Quella crescita responsabile e solidale che impone l’emergenza climatica, sanitaria e sociale

Nell’editoriale “Energia, tecnologia e ambiente: la sfida del XXI secolo”, pubblicato nel numero di novembre del 1998 del mensile “La Termotecnica”, Umberto Colombo, già presidente di Enea, Eni, ministro dell’Università nel Governo Ciampi, allora membro del Comitato di Direzione della rivista, affermava, tra l’altro: “..Sebbene non si disponga di una prova scientifica inoppugnabile di una relazione causa-effetto fra l’emissione di gas serra nell’atmosfera (connessa in gran parte al ciclo energetico) e il riscaldamento del clima globale, gli indizi a favore di una tale tesi sono ormai schiaccianti, e questo fa crescere il sostegno dell’opinione pubblica verso politiche precauzionali (no regret)..“. Ora, dopo circa un quarto di secolo, l’influenza umana sul clima è diventata ormai una certezza. Per lo meno lo è per il “Climate change 2021: the Physical Science Basis”, la prima parte del sesto rapporto dell’Ipcc, predisposto dal panel intergovernativo delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, elaborato da un complesso di 234 autori per aggiornare lo stato dell’arte della conoscenza scientifica in materia. Con esso scienziati e tecnici hanno stabilito un nuovo punto fermo, comunicando le ultime conoscenze acquisite sul riscaldamento globale e sulle proiezioni future e mostrando quanto, come e perché il clima è cambiato. Tra queste, le nuove stime sulle possibilità di superare il livello di riscaldamento globale di 1,5°C nei prossimi decenni. Il documento riflette gli importanti progressi compiuti nella comprensione della dinamica dei sistemi complessi, premiati quest’anno dal Nobel per la fisica assegnato per metà a Giorgio Parisi per le sue ricerche, appunto, sui sistemi complessi e per l’altra metà al giapponese Syukuro Manabe e al tedesco Klaus Hasselmann per quelle sui modelli climatici e il riscaldamento globale. Secondo il paper l’effetto dell’azione dell’uomo sul sistema climatico è assodato e, in assenza di riduzioni immediate, rapide e su larga scala delle emissioni di gas serra, limitare il riscaldamento a circa 1,5°C o addirittura 2°C è un obiettivo fuori da ogni portata. Tuttavia le attività umane hanno ancora il potenziale per determinare il corso del clima futuro, in primis stabilizzandolo. A tal fine riducendo intensamente, velocemente e con continuità le emissioni di gas climalteranti per raggiungere emissioni nette pari a zero a metà secolo. L’evidenza scientifica che l’immissione in atmosfera dei gas serra dovuti all’attività dell’uomo è il principale motore dei cambiamenti climatici appare, pertanto, ormai del tutto chiara. Al proposito questa prima parte del rapporto afferma che ad oggi le emissioni di gas serra provenienti dalle attività umane sono responsabili di un aumento della temperatura globale media di circa 1,1°C, rispetto al periodo 1850-1900, e che tale surriscaldamento potrà diventare uguale o maggiore di 1,5°C nei prossimi 20 anni, come peraltro già affermato dall’Ipcc nel 2018 con il precedente rapporto speciale “Riscaldamento globale di 1,5 °C”.

Il rischio che l’emergenza diventi normalità
L’ attuale documento è stato approvato il 6 agosto 2021 da 195 governi membri dell’Ipcc, nel corso di una sessione virtuale che si è tenuta per due settimane a partire dal 26 luglio. La seconda parte, dedicata agli impatti del global warming, sarà pubblicata a febbraio 2022, mentre la terza, attesa per marzo, esamina le soluzioni per ridurre le emissioni di gas serra. La prima e le anticipazioni sulle altre due saranno alla base delle discussioni che verranno svolte dalla Cop 26, la XXVI Conferenza delle Parti della Convenzione dell’ONU sui cambiamenti climatici, in programma a Glasgow dal 31 ottobre al 12 novembre, e delle conseguenti decisioni che produrrà questo ennesimo negoziato sul clima. Esse difficilmente mancheranno, perché nel paper gli esperti documentano forti cambiamenti nel clima della Terra in ogni regione e in tutto il sistema climatico, molti dei quali senza precedenti in migliaia, se non centinaia di migliaia di anni, di cui alcuni, come il progressivo aumento del livello del mare, irreversibili in centinaia o migliaia di anni. Esso, tra il 1901 e il 2020, è stato di 20 cm, con una crescita media di 1,35 mm/anno dal 1901 al 1990 e una crescita accelerata di 3.7 mm/anno fra il 2006 e il 2018, ovvero il triplo rispetto al XX secolo. Nel 2019 le concentrazioni atmosferiche di anidride carbonica sono state le più alte degli ultimi 2 milioni di anni e le concentrazioni di metano e protossido di azoto le maggiori degli ultimi 800.000 anni. Dal 2011 le concentrazioni in atmosfera hanno continuato ad aumentare, raggiungendo nel 2019 le medie annuali di 410 ppm per l’anidride carbonica, di 1.866 ppb per il metano e di 332 ppb per il protossido di azoto. L’influenza umana è la causa principale del ritiro dei ghiacciai a livello globale dagli anni ’90 e della diminuzione del ghiaccio marino artico tra il 1979-1988 e il 2010-2019. Basti pensare che l’oceano globalmente si è riscaldato più velocemente nell’ultimo secolo che dalla fine dell’ultima de-glaciazione, 11.000 anni fa. In tale contesto le città pagano pesantemente il prezzo del cambiamento, per le ondate di calore, le inondazioni dovute all’incremento dell’intensità delle precipitazioni e l’aumento del livello del mare in quelle costiere. E il peggio è che non si tratta di anomalie, ma di una nuova normalità climatica. La sfida, quindi, è quella di accelerare il ritmo di riduzione delle emissioni di gas serra per evitare effetti ancor più gravi e dannosi sulla vita e pure sullo sviluppo economico nei prossimi decenni. In passato gli eventi meteorologici estremi erano più rari e localizzati, infatti, così che i rischi non influivano sensibilmente sulle prospettive macroeconomiche globali. Mentre oggi il trend è tale che i rischi legati al clima interessano più o meno tutte le aree geografiche, condizionando con analoga frequenza e intensità la loro economia e penalizzando così la crescita. In tal modo si indebolisce l’economia mondiale nel suo complesso con maggior danno per le sue parti più vulnerabili.

I benefici della solidarietà
I Paesi in via di sviluppo, a basso reddito, già gravati da sfide epocali, quali l’incremento demografico, la drammatica scarsità di cibo e dei servizi energetici, specie in Africa, la debolezza delle istituzioni e del sistema formativo, l’alto debito pubblico, il deficit di democrazia, la pervasiva digitalizzazione delle attività produttive e sociali, ecc. A ciò si aggiunge il problema contingente di assicurare a queste parti deboli del mondo la fornitura dei vaccini nelle quantità che sono necessarie. In quanto, se non esistono per sconfiggere il cambiamento climatico, essi ci sono invece per debellare il CoVid-19. Stiamo attraversando, quindi, una fase molto critica della transizione che, se per il clima si può solo mitigare, per la pandemia si potrebbe al contrario rapidamente risolvere. Ciò con un’attenzione e impegno multilaterali, essenziali in entrambi i casi, accettandone i costi. Quello dei vaccini, dicono gli esperti, ammonterebbe globalmente a 60-70 miliardi di dollari, ma produrrebbe benefici immediati e a lungo termine, sanitari, nel controllo del virus e nella prevenzione dell’emergere di nuove varianti pericolose, e conseguentemente pure economici. Perché un germe in continua trasformazione che diventi una caratteristica semi permanente della vita, come lo è purtroppo il cambiamento del clima e il degrado dell’ambiente, non potrebbe che concorrere a ritardare lo sviluppo. E anche se le piattaforme digitali hanno dimostrato di essere capaci di vicariare molte delle attività, il distanziamento sociale e il conseguente rallentamento della mobilità penalizzerebbero alla fine gravemente l’intero sistema economico, rallentandone l’innovazione. La tragedia sanitaria che abbiamo alle spalle, ma altrove tuttora in corso, ha dunque il triste merito di aver lanciato un ultimo, definitivo allarme. Di avvertirci che senza una cooperazione concorde e partecipe, consapevole del rischio che sta correndo l’ecosistema, non si vince la pandemia, non ripartono le scuole, la vita relazionale e gran parte delle attività produttive. Visto che senza una solidale diffusione dei vaccini non si ripristinano celermente le catene di approvvigionamento globali, interrotte più gravemente di quanto si pensi, rimarginando il danno che ne deriva in termini di carenze in manodopera, materiali, movimentazione dei mezzi di trasporto ed altro, con gli effetti inflazionistici che stanno manifestandosi e ostacolano ripresa e crescita nella direzione che sarebbe necessaria. E non vale accontentarsi del rimbalzo del Pil, in Italia e altrove, poiché sappiamo bene quanto sia un metro inadeguato per misurare l’incremento del benessere individuale e collettivo. Pertanto, un altro demerito della pandemia, dell’emergenza climatica e, più in generale, delle crisi finanziarie globali che hanno funestato gli scorsi decenni e è indubbiamente quello di mostrare il danno che genera globalmente la carenza dell’etica della responsabilità nelle analisi economiche. Quello di sottolineare i limiti dell’impostazione classica della teoria economica che adotta la semplificazione che considera il singolo come un soggetto isolato alla ricerca della sua esclusiva soddisfazione individuale, la cui scelta economica è indirizzata a massimizzare la propria utilità. Una teoria evidentemente erronea, dato il conto che sta facendo pagare, che la scienza ora contesta sempre più diffusamente, come testimonia l’attribuzione dei Nobel per l’economia due anni fa, nel 2019, ad Abhijit Banereje, Esther Duflo e Michel Kremer, per l’approccio sperimentale per la lotta alla povertà globale. Ma anche prima, nel 2017, quello conferito a Richard Thaler per l’economia comportamentale, da Lui intesa come sintesi di aspetti economici e psicologici nelle scelte del singolo. Al proposito una domanda che ci si pone sempre più estesamente è quindi se e quanto la massimizzazione dell’utilità individuale e del gruppo conduca a scelte economiche ottimali, vista la crescente disuguaglianza tra le persone e nei diversi Paesi. E quanto la crescente prevalenza della finanza sull’economia reale e della rendita di capitale sul reddito da lavoro stia determinando un sistema dove il denaro da mezzo diviene un fine esclusivo e il lavoro uno strumento anziché un bene. Così travisando e tradendo il compito della finanza che è quello di supportare l’economia, fornendo alle imprese, specie le start-up, e ai servizi, che vogliono innovarsi in carenza di risorse, i fondi necessari, raccogliendoli dalle attività che li generano più ampiamente.

Quel primato dell’etica che stenta a farsi strada
La difficoltà di porre rimedio all’emergenza sanitaria, nei tempi più rapidi che sarebbero possibili e richiesti, e quella di affrontare con la necessaria risolutezza la crisi climatica, economica e sociale, risalta dunque l’effetto dannoso che determina il mancato riconoscimento del primato dell’etica della responsabilità. Di una morale che impedisca lo scadimento dell’attività economica alla sola ottimizzazione monetaria del reddito, sottovalutando i benefici che generano le risorse immateriali della conoscenza, solidarietà, cooperazione, fiducia, giustizia, scarsamente coltivate da un investimento insufficiente e distorto nel sistema dell’istruzione, il quale rallenta l’evoluzione culturale. È ciò che farebbe la differenza, perché la percezione diffusa da parte degli stakeholder dell’importanza, anche economica, della responsabilità ambientale e sociale svincolerebbe l’impresa dall’attuale contesto che premia la ricerca del massimo profitto, costi quel che costi, sacrificando la migliore qualità di vita che assicura il benessere delle relazioni umane. L’auspicio, pertanto, è che la prossima Cop 26 di Glasgow travalichi la pura questione del clima, affrontando, o per lo meno considerando, l’intera problematica nel suo complesso. Perché non si tratta semplicemente di contrastare il cambiamento climatico, nel senso di far sì che economia e tecnica non lo accelerino e lo mitighino nei molti modi in cui esse stanno operando e potrebbero operare. La questione è molto più ampia. Ci si deve chiedere dove ci sta portando quel perverso intreccio di tecnologia ed economia che ha generato l’ambiente di vita dentro il quale ci muoviamo con crescente affanno e determina la cultura con cui vediamo e interpretiamo erroneamente il mondo. Certamente non verso la sostenibilità dell’ecosistema e la crescita del benessere dell’umanità nella sua interezza. Quindi occorre modificare la rotta e indirizzare il percorso su un cammino più consapevole e responsabile, dove l’avanzamento avvantaggi equamente tutti, innovando drasticamente i processi economici, finanziari, sociali e giuridici e riconoscendo la priorità dell’educazione. I tempi sono maturi, anzi in certi casi non c’è più tempo e il più recente progresso della scienza offre al negoziato sul clima la grande opportunità di affrontare l’intera questione nella sua globalità sulla base di nuove accertate evidenze.

Pierangelo Andreini
Ottobre 2021