Quel potenziale sprecato di intelligenza e creatività che chiede un nuovo modello educativo

Scorrendo le ultime statistiche dell’Istat e dell’Ocse è facile comprendere perché l’Italia è l’unico tra i maggiori paesi europei dove il numero dei tecnici altamente specializzati è calato in misura tale che le maestranze e i professionisti con qualifica medio-alta coprono meno del 40% dei posti disponibili. Perché negli ultimi vent’anni, ma anche assai prima, l’impegno su scuola, istruzione, educazione non è stato una priorità per gli esecutivi che si sono succeduti, se non a parole. Quelle con cui si è continuato a dire, senza passare poi ai fatti, che l’investimento sulla cultura è la leva di fondo che si deve azionare per creare progresso, lavoro, ricchezza e assicurare, così, lo sviluppo. In tal modo il Paese, povero di risorse, ma non di sapere, che è stato la culla della cultura e deve la sua posizione di seconda manifattura europea e settima nel mondo alla sua capacità di trasformare l’accumulo delle conoscenze in valore economico e sociale, non pensa al futuro e, tallonato dalla Francia, rischia di perderla. Perché non comprende quanto sia importante mettere a frutto il potenziale della propria intelligenza e creatività, individuale e collettiva.
Le statistiche lo dicono chiaramente. Anziché superare il 5% del PIL, o almeno avvicinare il valore delle medie, europea e dell’Ocse, prossime a tale cifra, la spesa pubblica in istruzione è scesa dal 4% del 2014, al 3,9 del 2016 e al 3.6 attuale, ponendoci nella classifica tra gli ultimi dei grandi Paesi europei. Un divario non solo cresciuto nel tempo, ma che aumenta pure con il livello dell’istruzione. L’investimento nella scuola primaria, infatti, è minore del 6% della media OCSE, dell’8 nella secondaria e addirittura del 26 nella terziaria. Cosa grave, quest’ultima, dato che investire negli atenei è essenziale per un paese come il nostro storicamente povero di laureati. Così facendo siamo diventati l’unico Paese dove i laureati sono meno di un quinto della popolazione, ultimi in Europa per percentuale di popolazione dai 25 ai 64 anni con un titolo di studio terziario. Meno, visto che i possessori di laurea in tale fascia di età sono il 19% (28% dei 25-34enni), metà della media nell’Ocse. Al contrario, in Germania sono più del 30%, in Francia e Spagna il 40, quasi il 50 nel Regno Unito. Un handicap che non può che peggiorare, se i nuovi iscritti a un corso di istruzione terziaria continueranno ad essere il 37% degli under 25, contro il 45 dell’Ocse.
Una performance negativa, aggravata dal contesto generale che penalizza il sistema universitario, afflitto dalla contrazione degli investimenti nella ricerca di base e applicata, per la quale si spende meno di quanto si spendeva vent’anni fa. In tal modo siamo tra gli ultimi in Europa anche per le risorse umane impiegate nella scienza e nella tecnologia. A ciò si aggiunge il trend in calo degli iscritti all’università e ancor più alla scuola secondaria che, unito all’esiguo, tardivo impegno nell’attuare percorsi di alternanza scuola lavoro e alla difficoltà di trovare un’occupazione, vede crescere la percentuale di Neet, giovani che non hanno né cercano un impiego e che non frequentano le scuole, attualmente quasi doppia rispetto al resto dei paesi industrializzati: il 26% dei 18-24enni, rispetto al 14%. E non si può dire nemmeno che giovani e vecchi si stiano istruendo da soli, in quanto il Paese è l’unico tra quelli maggiori dove il fatturato per abitante dell’editoria libraria è inferiore alla media europea e visto che nell’arco di un anno solo quattro su dieci dei nostri concittadini leggono un libro per motivi non scolastici o professionali.

LA PROSPETTIVA CHE MANCA
Dunque, comunque la si giri, ci troviamo di fronte a una situazione di progressivo degrado della conoscenza e dell’esperienza per l’incapacità della politica di far leva sul sapere, così da generare valore nel duplice aspetto dello sviluppo economico e sociale e, con esso, del benessere delle nuove generazioni e dell’ambiente. Questo con una visione prospettica e con una strategia di ampio respiro che i giovani riconoscano come propria, perché utilizza la cultura per supportare l’impresa creativa delle tante start-up che nascono nel comparto manifatturiero e dei servizi, fatta anche di agricoltura, cibo, turismo, musei, arte, teatri. Ciò con l’ulteriore fondamentale vantaggio di orientare e rafforzare la disposizione, già propria di molti giovani, verso un modello di crescita sostenibile e virtuoso, che aiuti, non solo le città, ma anche le aree interne del Paese, a ricostruire e ricucire il tessuto sociale intorno a un mondo che la maturazione delle conoscenze faccia considerare come un patrimonio che è indispensabile tutelare.
Non c’è difesa che tenga per giustificare questa colpevole inerzia e negligenza della politica. Si può solo attenuarla dicendo che la mancanza di una visione strategica che guidi la riforma del sistema dell’istruzione è un male diffuso di carattere globale. Visto che è difficile concepire, più di quanto si immagini, quale sarà lo scenario futuro in cui si muoverà l’uomo, anche in tempi molto vicini. Un nuovo contesto che, stante la velocità del cambiamento, potrà essere, in breve termine, estremamente diverso dall’attuale, in forme e misura tale da rendere “eretico” il solo pensarle. Tuttavia bisogna farlo, come ho cercato di fare con gli editoriali pubblicati nel corso dell’anno, alcuni dei quali hanno affrontato direttamente il tema dell’istruzione e della formazione, altri marginalmente.
In essi ho fatto cenno ai fattori dell’attuale sviluppo scientifico e tecnologico, che ricadono maggiormente sul sistema dell’istruzione e che dovrebbero caratterizzare il nuovo processo educativo, di cui ricordo brevemente alcuni aspetti. Questo perché l’insostenibilità della situazione, sociale, economica e ambientale, richiede che la formazione accresca la consapevolezza di cosa rappresentano gli strumenti di scienza e tecnica e delle conseguenze che il loro impiego determina, particolarmente per chi ha la responsabilità di gestire le attività, qualsiasi esse siano e a qualunque livello vengano eseguite.

IL VALORE DELLA SCIENZA
A tal fine richiamo per primo un fatto, che dovrebbe essere ben chiaro nel pensiero della gente, come purtroppo non è. Ovvero che la scienza usa la ragione, ma non si basa prioritariamente su di essa, bensì sul ricorso razionale all’osservazione e alla sperimentazione dei fenomeni che avvengono nel creato. Anche se, unitamente alla tecnologia, è arrivata a rappresentare la componente più rilevante della cultura, essa non esaurisce il potere della ragione di cogliere l’ordine e il disegno della natura, che si esprime anche in altri modi, con la teologia, l’ideologia ed altro. Quando questi altri modi travalicano i loro ambiti e invadono quello della scienza, nonostante siano da essa precisamente separati, collidono senza costrutto, spesso con conseguenze nefaste, come nel caso dell’abiura imposta a Galileo.
Perché la scienza è cosa diversa, non si basa su idee preconcette, se non come risultato diretto della sperimentabilità, ma in questo modo copre soltanto una parte del campo di interesse del pensiero umano. Ciascuno, infatti, compresi gli scienziati, è portato ad occuparsi anche di aspetti che esulano dalla scienza e in tali contesti essa, ove può, e allora deve intervenire, ha il potere di eliminare via via i pregiudizi che intuito, tradizione, ragione hanno tramandato. Ciò approfondendo, per esempio, la conoscenza di cosa realmente significhino delle verità sin qui ritenute ovvie ed evidenti, come il tempo, lo spazio, la causalità. Ne ho parlato nell’editoriale di gennaio “Il tempo passa, cresce la complessità, ma anche il sapere” e in quello di giugno “Quel disordine che non c’è che genera l’incertezza”. Per far ciò scienza e tecnica hanno bisogno della ricerca, anzi non esistono senza di essa, in quanto è questa che crea tali conoscenze, da cui si trovano nuove applicazioni. Ed è per questa connessione tra conoscenze e applicazioni che la distinzione tra ricerca di base, pura e applicata è una ripartizione puramente formale, che molti considerano priva di senso.
Comunque sia, per quanto detto, scienza e tecnica hanno il potere e l’effetto di sostituire nel loro operare dogmi, credenze, intuizioni, ragionamenti senza base fattuale, in pratica quasi ogni aspetto della cultura convenzionale, ma finiscono anche per sovvertire quasi tutti gli aspetti dell’agire e del pensare, a partire dai valori su cui si basa l’educazione e consegue la saggezza, cioè l’etica. Così facendo, ne deriva che fenomeni, regole e ambiti vengono chiariti e delineati con maggior precisione, aumentando la forza dei riferimenti, specie di quelli etici. Scienza e tecnica possono adottare, quindi, un’etica della verità più stringente, che si riflette in un’etica della responsabilità più consapevole di ognuno di noi e in un’etica “democratica” più radicata nella gente.
Cosa non facile, perché il contrasto tra scienza e democrazia, figlio dell’ignoranza, è fisiologico e sta crescendo in misura preoccupante. Ciò per il perverso intreccio che le lega. La scienza, da una parte, ostaggio della politica che le assicura e distribuisce le risorse finanziarie, così che la scienza per acquisirle e svolgere le proprie ricerche è portata talora a mitigare o tradire la verità. Dall’altra, le istituzioni rappresentative della democrazia, che quando chiedono alla scienza chiarimenti sulla natura degli eventi naturali pretendono sovente che essi vadano nel senso di supportare le loro convinzioni e tendono così a condizionarla.
È questo, a mio avviso, il primo obiettivo, quello più generale, che deve porsi il sistema educativo. Far capire che non esiste, perché non ha senso, un conflitto tra scienza e politica per affermare il primato dell’una sull’altra o viceversa. Non è in discussione il fatto che devono essere i cittadini, mediante i propri organi rappresentativi, a decidere. Deve essere però chiaro che per quanto concerne le conoscenze non possono che essere scienza e tecnica a offrirle non inquinate da ideologie e che scienza e democrazia sono due aspetti del vivere totalmente diversi che devono operare separatamente Purtroppo così non è, visto che su un crescente numero di questioni inerenti il clima, la genetica, la clonazione, le risorse, tra cui gli ogm, ecc., proliferano incomprensioni e battaglie, quasi sempre improprie, perché dovute a ingerenze che non rispettano l’autonomia e la differenza dei ruoli.

IL NUOVO MODELLO EDUCATIVO CHE SERVE
Venendo ai contenuti sulla base dei quali pensare a un nuovo modello dell’istruzione, scontata la difficoltà di definire, per non dire di immaginare, quale sarà lo scenario futuro, richiamo un secondo fatto di cui si tarda a tener conto, in quanto in aperto contrasto con il sentire della gente. Mi riferisco alla rivoluzione che ha subito il concetto di tempo, di cui ho parlato nel primo editoriale dell’anno, e al differente modo di concepire le cose che ne deriva. Una visione diversa, che la teoria della relatività e la meccanica quantistica hanno messo in luce sin dai primi decenni del secolo passato, senza che siano maturati grandi cambiamenti nel pensiero della gente, mentre più di ogni altra questa nuova nozione interviene sulle basi della scienza e sovverte le regole passate.
Ci limitiamo a continuare a misurarlo con strumenti sempre più precisi, come l’orologio, che sta evolvendo da atomico a nucleare, o altri equivalenti, che ignorano tuttavia la densità degli eventi che accadono e la loro natura. Questi stanno aumentando esponenzialmente in numero, velocità e portata, perché la rivoluzione scientifica e tecnologica del ‘600 ha consentito a scienza e tecnica di accrescere di diversi ordini di grandezza l’efficacia con la quale si impegnano le conoscenze, generate ed applicate nell’ultimo secolo da un numero di scienziati e tecnici maggiore di tutti quelli vissuti nella storia precedente dell’umanità. Dopo Galileo, infatti, il loro numero, ma anche quello degli uomini di cultura in generale, è aumentato, non soltanto esponenzialmente, ma è avvenuto altrettanto per gli strumenti.
Così essi hanno potuto operare con efficienza crescente, tramite nuovi metodi di indagine e di lavoro, l’invenzione di nuove apparecchiature, lo sviluppo di nuove matematiche, ecc., per cui è cresciuta esponenzialmente pure la loro produttività. È allora un facile esercizio stimare che la quota preponderante, dalla metà come minimo per certi settori al 90% per quasi tutti gli altri, non soltanto degli scienziati e tecnici vissuti, ma dei vari aspetti della cultura scientifica e umanistica e delle altre realizzazioni dell’uomo nella sua storia sia stata prodotta negli ultimi cento anni. Si può dire, quindi, come ho scritto nell’editoriale di maggio “Quel passaggio da istruzione a educazione che condiziona il futuro”, che il sapere, la cultura e l’arte sono frutto del presente, non del passato.

UNA TRANSIZIONE EPOCALE
Se qualcuno avesse dei dubbi pensi al nuovo pensiero critico che sta trasformando in favole le credenze e le illusioni del modo di pesare, ingenuo e presuntuoso, che ci ha guidato nei secoli. Pensi all’effetto dirompente che hanno avuto sulla scienza newtoniana la relatività e la meccanica quantistica sopra richiamate. Pensi alla digitalizzazione e al dilagare di internet in tutti i settori, che ha rivoluzionato i sistemi di scrittura e comunicazione con pc e telefoni cellulari; alla meccatronica, che ha reso le fabbriche sempre più intelligenti e abilitato la manifattura additiva; all’automazione dei servizi, ivi compresi i sistemi per la casa intelligenti e connessi; alla transizione energetica in atto e al crescente ricorso alle fonti rinnovabili; al prossimo avvento dei veicoli elettrici e della guida autonoma; alle nanotecnologie, alle biotecnologie, alla genetica molecolare e all’epigenetica; all’aumento della durata della vita.
Oppure, su un piano ancor più immediatamente e concretamente visibile, pensi alla nuova edilizia verticale, con grattacieli sempre più alti e vicini ai mille metri, alla realizzazione accelerata di città dove non c’erano, come Brasilia, di isole e quartieri dove c’è l’acqua e non la terra, come a Dubai, in tutti i casi con edifici nuovi e vecchi sempre più smart, connessi e capaci di produrre da se l’energia che consumano.
Pensi allo stesso libro, di cui ho parlato nell’articolo di novembre “Editoria tecnica: lo strumento che traguarda la sostenibilità nel mare del web”. A quell’invenzione straordinaria con cui l’uomo ha diffuso nei secoli il suo sapere, trasformato con l’introduzione dei caratteri mobili di metà ‘400 da Johann Gutenberg in un prodotto industriale e massivo. Un mezzo cresciuto a dismisura e rimasto tale più o meno sino ad oggi, che ora sta profondamente cambiando per sfruttare le tante e nuove possibilità che offre il progredire delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Ciò con la stampa digitale che, in simbiosi con il web, consente di operare immediate selezioni e accessi ad argomenti e informazioni con parole chiave, ipertesti, interattività ecc.
Proprio i libri e le altre forme di trasmissione di dati, notizie e riflessioni, pubblicate dagli uomini di cultura, scienziati, tecnici, umanisti con andamento esponenziale, che ne rende la misura ormai sterminata, danno la dimensione dell’enormità del pensiero elaborato dall’uomo negli ultimi cent’anni. Pertanto, fatte salve alcune eccezioni, tra cui la nascita del pensiero speculativo, con le basi teoriche della scienza poste dagli antichi greci, e la costruzione della filosofia occidentale, che pure sono stati degli avanzamenti essenziali, il passato è indubbiamente poca cosa rispetto al presente e soprattutto alle prospettive del futuro.
Per lo spazio, si possono fare considerazioni analoghe. Si tende a concepirlo ancora come un’estensione tridimensionale senza limiti e indipendente, mentre si sa che è legato omogeneamente al tempo a formare la struttura quadridimensionale dell’universo nella quale si verificano i fenomeni. L’unica percezione che si è fatta strada, perché facile e immediata, è che il mezzo miliardo circa di km2 della superficie della Terra (per il 70% coperta dall’acqua), nell’antichità vista come immensa e fino a pochi secoli fa in gran parte inesplorata, è una realtà che si fa sempre più piccola. In quanto, se per andare da un estremo all’altro del globo prima occorrevano anni e mesi, ora bastano alcuni giorni o alcune ore, a seconda del mezzo utilizzato.
Ma in prospettiva questo spostamento e tutti gli altri potranno avvenire in tempi ancor più brevi, al limite in un attimo. Questo, aprendo passaggi tra dimensioni parallele che consentano di trasmettere la materia. Anche se è ancora nell’ambito puramente teorico, è una proprietà che diverse teorie calcolano esistente, pure se confinata entro la misura del nucleo atomico. Mancano finora solidi indizi che facciano ritenere che la si possa estendere alla scala macroscopica, tuttavia la NASA la sta studiando. Quando ciò avverrà si potrebbe passare dalla Terra a Marte in tempi brevissimi. Al momento può sembrare fantascienza, ma come ho detto più sopra, immaginare quale sarà lo scenario futuro è un esercizio difficile, visto che chiede di accettare l’inverosimile (3).

INSEGNARE CIÒ CHE SERVE PER IL DOMANI
Come tale appare l’idea che la storia, sin qui considerata come un accumulo di fatti enorme, sia in reltà ben più esiguo rispetto a quanto dice il presente e propone il futuro. Ciononostante continuiamo a dedicare a questo passato gran parte degli studi, in un certo senso sprecando il tempo, mentre la globalizzazione procede inesorabilmente e forse entro la fine del secolo usciremo dalla Terra e ci avvieremo a colonizzare altri pianeti.
Tuttavia ciò che è peggio è che siamo sempre indietro nell’insegnare quel che serve oggi e servirà domani, così che l’istruzione arranca nel seguire gli avanzamenti della scienza e della tecnica sempre più rapidi, con il risultato che, in mancanza di una formazione continua, le maestranze perdono anticipatamente la loro capacità di lavoro, dato che questo nel frattempo continua a cambiare.
Si è già detto che il sistema educativo va modificato profondamente, perché è diversa la concezione stessa del sapere, che deve guardare al mondo che cambia, unitamente a quella del modo di lavorare e di concepire il lavoro. Ne ho parlato in luglio nell’editoriale “Quel modello che tarda a governare le tecnologie che stanno rivoluzionando il mondo”. Ma non basta. In quanto c’è da riscattare pure l’ipoteca dell’insostenibilità che incombe sul nostro tempo, ambientale, economica, sociale, delle istituzioni. Per farlo è necessario che l’educazione prepari ad affrontare anche le altre grandi sfide che minacciano il futuro: l’ambiente, il clima, l’esplosione demografica e l’emigrazione, il cibo, le risorse, la salute, la vita, il lavoro, l’iniquità, ecc. Questo in modo rigoroso, e non in base a concezioni ideologiche o alle sensazioni che detta l’istinto.
Oggi, più che mai, infatti, è imperativo eliminare pregiudizi e false valutazioni, dato che, così come vengono trattati, i problemi del mondo appaiono considerati spesso in modo irrazionale e addirittura irresponsabile di fronte all’emergenza che determina l’evoluzione in atto. Ciò per capire dove l’emergenza è reale e dove, al contrario, la sostenibilità è un pretesto per nascondere il rifiuto dell’attuale accelerazione del processo di cambiamento. Dove essa pretende irragionevolmente di conservare e preservare la condizione attuale, difendendola dagli interventi dell’uomo che, ricordo, sono effettuati, tutti, in accordo con le leggi naturali, anche se, più o meno spesso, ai limiti della loro applicabilità.
A tal fine l’istruzione deve discutere questi e gli altri problemi, analizzandone i diversi aspetti che vengono soggettivamente catalogati come corretti o errati, positivi o negativi, accettati o non accettati. È il nocciolo della questione, dato che la maggioranza della gente tende a rifiutare in genere qualsiasi evoluzione, anche se il cambiamento avviene da sempre ed è ineludibile. Rifiuta l’evoluzione soprattutto quando essa comporta un cambiamento che cozza contro il buon senso, l’intuizione, il pensiero comune, che il nostro cervello è portato a ritenere giusti in quanto la tradizione e l’abitudine lo hanno così condizionato. Con questo dimenticando che nella maggioranza dei casi è proprio tale tipo di cambiamento che ha generato il maggior benessere. Quello prodotto da tutti quei vantaggi non creduti che portarono sin dall’inizio della rivoluzione industriale ad avversare l’introduzione delle macchine nelle attività produttive, perché sostituivano posti di lavoro, come fecero i luddisti.

QUELLA CONVULSA RICERCA DI RIFERIMENTI
Il fatto è che il nostro modo di concepire le cose ci porta a chiedere sempre dei riferimenti, a fare dei confronti, e quando ciò non ci è possibile non siamo generalmente in grado di giudicare e quindi di accettare. La questione è ancor più difficile, visto che a questa attitudine e alle carenze culturali si associa anche l’incertezza del momento attuale di cui ho parlato nell’articolo di giugno. In effetti, nella realtà in cui viviamo, la velocità del cambiamento è tale che la rapidità con cui si succedono i diversi modelli di produzione e consumo ha l’effetto di disaggregare la struttura sociale. Perché mentre essa sta per adattarsi a una nuova situazione, se ne affaccia subito un’altra che muta la prospettiva e rende il quadro apparentemente, più insicuro.
Per conseguenza si sfocano i punti di riferimento, cresce l’individualismo, la società indebolisce il suo ordine e perde la solidità della sua struttura, diventando liquida secondo la definizione di Zigmunt Bauman. In tale contesto è altrettanto ovvio che il pensiero, l’educazione e il lavoro non possono rimanere gli stessi. Per agire responsabilmente non possono rimanere rigidi e immutabili, devono evolvere, diventare più fluidi, meno codificabili, anche se la gente andrà alla disperata ricerca di riferimenti stabili e pertanto sicuri. Quindi, cercando rifugio in ideologie, forti o deboli che siano, anche se le prime alla prova dei fatti hanno perso gran parte della loro forza.
Al contrario la scienza e la tecnica, nonostante la loro evoluzione abbia avuto e abbia in tanti casi effetti sconvolgenti, hanno mostrato di essere state sempre in grado di trovare e offrire certezze capaci di sostituirle, smantellandone progressivamente le impalcature. È il punto fermo che, a mio avviso, deve caratterizzare il nuovo modello educativo. Il punto d’appoggio della leva che può allontanare il rischio di uno scontro di culture e civiltà. Un rischio che alcuni vedono già alle porte per la difficoltà della gente ad adeguarsi a un cambiamento convulso che confonde i riferimenti etici in un contesto globalizzato che li mette a confronto, senza trovarne una sintesi condivisa.
Una miscela esplosiva che in forma diversa ha già operato nella storia, con la tragica conseguenza di generare la distruzione di preesistenti aggregazioni sociali sulle cui ceneri se ne sono poi formate delle altre. Un dramma che l’esperienza passata ci dice dobbiamo assolutamente evitare, in quanto ci fa regredire ricadendo distruttivamente su tutte le strutture che sono state faticosamente realizzate. Non solo politiche, ma pure sociali, del sistema dei comportamenti, del welfare, del mercato e del suo funzionamento, ed altro. E anche su quelle fisiche, cioè sul territorio, dove l’incuria, l’incoscienza, la disonestà generano rischi catastrofici, dell’inquinamento globale, della desertificazione, del dissesto idrogeologico, ecc.
Tuttavia, la catastrofe peggiore che rischia di accadere, e già se ne avvertono i segnali, è l’indebolirsi, per non dire il crollo, del sistema dei valori. In quanto, come detto, in questo periodo di grandi cambiamenti, caratterizzati da profonde innovazioni tecnologiche e culturali, che per vari osservatori arrivano a incidere sulle stesse basi biologiche del comportamento, la società muta troppo in fretta per permettere il consolidarsi dei riferimenti etici nella loro evoluzione.

IL RISCHIO DI UN ROVESCIAMENTO DEL MONDO
Così tecnica ed economia, da formidabili acceleratori del progresso, si trasformano in fattori destabilizzanti che rendono la società instabile e la fanno percepire come rischiosa. Anche perché alcuni scelgono, o sono costretti a scegliere per le tante ingiustizie, in primis l’iniqua distribuzione del reddito, soluzioni opposte a quelle usualmente adottate, sovvertendo il loro modo di essere ed evocando l’immagine di quel mondo alla rovescia descritto scherzosamente sin dall’antichità in tante buffe raffigurazioni: il pescatore sott’acqua pescato dai pesci, il contadino messo all’aratro dal bue, il maniscalco ferrato dal cavallo, e così via.
Ora però non si tratta più di uno scherzo. Qui e là assurdi capovolgimenti dell’ordine naturale e sociale si stanno realizzando per davvero: scolari che picchiano il maestro; bambini che educano i genitori; pazienti che pretendono di istruire i medici; malfattori che mandano in galera i poliziotti, ecc.. La situazione giustamente preoccupa, non tanto per il numero dei casi, quanto per il trend. Fortunatamente sembra tuttavia che i figli non abbiano abbandonato i valori dei padri, piuttosto li considerano in modo più aperto, tollerante, maggiormente attento alle esigenze degli altri e dell’ambiente. Ma non si può dire neppure che questo allentamento della rigidità nel considerare i valori, e anche le ideologie, escluda che si sia l’inizio di un fenomeno molto più importante, che dall’indebolimento dei valori passi al loro ribaltamento.
Ne sono esempi l’ammiccamento e l’emulazione del protagonismo, della ricerca sfrenata del proprio successo, prima considerata come un vizio, ora vista come una virtù; l’eccesso di individualismo, e con esso dell’autoreferenzialità delle scelte critiche, per cui ciascuno spesso pretende di sapere ciò che si deve eticamente fare, sostituendo l’obbedienza all’autorità; il solidarismo delle piccole ideologie e delle difese dell’ambiente, della natura, della salute, che porta i deboli a prevalere sui forti con speciose indagini tecnico scientifiche e analisi costi-benefici, ed altro.
Se questa tendenza dovesse consolidarsi e diffondersi ci troveremmo di fronte, ovviamente, a un ribaltamento profondo che, come tutti i cambiamenti, ha dei pro e dei contro, i quali ultimi però sono la grande maggioranza e possono essere esiziali. Come per certi versi appare la vittoria del superfluo sul necessario, dell’abbondanza sulla scarsità, che ha vissuto la società occidentale, e che ora sta vivendo un pò tutto il mondo, che molti osservatori ritengono un indice del progresso della civiltà, altri assolutamente no. Anche in questo caso il capovolgimento ha dei pro e dei contro.
Di positivo c’è il fatto che nel cammino compiuto per superare la ristrettezza del suo vivere e operare, l’uomo ha sviluppato l’enorme complesso di conoscenze con cui ha realizzato strumenti e macchine capaci di moltiplicare e differenziare le sue capacità di azione, limitate per natura a quanto consente il suo corpo e le sue mani. Così procedendo è riuscito a inventare meccanismi per sfruttare le risorse tali che il loro consumo si sta trasformando in modalità temporanee d’impiego. Questo con il progressivo affermarsi dell’economia circolare che già ora, unitamente al continuo avanzamento delle tecnologie estrattive e d’uso, sta portando, non al loro esaurimento, bensì a un loro incremento. In altre parole la crescita del sapere fa sì che il modo con cui vengono ricavate e fruite le risorse finisce o finirà per aumentarne la disponibilità. Anche di quella immateriale dell’informazione, che sta aumentando con un ritmo al limite del concepibile, di cui ho parlato il mese scorso.
Al negativo gioca il fatto che l’uomo è stato favorito nel suo esordio dalla sua capacità di adattarsi alla scarsità, di cibo, di risorse e di strumenti, per vivere nella quale la natura lo ha programmato e attrezzato molto bene. Per conseguenza ha imparato a essere onnivoro, a raccogliere alimenti sempre nuovi, a coltivarli, sviluppando la possibilità di mangiare al di là dei bisogni del momento, in quanto il cervello lo spinge a farlo per creare riserve per i momenti di carestia. Il risultato è che adesso, malgrado viva nella maggioranza dei casi in una situazione di abbondanza, con risorse a sua disposizione cresciute a dismisura, l’uomo continua ancora a temere la ristrettezza e a pensare ai mezzi con cui combatterla.
Così facendo accumula riserve di ogni tipo, oltre ogni senso della misura, tra cui l’assunzione esagerata di cibo che lo porta a sviluppare malattie croniche (obesità, diabete, cardiovascolari). Altra grave conseguenza è il passaggio da un consumismo all’altro, in una sorta di bulimia, che mira non tanto al possesso, quanto all’utilizzo temporaneo di oggetti di desiderio con cui appagare la sensazione atavica di scarsità, trovandoli poi in breve tempo obsoleti. Un male che affligge in particolare le classi meno abbienti della società, quelle che non riescono ad affermarsi, impegnate nella spasmodica ricerca di apparire a tutti i costi, mostrando di poter consumare ed esibendo i consumi. Anche questo è uno degli effetti della distruzione di punti di riferimento che rende liquida la società nel senso datogli da Bauman.

UN ESEMPIO VIRTUOSO
Dopo le considerazioni sopra espresse, con cui ho rappresentato, con un pessimismo purtroppo condiviso, lo stato in cui versa l’istruzione in Italia, i limiti dell’attuale sistema educativo e gli obiettivi e i contenuti che dovrebbero caratterizzare il nuovo modello, variamente approfonditi negli editoriali pubblicati nei mesi scorsi, termino con una notazione del tutto positiva. L’ho riservata per ultima, perché parla di un segmento della scuola italiana che funziona piuttosto bene, anche se purtroppo rappresenta ancora una situazione di nicchia.
Sono gli Istituti Tecnici Superiori, le scuole terziarie professionalizzanti post diploma, biennali, in certi casi triennali, alternative ai percorsi universitari. Nate recentemente, solo una decina di anni fa, sul modello di ben più antiche realtà europee, quali le Fachhochschule tedesche o le istituzioni francesi che rilasciano il Brevet Technicien Supérieur, hanno il preciso scopo di rispondere alla richiesta delle aziende di personale dotato di esperienza pratica, di costituire il naturale proseguimento di un precedente percorso formativo svolto in alternanza scuola-lavoro e di favorire l’inserimento diretto nel mondo del lavoro e la formazione continua anche degli adulti.
Purtroppo, come detto, gli ITS o, meglio, le fondazioni che gestiscono queste scuole d’eccellenza, sono stati costituiti da poco tempo, così che al momento sono solo 104 con circa 13.000 studenti frequentanti, suddivisi in sei aree tecnologiche: efficienza energetica, mobilità sostenibile, nuove tecnologie della vita, made in ltaly, beni culturali e turismo, informazione e comunicazione. Pochi rispetto alla Germania, dove i giovani che frequentano gli istituti di formazione terziaria professionalizzante sono circa 765.000. Tuttavia i dati sull’occupazione dei nostri diplomati dicono molto bene: a un anno dal diploma l’82% è già al lavoro, con un tasso di coerenza rispetto agli studi svolti del 90%.
Dunque tanti occupati e pochi studenti. Un’anomalia che le ultime statistiche dell’OCSE, citate in premessa, non hanno mancato di rilevare. Gli studenti che frequentano gli ITS sono appena l’1,7% di tutti gli iscritti a un corso di studi terziario, contro l’86% degli iscritti alle lauree triennali (il 12% a quelle magistrali) che non possono vantare un ritorno occupazionale analogo. Questo a fronte di una spesa che, fatte le debite proporzioni, è del tutto differente. Il contributo pubblico, statale e locale nel 2018 per l’intero sistema ITS è stato stimato recentemente pari a circa 60 milioni di euro, da confrontare con l’entità del fondo di finanziamento ordinario delle università di 7,4 miliardi. Fermo restando che questi due segmenti di istruzione terziaria non sono paragonabili, perché hanno missioni e sussidi economici diversi e si rivolgono a platee diverse, l’1,7% di 7,4 miliardi è circa il doppio di 60 milioni.
Pertanto non si può dire che l’esiguo numero dei 20.000 giovani diplomati dagli Istituti in un decennio derivi da un problema di costi. Tanto più se si considera che la domanda di nuove leve che servono alle imprese è di almeno 20.000 diplomati ITS all’anno, secondo le stime di Confindustria, e se si tiene conto delle alte performance dimostrate sul lavoro. Un risultato dovuto al fatto che gli ITS recepiscono le effettive esigenze delle aziende e formano maestranze altamente specializzate per un preciso mestiere, con docenti che provengono prevalentemente dal mondo del lavoro (70%) e con imprenditori che hanno una consistente voce in capitolo negli organi di indirizzo delle fondazioni.

CONCLUDENDO
A questo punto, tornando a quanto detto inizialmente, mi pare di poter concludere che trovare ragioni che spieghino, oppure solo giustifichino, perché la politica ritarda a riformare organicamente il sistema dell’istruzione sia molto difficile. Il degrado della situazione e l’impoverimento delle conoscenze sono noti, gli svantaggi che ne derivano altrettanto, gli obiettivi da raggiungere e le cose da fare, per lo meno nel breve termine, sono stati indicati da tempo in molte sedi con voce concorde sugli aspetti di fondo. Quanto ai costi si è visto che a parità di spesa i risultati possono essere molto diversi, dato che non è solo un problema di quale percentuale di PIL è dedicata all’istruzione, ma anche di efficienza nell’utilizzo delle risorse.
I dati dell’Ocse da cui sono partito dicono che le due lame delle forbici, la cui distanza indica lo svantaggio, si stanno divaricando in misura tale che non si registra in nessun altro Paese industrializzato. Dunque bisogna muoversi e subito. Ogni ulteriore ritardo è irragionevole e irresponsabile. Ne va del domani delle prossime generazioni, del loro benessere che si realizza, non solo in termini di crescita economica, ma anche civile e soprattutto democratica. Perché la scuola, come l’ha definita magistralmente Piero Calamandrei settant’anni fa nel suo celebre discorso in difesa dell’istruzione, “è un organo vitale della democrazia”.
Pertanto l’augurio è che l’anno che sta per iniziare dia finalmente l’avvio a una riflessione profonda e risolutiva su questo fattore cruciale dello sviluppo che coinvolga tutti gli stakeholder e, tra loro, i media, dato che l’informazione è la risorsa primaria che alimenta il sapere e costruisce il futuro.
Con tale auspicio formulo a tutti i lettori un cordiale augurio di Buon Natale e di Buon Anno e un sentito ringraziamento per l’interesse che riservano al portale.

Pierangelo Andreini
Dicembre 2019