Quell’alibi dell’incertezza che ipoteca il futuro

La storia insegna che le crisi hanno indotto cambiamenti sempre difficili, perché traumatici, ma alla fine sostanzialmente positivi, per il grande progresso che hanno generato. È quanto dobbiamo pensare, guardando alla metà piena del bicchiere, in questa complessa e tormentata fase di transizione, dove il contesto evolve e muta già di per sè in misura enorme, su cui si è sovrapposta ora una pandemia che ha stravolto più o meno tutto. Così evidenziando il rischio che corre la sopravvivenza stessa dell’umanità, che la gravità dell’emergenza sanitaria in corso concorre a sottolineare fortemente, il quale è in atto tuttavia da tempo. Il rischio che la trasformazione, ambientale, economica, sociale, delle istituzioni diventi insostenibile, che porta con sè però anche l’obbligo, che è un vantaggio, di individuare nuove modalità per accrescere l’agilità delle strutture organizzate e la loro efficienza. Non solo, ma pure di imparare a vivere in un contesto in costante divenire, che l’aumento della complessità e gli accidenti inattesi rendono sempre meno determinabile, sviluppando competenze che consentano di affrontare sconvolgimenti imprevedibili e di immane portata. Dunque, acquisendo la capacità di stare nell’incertezza, senza dover cercare a ogni costo la stabilità, come scrissi due anni fa nell’editoriale di giugno, “Quel disordine che non c’è che genera l’incertezza”, quando il virus ancora non era alle porte. A questo scopo, dissi, concludendo lo scritto, “è il sapere che fa la differenza .. unico vero antidoto capace di neutralizzare il veleno dell’incertezza“. Ciò richiede di riconoscere la priorità dell’istruzione per formare persone eclettiche e intraprendenti che non si fermino di fronte al pericolo di sbagliare. Un imperativo cui da noi si dà colpevolmente poco corso, mentre le emergenze imperversano e le trasformazioni si sviluppano con ritmo esponenziale. Tralascio quella avveniristica, annunciata a fine ottobre da Zuckerberg, di un’evoluzione di internet mobile, dove con visori di realtà virtuale sarà possibile immergersi in uno spazio digitale dentro il quale si potranno svolgere molteplici attività con avatar di persone che si trovano altrove. Non so quanto ci troverà preparati e mi limito a rilevare, nello specifico settore, la crescente difficoltà di controllare l’ingerenza di social network detenuti da pochi e che pochi sanno governare.

IL VANTAGGIO DEL DIGITALE
Su un piano più immediato sottolineo, invece, i rapidi progressi che altrove si stanno compiendo nell’affrontare il molteplice problema posto al sistema collaborativo dalla digitalizzazione delle attività produttive. A tal fine incrementando l’uso intensivo delle piattaforme, per far evolvere il modello organizzativo delle imprese e dei servizi e assicurare una gestione degli operatori più efficiente ed efficace, che il Paese attua troppo lentamente. Un handicap grave, dato che con esse e le relative, necessarie competenze si abilitano avanzamenti che, con lo smart manufactoring, favoriscono l’estensione dello smart working, della circolar economy, della smart logistics, ovvero di una pianificazione intelligente della logistica che apre la strada alla sharing economy, e molto altro. Pertanto, l’altra priorità è quella di completare i percorsi di digitalizzazione e di rafforzare i processi di gestione che persone ben formate sappiano dirigere e condurre, assumendo decisioni adeguate per guidare lo sviluppo futuro. Obiettivi facili da indicare, ma difficili da raggiungere, in quanto il cammino è ostacolato da numerose barriere che si stanno profilando all’orizzonte del nostro scenario economico: l’aumento dei prezzi dell’energia, l’evoluzione dell’emergenza sanitaria, i rallentamenti e i blocchi delle catene di approvvigionamento, l’inflazione, il posizionamento del Paese negli equilibri geopolitici mondiali. A favore giocano, tuttavia, gli stanziamenti previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, con le obbligate, connesse riforme, che assicurano le condizioni per rispettare in prospettiva queste priorità e avranno certamente effetti positivi, ma richiedono di mettere in campo una capacità progettuale che sia indenne da carenza di competenze. Non solo, ma pure da una volontà politica incerta nel superare le contraddizioni, che il miglioramento atteso dell’economia (+6,2% del pil, secondo le ultime previsioni della Commissione UE, +4,3 per il 2022) rischia di indebolire.

L’INDECISIONE DELLA COP 26
Ciò vale per noi come per gli altri e fa specie, quindi, estendendo il ragionamento al piano globale, la modestia degli impegni assunti nei giorni scorsi a Glasgow in difesa dell’ambiente dalla Cop 26, la 26° Conferenza delle parti firmatarie della Convenzione ONU sui cambiamenti climatici. Passi troppo timidi per governare un caos climatico che si mostra incombente, anche se il summit ha confermato l’obiettivo di contenere a fine secolo l’aumento medio della temperatura del pianeta entro 1,5 °C sul livello pre-industriale. Così segnando un progresso rispetto al target dei 2 gradi stabilito sei anni fa dalla Cop 21 di Parigi, ma si tratta di un target futuro. Mentre quelli immediati sono stati posposti nel tempo, visto che il documento finale, approvato il 13 di questo mese, è stato pesantemente condizionato dalle richieste di India e Cina e stabilisce, quanto al carbone, solo la sua progressiva riduzione e non la sua uscita di scena. In tal modo il processo di decarbonizzazione dell’economia è stato rallentato nel suo complesso, quando al contrario da più parti era stato richiesto di accelerarlo. Questo sulla base dell’allarme dato dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) sull’intensificarsi dei fenomeni e danni dovuti alla variazione delle temperature con il primo volume del suo sesto rapporto sullo stato del clima, appositamente predisposto in vista della Conferenza.  La decisione di tagliare al 2030 le emissioni di CO2 equivalente solo del 45%, rispetto al 2010, per arrivare alla neutralità, ovvero zero emissioni nette, “intorno” alla metà del secolo è considerata, infatti, da molti osservatori del tutto insufficiente per mettere in sicurezza il clima. Tuttavia, altri osservano che l’annuncio cinese di divenire carbon neutral entro il 2060 e di fermare la costruzione di impianti a carbone nei Paesi in via di sviluppo, cui si aggiunge l’accordo con gli USA siglato a Glasgow di ridurre drasticamente le perdite di metano, comporta vincoli che solo pochi anni fa erano impensabili. Ciò vale anche per l’impegno indiano di raggiungere la neutralità, anche se nel lontanissimo 2070, stante l’attuale forte dipendenza del subcontinente dal carbone.

I TANTI NODI AL PETTINE
Il mese scorso, concludendo l’editoriale “Quella crescita responsabile e solidale che impone l’emergenza climatica, sanitaria e sociale”, formulavo l’auspicio che la Cop 26 andasse oltre la pura questione del clima, affrontando, o per lo meno considerando, l’intera problematica nel suo complesso. Perché, dicevo, “non si tratta semplicemente di contrastare il cambiamento climatico, nel senso di far sì che economia e tecnica non lo accelerino e lo mitighino nei molti modi in cui esse stanno operando e potrebbero operare. La questione è molto più ampia. Ci si deve chiedere dove ci sta portando quel perverso intreccio di tecnologia ed economia che ha generato l’ambiente di vita dentro il quale ci muoviamo con crescente affanno e determina la cultura con cui vediamo e interpretiamo erroneamente il mondo. Quindi occorre modificare la rotta e indirizzare il percorso su un cammino più consapevole e responsabile.“. Una speranza vana, evidentemente, visto che l’India, nella giornata conclusiva del Summit, ha affermato che non è compito dell’Onu dare prescrizioni sulle fonti energetiche. I tempi, dunque, non sono ancora sufficientemente maturi, ma devono esserlo tassativamente per noi. Troppi i nodi al pettine che rappresentano per l’Italia ostacoli che possono diventare esiziali. Aspetti critici che saranno determinanti, ripetutamente trattati nel portale, come nell’editoriale del dicembre 2015 “La chance della svolta. L’asset della conoscenza per una crescita inclusiva e responsabile”. In esso ho richiamato quanto avevo già detto cinque anni prima nel numero di gennaio 2011 de La Termotecnica e nel Giornale dell’Ingegnere sulle sfide e le opportunità del nuovo decennio. Scrivevo allora che per riprendere la crescita occorreva innovare profondamente il sistema “per mettere in campo nuove regole gestionali e nuove risorse. Ma quali risorse? Prime fra tutte quelle culturali, ovvero scienza, tecnologia, formazione e informazione. E la loro mirabile sintesi attuativa, costantemente espressa dall’ingegneria e dall’architettura, da sempre impegnate nel continuo ripensamento dei sistemi d’uso e produttivi per la sostenibilità dei modelli di consumo. E quali nuove regole? Pare evidente che le difficoltà del momento non si possono superare solo ricorrendo a nuovi materiali, nuove tecnologie o aggiornando semplicemente le modalità organizzative. Quindi è necessario adottare un approccio sostanzialmente diverso, in grado di gestire la complessità della trasformazione in atto. E ciò perché i nodi al pettine sono interagenti e molteplici: economici, ma anche sociali, climatici, energetici, e la loro soluzione costituisce un’occasione di cambiamento epocale, anzi un formidabile acceleratore che potrà rivoluzionare il mondo nel prossimo decennio“.

UN RITARDO COLPEVOLE
Oggi, passati dieci anni, le maggiori economie sono ancora alle prese con questa sfida. Quella di cambiare l’approccio per fronteggiare una transizione profonda, accelerando a tutto campo l’innovazione, fattore essenziale per stare al passo, per crescere, per creare occupazione, per correggere gli errori del passato e migliorare le condizioni di vita. Il motore che la diffonde è l’alleanza tra software, robotica, nuovi materiali e altro che, attivata dalla possibilità offerta dalla rete di far viaggiare la conoscenza, agevola la trasformazione della materia, aggiungendovi le più svariate funzioni. Così le imprese si trasformano in nuclei interconnessi nei quali le nuove idee e i dati circolano incessantemente, generando servizi e prodotti sempre più sofisticati e personalizzati, al limite del così detto “on demand manufacturing”, dove il prodotto può essere anche solo noleggiato, e il vero valore aggiunto è il servizio. In tal modo l’economia diventa più sostenibile ed efficiente, dato che produce il manufatto o il servizio che vuole il consumatore o di cui l’utente ha effettivo bisogno, il quale diviene protagonista e responsabile delle proprie scelte. Ma pure le imprese divengono più responsabili. Visto che in un contesto nel quale decide l’individuo, gli aspetti del rischio e dell’accettabilità ambientale e sociale delle nuove tecnologie risultano cruciali e il driver che guida il mercato, e quindi la produzione, è una sintesi di cultura, innovazione, compatibilità, creatività, competitività. In sintesi, mi pare di poter dire che ci troviamo di fronte a un momento storico cruciale. Una fase nella quale molteplici emergenze accrescono le paure e ritardano i percorsi, frenando o comunque indebolendo l’iniziativa pubblica e privata. Ciò non deve accadere e i prossimi mesi saranno determinanti affinché il Paese possa cogliere la grande occasione che costituiscono le risorse del recovery fund per rimanere tra gli innovatori e fruire delle ricadute economiche e dell’incremento di posti di lavoro che vi sono associati. È necessario, pertanto, che il merito, la competenza, la visione strategica, il senso della collettività e del bene comune prevalgano sull’utilitarismo e sulla difesa di interessi particolari. E che si rispetti la priorità di investire massicciamente nella ricerca, nella formazione e nella digitalizzazione profonda del sistema economico per incrementare le competenze, mettere   in circolo le idee e ottimizzare lo sfruttamento della conoscenza globale esistente in rete sui dati, le storie e le relazioni che caratterizzano la nostra produzione. Solo in tal modo potremo accrescere   la consapevolezza e la partecipazione e favorire così l’inclusione e l’accoglienza, che significa colmare le diseguaglianze e sanare le fratture, ovvero disegnare una società orizzontale e non verticale priva di ascensori sociali.

Pierangelo Andreini
Novembre 2021