Quella manchevole visione strategica che frena lo sviluppo

“E pur si muove”, avrebbe detto Galileo Galilei, dopo l’abiura, parlando della Terra. Altrettanto vorremmo dire della nostra economia, nonostante il parere contrario di tanti osservatori che la considerano ferma, per alcuni di essi addirittura destinata a perpetuare la sua stasi.
Un giudizio superficiale, che non tiene conto delle potenzialità del Paese, che per valore aggiunto è tuttora la seconda industria manifatturiera d‘Europa e la quinta potenza mondiale per più alto surplus nei manufatti, dopo Cina, Germania, Giappone e Corea del Sud.
Tuttavia, un giudizio che, diversamente dalla aberrazione geocentrica, ha purtroppo qualche fondamento. Perché la valutazione sconta la percezione di un declino, aggravatosi nel tempo, dovuto all’incapacità di adottare e attuare con continuità una strategia globale di sviluppo, sufficientemente impegnativa ed efficace. Di un quadro organico di azioni a lungo termine per comporre in modo coerente e sinergico misure atte a favorire l’ammodernamento delle infrastrutture e dei servizi e, con esso, la crescita delle attività economiche. Un esercizio certamente difficile, stante la varietà dei settori tra loro intersecati: industria, commercio, artigianato, agricoltura, istruzione, P.A., trasporti, turismo, ambiente, energia, ecc.
Meno, limitandosi ai singoli comparti, ma anche in tal caso le programmazioni sin qui adottate hanno registrato, assai spesso, storie di insuccessi. Ne è un esempio l’energia, dove i vari piani susseguitisi dal’75 si sono dimostrati inconcludenti negli obiettivi e nei risultati per l’incertezza e la contraddittorietà delle politiche.
Un handicap duro da superare, in quanto ora questo esercizio è ancor più difficile per la rapidità dei cambiamenti che sta subendo l’economia mondiale che modificano le basi stesse su cui essa ha sin qui poggiato.
A parte la trasformazione digitale dei sistemi di produzione e gestione, di cui tanto si parla, fenomeno eclatante, ma che agisce alla superficie, la transizione è accelerata, infatti, dall’azione congiunta di vari fattori che originano dal profondo delle cose.
Lo straordinario sviluppo demografico ed economico dei paesi emergenti, ed in particolare della Cina, con l’associato aumento del loro potere d’acquisto. L’allarme per il clima e la connessa questione dell’ambiente, che impone la necessità di adottare un’economia circolare. Ciò anche per rispondere alla crescente sensibilità alle sorti dell’ambiente, in particolare della nuova generazione di consumatori millennials che considerano l’ecosistema un bene da proteggere e non una risorsa da consumare. L’ascesa di varie forme di populismo, di vario colore, e di nazionalismi, che inducono polarizzazioni politiche e sociali e mettono alle corde il multilateralismo con cui sono stati salvaguardati gli equilibri dal dopo guerra in poi.
Fenomeni, questi ultimi, scarsamente moderati dalla crescita esponenziale delle conoscenze e della loro diffusione che assicura l’avanzare della società dell’informazione, che è l’ulteriore driver che muove il cambiamento. Perché gli scarsi investimenti nel capitale umano impediscono ai più di acquisire il know-how necessario per farle proprie e comprendere nel profondo la portata di quanto accade. In tal modo il sapere richiesto per avvalersi delle nuove tecnologie, diffuse da una globalizzazione, celebrata o deprecata, ma comunque inarrestabile, rimane all’interno di élite ristrette, determinando l’aumento delle diseguaglianze e l’impoverimento relativo della classe media. E così ostacolando il cammino verso forme di crescita, inclusive e sostenibili, capaci di difendere l’occupazione e il benessere.
Sono colpe gravi, tanto più se si considera che tradiscono e violano valori fondanti ed essenziali per lo sviluppo. Intendo dire la libertà e la volontà di conoscere e poi di usare le conoscenze per farne tecniche al servizio di tutti, le cui radici affondano nel mito: dall’albero della conoscenza del bene e del male della Bibbia, al fuoco degli dei rubato da Prometeo per darlo agli uomini, alle colonne d’Ercole varcate da Ulisse. E visto che si sa da tempo che il progresso che stanno generando gli avanzamenti scientifici e tecnologici è troppo rapido per consentire a individui e società di beneficiarne e adattarvisi, realizzando nuovi stili di vita più efficaci e adeguati, se non vengono adottate misure e correttivi straordinari. Un allarme che molti filosofi hanno lanciato già da vari decenni, tra cui spiccano per la chiarezza della loro visione gli europei Martin Heidegger, Hans Jonas e Hans Georg Gadamer. Una questione basilare, la cui soluzione chiede l’intervento dell’etica, cioè della saggezza, perché il sapere, ovvero la scienza, non basta e ha mostrato di non esserne capace, dato che, secondo Heidegger, essa non pensa e opera come una macchina.

Il futuro che incombe
Frattanto l’avanzamento delle tecnologie digitali procede inesorabilmente, mettendo alle corde i processi produttivi e di assemblaggio ad alta intensità di lavoro su cui tradizionalmente si basano le economie a basso reddito e povere di risorse. Automazione, robotica collaborativa, manifattura additiva, apprendimento automatico, intelligenza artificiale, visione virtuale e aumentata, internet delle cose, big data, cloud computing ed altro stanno trasformando, infatti, drammaticamente l’economia, che vive un processo di globale e progressiva digitalizzazione di tutte le attività. In ciò potenziata dalle nuove modalità di connessione, come il Li-Fi (light fidelty), cento volte più veloce e con un intervallo di frequenze 10 mila volte più ampio del Hi-Fi, che assicurano collegamenti al web straordinariamente efficienti e trasformano i modelli di business, stante la pressoché infinita capacità di immagazzinare dati nel cloud e la grande velocità nel processarli da parte di supercomputer.
Un intreccio di tecnologie che pongono pressanti domande di ricerca, formazione e adeguamento delle infrastrutture per abilitare il nuovo corso. Domande da noi ampiamente insoddisfatte, per cui il Paese si trova al 25^ posto in Europa su 28 Stati membri nel cammino verso un’economia e una società digitale. Di qui una delle ragioni che supporta il giudizio negativo degli osservatori che ritengono che la nostra manifattura sia destinata a un inevitabile declino, in quanto per loro è difficile che si possano recuperare i ritardi accumulati e progredire con la necessaria rapidità. Ad aggravare il giudizio c’è poi il fatto che tutti i settori della produzione stanno diventando smart e sono arrivati a interessare, con lo sviluppo delle scienze della vita, interventi diretti anche sull’uomo. In tal modo ponendo problemi di massimo interesse sociale, in primo luogo etici e, di conseguenza, anche giuridici, sulle relazioni uomo-natura, che alimentano l’attuale dibattito.
I progressi di scienza e tecnologia, che sono stati in alcune aree assai rilevanti e a grandi linee delineati nei miei precedenti editoriali, in particolare nell’ultimo di luglio, dicono infatti che nei decenni di questo secolo l’umanità è destinata a subire un processo evolutivo straordinario. Un cambiamento che tocca tutte le sue caratteristiche fisiche e di pensiero e la cui portata non è inferiore a quella subita dalla comparsa dei primi ominidi, qualche milione di anni fa, a oggi. Si tratta di un’evoluzione non darwiniana–naturale, ovvero che avviene su base genetica, ma artificiale, anche se il termine è improprio, in quanto avviene per la capacità progressivamente acquisita dall’uomo di intuire o conoscere leggi del creato, che sono naturali e non artificiali, e di generare con tale sapere nuovi equilibri e risultati. Un’evoluzione che ha già operato in passato, specie in agricoltura e nell’allevamento, ma che l’insieme dei fattori sopra accennati rende ora possibile, in tempi, forme ed entità straordinarie, anche su di noi.

Una trasformazione straordinaria
D’altra parte, è ben noto che da tempo disponiamo ormai di vari mezzi per migliorare le nostre prestazioni fisiche, di lavoro, intellettuali. Si pensi agli attrezzi e indumenti, sportivi e non, di nuova generazione, alle nuove sostanze chimiche, alle macchine, ai computer, ecc. Con essi si possono esaltare le prestazioni fisiche con mezzi esterni. Ne sono esempio gli indumenti leggeri che rendono minimi gli attriti, le scarpe che trasformano le sollecitazioni in spinte o le aste per il salto studiate per massimizzare i risultati. Il progresso delle conoscenze di come il corpo utilizza i propri organi porta poi a individuare alimenti e additivi chimici per massimizzare nei momenti di sforzo le prestazioni naturali, senza danni per l’organismo. Per non parlare degli innesti bionici e degli interventi genetici che possono modificare organi e organismo.
Gli avanzamenti riguardano gli stessi organi di senso, che sono il residuo di esigenze completamente diverse dalle attuali. Ora, infatti, le indagini scientifiche ci chiedono di vedere oggetti subatomici o immensi, di sentire rumori minimi, di percepire la presenza di singole molecole. A tal fine esistono già “sensi” artificiali enormemente più efficaci di quelli umani e che potrebbero essere innestati nel corpo.
Questo addirittura nell’encefalo, per potenziare le prestazioni intellettuali con l’innesto di chip collegati a computer e banche dati. E, mentre l’informazione potrà così arrivare direttamente al cervello lungo vie neurali e i computer avranno letto tutta la “letteratura”, di qualsiasi natura, presente nel mondo, questi potranno raggiungere capacità analoghe a quella del cervello umano, per poi superarle di una, due, tre ordini di grandezza.
Peraltro, è ben noto che le conoscenze sono già arrivate a controllare alcuni aspetti rilevanti e sacrali della nostra esistenza: nascita, vita, morte. E così procedendo, in pochi decenni, con il controllo dei meccanismi d’invecchiamento di cellule e organi, la durata della vita umana potrà arrivare a essere di 120-130 anni. Ma c’è dell’altro. La possibilità di far crescere organi e parti del corpo, per clonazione di cellule staminali indifferenziate, con le quali sostituire senza fenomeni di rigetto quelle ammalate, potrà aumentare ancor di più la durata della vita umana, magari fino alla mitica età millenaria dei patriarchi antidiluviani.
Si pensi poi che a breve l’uomo potrà collegarsi, in forme e misure ben più estese delle attuali, non solo a computer e loro tramite allo scibile accumulato, ma a tutti gli altri uomini, costituendo una rete che congloberà l’intera umanità, trasformandola, per così dire, in un unico organismo molto più potente. Inoltre, le possibilità del collegamento, già ora ne è un esempio internet delle cose, coinvolgeranno capillarmente l’intero sistema, non solo economico, ma anche quello fisico e naturale nel suo complesso, ovvero la biosfera, la cui interconnessione sarà un fatto tangibile dando consistenza reale e non solo filosofica alla mitica Gea e al suo volere. In sintesi, l’insieme dei diversi sviluppi sopra menzionati, tutti concepibili e già in parte realizzati, fanno presumere che in questo secolo l’uomo è destinato a subire una trasformazione straordinaria. Una trasformazione che lo renderà completamente diverso da quello che è oggi: un uomo nuovo del quale non siamo in grado di valutare la portata, le possibilità e l’evoluzione futura.

L’esercizio del prevedere
Questa digressione sul futuro che attende delinea una svolta che può apparire eccessiva, addirittura inverosimile, anche se parte da dati di fatto. Perché in genere siamo portati a sovrastimare gli effetti delle tecnologie a breve termine, mentre sottostimiamo quelli a lungo termine. In quanto tendiamo a reagire più che a ragionare e a non usare il pensiero con tutti gli strumenti possibili per prevedere quel che ancora non c’è e poterci così preparare ad affrontarlo. Non solo con i mezzi strettamente galileiani, ma pure con gli altri, dell’analogia, dell’immaginazione, dell’intuizione, ecc. Un esercizio difficile nel caso della tecnologia, dato che segue una curva evolutiva, tutt’altro che banalmente configurata come una esponenziale, la quale tiene conto di molteplici fattori, scientifici, tecnici, economici, ambientali, sociali, culturali. Ma un compito che si deve cercare di svolgere, per evitare sprechi ed errori le cui conseguenze ricadono poi sui più deboli, di ora e di domani, e così massimizzare rendimenti e sinergie.
Tra i vari modelli e strumenti interpretativi e previsionali impiegabili in tal senso, che esulano da questa trattazione, ne ricordo qui uno che negli anni’80 ha fatto molto discutere i tecnici dell’energia. La matematica offre infatti un’equazione, detta logistica, che è utilizzabile per valutare l’andamento di risorse, tecnologie o prodotti alternativi, che siano già presenti nel mercato, porli a confronto e prevedere l’esito della gara. È applicabile anche quando vi sono molti competitori, come nel caso dei sistemi energetici, dove tra le competizioni vi è quella tra le vecchie e le nuove fonti di energia che perdono e acquistano quote di mercato: carbone, petrolio, nucleare, gas, solare. La rappresentazione grafica della funzione logistica, ponendo il tempo in ascissa e il fenomeno di cui si vuole conoscere la dinamica dello sviluppo in ordinata, assume la forma di una S coricata. Questo visto che, all’inizio, la curva sale in modo simile all’esponenziale per poi subire un flesso che ne inverte la concavità, per cui cresce sempre meno appiattendosi su un asintoto orizzontale.
La spiegazione sta nel fatto che con lo scorrere del tempo i miglioramenti delle prestazioni e/o la riduzione dei costi associati al fenomeno preso in considerazione, inizialmente importanti e che ne hanno determinato la rapida diffusione, tendono ad esaurirsi. Per conseguenza la quota dei consumatori/utenti si riduce, sia perché il mercato è stato in gran parte già saturato, sia perché in esso hanno preso corpo nuove soluzioni, giudicate migliori, rese nel frattempo disponibili dal progresso tecnico. Introdotta da Pierre Verhulst nel 1838, per descrivere le auto-limitazioni nell’aumento di individui di una popolazione biologica, l’equazione logistica è stata riscoperta negli anni ’20 del secolo scorso per usi analoghi dai matematici Vito Volterra e Alfred Lotka. Successivamente, a partire dalla seconda metà degli anni ’70, il fisico Cesare Marchetti, allora attivo presso lo IIASA, International Institute for Applied System Analysis, ne ha esteso variamente l’impiego, confermando con le sue analisi il ruolo significativo delle equazioni logistiche nella descrizione e previsione della dinamica dei sistemi.
Con tale attività Marchetti e i suoi collaboratori hanno richiamato una notevole attenzione, avendo stimato, nell’arco di oltre due decenni, con vario successo, l’andamento della diffusione di numerosi fenomeni apparentemente soggetti a sviluppi caotici. Oltre alla predetta sostituzione delle fonti di energia, quella dei computer, dei modelli di automobile, dell’elettrificazione, dei sistemi di trasporto, del lavoro fisico e molto altro ancora.
È l’esempio di un esercizio problematico, specie per le conseguenze che comporta, oggi condotto con strumenti sempre più complessi e sofisticati, come nell’indagine dei fenomeni meteorologici, molto diversi nei differenti settori di impiego e ciascuno con il proprio limite. Assai grave quello che affligge la funzione logistica, in quanto le analisi che si possono effettuare con tale metodo richiedono, come detto, che la soluzione innovativa, di cui si vuole conoscere la sorte nel confronto con le equivalenti che vorrebbe sostituire, sia già presente nel mercato, sia pure in piccola quota. Ciò, ovviamente, ne rende difficile l’impiego nel caso di innovazioni in materia ambientale e per la sicurezza, stanti le maggiori incognite che caratterizzano intrinsecamente questi ambiti.

Ambiente, sicurezza e precauzione
In tali contesti, infatti, mentre per le tecnologie che sono già in uso l’esperienza, bene o male, ha rivelato i rischi che il loro impiego comporta, per quelle innovative essi devono essere presunti e diventeranno veramente noti solo dopo un congruo periodo di sperimentazione. Così, la difficoltà di apprezzare compiutamente la sicurezza che assicurano le nuove soluzioni ne impedisce o rallenta la diffusione sul mercato ed effettuare il confronto con le vecchie risulta difficile. Peraltro, al proposito c’è da dire che, se l’esigenza di conoscere i pericoli è pienamente condivisibile, quella di conoscere “tutti” i rischi prima che il “nuovo” venga adeguatamente sperimentato è, ovviamente, una pretesa impossibile da soddisfare. Significherebbe immaginare che esista la sicurezza assoluta e pretenderla, bloccando l’innovazione, mentre un rischio rimarrebbe comunque, quello di non far nulla. Una pretesa ancor meno giustificata se si considera che, mentre ogni iniziativa che comporta qualche minimo rischio è severamente censurata, non lo è altrettanto la disinformazione. Un mezzo sempre più potente che, distorcendo la realtà, crea panico e induce a investire risorse che potrebbero essere impegnate in attività più utili e redditizie per la salute, la sicurezza e la sostenibilità dello sviluppo, con il risultato finale che si generano effetti nocivi certi rispetto a quelli presunti legati ai rischi denunciati.
Di fronte a questa situazione generale di incertezza, di cui ho parlato nell’editoriale di giugno, si invoca il ricorso al cosiddetto “principio di precauzione”, ossia fare solo quelle scelte che comunque risultano benefiche, seguendo il noto insegnamento di Ippocrate “primum non nocere”. È da osservare, innanzitutto, che il termine principio è inappropriato, dato che non ha nulla di teorico e deriva il diritto di essere così chiamato dalla validità generale che gli assicura il “buon senso”. Si dovrebbe semmai parlare di “misure precauzionali” e, anche in tal senso rimane fuorviante, visto che in realtà nella sua applicazione si tiene conto solo di certi rischi, ignorandone altri, e non si fanno adeguate analisi costi – benefici. Ed è pure, tutto sommato, poco efficiente, perché in pratica esso chiede a scienziati, tecnici, politici di dire se un certo intervento, del quale non si conoscono molti aspetti, sia o meno rischioso. Così, complice la difficoltà di effettuare analisi e previsioni, la risposta è tale, ovviamente, da scoraggiare in genere ogni innovazione, specie per non dover rispondere poi di eventuali danni.
In tal modo, oltre ad assecondare l’opinione che esista il rischio zero, le decisioni risultano opache e si introduce una pseudo-democrazia che avalla l’idea che debba essere la maggioranza degli esperti a stabilire quali siano le conseguenze positive o negative di un’azione. Questo contrariamente a quanto insegna la scienza, che chiede che sia la sperimentazione, e non una ipotesi a priori o una scelta democratica, a “decidere” su cosa è un fenomeno. Un caso emblematico è quello del cambiamento climatico sul quale si propongono conclusioni contraddittorie. Infatti, le risposte degli esperti concordano, generalmente, sugli aspetti specifici che provengono direttamente dall’osservazione dei fenomeni e tutti convengono, per esempio, che l’aumento della concentrazione atmosferica dei gas ad effetto serra non può, di per sé, che portare a un aumento della temperatura. Mentre esse, poi, divergono quando dai dati si passa alle interpretazioni causa-effetto che coinvolgono le interazioni con altre componenti fondamentali nel determinare il clima: l’attività della superficie solare, l’albedo, la vegetazione, gli oceani, le correnti, le polveri atmosferiche, ecc. E si differenziano ancor di più nell’interpretare cosa comporta questo mutamento. In quanto la diversità delle valutazioni non dipende solo dalle lacune conoscitive dovute alla complessità dell’insieme di fenomeni che si devono prendere in considerazione, complessità difficile e talvolta impossibile da dominare. Deriva anche, in modo consistente, dal fatto che gli scienziati sono degli uomini, con le loro particolari convinzioni, ideologie e credenze, i quali pertanto sono portati nell’interpretazione delle conoscenze a privilegiare, spesso in buona fede, conclusioni che sono talora arbitrarie sotto il profilo strettamente scientifico.

Due culture per fronteggiare l’incertezza
La conclusione è che, stando così le cose, oltre agli elementi conoscitivi di natura scientifica e agli strumenti tecnici disponibili, di analisi, stima e previsione, occorre far ricorso ad altri aspetti che conglobano tutti i saperi, i valori della società, gli atteggiamenti, per assumere le decisioni in attesa delle risposte della scienza e della tecnica, che arriverebbero tra l’altro troppo tardi, mai complete e quindi insufficienti. In sintesi si può dire, generalizzando, che ogni mutamento di prospettive, bisogni, interessi, regole porta in tutti i settori, compreso quello della scienza, che ne potrebbe sembrare immune, difficoltà, incertezze, contraddizioni. In quanto, la cultura tecnica, ovvero il sapere tecnico-scientifico sin qui accumulato, non potendo disporre di tutte le conoscenze che sono necessarie, e che mai è da presumere arriverà a possedere, e quindi degli strumenti richiesti per affrontare compiutamente i problemi, ha bisogno dei saperi dell’altra cultura, quella letterario-umanistica. Di qui la necessità di integrare le due culture, per renderle insieme più efficaci e prevenire il rischio del distacco dalla realtà dei fatti che può generare un incontrollato sviluppo del sapere tecnico, conseguente all’affermarsi di una tecnocrazia con le sue aberrazioni.
Quanto sin qui detto sul principio di precauzione può sembrare contraddittorio. Da una parte, lo si accusa di una mancanza di scientificità per non essere un principio, ma solo una concezione dettata dal buon senso. Una visione che comporta, tra l’altro, il rischio di rallentare l’innovazione materiale e delle idee e, quindi, del cambiamento, nei cui confronti l’uomo deve coltivare, invece, la responsabilità morale di affrontarne le sfide. Come ci dice l’etica kantiana e, ancor prima, la parabola dei talenti, che condanna chi non fa fruttare le risorse messe a sua disposizione. Dall’altra, lo si assolve, quando si dice che il sapere tecnico-scientifico è insufficiente, e lo sarà anche in prospettiva, per fronteggiare la complessità delle questioni che ci affliggono.
Tuttavia, è una contrapposizione solo teorica e apparente, dato che nella realtà problemi e soluzioni evolvono nel tempo e accompagnano da sempre la crescita dell’umanità. Essa comporta l’acquisizione di nuove esperienze e conoscenze in tutti i settori che si scontrano con le preesistenti concezioni della società, modificandole, sia sul piano generale, sia per aspetti specifici. Ora, però, i cambiamenti sono così numerosi e sconvolgenti da influenzare profondamente gli stessi principi, valori e riferimenti etici che ci hanno sin qui guidato. Basti pensare alle attese che propongono gli avanzamenti di cui si è parlato più sopra, specie nelle scienze della vita, e alla libertà di vederle realizzate comunque, oppure alla necessità di porvi dei limiti e dei vincoli.
Una questione ardua e complessa, che incide su comportamenti radicati, ideologie e religioni, che la scienza da sola non può affrontare e risolvere. Perché essa porta ad acquisire conoscenze profonde e rigorose su aspetti singoli e specifici e segue, quindi, un approccio riduzionista. Mentre per far fronte positivamente a problemi che saranno sempre più complicati e intrecciati occorre un approccio diverso. Un approccio olistico che riaggreghi la conoscenza dei particolari all’interno di sistemi che siano il più possibile completi per tenere sufficientemente conto delle loro interazioni.
Da quanto scritto appare, quindi, che l’ago della bilancia pende verso l’inadeguatezza del principio di precauzione, in quanto induce a non fare più che a fare. E visto che con la cautela non si correggono i gravi squilibri che l’attuale modello di sviluppo socio-economico sta generando, spinto dalla ricerca dell’utile individuale che prevale sul dovere. Uno sviluppo che genera disparità e con essa condizioni di crescente insostenibilità, la quale ha molte facce, non solo ambientali, anche economiche, sociali, istituzionali. Per interromperne i drammatici effetti occorre che il traguardo dell’equità infra generazionale e intergenerazionale non sia limitato alle sole parole. Dunque bisogna agire nel presente per il futuro, ma ricordando il passato, di cui si trascurano insegnamenti di fondo, visto che ancora si discute sulla libertà del commercio, esecrando o esaltando la globalizzazione.

Globalizzazione e disparità
Un atteggiamento che concorre anch’esso a generare il clima di incertezza che penalizza lo sviluppo. Dato che si dimentica che sin dagli esordi l’umanità è cresciuta attraverso lo scambio e che negli ultimi trent’anni la globalizzazione ha costituito un fattore positivo e determinante nel ridurre la povertà estrema, dai due miliardi del 1990 ai circa 700 milioni di oggi. Un risultato ancor più significativo se si tiene conto del considerevole aumento della popolazione avvenuto nel periodo. Perché, come si è detto, l’imperativo che pone il progresso è duplice, agli avanzamenti tecnologici deve far seguito la loro fruizione diffusa in modo che tutta l’umanità possa goderne i vantaggi, non soltanto la ristretta cerchia dei privilegiati. E se i primi appaiono a portata di mano, la seconda è ben lontana dal traguardo.
In quanto, diversamente da quanto si pensa e propugnano gli allarmi, l’economia mondiale è ancora ben poco globalizzata. Solo il 3% delle persone vivono al di fuori dei confini dei Paesi in cui sono nati, mentre le stime dicono che appena il 20% della produzione mondiale viene avviata all’esportazione. Globalmente, gli investimenti aziendali nell’acquisire, organizzare ed espandere le operazioni internazionali ammontano a meno del 10% del capitale fisso e, secondo le stime dell’Unione postale universale, il numero dei pacchi spediti sulla rete internazionale equivale ad appena l’1,3% di quelli spediti sulle reti nazionali dei vari Paesi. Inoltre, benché si parli spesso di filiere di rifornimento globali, per la maggior parte si tratta di realtà regionali. Al momento, dunque, il fattore che alimenta la crescita economica in molte parti del mondo non è la globalizzazione, ma la regionalizzazione dell’economia mondiale.
Comunque sia, molti osservatori pensano, e io sono tra loro, che il commercio transfrontaliero, di dimensioni globali o regionali, rappresenta uno stimolo positivo per il progresso economico e che in tal senso gli oltre 4,5 miliardi di persone che vivono in Asia costituiranno nel prossimo futuro una forza economica formidabile. Già ora Cambogia, Malesia, Singapore e Vietnam sono delle eccellenze a livello globale per l’entità dei flussi internazionali, superiori alle aspettative previste in base alle loro dimensioni, ricchezza, lingua o prossimità. E altrettanto è il Mozambico in Africa. Per cui il giudizio di chi ritiene utile e inarrestabile l’accelerazione degli scambi appare ben fondato. Tanto più se si considera come si è semplificata la loro dinamica con il commercio online. Non più rappresentanti aziendali che viaggiano incessantemente per il mondo con i loro cataloghi, sperando di ricevere poi per posta qualche ordinazione.
Di fatto il commercio è diventato ormai una delle tante forme di incontro sulla rete. Quella tra fornitore e cliente che si scambiano informazioni e richieste con modalità facili e aperte, accrescendo le conoscenze e le opportunità in tutte le direzioni. Anche per i piccoli produttori artigianali in posti lontani, che possono collegarsi con i loro clienti su scala mondiale. In tal modo il commercio globale avvicina i sistemi paese e li aiuta ad affinare le competenze di produttori e consumatori-utenti, concorrendo, nel contempo, a evidenziare la necessità dell’adeguamento delle loro infrastrutture. A trarne i maggiori vantaggi diventano così soprattutto le classi medie dei paesi emergenti, sempre più produttive, e non più solo quelle agiate che ne hanno sin qui detenuto la prerogativa. E se è pur vero che la conseguenza di questi cambiamenti economici è la perdita di posti di lavoro in alcuni settori, paesi e regioni, allo stesso tempo, se ne creano di nuovi in altri, con un bilancio che appare comunque positivo.
Dunque, le guerre commerciali, eredità avvelenata del passato, sono reazioni miopi che non possono che sfavorire lo sviluppo e allontanarlo dal solco della sostenibilità. Perché frammentano la catena della distribuzione, penalizzando i cicli produttivi e contribuiscono a quel rallentamento globale delle attività economiche di cui oggi tanto si discute. Non solo miopi, anche infantili, visti i cambiamenti che riserva il futuro, che fanno presumere che l’umanità si trovi ancora nel periodo della sua infanzia. E con essa il commercio, che subirà trasformazioni sorprendenti con cui concorrerà a trasformare l’economia, ponendola su nuovi binari. Come è sempre stato e sarà, visto che si parla di una space economy, basata sullo sfruttamento minerario della Luna e degli altri corpi del sistema solare, dove il commercio avverrà pertanto nello spazio profondo. Ed anche scientemente colpevoli, dato che ben si conosce il ruolo determinante che svolgono le tariffe doganali, visto che a fronte della loro riduzione di dieci volte, dagli anni ‘50 ad oggi, la produzione mondiale è cresciuta di altrettante volte e l’interscambio di 20. Per mantenersi su questo percorso è interesse comune, quindi, andare avanti senza frapporre nuovi ostacoli, anzi, eliminando le residue barriere al commercio, e pure di accesso alle informazioni, in modo che anche coloro che vivono nei luoghi più remoti possano trarre il beneficio che loro compete dalla crescente ricchezza globale.

La visione strategica che manca
In quanto precede mi sono soffermato su alcuni argomenti che mi sembrano emblematici per affrontare quello che appare il maggior problema del momento. Ovvero la mancanza di una visione strategica e di una politica globale che governi lo sviluppo, non episodica, ma coerente nel tempo e capace di correggere le tante aberrazioni, storture e debolezze che in varia misura affliggono il mondo e il nostro Paese. La premessa indispensabile per traguardare questa metà, certamente utopica, ma che prima o poi sarà inevitabile raggiungere, è essere consapevoli della complessità della transizione e prendere atto che i prossimi decenni saranno caratterizzati da una concorrenza estremamente dura e in crescita esponenziale. Una gara che, in mancanza di correttivi, sarà iniqua, perché incrementerà ulteriormente il divario tra i pochi vincitori e i tanti perdenti e dove tutti ci rimetteranno. In particolare l’Italia, che rischia di essere scalzata dalle posizioni che con fatica riesce ancora a mantenere e che deve compiere il massimo sforzo per evitare questa drammatica conseguenza.
A tal fine è necessario adottare, con la massima urgenza, politiche che diano al Paese la forza necessaria per rimanere una potenza manifatturiera a livello globale, orientata alla promozione dell’innovazione e capace di tradurre l’innovazione in prodotti commerciabili. In tal senso si deve e si può partire da subito in tutti i modi possibili. Per esempio azionando la leva gli appalti pubblici per creare condizioni favorevoli di mercato. Una possibilità, quest’ultima, di cui si parla sovente, anche se è senz’altro marginale, avendo però sin qui fatto ben poco, pur sapendo che non costa nulla e che la cronica penuria dei finanziamenti statali al settore della R&S impedisce di concorrere allo sforzo innovativo con fondi pubblici. Peraltro, anche nelle economie maggiori, negli Usa come in Cina, la maggior parte degli investimenti per l’innovazione viene dal settore privato ed è ben noto che la creazione delle condizioni per favorire la commercializzazione dei prodotti innovativi è più importante dei finanziamenti statali.
Ovviamente ciò è del tutto insufficiente, serve ben altro. Innanzitutto si deve capire che per risalire la china e recuperare l’arretramento, che vede la manifattura francese distante per un incollatura dal superarci, non c’è’ più tempo. Perché, come detto in premessa, l’incapacità sin qui dimostrata di dotarsi di una strategia complessiva, che poggi lo sviluppo sul rinnovamento di istituzioni, infrastrutture e formazione per allinearsi a quanto chiede il cambiamento, rende sempre più difficile il farlo e indebolisce il Paese. Dunque bisogna muoversi, e in fretta, per ridurre i divari che ci distanziano dai nostri competitori, ci penalizzano e nel frattempo crescono: dell’inefficienza amministrativa e giudiziaria, della pressione fiscale, del costo dell’energia, dello spread finanziario, dell’utilizzo in deficit dei fondi europei, ecc.
E soprattutto per ridurre quel cronico terzo di giovani disoccupati, dai 16 ai 25 anni, che in Germania sono stabilmente intorno al 5%. È questo il dato più allarmante, non solo per le negative ricadute sul potenziale produttivo, ma per i danni durevoli sulle prospettive di vita e lavoro delle nuove generazioni, testimoniato dal nostro risibile 4,4% di ragazzi sotto i 25 che ha un primo contatto con le aziende già durante gli studi. Così manchiamo di cogliere, al loro presentarsi, le opportunità che derivano dal cambio dell’operatività degli individui, che altrove avviene più rapidamente. Dalle forme sostanzialmente statiche, in termini di attività, conoscenze, cultura, con mansioni generalmente ripetitive e standardizzate, che ancora purtroppo ci caratterizzano, a modalità altamente dinamiche, con attività decisionali e creative, che richiedono un apprendimento continuo.

Il rinnovo mancato del sistema formativo
L’economia della società della informazione, alla quale il mondo sta convertendosi con incredibile velocità, richiede infatti, come ben si sa, una preparazione assai più profonda e diffusa che in passato e una cultura non statica e traducibile in regole per sempre, ma dinamica e fatta per affrontare nuovi problemi e nuove conoscenze. Le attività ripetitive, ma anche quelle standardizzabili, saranno sempre più condotte da dispositivi e processi meccanici, informatici, chimici, mentre alle maestranze rimarrà il compito di affrontare i problemi non convenzionali, occasionali e che richiedono creatività e capacità di reperire e costruire conoscenze. La conferma che questo cambiamento è già una realtà, e non solo un ipotesi su ciò che ci riserva il futuro, viene dai dati, visto che si stima che il 98% degli scienziati che hanno operato da che l’uomo è apparso sul pianeta siano viventi oggi e che lo stock delle conoscenze scientifiche raddoppierà in tempi sempre più brevi, dai meno di vent’anni di oggi ai pochi mesi di un domani non molto lontano.
Pertanto tutto il sistema educativo deve rinnovarsi per insegnare di più e meglio. Occorre una forte competizione tra le scuole; abolire il valore legale del titolo di studio, dato che le conoscenze si rinnovano continuamente, favorendo così la scelta dei sistemi formativi migliori; valutare le persone per quello che sanno, che sanno fare e, anche, che fanno sapere, superando la mera esperienza accumulata che si traduce in burocratici “punteggi” di scarso significato. L’università, in particolare, deve preparare a un lavoro in perenne evoluzione e fornire i mezzi per continuare ad acquisire nuove conoscenze e strumenti culturali e operativi per tutta la vita. Essa deve perciò avere i mezzi e gli strumenti per fare ricerca fondamentale, finanziata dallo stato, e quella di diretta utilità per l’economia, pagata dalle imprese che ne usufruiscono.
È una sfida epocale per i giovani e le istituzioni, in quanto le tipologie di specializzazione, legate alle nuove tecnologie in costante evoluzione, sono incalzate dal rapido progresso del sapere. E, quindi, gli addetti devono saper operare in uno spettro di processi e servizi, sempre più ampio, parcellizzato e complesso, e devono poter contare su una formazione di base che consenta loro di ordinare, organizzare e rendere operative le successive specifiche cognizioni che via via devono apprendere. È la sfida pressante che impone per primo il mercato del lavoro, il quale domanda profili professionali caratterizzati, ad un tempo, da una alta specializzazione costantemente aggiornata e da una elevata flessibilità delle prestazioni che incorporano crescenti competenze trasversali e capacità comunicative, anche nelle fasce di professionalità medio-basse.
In tal modo, il forte disallineamento tra le competenze richieste e quelle che acquisiscono i giovani fa sì che circa un terzo delle professionalità tecniche necessarie risulta di difficile reperimento. Una percentuale in crescita che Confindustria denuncia da tempo, chiedendo al governo di considerare la formazione dei giovani una priorità per il Paese. E un handicap grave, visto che, sempre Confindustria, stima che i settori più rilevanti del made in Italy avranno bisogno nei prossimi tre anni di oltre 190.000 tecnici. Una cifra ben lontana dal numero di tecnici, diplomati lts (Istituti tecnici superiori) e laureati nelle discipline “Stem” (Science, technology, engineering and mathematics), che assicura attualmente il sistema dell’istruzione. Agli Its, infatti, che a un anno dal titolo garantiscono un tasso di occupazione che sfiora l’80%, con punte superiori al 90%, ma che purtroppo sono ancora troppo pochi, sono iscritti appena 13.000 studenti. Analoga situazione riguarda la scelta delle discipline tecnico-scientifiche, dato che solo l’1,4% dei giovani tra i 20 e i 29 anni si laurea annualmente nelle materie Stem, a fronte di una percentuale doppia e quasi tripla che si registra nei paesi più avanzati.
Numeri che derivano anche dalla nostra tardiva comprensione dell’importanza dell’alleanza scuola-lavoro, ovvero dal debole collegamento in essere tra istituti di istruzione e imprese. Un legame solo recentemente realizzato e già in parte smantellato, anziché potenziato, su cui altri paesi poggiano da tempo il loro successo. Un rapporto la cui importanza cresce con il livello della formazione e diviene essenziale per quella terziaria, dove il network di relazioni con soggetti esterni incentiva e promuove l’innovazione. Questo perché richiama investimenti delle imprese nelle collaborazioni con le università che si estendono e coinvolgono poi centri di ricerca, incubatori, partnership e joint venture con start-up, ampliando la stessa cultura aziendale e alimentando un’innovazione orientata al cambiamento continuo.

Quell’energia dei giovani che fa la differenza
Una strada che, di per sé, sarebbe in discesa, in quanto essere protagonisti della costruzione di un mondo migliore è da sempre l’ambizione più alta delle nuove generazioni. I paesi e le organizzazioni che hanno la capacità di mettere i giovani nelle condizioni di esplicare responsabilmente questa attitudine naturale attivano un’energia formidabile per competere e per porre le basi di un futuro vincente. In quanto le nuove generazioni non nascono per essere uguali alle precedenti, ma per superarle. Sono la componente più attiva della società che vive l’esperienza del mondo che cambia e trova soluzioni nuove per evolvere verso condizioni migliori di benessere e civiltà, ampliando così le opportunità per tutti. Ma a tal fine devono poter crescere ed essere formate in un contesto favorevole e appropriato. Diversamente esse pagano più delle altre lo scotto della inadeguatezza delle istituzioni sociali che generano il declino.
Una conseguenza nota e scontata che rende colpevoli i ritardi con cui il nostro Paese ha riformato nel tempo il sistema della formazione, penalizzato da scelte erronee o ripetutamente mancate, che hanno generato uno spread educativo non meno grave di quello finanziario. Dunque, in ultima analisi, ciò che genera il maggior danno è la mancanza di una visione strategica e di una corrispondente politica che riguardi specialmente il settore dell’istruzione e abbia la forza di attuarne il riassetto organico e coerente nel senso sopra indicato. Di una politica che favorisca il raccordo tra istituzioni e lavoro, sia durante i percorsi scolastici, sia successivamente, con un progetto da perseguire con continuità, diversamente da quanto il Paese ha fatto in passato.
Qualcosa si sta facendo. Per rispondere alle esigenze del mercato del lavoro il sistema universitario sta azionando, infatti, con maggiore continuità, le leve della trasversalità dell’interdisciplinarietà. Lo dimostra il progressivo aumento delle lauree interclasse, ovvero corsi di studio che fondono due diverse classi di laurea, alcune vicine, altre lontane, con il vincolo che queste condividano 120 crediti formativi per la laurea triennale e 60 per quella magistrale. I numeri sono interessanti, dato che i corsi di questo tipo accreditati dall’ Anvur sono 179, con oltre 56.000 iscritti. Si va da ingegneria biomedica, che fonde due ingegnerie, industriale e dell’informazione, a ingegneria offshore che unisce ingegneria chimica e ambientale, ad abbinamenti più omogenei, come lettere e beni culturali. A queste nuove opzioni si aggiunge la possibilità di acquisire contemporaneamente una doppia laurea italiana ed estera, partecipando a programmi congiunti che prevedono l’iscrizione contemporanea ad atenei di altri paesi.
È una strada giusta, ma ovviamente non basta. I numeri sono troppo piccoli e le nuove lauree affrontano solo un aspetto del problema, che rimane drammatico. Per affrontarlo nella sua interezza è necessario riconoscere la priorità della formazione in tutte le sue valenze e ricadute. Perché, se è vero che la ripresa economica del Paese non può prescindere dalla modernizzazione della sua base produttiva e dalla invocata attuazione di una strategia globale di sviluppo, capace di migliorare la competitività del sistema economico nel suo complesso, è ugualmente vero che essa non può essere attuata senza un forte investimento nell’istruzione. Senza un impegno risolutivo per formare classi dirigenti e maestranze all’altezza dei compiti e, soprattutto, cittadini consapevoli e responsabili delle scelte che impone il loro tempo, come chiede a gran voce la complessità politica del difficile momento che stiamo attraversando.

Pierangelo Andreini
Settembre 2019