreso il rapporto uomo-natura, ma anche quello spirituale. In quanto gli interventi si estendono all’intero ciclo della vita, dalla nascita, alla durata della vita, fino alla morte. In tal modo coinvolgendo aspetti etici e le corrispondenti ricadute giuridiche e invadendo la sfera del sacro. Penso ai nuovi processi naturali e artificiali di procreazione, alla sostituzione di organi componenti e tessuti artificiali e naturali, che registra progressi eccezionali, specie quanto alla possibilità di ottenerli per clonazione di cellule staminali indifferenziate, agli studi sul perché della nascita e della morte e al conseguente dibattito sulle valenze degli interventi per allungare la vita o sull’eutanasia attiva o passiva per porvi fine.

FAVORIRE IL CAMBIAMENTO
In questi, come in tutti gli altri avanzamenti nei vari settori, agricoltura, alimentazione, industria, servizi, ambiente, energia, ecc., che ci portano alla frontiera del sapere e sottopongono a dura prova la resilienza del mondo, l’applicazione delle nuove conoscenze comporta ovviamente sempre dei rischi. Come, quello ora trasformatosi in tragedia del CoVID 19, di cui si dibatte se la sua genesi sia artificiale o se la sua diffusione sia una reazione della natura e quanto sia colpa dell’uomo. Sono rischi che vengono purtroppo molto sottovalutati, quando la probabilità del verificarsi delle loro conseguenze è considerata minima o ininfluente e quando sono poco o per nulla note le dimensioni dei disastri che possono comportare. Tra essi rientrano le mutazioni genetiche, come quelle ereditarie causate dall’inquinamento. Un fenomeno che in natura si verifica di continuo, generalmente senza danni, anzi che consente di ottenere organismi ibridi utili per l’uomo. Un fenomeno che può generare però anche agenti patogeni e la possibilità del loro spillover, cioè del salto interspecifico da una specie a un’altra, se la barriera tra le specie cessa di svolgere la sua funzione inibitoria.
In tali situazioni di ignoranza si invoca il principio di precauzione, di cui ho più volte parlato in precedenti editoriali, che si traduce sostanzialmente nel rinvio dell’innovazione materiale e delle idee e, quindi, del cambiamento, in fin dei conti nel non far nulla. Mentre l’urgenza delle questioni ci impone di affrontare il cambiamento con coraggio, di favorirlo e di agire, capendo che il rischio non lo si può azzerare e che si deve imparare a convivervi, minimizzando il danno che esso può comportare con l’acquisizione di nuove esperienze e conoscenze. Perché i cambiamenti ci sono sempre stati e quelli del nostro tempo, così numerosi e sconvolgenti, sono oltretutto inevitabili e destinati a incidere molto più di prima e in modo drammatico sui riferimenti, i valori e i principi. Specie quando interessano gli organismi viventi, tra cui l’uomo, e la libertà o meno di operare interventi estremi che invadono la sfera sacrale.
È una questione complicata, che coinvolge interdizioni, limiti e comportamenti radicati, per affrontare i quali ha preso avvio una nuova disciplina, la bioetica, che coinvolge biologia, medicina, filosofia, giurisprudenza, sociologia e interagisce, quindi, con ideologie e religioni. Un problema reso ancor più critico dalla velocità degli avanzamenti che ha portato un pensatore come Martin Heidegger, quando essi non erano ancora così esasperati, mi riferisco alla metà del secolo scorso, ad affermare che il progresso imposto da scienza e tecnologia era troppo rapido e non lasciava il tempo a individui e società di adattarvisi e di costruire sistemi di riferimento adeguati. Emblematica al proposito è la sua frase: “La tecnologia ha sradicato l’uomo dalla natura e non c’è nulla che possa porvi rimedio, nemmeno la scienza, perché essa non pensa e opera come una macchina”. Forse oggi sarebbe ancora più pessimista, visto che la sfida che deve affrontare l’umanità è gestire una società dove si espande incessantemente il ruolo degli attori, persone, gruppi sociali, imprese, strumenti tecnici e organizzativi, valori, e dove ciascuno chiede e dà sempre di più, in termini di consumi e di capacità creativa. Dunque una società, che oltre a crescere di 75 milioni di persone all’anno, è più individualizzata, distinta e come tale più intollerante di vincoli, preconcetti e schemi a priori.

INCERTEZZA E POTERE
Ciò fa pensare che l’ordine costantemente ricercato dall’uomo per trovarvi la propria sicurezza, da cui sono partito con questa riflessione, sia irrimediabilmente sconvolto dal disordine, dall’incertezza di una società intrinsecamente caotica, dove i singoli eventi travalicano i fenomeni catalogabili e assumono un ruolo determinante. Un disordine che ci atterrisce in quanto la sua crescita appare inesorabile e sovverte quell’ordine di fondo che ci accompagna da sempre e ci dà tanta tranquillità: dello spazio, del tempo, del principio di causa ed effetto, ecc. E pure perché a generare il caos sembra sia la scienza stessa, che ci aiuta, ma anche ci tradisce, complicandoci la vita con le sue innumerevoli applicazioni tecniche. Innovazioni che rendono la nostra società sempre più complessa e, quindi, confondente. Per cui molti ritengono che ci si debba rassegnare fatalmente a vivere in un’epoca dominata sempre più dalla scienza, ma anche dall’incertezza. Tuttavia non tutti la pensano così e io sono tra loro. Perché non si tratta di incertezza, ma solo di una crescente complessità. Ben lontana comunque da quella estrema dell’ecosistema che è sempre esistita e stiamo imparando a conoscere. Sono le nostre scarne conoscenze, quelle con cui ci sforziamo di ordinare e gestire una molteplicità di eventi che avvengono contemporaneamente, ad essere troppo semplici e a farci ignorare l’enormità degli aspetti che interagiscono tra loro e con le strutture che realizziamo. Li stiamo scoprendo gradatamente e quelli che ancora non sappiamo apprezzare si traducono in incertezze e rischi. E, in effetti, l’avanzamento dei modelli interpretativi, previsionali e per il governo dei fenomeni aleatori mostra che l’incremento delle conoscenze riduce progressivamente l’area dell’imprevedibile a favore di quella della certezza.

Comunque sia, la vera questione, non è questa, è un’altra. È il problema che pone l’altra faccia della medaglia della conoscenza, difficilmente risolubile, perché figlio del nostro atavico egoismo e dell’istinto di sopravvivenza. Esso deriva dal fatto che l’enormità del sapere, che cresce esponenzialmente, conferisce a chi lo detiene e lo sa sfruttare un potere immenso, esercitato capillarmente con tutti i mezzi abilitati dal progresso, a partire dai big data. Un potere autoreferenziale che può risultare incoercibile, tanto di più se la maggioranza della gente è disinformata, demotivata e distaccata dalla politica. Mentre il dramma sanitario e sociale che stiamo vivendo ci chiama a raccolta e ci impone di crescere umanamente ed eticamente e di por mano a riforme economiche drastiche, per realizzare reti di sicurezza sociale, introdurre redditi di base, diminuire la disparità dei redditi e, in ultima analisi, ridistribuire la ricchezza. In caso contrario le disuguaglianze continueranno a crescere e così come stanno le cose è molto probabile che ciò si verificherà.
E allora non resta che rivolgere a questa e alla prossima generazione l’esortazione profetica di John Maynard Keynes, il padre della macroeconomia, che nel suo saggio “Sono un liberale?” scriveva nel 1925, circa un secolo fa: “Dobbiamo inventare una saggezza nuova per una nuova era. E nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo apparire eterodossi, problematici, pericolosi e disobbedienti agli occhi dei nostri progenitori”.

Pierangelo Andreini
Maggio 2020