Quella coscienza sorda agli avvisi che non ascolta i moniti

Nel giugno del 2019, nell’editoriale su disordine e incertezza (1), dove sostenevo che il primo è solo apparente, ricordavo che per Platone (428-348 a.C.) la libertà dell’uomo di scegliere gli obiettivi del suo operato, perseguiti con la volontà, consiste di fatto solo in quella di apprendere e accumulare le conoscenze che servono per essere consapevoli nel momento in cui si assumono le decisioni. Questo per capire quanto è “necessario”, ovvero le leggi che sono la ragion d’essere del mondo, in modo da uniformarsi ad esse e armonizzarsi, quindi, con tale necessità. Una concezione ispirata dall’attitudine del filosofo a travalicare l’illusione, smascherando la realtà per scorgerla nel profondo. Uno sforzo, peraltro, che l’umanità ha tentato di compiere sempre, allora con aruspici e oracoli, oggi con l’oggettività dei metodi scientifici che ci insegnano e aiutano a ricercare la conoscenza del domani per adeguarvisi come possibili co-protagonisti e per non subirlo come sudditi ignoranti. Pertanto, se l’uomo obbedisce volontariamente alle leggi che gli indica la coscienza del suo sapere, libertà e necessità, termini a prima vista inconciliabili, non sono in contraddizione. Lo hanno affermato nel tempo molti altri filosofi, tra cui, parafrasando il loro dire, anche Immanuel Kant (1724-1804), e pure l’antroposofo Rudolf Steiner (1862-1925), per il quale, quando la libertà coincide con la capacità di intendere autonomamente le ragioni che ci inducono ad agire, essa “non è per nulla un ideale astratto, bensì una forza dirigente che risiede nell’essere umano” (2). Quanto detto porta a ritenere, generalizzando e semplificando la complessità della situazione attuale, che il dramma che stiamo vivendo, come tanti dei precedenti, è dovuto all’ignoranza. A un perfido e retrivo rigurgito di incoscienza che non governa gli eventi dalla stessa generati, tanto più pervicacemente quando se ne conoscano natura e conseguenze. A una volontà dissennata e irresponsabile che genera l’angoscioso contesto di crescente incertezza che caratterizza questo tragico momento. Ciò con il cinico perdurare dei conflitti, in primis quello che sta martoriando la sventurata Ucraina, il procedere del degrado ambientale e del cambiamento climatico, malamente combattuti e certamente a noi dovuti, con un 2022 che per il CNR si profila come l’anno più caldo da quando vengono registrate le temperature, il protrarsi della pandemia, inadeguatamente contenuto e innescata, per alcuni, da una nostra colpevole incuria, e il patologico estendersi dell’area della povertà, che il progresso non riduce, nonostante la sua rapidità, per il prevalere non gestito della finanza sull’economia reale, che arricchisce con profitti illimitati pochi, privilegiati tecnocrati. Di tutto questo gli effetti finali li conosciamo bene, perché li abbiamo subiti in altri penosi momenti della storia. Si esprimono in termini di costi economici e sociali, di enorme entità ed evitabili, che abbassano il benessere e frenano lo sviluppo, facendolo in certi casi regredire, posti sulle spalle delle prossime generazioni di cui viene leso il diritto di vivere in un mondo prospero e pacifico. Oneri che rischiano di determinare un nuovo imbarbarimento delle condizioni di convivenza civile all’alba del terzo millennio. D’altronde, se i risultati della colpevole instabilità che affligge il nostro tempo sono noti, altrettanto lo è la matrice che la genera: il vizio di assumere e poi ignorare gli impegni che detta l’emergenza per inseguire egoisticamente un vantaggio immediato. Così non riconoscendo e non rispettando quanto è “necessario” nel senso platoniano sopra citato che detta la coscienza. Un male atavico, ostinato e deleterio, il cui esito presenta ora il suo conto dalle molteplici facce. Quella incombente e spudorata dell’inflazione, prossima a due cifre, nemica della crescita, per i consumi che rallentano, le banche centrali che inaspriscono la politica monetaria, la stagflazione alle porte. Quella impaurita e rassegnata della sfiducia, per il venir meno del senso comune che assicura il detto “sbagliando si impara”, perversamente disatteso per un ulteriore incorreggibile difetto, l’arrogante superficialità delle analisi, dovuta a una scarsa cultura che non correla adeguatamente possibilità e obiettivi e si risolve nel più dei casi con l’omissione. Attributo frequente, questo, dei decisori politici, a prescindere dalle maggioranze di riferimento, che si manifesta nell’opacità delle scelte, rese scarsamente comprensibili da criteri complessi che velano atteggiamenti contraddittori o remissivi.

Colmare il divario
A esse si aggiunge un’altra faccia, quella divisiva della scienza, che stenta a superare narrazioni storiche e a prendere unitariamente atto che siamo entrati in una nuova era geologica, caratterizzata da un profondo e duraturo impatto delle attività antropiche sugli equilibri del pianeta, che il meteorologo Paul Crutzen (1933), premio Nobel per la chimica, ha chiamato Antropocene. A comprendere pienamente che il distacco dal racconto plurimillenario di conquiste predatorie chiede di effettuare una svolta radicale nel pensiero, capace di indirizzare il bene pubblico della conoscenza, e l’economia che ne deriva, verso il traguardo della difesa, responsabilità e sostenibilità globale che veda l’obiettivo di migliorare le condizioni di vita dell’umanità come parte di quello generale di tutelare la sopravvivenza dell’ecosistema. A capire che a tal fine la scienza da sola non basta, evidentemente, che tutto il sapere deve concorrere, dunque, al cambio di mentalità che ciò comporta: quello scientifico, ma soprattutto quello umanistico, trascurato perché la ricchezza che produce è meno monetizzabile e i suoi vantaggi si vedono solo nel tempo. Per cui l’aiuto della scienza è necessario, ma non sufficiente. In quanto la trasformazione epocale che il suo progresso esponenziale sta determinando, con i rivoluzionari avanzamenti tecnologici che sovvertono gli attuali modelli produttivi e sociali, travalica la capacità dell’uomo di guidarla, il quale si trova a ciò impreparato, perché al timone si pongono per lo più i meno eticamente dotati, mentre gli altri la subiscono. Questo per il retaggio di un sapere, vecchio ed egoistico, che perpetua illusioni ed errori nel modo di pensare, conoscere e agire. Così sbarrando la strada alle motivazioni più consapevoli che favorisce il progresso delle attività spirituali, filosofiche e letterarie, il quale avanza molto lentamente, dato che su di esse poco si investe, per quel sopraddetto egoismo dalla visione corta che le fa apparire poco redditizie. In tal modo il divario, tra la cultura umanistica e quella scientifica e tecnica, autoreferenziale e che raddoppia ormai nel tempo di una generazione, aumenta patologicamente, mentre si restringe l’area della libertà consapevole che la letteratura, e tutte le più alte forme di espressione artistica, dalla musica a quelle visive, può assicurare. Una disparità crescente e non contrastata che riflette l’ignoranza delle ragioni del vivere e il mancato rispetto dell’imperativo di conoscere sé stessi, riconoscendone la priorità. Ciò per alimentare la creatività della mente con l’interiorità e la ricchezza di idee autenticamente sentite, che l’indagine dei sentimenti dell’uomo, illuminati o oscuri che siano, e il sapere umanistico che la rispecchia, aiutano a individuare. Così sviluppando un pensiero autonomo e una visione critica per difenderci dalle offese del ritorno d’inciviltà che stiamo subendo. Visto che arte e letteratura consentono a ciascuno di compiere un proprio cammino nel comprendere quanto esse vogliono rappresentare, generando molteplici interpretazioni e stimolando un dialogo informato, riflessivo e critico che arricchisce mutuamente e amplia le prospettive. Questo con idee, immagini e racconti, reali e immaginari, utopici e distopici, che aiutano a prevedere il nuovo corso e a supportarlo e indirizzarlo con rinnovati assetti ideologici, confessionali, istituzionali. Rendendo in tal modo vano il richiamo ingannevole di un populismo carismatico che propone il raggiungimento di un presunto efficientismo al prezzo di una retrograda e irrealistica semplificazione e uniformazione della diversità umana, indotta con artificiali egualitarismi e sterili emulazioni. Una deriva perniciosa e un ritorno al passato per contrastare il quale si deve azionare con maggior forza la leva della conoscenza, investendo nella cultura e nel dialogo tra la gente, più che nelle armi. In quanto, se il cammino compiuto dall’uomo ci ha consentito di passare dall’età della pietra a quella attuale, innegabilmente migliore, ciò significa che il progresso è indotto da valori positivi di conoscenza, mutua comprensione e scambio, e non da tragedie e conflitti ripetuti nel tempo e dispiegati nelle varie parti del mondo, come adesso in Ucraina. Quindi il sapere e il dialogo sono fondamentali ed è cruciale lavorare, pertanto, sulle visioni e sulle idee del mondo, investendo nella cultura e intensificando le relazioni tra le persone, fattori che hanno sin qui assicurato i prodigiosi avanzamenti che hanno scandito la storia, nell’agricoltura, matematica, fisica, biologia, medicina, economia, ingegneria, ecc. Ma anche nell’architettura, letteratura e nelle altre attività espressive.

Quell’incognita del digitale
Tutta la cultura, dunque, che vede l’arte intrecciarsi sempre più intimamente con la scienza e la tecnologia, amplificando la creatività, e reciprocamente la tecnologia avvalersi dell’arte per rafforzare la propria capacità di sperimentare, innovare, comunicare. Ne danno prova le simbiosi attuali con la realtà virtuale, l’intelligenza artificiale, i big data e altro, tra cui la blockchain, che ridisegnano le dinamiche sociali, economiche e culturali e incrementano il vedere, il sentire, il pensare. Quest’ultima, tra le sue crescenti applicazioni, che travalicano la finanza e interessano sempre più il commercio e i servizi, consente di dare, per esempio, la prova dell’autore, della provenienza, della proprietà di opere di valore, univocamente rappresentate da riproduzioni digitali accurate con sofisticate tecniche di scansione laser e rendering tridimensionale, rendendola pubblica e diffusa con un’informazione registrata in una rete peer-to-peer di piattaforme blockchain che la fa diventare certa ed esclude l’intermediazione. È ciò che potrà fare la differenza, riducendo con gli intermediari anche le fake news. Notizie false e ingannevoli, sempre esistite dalla notte dei tempi, tanto più in quelli di guerra, a partire dalla bugiarda funzione salvifica del cavallo di Troia, che forse cavallo non era. Diffuse secondo gli antichi greci da Kleos (Fama), un mostro alato che rappresentava le dicerie che nascono, si diffondono e si affermano senza distinguere tra vero e falso, amplificando e distorcendo i fatti per interesse o anche per solo piacere. Un morbo che contamina e intossica e ha portato a coniare il termine “infodemia”, per curare la quale una conoscenza comune, condivisa in maniera trasparente e immutabile, abilitando censure e scambi in tempo reale, senza intermediari, sarà in prospettiva un farmaco indubbiamente molto efficace. Questo con una blockchain pubblica e sicura, combinazione di conoscenza partecipe e decentralizzazione che porti a una mutua fiducia, economica e culturale. Così avvicinando le persone, riducendone la diffidenza, incrementando la democrazia e assicurando una crescita più equa e distribuita. Una visione molto ottimistica, si dirà. Certamente idilliaca nel momento attuale e non a portata di mano, perché in questi mesi di guerra tra Russia e Ucraina l’Occidente ha posto l’embargo non solo sui beni, ma anche sulle informazioni, restringendo pure la circolazione stessa delle persone. Ne dà riscontro, tra i tanti, la soppressione delle licenze russe di accesso ai dati disposta dall’Organizzazione europea per lo sfruttamento dei satelliti meteorologici (Eumetstat). Un provvedimento comprensibile, dato che durante un conflitto le osservazioni planetarie e le informazioni meteorologiche sono fondamentali, specie per l’uso delle armi biochimiche. Tuttavia probabilmente poco efficace, se si pensa che la Cina dispone di un proprio sistema di osservazione della Terra ad alta risoluzione per supportare l’agricoltura di precisione, il monitoraggio degli oceani ed altro e ha investito in una flotta di satelliti meteorologici per servire i propri partner nella Belt and Road Initative. Spese che hanno consentito di digitalizzare le osservazioni planetarie e, unitamente a quanto fatto analogamente da altri paesi nel mondo nei più disparati settori, avviano un’era fatta di abbondanza di dati, il cui impiego comporta molte opportunità, dunque, ma pure sospetti e preoccupazioni. Visto che l’effetto della digitalizzazione è tuttora un’incognita per chi si sforza di prefigurare il futuro della società. Al momento tuttavia non roseo. In quanto in concomitanza con la fulminea proliferazione di dati e piattaforme verificatasi nel decennio che abbiamo alle spalle, il progresso sociale ha segnato più regressi che avanzamenti. E, nel frattempo, il digitale ha interessato e connesso quasi la totalità della popolazione occidentale e di gran parte del pianeta con comunicazioni personali, professionali, servizi commerciali di vario genere, di viaggio, bancari, attività culturali, ecc. Di qui il timore che la conoscenza di beni comuni, i primis dei dati, diventi uno strumento di egemonia, al limite, un’arma impropria per vincere competizioni geopolitiche, conclamate o latenti.

Il rischio tecnocratico
Una paura non nuova, stante il labile confine che separa spesso il vero dal falso sul quale operano da sempre i persuasori occulti. Una categoria di esperti in forte crescita capaci di generare desideri e dire come esaudirli, ingannando di nascosto la gente. Intellettuali che hanno venduto l’anima al diavolo, si può dire, i quali si avvalgono ora con grande maestria del digitale e delle nuove conoscenze che esso rende disponibili, mettendo alla prova la capacità morale della società di difendersi da chi conosce e usa artatamente questi strumenti. In tal modo limitando di fatto la libertà delle persone, come preconizzava il sociologo statunitense Vance Packard (1914-1996) nel saggio “The hidden persuaders” del 1957 (3), per il quale già allora l’esistenza quotidiana era sottoposta a continue manipolazioni da tecniche mutuate dalle scienze sociali e dalla psichiatria, impiegate da nuove figure, i pubblicitari, che si stavano affermando nella società di massa. In che misura questa abbia saputo e sappia difendersi e tutelare la propria libertà è una delle incognite e la situazione attuale, che internet supporta e amplifica, non fa ben sperare. Ciò per le tecnologie sempre più pervasive che indagano l’intimo quotidiano, valutano e misurano i comportamenti dei singoli per fini commerciali o per una parossistica ottimizzazione della società. Questo con sistemi che rilevano e analizzano gesti, anche minimi, per orientarli verso il solo profitto e l’iper razionalizzazione di attività sempre più automatizzate che marginalizzano l’uomo, il quale è visto come una cinghia di trasmissione, non pienamente affidabile, da controllare con algoritmi, in prospettiva eliminabile. Un trend che porta a considerare la manodopera deficitaria e da monitorare, quindi, con dispositivi a distanza. Come nel settore della logistica, dove è diffusa la prassi di dotare gli addetti di auricolari che dicono loro quali compiti eseguire, gestendoli con sistemi di intelligenza artificiale che li assimila di fatto a dei robot di cui aumentare la produttività. O come nel caso del lavoro autonomo, soggetto alla forte ed escludente pressione della valutazione critica di clienti e utenti. Una manodopera ritenuta non solo deficitaria, ma anche in soprannumero, visto che il brand Uber sta pensando di sostituire i conducenti con vetture a guida autonoma e Amazon di recapitare i prodotti ricorrendo a droni. Sono punte dell’iceberg di un nuovo modello economico che sta emergendo con grande velocità, si esprime nella crescente automazione delle faccende umane e muta intensamente i rapporti sin qui esistiti. Un nesso delle persone tra loro e con la società, che il confinamento obbligato dalla pandemia ha concorso a trasformare in una realtà “a distanza”, accelerando modalità di vita e di organizzazione sociale basate su principi e valori che cambiano, senza valutarne le conseguenze. Piuttosto cercando di ricavarne nuovi profitti con la costruzione di ambienti informatizzati, sempre più dotati di molteplici componenti tecnologici, tra cui video di vario genere, realtà virtuale, realtà aumentata, e altro, ai quali gli utenti accedono con visori 3d che consentono di vivere esperienze virtuali, pure con avatar realistici, incontrando altri utenti, viaggiando, presenziando a conferenze, spettacoli, producendo oggetti o proprietà virtuali, ecc. Avendo così l’impressione di essere immersi in una vita reale che ha però solo i tratti degli elementi di immagine che la compongono. Un universo digitale, il metaverso, la cui materia è costituita da dati e informazioni, strettamente correlati con l’universo oggettivo, di cui ricalca le dimensioni spazio temporali. Un cyberspazio creato e alimentato dalle reti globali di comunicazione dove è possibile fare digitalmente esperienze dirette nel terreno della realtà virtuale generata dalla combinazione di due caratteristiche della computer science: l’ubiquità dei dispositivi mobili, sempre più potenti, leggeri e indossabili, e il cloud, che permette l’accesso ai dati e la loro conservazione praticamente infinita. Una fusione che consente di immettere in rete ambienti grafici che simulano lo spazio fisico, sviluppati dalla computer graphic, e di viverli e condividerli facilmente ed economicamente in tempo reale, a patto di saperlo fare, ovvero di avere la necessaria formazione. Le potenzialità insite nel metaverso sono molto attraenti e aprono le porte, pertanto, a nuove fonti di reddito, al punto da avere portato Mark Zuckerberg ad annunciare il cambio di nome di Facebook in Meta. Ogni medaglia, però, ha il suo rovescio, in questo caso il fatto che l’accesso imminente a una galassia di mondi totalmente simulati, che si aggiunge a tutte le altre attività svolte dall’industria digitale che supportano sofisticate azioni di lobbying, commerciali e politiche, ampiamente accettate e subite dal pubblico, rischia di verificarsi senza grandi dibattiti, nonostante il gigantesco impatto che avrà indubbiamente sulla gente e sul progresso.

Un conflitto da risolvere
Perché l’ambiente digitale, con i media che lo popolano, è diventato ormai il contesto e lo strumento nel quale e con cui si sviluppa principalmente la conoscenza e l’informazione necessaria alla vita quotidiana e incide in modo determinante sull’avanzamento della civiltà. Un fenomeno dovuto al lavoro di alcune migliaia di super tecnici, molti dei quali si sono appropriati, tuttavia, nell’ignavia generale, della facoltà di dirigere le nostre esistenze per ricavarne o favorirne vantaggi privati, concependo il mondo come un sistema da sfruttare e da governare centralmente, più che da proteggere e far evolvere con saggezza in tutte le sue componenti. Dunque, è il momento di chiedersi a che punto siamo arrivati. Quanto incombente è la possibilità e il pericolo che con la leva del digitale la tecnocrazia riduca la libertà dell’uomo e la sua possibilità di comprendere autonomamente la ragione delle cose nel senso detto in premessa. Quindi dobbiamo riflettere sul perché delle derive patologiche in atto: clima, salute, guerre e spetta, a ciascuno di noi capirlo partendo dal disagio dell’umanità nel suo insieme e dell’ecosistema che la ospita. Questo per riconoscerne intimamente il motivo di fondo, che è noto: il conflitto da risolvere tra quanto detta la coscienza e comportamenti iniqui e perversi indotti da aspirazioni egoistiche e irragionevoli, per allineare il corso degli eventi a ciò che è nell’interesse di tutti. È un imperativo morale e politico che le generazioni che si sono via via susseguite hanno continuato a disattendere, limitandosi ad apportare qua e là solo qualche timido e tardivo correttivo tecnico. Come ora nel caso delle sopra accennate incognite e rischi che pone la transizione digitale, per fronteggiare la quale il pacchetto unico, recentemente approvato dal Parlamento Europeo, è tutto fuorché risolutivo. Il provvedimento vorrebbe prevenire e contrastare pratiche sleali nella concorrenza online, assicurando informazioni trasparenti, tutela dell’autonomia decisionale degli individui, privacy e sicurezza dei dati, accesso equo alle possibilità offerte dalle tecnologie, e contenere nel contempo l’abuso di posizione dominante sui mercati da parte delle grandi piattaforme tecnologiche, specie delle big tech extra europee, quali Google, Apple, Facebook. A questo scopo la normativa incrementa le responsabilità sul controllo e moderazione dei contenuti nel legame tra la gente e le tecnologie digitali, sforzandosi di inquadrare comportamenti, che sono entrati, tuttavia, ormai nel costume e come tali difficilmente regolamentabili nelle loro innumerevoli forme. E non può essere che così, stante la natura pervasiva e profonda di questo rapporto che chiede di essere supportato da una deontologia basata su principi di onestà e veridicità, che solo l’evoluzione delle coscienze può assicurare. A tal fine i governanti dovrebbero mobilitare pertanto il soccorso dell’etica, che arriva sempre tardi, però, per quel comportamento omissivo, di cui si è detto, che si traduce in scelte opache, circospette e remissive che ritardano la crescita, anche morale. Tutto ciò non significa disconoscere i vantaggi oggettivi con cui il digitale maschera le sue insidie, essenziali e inderogabili, che vanno assolutamente salvaguardati, contrastando l’iniquità degli effetti che nel breve periodo sta comportandone la diffusione sul piano generale. Quindi, per quanto sin qui scritto, mi pare del tutto evidente che le sfide globali che dobbiamo affrontare, tutela dell’ambiente, del clima, della salute, della pace, del benessere, chiedono all’umanità di assumere comportamenti più responsabili e di compiere pertanto un salto di consapevolezza. Al proposito c’è da dire che la globalizzazione delle conoscenze e dell’informazione, accelerata e veicolata da internet e dal digitale, ha esteso l’accesso al sapere in modi e misure mai visti prima, informando diffusamente persone e stakeholder e favorendo l’azione di movimenti in difesa dei diritti umani e dell’ecosistema, che hanno potuto potenziare e coordinare il loro intervento con forme pervasive, in molti casi determinanti. In tal modo mettendo in luce l’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo, accelerata dalla progressiva globalizzazione dei mercati, ma non di quella del sapere. Per cui i paladini del libero scambio ritengono che lo si debba salvaguardare e se ne possano correggere le ricadute negative con una globalizzazione delle politiche che avvicini il traguardo di quella delle regole. Di una governance globale, ferma da un secolo, specie circa i criteri e le prescrizioni per risolvere conflitti e impedire il ricorso alle armi, all’accordo di Parigi del 1919, che ha dato il via l’anno successivo alla costituzione della Società delle Nazioni, ricostituita poi come ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite) nel 1945, alla fine della seconda guerra mondiale.

Globalizzazione e sovranismo
Un obiettivo ripetutamente vanificato per difetti di potere dovuti ai rispettivi limiti statutari, ora esplicitamente osteggiato dai nuovi sovranisti che lo percepiscono come lesivo del primato nazionale, alzano la bandiera dell’antiglobalizzazione in difesa di popoli, identità, frontiere, e lo relegano, con vari slogan, al livello di un complotto di alcuni paesi per controllare e restringere l’autonomia degli altri. Così alle tante sfide da fronteggiare se ne aggiunge un’altra: la contrapposizione tra la necessità urgente di un’azione collettiva globale e la crescente aspirazione a ricostruire comunità autonome dietro la difesa dei confini statali. Sul piano economico ciò comporta, ovviamente, l’avvio di un processo di deglobalizzazione, il che significa invertire la corsa, mentre quel che serve è solo correggere i vizi dell’integrazione, puntando sulla libera circolazione, condivisione e fruizione di beni comuni immateriali, più che materiali, per lasciar spazio alle differenze di consumi, opportunità, valori, scelte locali, considerando in ogni caso l’inclusività sociale come un imperativo e non un’opzione. Questo chiama di nuovo in causa il ruolo che potrà svolgere il digitale, in tal senso indubbiamente positivo, senza il quale i nuovi equilibri che porranno termine alla drammatica crisi in corso si realizzerebbero in tempi molto più lunghi e incerti. Lo assicura il fatto che nei due anni che abbiamo alle spalle, gravati dalla pandemia e dal 24 febbraio scorso dalla guerra, un periodo molto piccolo della storia recente dell’economia, molte imprese hanno saputo riorganizzarsi, mettere in sicurezza le linee di produzione, le reti di distribuzione, contenere i costi e i prezzi a livelli al momento ancora gestibili e con essi l’aumento dell’inflazione globale. Si è trattato di uno sforzo enorme, organizzativo e logistico, che vent’anni fa non sarebbe stato possibile in un periodo così breve. È la connessione, infatti, con i processi digitalizzati, l’adeguamento delle supply chain e l’innovazione dei cicli lavorativi, pressoché immediati, di cui ora disponiamo, e altro, che ha consentito di riorganizzare i flussi operativi così rapidamente. Tuttavia, anche questa medaglia, si può dire al valore, ha il suo rovescio. Quello della crescente complessità di una produzione informatizzata, una via obbligata che la fa diventare però più fragile e incerta, esponendola a rischi tecnologici, a partire da interruzioni di servizio della rete, accidentali o dolose, ed economici, in ultima analisi politici. Di fronte a questi pericoli, che incombono con crescente evidenza, è indispensabile che i governi, le società, le organizzazioni, le persone dispongano di strumenti che consentano di adattarsi rapidamente, rinnovando o costruendo nuove infrastrutture e dando accesso a network innovativi che assicurino maggiore flessibilità. Ma ancor più importante è capire le cause del cambiamento e come provvedere per non subirlo e ricavarne vantaggi, comprendendo che protezionismo e unilateralismo non sono i rimedi con cui rendere sicura e resiliente l’economia. Tra questi motivi, ancora parlando del digitale, spartiacque concreto che separa il prima dal dopo, l’informatizzazione è indubbiamente il fattore scatenante del bene e del male che ha concorso a determinare gli aspetti contraddittori sopra accennati. Anche perché, se il numero crescente di persone, ormai maggioritariamente connesse e disponibili a usare l’internet mobile in ogni istante libero della giornata, mostra quanto la gente ne sia attratta, per i tanti benefici che ha comportato l’introduzione e diffusione della rete, esso mostra pure quanto ne sia irretita. E, d’altra parte, la stretta correlazione tra digitalizzazione delle imprese e il loro successo economico dice loro che è, come detto, una strada obbligata. Dunque, con “irretita” intendo dire non solo sedotta e al limite disinformata con falsi dati e notizie, ma anche illusa da potenzialità vantaggiose che vedono molto più numerose le persone e le imprese convinte di poterle sfruttare, di quante siano quelle che effettivamente lo sanno fare e coglierle interamente. È questo che fa la differenza, non la difficoltà di connettersi, in parte già risolta e risolvibile fisicamente con la moltiplicazione dei dispositivi mobili. La distanza ora è tra chi, pur potendosi connettere, utilizza le funzionalità degli strumenti che ha a disposizione, interamente o solo parzialmente. Tra chi ha o non ha la preparazione per usare pienamente le tecnologie digitali, che esclude i secondi dalla possibilità di lavorare in modo soddisfacente e concorrere così anche al dibattito civile.

Il nuovo “digital divide”
Pertanto, un male del digitale, per chi guarda le cose con la vista corta, è che esso costituisce un fattore discriminante, dato che nell’immediato genera una diseguaglianza, non prodotta, però, direttamente da lui. Visto che il fatto che parte della popolazione non ha le competenze necessarie non è dovuto al digitale, ma al contesto nel quale esso si diffonde. Sua colpa è solo di espandersi con velocità maggiore di quella con cui le persone imparano a servirsene. Un handicap che nel tempo non potrà che attenuarsi, ma al momento l’effetto è ovviamente molto negativo. Esso si esprime con l’incremento delle diseguaglianze, la perdita di peso sociale dei corpi intermedi, l’area della povertà che si estende, la frammentazione della società in tribù tecnologiche e valoriali, l’individualismo, come dice Michel Mafessoli (1944) nel suo saggio “The Times off The tribes” (4). Conseguenze di cui, a quanto appare, il mondo si rende scarsamente conto. Come l’Europa, che dovrebbe intensificare maggiormente l’impegno nel realizzare infrastrutture e, soprattutto, nel formare le professionalità che servono per guidare e accelerare la transizione. In quanto i Governi che non lo faranno non saranno in grado di attenuare il danno e i loro paesi rimarranno penalizzati nella corsa, accrescendo le dipendenze internazionali, via via che l’innovazione e l’uso delle tecnologie digitali diverranno strumenti pervasivi e dirimenti di politica economica e sociale. Lo attesta l’ultima edizione dell’indice DESI (Digital Economy and Society Index), pubblicata a fine luglio, che misura i progressi compiuti dagli Stati membri dell’UE nel realizzare un’economia e una società digitali, sulla base di dati Eurostat e di studi e metodi di raccolta specializzati. Ad oggi, solo il 54% degli europei di età compresa tra i 16 e i 74 anni possiede competenze digitali almeno di base, a fronte dell’obiettivo di arrivare all’80% entro il 2030. L’Italia, purtroppo, è messa male anche sotto questo aspetto, perché nella classifica dei 27 Stati Membri dell’Ue si trova in basso, al 18esimo posto, e ciò condiziona pesantemente le possibilità di recupero della nostra economia. Dato che significa che lo sforzo di ridurre il gap infrastrutturale, adottando massicciamente strumenti digitali, come si sta facendo, non è sufficiente, se poi non li sappiamo utilizzare. Con l’ovvio effetto che li capiamo evidentemente di meno e li subiamo quindi di più. A sua volta conseguenza del fatto che il livello generale dell’istruzione in Italia non sale, ma scende. Lo mostrano gli ultimi rilevamenti effettuati con i test Ocse-Pisa, secondo i quali le competenze alfabetiche degli studenti italiani sono in costante peggioramento, mentre la capacità di leggere e comprendere un testo o esprimersi in modo appropriato è fondamentale per acquisire uno standard di competenza adeguato e non pregiudicare le opportunità future. I numeri dicono, infatti, che il punteggio medio in lettura è inferiore alla media Ocse e a quella dei maggiori paesi Ue. Il 23,3% degli studenti si attesta al livello 1, il più basso, a fronte di un 21% di francesi e tedeschi. I nostri studenti migliori che raggiungono i livelli alti 5 e 6 sono solo il 5,3%, circa la metà rispetto a Francia (9,2%) e Germania (11,3%). Uno svantaggio che si riflette nei modesti risultati delle prove di maturità di quest’anno, che hanno rilevato nuovamente che la metà dei nostri studenti non possiede le competenze stabilite dai programmi. Ad esso si aggiunge l’ulteriore handicap dell’abbandono precoce degli studi che nel 2021 ci vede terzultimi nella UE (12,7%), con penultima la Spagna (13,3%) e ultima la Romania (15,3%), a fronte di una media nell’Unione del 10% (13% nel 2011). Una malattia cronica, pertanto, profondamente radicata, specie nei divari territoriali, per curare la quale l’intervento della legge 79/22, approvata dal Parlamento a inizio estate, pubblicata nella GURI del 29 giugno e fulcro delle politiche scolastiche previste dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, è un rimedio scarsamente efficace e non risolutivo. Visto che non incide sui meccanismi che governano il funzionamento della scuola nella misura necessaria. Un’insufficienza che l’alibi della cronica carenza di fondi non scusa più, dati i cospicui stanziamenti resi possibili dal Piano.

Una legge dal respiro corto
La nuova normativa aveva il compito di intervenire su tre questioni fondamentali e urgenti: la formazione e il percorso per diventare insegnanti; l’aggiornamento professionale dei docenti già in servizio; l’istituzione di un percorso di carriera dei professori. Che il provvedimento fosse urgente è ovvio e noto, stanti le modeste competenze, sopra accennate, che acquisisce la maggioranza degli studenti al termine del percorso scolastico, certificate dai dati dell’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione (Invalsi). Basti pensare che una quota significativa dei diplomati dalla scuola secondaria superiore ha mostrato di possedere una preparazione in matematica di livello poco discosto da quello previsto per i licenziati della secondaria inferiore. Che fosse fondamentale è altrettanto evidente, perché la qualità degli apprendimenti, anche se condizionata dall’origine socioculturale dei discenti, dipende fortemente dalla qualità dell’insegnamento. E questa risente a sua volta delle carenze della formazione avuta dagli insegnanti, pure per quanto riguarda le capacità didattiche, e dell’inefficienza delle modalità di reclutamento, che coprono meno della metà dei posti di ruolo vacanti e provvedono al resto con supplenze provvisorie. Ugualmente essenziale era, dunque, l’aggiornamento professionale dei docenti già in servizio, cui la scelta di non renderlo obbligatorio per tutti, come altrove in Europa, non ha posto rimedio, limitandosi la norma a introdurre un contributo economico a favore di chi ritorna volontariamente sulla sua materia e sulle metodologie di insegnamento, frequentando un corso triennale. Un incentivo oltretutto modesto, temporaneo e non permanente, che riduce la platea dei disponibili a sobbarcarsi all’impegno. Oltretutto i contenuti della formazione sono da definirsi con una contrattazione sindacale in ciascuna scuola, come il modello di valutazione a valle della quale riconoscere il corrispettivo. Quindi, una misura debole, dai confini incerti e poco attraenti, che non risolve adeguatamente la situazione. Un problema che si sarebbe potuto affrontare più efficacemente se il Governo fosse venuto a capo della terza questione, anch’essa dirimente, quella dell’istituzione di una carriera per i professori. È noto che nel loro percorso lavorativo gli insegnanti entrati nel ruolo non compiono passaggi di carriera e ricevono avanzamenti salariali solo per anzianità. D’altra parte è altresì noto che gli istituti scolastici necessitano di docenti che aiutino il preside nella programmazione delle attività, nel coordinare le pratiche didattiche dei colleghi e altro. L’assolvimento di questi compiti richiede tempo, esperienza, nuove competenze da acquisire e dovrebbe essere opportunamente regolato, scandendo il percorso professionale con livelli progressivi di assunzione di responsabilità, didattiche e organizzative, cui corrispondano aumenti salariali consistenti. Funzioni che i corsi di aggiornamento potrebbero insegnare a svolgere, fornendo ulteriori presupposti per assicurare i passaggi di carriera, cui associare anche l’ampliamento della progressione retributiva, e concorrendo così a qualificare e a motivare un maggiormente l’impegno nella scuola del corpo docente, ora e in prospettiva. Purtroppo nella legge questo terzo aspetto fondamentale è solo accennato, senza alcun dettaglio sul disegno di massima con cui impostare i passaggi. È auspicabile che dopo le elezioni l’Esecutivo lo espliciti, in quanto in tale assenza, stante la modestia e l’incertezza delle altre misure su accennate, la riforma non darà certamente una scossa al sistema scolastico nella misura richiesta per invertirne il degrado. Sarebbe una nuova imperdonabile omissione, dopo tante attese, dato che difficilmente avremo a breve un’occasione di questa portata, anche finanziaria. Quella di fermare il progressivo degrado del sistema formativo, ben presente ai nostri predecessori, che più di un secolo fa già denunciava Angelo Luciano Andreini (1857-1935), antesignano degli studi di geometria combinatoria, nel suo saggio “Perché l’educazione pubblica è oggi in decadenza? – Ed. Mariotti, Pisa, 1918”.

Quel vizio atavico da correggere
Il lettore scuserà le varie digressioni fatte per evidenziare, con nuovi argomenti, specie sul digitale, il ruolo essenziale dell’istruzione e la sua priorità, paradossalmente e colpevolmente misconosciuta, oggi più di ieri. Visto che la velocità della trasformazione in atto pone la necessità di produrre, iniettare e diffondere conoscenza per agire in sintonia con i bisogni e comportamenti che essa induce e richiede. Materiali, ma soprattutto psicologici ed etici, costantemente relegati questi ultimi in retroguardia, perché più difficili da appagare. In particolare ora, per le emozioni negative e disorientanti che genera il sovrapporsi dei drammi, politico, ambientale, sanitario e sociale, che rendono l’esistenza insicura e incerta. Così inibendo le riflessioni, che i sensi di colpa di quanto sta avvenendo potrebbero e dovrebbero far scaturire, e impoverendo in tal modo la vita di motivazioni. Ne è prova il patologico aumento di ansia e depressione che si riverbera sul lavoro con il fenomeno della great resignation (dimissioni di massa). Un male che sta affliggendo il mondo occidentale, ma che si diffonde anche in paesi con strutture di mercato del lavoro molto diverse. Una conseguenza e una misura di quanto l’umanità sia immatura e impreparata ad affrontare il presente e il futuro, per le ragioni che ho discusso nell’editoriale pubblicato in aprile (5). In primis il difetto formativo, che vede l’istruzione non coincidere con l’educazione, da intendersi come disciplina della volontà, degli affetti e dei sentimenti verso la società e verso noi stessi. Un mancato esercizio le cui nefaste conseguenze si sono tradotte nel secolo di guerre continuate che abbiamo alle spalle e proseguono sventuratamente tuttora. Questo per lo squilibrio dovuto alla deprecata atrofia del sapere umanistico, trascurato per le venalità sopraddette, e per il modesto investimento in tutta l’istruzione in generale, della quale si continua pervicacemente a non riconoscere il primato con scuse ogni volta diverse. Riflettendo ora, di nuovo, sulle ragioni di tale incuria e illogica miopia, mi sono reso conto, ulteriormente, di quanto sia fondata l’accusa rivolta alle classi dirigenti, susseguitesi al governo del Paese, da Mario Silvestri nel suo libro del 1984 “Caporetto: una battaglia e un enigma” (6). Il vizio perverso e non corretto dello “sfasamento tra le possibilità e gli obiettivi”, conseguenza della superficialità delle analisi, “frutto di scarsa cultura, che si trasfonde principalmente nel tentativo inconscio di perpetuare l’ignoranza, trascurando l’addestramento, l’educazione e l’istruzione delle nuove generazioni”. Un male che l’Autore ha chiamato “Caporettismo”, considerato alla base delle tante sconfitte subite dal Paese, militari, politiche ed economiche, prima e dopo la disfatta di Caporetto del 24 ottobre 1917 nel primo conflitto mondiale. La lucida analisi fatta dal Maestro, in questa e nelle sue altre numerose opere, tecniche e storiche, tra cui i quattro volumi sulla decadenza dell’Europa occidentale che indagano le cause della rinuncia dell’Europa ad essere protagonista attiva della storia e della politica mondiale (7), mostra tutta la sua attualità e mi permette di concludere ricordando la profondità della Sua visione e il Suo luminoso esempio. Un insegnamento che riecheggia come un monito in questo scenario che vede il profilarsi di una guerra lunga e conclamata, anche se non dichiarata, e l’incombere di una crisi energetica, per molti osservatori più grave di quella petrolifera che ha fatto seguito alla Guerra dello Yom Kippur nell’ottobre del ’73. Uno sconvolgimento che già allora, mezzo secolo fa, mise in luce con drammatica evidenza la grave debolezza del Paese, per la sua pressoché totale dipendenza dagli approvvigionamenti esteri di energia, affrontata nel tempo con provvedimenti riduttivi e scarsamente efficaci dalla programmazione approvata con il varo dei tre successivi piani energetici nazionali, del ’75, ’82 e ’88, peraltro rimasti in parte inattuati. Di ciò Silvestri rese conto, riconoscendovi il ripetersi del vizio individuato nel libro su Caporetto e preconizzando le conseguenze che ora stiamo pagando, nel suo saggio di Bollati Boringhieri sul futuro dell’energia (8). Ingegnere e accademico, antesignano degli insegnamenti di energetica e fondatore dell’impiantistica nucleare in Italia, tra le sue molteplici attività, Mario Silvestri (1919-1994) si è dedicato magistralmente, come detto, anche alla storia, forse per attenuare il rammarico dovuto all’improvvido, mancato ricorso del Paese a questa fonte energetica, che la lungimiranza sua e di altri cercava di perseguire. Una scelta che ha vanificato sforzi e risorse materiali e intellettuali di schiere di tecnici, preparati e entusiasti, che alla metà degli anni ’60 avevano portato l’Italia ad essere il terzo produttore al mondo di elettricità di origine nucleare, dopo gli USA e il Regno Unito. Credo che in questo tornante critico della vita nazionale ed europea sia necessario, oltre che doveroso, riflettere sul lascito illuminante di figure come quella di Mario Silvestri. Ciò per non deviare dal cammino e prendere atto, onestamente, che non è mai mancato chi ci ha messo sull’avviso e indicato la strada da seguire. Così è sempre stato nel fluire del tempo.

(1) “Quel disordine che non c’è che genera l’incertezza”. Pierangelo Andreini. Editoriale ICIM giugno 2019.
(2) “La filosofia della libertà”. Rudolf Steiner. Fratelli Bocca Editori, 1946.
(3) “The hidden persuaders”. Vance Packard. Ed. Mark Crispin Miller, 1957.
(4) “The Times off The tribes”. Michel Mafessoli. Stage Publications Ltd, 1995.
(5) “Quell’umanità immatura e impreparata che non corregge gli errori e non tutela la dignità”. Pierangelo Andreini. Editoriale ICIM aprile 2022.
(6) “Caporetto: una battaglia e un enigma”. Mario Silvestri. Mondadori, 1984.
(7) “La decadenza dell’Europa occidentale”. Mario Silvestri. Einaudi, 4 volumi, 1977-81.
(8) “Il futuro dell’energia”. Mario Silvestri. Bollati Boringhieri, 1988.

Pierangelo Andreini
Settembre
2022