Quel treno da non perdere che corre verso il futuro

Businessman using digital graph interface 3D renderingIn quale misura il progresso esponenziale della tecnologia, specie quella dell’informazione, trasformerà la società? Quale sarà l’impatto dell’automazione, della robotica, dell’intelligenza artificiale, sull’economia e sul lavoro? Quanto i Big Data si muteranno in informazione organizzata e conoscenza e questa in sapere? Come cambieranno le regole di governo della politica, dell’economia, della convivenza civile nei prossimi anni?
Difficile rispondere, perché il groviglio di cambiamenti, dovuto all’interazione tra circostanze e tendenze, vecchie e nuove, quali la persistente pressione demografica, l’invecchiamento della popolazione, la prorompente innovazione tecnica nell’industria, nei servizi, nell’agricoltura, nell’istruzione, cui si correla l’aumento della disuguaglianza, dei flussi migratori, del terrorismo, che infiammano le tensioni sociali e minano la sicurezza, si sovrappone ai perduranti effetti della crisi finanziaria e pone l’umanità di fronte all’incognita di una transizione epocale.
Un sfida che stiamo fronteggiando con armi spuntate, in quanto il futuro, già di per sé imprevedibile, è così oscurato dall’inviluppo di questi fattori da apparire ancor più imponderabile, ritardando la messa a punto di strumenti adeguati alle necessità e inibendo l’adozione di misure vincolanti.
È la conseguenza dell’improvvida gestione del mondo all’indomani delle due guerre mondiali, che non ha tratto pienamente lezione dall’immane tragedia e che ha generato un nuovo accumulo di problemi, dimostrandosi incapace di innovare i modelli di crescita e convivenza e di leggere il cambiamento.
Una gestione che doveva traghettare l’umanità verso condizioni di maggior benessere, ponendo in atto misure preventive per temperare gli egoismi e mitigare gli svantaggi del progresso, e che è stata oltretutto miope, visto lo scarso investimento nello sviluppo e diffusione del sapere.
Ciò in quanto le divergenze della politica non impedivano comunque di far leva sull’arma della conoscenza, dato che è certo che là dove c’è cultura, ovvero quell’insieme di nozioni alimentate dall’avanzamento scientifico e tecnico che si traducono in informazione, formazione, innovazione e, in ultima analisi, in un sapere consapevole che genera sobrietà, equità, solidarietà, vi è maggiore sostenibilità ambientale, economica, sociale e istituzionale, che è poi benessere, individuale, collettivo.
Tanto è vero che democrazia e prosperità vanno di pari passo con il numero di laureati, pur scontando le differenze tra le difficoltà dei percorsi di formazione nei vari paesi.
Dunque l’arma della cultura potrebbe liberarci dal contingente, eppure l’investimento in istruzione continua ad essere modesto, specie in Italia che per la ricerca si classifica tra gli ultimi paesi dell’Ocse in percentuale del Pil.
Una circostanza difficile da capire anche perché la situazione incalza e non possiamo aspettare. Infatti il sapere tecnico potrà raddoppiare nei prossimi vent’anni, con effetti difficilmente valutabili, nel bene e nel male, specie se la conoscenza non è condivisa e rimane ristretta all’interno di esigue minoranze. Quindi, nonostante la difficoltà di valutare ciò che ci aspetta, si deve in ogni caso agire e avere il coraggio di assumere decisioni appropriate per avvicinare il traguardo della sostenibilità.
Perché il passare del tempo non è innocuo e senza correttivi il capitale fisico e umano può solo deteriorarsi, quest’ultimo in modo irreversibile, dato che giovani inadeguatamente formati restano disoccupati troppo a lungo e ne risentono per tutta la vita.
La sfida, pertanto, sta nell’affrontare risolutamente l’incertezza del futuro con strategie globali e regionali che individuino e attuino azioni con cui intervenire su quella che appare la dinamica del suo divenire per sostenere e diffondere il progresso.
C’è da dire che in questa direzione, sia pure tardivamente e timidamente, qualcosa si sta facendo, poco per preservare pace, sicurezza e tutela dei diritti, di più per la sostenibilità dello sviluppo. Lo testimonia l’accordo per contenere il riscaldamento climatico di Parigi, finalmente ratificato nelle scorse settimane e oggetto di dibattito in questi giorni alla COP 22 di Marrakech, e il pur lento progredire delle varie agende dell’Onu per sradicare povertà e fame, rendere universale l’istruzione primaria, migliorare la salute, difendere l’ambiente, ecc.. Lo dice pure l’impegno dell’Ue in favore di una crescita intelligente, inclusiva e sostenibile in tutte le sue valenze, ambientale, economica, sociale, delle istituzioni, ma con il respiro corto con cui la camicia di forza dell’austerity soffoca gli investimenti.
Lo dice anche quello, assai recente nei fatti, del nostro Paese per riformare le istituzioni, abbattere barriere normative ed economiche, realizzare infrastrutture abilitanti a partire dalla banda ultra larga per accelerare la transizione digitale. Accordi e impegni sin qui ritardati tutti colpevolmente, perché necessari e indilazionabili da tempo e perché il modo più semplice per far crescere economia e progresso è rimuovere le incertezze sul futuro per favorire gli investimenti.
Ciò vale in particolare per l’Italia, che deve confrontarsi con la quarta rivoluzione industriale, ovvero con un modo nuovo di fare industria che compete ottimizzando e customizzando le prestazioni e razionalizzando i costi con una produzione innovativa, automatizzata e interconnessa, che utilizza massivamente strumenti quali big and smart data, internet delle cose, machine-to-machine, cloud computing, manifattura additiva, stampa 3D, robotica collaborativa, ecc.
Una produzione che una rete potente su cui far viaggiare i dati ibrida in maniera definitiva con l’economia della conoscenza e che innova con continuità il manufatto o servizio, rendendolo intelligente attraverso l’ampliamento e l’ispessimento del suo contenuto informatico e immateriale. In ciò includendo l’organizzazione, la logistica, la decrittazione dei bisogni di consumatori e utenti, la misura dell’efficacia e dell’impatto dell’utilizzo del bene, prodotto e servizio, perché l’innovazione non è solo ricerca e sviluppo, è anche organizzazione, tecnologia ed eccellenza in ogni funzione dell’impresa e della società.
Dunque un ritardo, quello italiano, non solo colpevole, ma che costituisce un’altra circostanza difficile da capire, visto che la maggioranza delle imprese non si espande come potrebbe e sopravvive solo tagliando i costi, mentre l’unione tra innovazione tecnologica, qualità e cultura potrebbe migliorarne il valore e il posizionamento.
Ora, con la recente strategia del ministero dello sviluppo economico “Industry 4.0, la via italiana per la competitività del manifatturiero”, il governo sembra intenzionato a recuperare il ritardo con cui ha sin qui guardato irresolutamente al futuro, mancando di promuovere quel salto tecnologico e culturale capace di riflettersi profondamente anche sulla formazione della forza lavoro con una visione a lungo termine che non lasci indietro nessuno.
Una visione che coordini in modo strettamente correlato le esigenze della nuova manifattura con quelle dell’efficienza energetica, dell’economia circolare, ecc. e che si traduca finalmente in una politica industriale stabile, articolata e strategica per il sistema Italia nella sua globalità con obiettivi quantificati da raggiungere con un percorso di medio e lungo periodo all’interno di un quadro di riferimento chiaro che dia fiducia, stimoli gli investimenti e riconosca la priorità della cultura e per essa della formazione.
Una politica che innovi profondamente il Paese, perché non bastano solo gli investimenti e l’implementazione di infrastrutture materiali e immateriali adeguate, deve cambiare anche la mentalità, a partire da una maggior collaborazione pubblico e privato, dalla capacità di fare squadra tra le imprese, di far leva sull’innovazione, rivedendone i principi organizzativi per favorire l’assorbimento di conoscenze e tecnologie rilevanti dall’esterno e valorizzare in forme diverse e nuove quelle interne.
Una transizione difficile, che appare al limite del possibile, stanti i pregressi fallimenti della politica, ma che è anche una necessità imprescindibile e non più rinviabile. Difficile in quanto in Italia si spende poco in ricerca, l’1,3% del Pil contro l’1,9% dell’Ue e oltre il 3% per i paesi più virtuosi.
E pure perché la divulgazione della cultura scientifica è carente e ciò è un ulteriore handicap, visto che la semina dell’investimento in ricerca dà frutti se trova un terreno fertilizzato da una comunicazione che spieghi cosa c’è davanti per utilizzare al meglio le opportunità, sfruttandone le potenzialità ed evitandone le ricadute negative.
Questo specie tra i giovani, che sono i più ricettivi e che devono essere convenientemente formati, mentre è debole anche il sistema dell’istruzione in termini di efficienza e investimenti.
E ciò è un altro handicap, perché la debolezza della formazione, depotenzia il motore primo dello sviluppo, in quanto fa correre il rischio di non avere, né per numero, né per conoscenze, operatori adeguatamente preparati.
Al contrario la rivoluzione, ormai già in atto, del processo di ricerca, sviluppo, innovazione e produzione ne chiede il potenziamento con percorsi formativi che, insieme alle figure tradizionali, offrano le professionalità necessarie per dare il via a una generazione di tecnici che conosca, indaghi, sappia impiegare e diffonda le nuove tecnologie e l’uso degli strumenti per la creazione e lo sfruttamento delle nuove forme di sapere che a partire dai big data producono valore economico, culturale e assicurano una migliore qualità della vita.
Un compito difficile perché per mantenere il sistema Italia al passo dei tempi il treno su cui si deve salire è già in corsa.

Pierangelo Andreini

Novembre 2016