Quel passaggio da istruzione a educazione che condiziona il futuro

La transizione in corso, di cui la digitalizzazione delle attività socio-economiche e il ricorso a fonti rinnovabili di energia e materiali sono vettori irriducibili, è di fatto una rivoluzione, un terremoto tecnologico e sociale che distanzia drammaticamente regioni, ceti, culture. Una frattura che ha la sua origine nella diversa velocità con cui queste ultime crescono ed evolvono, separando coloro che hanno un livello di istruzione adeguato da quelli che non ce l’hanno.
Una scissione dolorosa, poiché genera incomprensioni, insofferenze, conflitti, rancori, specie in chi non ha la preparazione che serve per capire e cogliere le opportunità che offre il nuovo paradigma.
Un problema di fondo, che si riflette su quello della convivenza civile e del lavoro, la cui soluzione richiede un salto straordinario di consapevolezza e chiama la politica a intervenire prioritariamente, comprendendo la necessità, si spera finalmente, che gli interventi e gli investimenti privilegino l’educazione e le istituzioni che si occupano di istruzione, formazione e ricerca, riformandole drasticamente. Capendo, quindi, che queste spese hanno sullo sviluppo effetti moltiplicatori ben maggiori delle altre e, pure, che il diritto dell’uomo all’istruzione deve valere per tutta la sua esistenza, per consentirgli di acquisire gli strumenti necessari ad affrontare responsabilmente i progressivi, radicali cambiamenti che la transizione è destinata a produrre. Capendo, infine, che la posta in gioco è il nostro futuro, dato che il nuovo corso offre molteplici possibilità per migliorare la qualità della vita, aumentare la libertà di scelta, ridurre lo squilibrio di genere, ribaltare la tendenza verso l’ineguaglianza, difendere l’ambiente, ecc., ma che esso va governato.
In quanto è sempre più evidente che, senza una politica forte che faccia leva sulla crescita di una cultura responsabile, l’autoreferenzialità di economia e finanza fa evolvere la situazione verso condizioni di maggiore incertezza del domani, dell’uomo e dell’ecosistema, e di minore occupazione, tali da generare a livello locale possibili stati di pericolo o recessivi, con esiti potenzialmente tragici.
Un problema, pertanto, quello dell’istruzione e dell’educazione, che è alla base di tutti gli altri e della crescente insostenibilità economica, sociale, ambientale, delle istituzioni.
Una questione complessa che appare la più grave che il mondo, e con esso il nostro paese, deve affrontare, perché coinvolge, come detto, l’avvenire di tutti. Un futuro che affonda le sue radici nel passato, che una retroguardia di nostalgici insiste a difendere, memore del “buono” che ci ha portato a ciò che siamo oggi.

Una questione complessa
Ma del mondo di ieri e della sua cultura cosa è ancora utile, cosa è mal compreso, ma potrebbe comunque servire, di cosa ci si deve liberare? Quali sono le cose nuove che bisogna apprendere e far proprie?
Difficile districare la questione e rispondere puntualmente alle domande.
Nel prosieguo, quindi, non posso che limitarmi a fare alcuni rilievi di carattere generale su aspetti essenziali che il sistema dell’istruzione deve maggiormente considerare per fronteggiare il domani e conformarsi allo spirito del tempo.
La difficoltà deriva dal fatto che la cultura è il risultato di un intreccio complesso e stratificato e rappresenta l’aspetto più solido e stabile di una civiltà. Il forziere che contiene la sua eredità storica, l’integrale di un passato da cui essa non vuole allontanarsi in quanto le dà sicurezza.
Perché è l’insieme delle particolarità materiali, intellettuali, emozionali, spirituali di un popolo che si sono sedimentate generando sapere, credenze, riti, manufatti, gusti, arte, letteratura, ecc. Così fissando stili di vita, valori, norme etiche e sociali e i comportamenti necessari per osservarle, in accordo con la tradizione che li trasmette di generazione in generazione, poiché li considera positivi e vincenti.
Tuttavia, ora la situazione è profondamente cambiata. La costruzione e lo scambio di conoscenze crescono con andamento esponenziale al punto che nei prossimi vent’anni lo stock del sapere tecnico ad oggi acquisito si potrà duplicare, con successivi raddoppi in manciate di anni e poi di mesi. In tal modo, l’evoluzione della cultura, sinora avvenuta lentamente, è adesso sempre più rapida ed è arrivata a interessare le sue caratteristiche essenziali, tanto da aver portato l’antropologo Ulf Hannerz a dire che “una cultura è una struttura di significato che viaggia su reti di comunicazione non localizzate in singoli territori”.
Questa variazione è ormai chiaramente apprezzabile nel tempo più breve di una generazione ed incide drammaticamente sugli individui, per alcuni in modo sconvolgente. Così il retaggio del passato diventa marginale e quello tecnologico poco redditizio, visto che le cose nuove sono enormemente migliori. Basti pensare, come esempio emblematico, agli smart phone e alla loro rapida diffusione.
La ricaduta del cambiamento, specie quanto all’occupazione, è ancor più drammatica se si pensa che la complessità della competizione globale impone di scegliere, con strumenti sempre più avanzati e sofisticati, come l’analisi dei dati, quali sono le attività economiche che conviene intraprendere. E questo tra un’ampia gamma di possibilità, materiali o immateriali, determinando quale dev’essere il loro livello, basso, medio o alto e, conseguentemente, quale la natura più promettente del lavoro, concreta o astratta, e delle conoscenze a tal fine richieste.

Le tante valenze del sapere
Ciò conferma ulteriormente che per vivere, competere e vincere responsabilmente e sostenibilmente, la cultura farà in ogni caso la differenza.
Ma c’è un’altra certezza che ci dice quanto il sapere è importante.
Il fatto, come sin qui è avvenuto, che la creazione di benessere e ricchezza in qualsiasi attività è legata al progresso della conoscenza su come a tale scopo può essere elaborata al meglio la materia, piuttosto che sulla disponibilità di materie prime. Il loro ruolo, infatti, è sempre meno importante e il loro apporto marginale, al limite nullo nella prospettiva di un’economia circolare. Al proposito è emblematica la famosa frase secondo la quale “lo sviluppo non si arresterà per mancanza di pietre”.
Tuttavia si deve anche dire che oggi per competere e star bene non basta più conoscere, dato che il sapere una volta acquisito è subito superato, e quel che più conta è imparare a creare il sapere. La sua tumultuosa crescita, infatti, è tale che la maggior produzione di ricchezza non è più nelle mani di coloro che solo conoscono, ma di quelli che il sapere lo stanno generando. Cosa che la politica non sembra considerare sufficientemente.
Comunque, per quanto sopra accennato, tra i retaggi da correggere rimane la visione ideologica di chi ritiene che stiamo consumando le materie prime con ritmi insostenibili.
Questo sarebbe vero se ragionassimo a bocce ferme, come ha fatto il Club di Roma nel suo famoso rapporto del ’72 sui limiti dello sviluppo e come fanno i seguaci di Thomas Malthus sulla base della diversa progressione tra crescita demografica e del consumo disponibile di risorse naturali, limitate e in esaurimento.
Ma non lo è altrettanto se si tiene conto del fatto che le risorse che consumiamo non sono quelle direttamente offerte dalla natura, perché da sempre esse sono il prodotto del sapere dell’uomo che le ha inventate, elaborate, e prodotte e che continua a produrne di nuove con efficacia ed efficienza crescenti. E ciò con ulteriori conoscenze che scaturiscono traducendo l’apporto della ricerca e delle intuizioni, comunque colte, magari per serendipity, in competenze avvertite e rigorose, qualunque sia l’argomento che si affronta e studia e l’attività che si intraprende.
Queste risorse sono aumentate costantemente, più dell’incremento della popolazione, alimentate da una crescita superiore del sapere che, ora più che mai, deve essere responsabile. Nel senso che deve generare un progresso sostenibile, indirizzandolo verso migliori condizioni di benessere dell’intero ecosistema, nel quale ogni nuova acquisizione si traduca in conoscenze e innovazioni che facciano evolvere la cultura e, con essa, il modo di pensare in termini sempre più consapevoli. Ciò per facilitare il passaggio a nuovi modelli di consumo e produzione e lasciare senza rimpianti i vecchi stili di vita e le vecchie forme di lavoro che rallentano il cammino.

Il nuovo modello che serve
Per assecondare un tale sovvertimento del pensiero non basta, ovviamente, limitarsi ad aggiornare i percorsi educativi sin qui seguiti. La velocità del cambiamento è tale da richiedere una modalità sostanzialmente nuova di intervenire sul sapere della gente e sul suo modo di operare. In primis facendo sì che una quota crescente di persone comprenda le implicazioni del nuovo corso nei suoi termini generali e nelle sue conseguenze e possa acquisire nello stesso tempo gli strumenti per gestirlo, fruirne i vantaggi e non pagare lo scotto dell’ignoranza.
A questo scopo, quindi, ciascuno va istruito adeguatamente, affinché trovi la migliore collocazione in un contesto sociale che evolve rapidamente, senza prevaricarlo, ma solo facilitandolo nell’ottenere le nuove conoscenze che vengono via via prodotte. Ed è del tutto evidente che tale funzione la famiglia e la scuola attuale non sono più in grado di svolgerla. Non tanto perché bisogna sapere e, quindi, studiare maggiormente, ma perché occorre impartire un’istruzione che prepari a un mondo che cambia, che dia gli strumenti per allestire il bagaglio culturale che serve. In quanto si deve imparare per tutta la vita, non c’è un tempo dell’imparare, ma una vita intera per acquisire e creare il proprio sapere.
Infatti, se fino a poco tempo fa, più o meno sino a fine secolo, la preparazione necessaria per vivere nel mondo, per modesta o complessa che fosse, poteva essere fornita, generalmente, prima dell’età adulta e, comunque, prima di quella del lavoro, contando che essa sarebbe poi bastata per il resto dell’esistenza, ora non è più così.
Per vivere nel mondo che si preannuncia l’istruzione, e con essa l’educazione, deve essere impartita e aggiornata in modo continuo, con percorsi personalizzati, così che si possa diffondere in tempo reale e mantenere aggiornata l’intera società.
Sembra un’utopia, ma il trend appare questo e per raggiungere anche solo una parte dell’obiettivo è necessario, come detto in premessa, un salto culturale straordinario che metta in discussione dalle fondamenta l’intero sistema educativo.
A tal fine, e dico una cosa ovvia, la prima considerazione da fare è che l’istruzione deve riguardare, in primis, gli aspetti che maggiormente incidono sulla nostra vita. E quello che ora è più sconvolgente è il veloce cambiamento delle condizioni fisiche e culturali. Un cambiamento che si è verificato da sempre, perché è parte del vivere, a volte in modo ancor più traumatico, in vari periodi dei tempi passati, ma che non per questo appare oggi meno inquietante.
Tuttavia non tutti lo temono e se ne preoccupano, in quanto fino a poco tempo fa il ritmo del cambiamento è stato sufficientemente lento da permettere alla persone e alla loro cultura di adattarsi. Così il pensiero, e il comportamento che ne consegue, ha percepito il mondo come un’entità sostanzialmente statica, nella quale il passato, ovvero quanto è accaduto, è ciò che è più importante.
In questo sbagliando, visto che la cultura media della gente si è evoluta e diffusa enormemente. E’ passata da quella dei pochi detentori, saggi, scriba, ed esperti delle civiltà antiche, alla più distribuita conoscenza dell’arte del saper fare, di contadini, operai e tecnici dei tempi che furono, alla progressiva estensione a tutti i cittadini della capacità di leggere, scrivere e far di conto, fino al livello attuale della cultura, che assicura la capacità di creare conoscenze da parte di un numero crescente di persone acculturate nei più svariati campi del sapere.

Il velo della storia
A questa evidenza ha fatto velo il tempo lunghissimo che ha scandito l’infanzia dell’uomo. Un tempo durante il quale la sequenza di un gran numero di generazioni, di popoli, di culture, di invenzioni, come l’uso del fuoco e della pietra, la produzione di nuovi materiali, fibrosi, ceramici, metallici, lo sviluppo dell’agricoltura, dell’edilizia, delle forme di aggregazione sociale, delle scienze, delle arti, ha preso corpo con alti e bassi in lenta continuità, delineando il lungo percorso storico che abbiamo alle spalle.
È questo lungo cammino dell’uomo, iniziato qualche milione di anni fa e proseguito dall’Homo sapiens, negli ultimi duecentomila-trecentomila anni, con quella capacità mentale e di pensiero, il modo di ragionare e di agire che ci contraddistingue, a farci pensare che il mondo dell’uomo sia espresso dal suo passato, dalla sua storia di crescente affermazione. In quanto noi siamo il risultato di una lunga discendenza di persone che ci hanno preceduto, di eventi e di conoscenze accumulate, che è importante imparare perché ci hanno portato al successo.
Ciò ha indotto la scuola di tutti i gradi ad attribuire alla storia un valore fondante, considerandoci il suo prodotto, per cui dobbiamo impararla, a partire dai miti delle antiche culture, passando per gli insegnamenti morali degli eroi e dei filosofi che si sono sin qui succeduti. Perché la storia, come scrive Cicerone nel “De Oratore” è “luce della verità, vita della memoria e maestra di vita”. Dunque ci è indispensabile per districarci nell’oggi e per costruire il domani.
Ora però l’accelerazione dell’intervento umano, con le sue crescenti possibilità di azione, velocizza il verificarsi degli avvenimenti al punto che, con il ritmo evolutivo attuale, il cammino che percorreremo nel tempo di una generazione potrà corrispondere a quello che ha compiuto nello stesso tempo il centinaio di generazioni che ci ha preceduto.
Tutto questo cambia drasticamente condizione, percezione, prospettiva, quindi, il modo di vivere dell’uomo e si riflette sulla storia, riducendo il portato dei suoi insegnamenti, molti dei quali si dimostreranno fatalmente obsoleti.
In quanto quella determinante sarà la storia che si vivrà. Perché l’interazione tra un’enormità crescente di eventi che accadono nello stesso tempo produce un racconto più consistente e istruttivo di quanto dice la sottile cronaca di quelli che abbiamo alle spalle. La portata degli effetti delle attività umane, con le loro sinergie trasversali, positive e negative, che le tecnologie di analisi dei dati, sempre più pervasive e condizionanti, consentono di preconoscere in tempo reale, è talmente cresciuta, infatti, che la vecchia storia dice sempre meno quanto al futuro.
Inoltre, il progresso delle conoscenze, avvenuto anche in campo storico, ci ha fatto capire che l’uomo ha costruito la storia interpretando e adattando gli eventi secondo il sapere e le ragioni del momento. Questo pone doppiamente in discussione la funzione della storia, della quale l’insegnamento dovrebbe partire più dalla fine che non dal principio.
Comunque, ciò che al momento appare evidente è che la successione dei racconti che la storia ci tramanda e propone, anche se affonda le sue radici in un lontano passato, insegnerà purtroppo sempre meno. Bisogna infine ricordare, come dirò più avanti, che la storia è parte della scienza, quindi del sapere, non dell’etica, cioè della saggezza.

Dai miti al tempo alla storia
Con ciò nulla volendo togliere alla profondità delle riflessioni che suggeriscono i miti. Da quello dell’albero della conoscenza, di cui l’uomo ha mangiato il frutto pretendendo di trarre il sapere dalla materia, così perdendo l’innocenza e iniziando il penoso percorso con cui costruisce la propria consapevolezza. A quello di Prometeo che, donando all’uomo intelligenza, memoria e l’uso del fuoco, contro il volere di Zeus, cioè dell’autorità, è simbolo della ribellione e archetipo di un sapere sciolto dai vincoli dell’ideologia. A tanti degli altri che ci suggestionano e ci orientano sin dall’infanzia.
O volendo negare, piuttosto, le fondamentali valenze che in ogni caso conserva la storia, la quale con il racconto dei fatti accaduti ci ricorda gli errori compiuti per non ricadere nei tanti orrori di cui l’uomo è stato responsabile.
Tenere traccia degli eventi è infatti un’attività comunque essenziale e indispensabile, perché aiuta ad analizzare l’evoluzione delle società e a individuare il filo conduttore, costituito spesso da cause e conseguenze, che determina il senso di identità personale e nazionale, fattore ad un tempo di progresso, ma anche di rischio di tensione e degrado dei rapporti di convivenza civile tra persone e popoli, come si è purtroppo sovente verificato.
Pertanto, capire quanto la storia possa essere uno strumento valido per guidarci verso il futuro e comprendere cosa sia il tempo che ne ritma lo svolgersi è uno degli intenti che dovrebbe perseguire l’istruzione, traendone spunti per riformare pure il sistema che la impartisce.
Nell’editoriale di gennaio “Il tempo passa, cresce la complessità, ma anche il sapere” mi sono soffermato sul tempo, dicendo che per Aristotele è solo una misura del cambiamento. Non ho detto, però che il filosofo, il cui pensiero ha influenzato il nostro sviluppo culturale per quasi due millenni, rileva paradossalmente che il tempo potrebbe non esistere, dato che è composto di passato e futuro, di cui il primo non c’è più quando l’altro non c’è ancora. Cosa è dunque il presente? Un “attimo fuggente” tra un passato lunghissimo, che non ci sarebbe se non ci fosse tramandato dalla storia, e un futuro senza storia? E la storia, così come l’abbiamo costruita, ci dà una interpretazione realistica dell’avventura dell’uomo, oppure ci dice cose molto diverse da quanto è realmente accaduto? Due temi di fondo sui quali è essenziale riflettere per accrescere la nostra consapevolezza e su cui poco si pensa, perché il sistema dell’istruzione poco se ne cura.
Circa il tempo, l’idea di un suo fluire uniforme è certamente ingannevole. Anche senza scomodare Einstein, secondo il quale il tempo varia con l’ondulazione del campo gravitazionale di cui è componente, ovvero dello spazio-tempo, basta quanto ha detto Aristotele. Perché se il tempo misura il cambiamento, la cui intensità sta crescendo con andamento vario ed esponenziale ed ha registrato nei secoli picchi di splendore, come il prodigioso sviluppo culturale dell’antica Grecia, ma pure di tragedia, con il succedersi di tanti drammatici conflitti epocali, vuol dire che a stesse quantità di tempo corrispondono valori diversi di tale misura e che il tempo ha anche una qualità. Buona o cattiva secondo le circostanze.
Ne è ulteriore prova l’attuale variazione, più o meno iperbolica e preoccupante, dei vari indicatori che dicono come sta cambiando il mondo: l’incremento demografico, dei beni di consumo, in primis degli alimenti, dei beni durevoli, strumentali e, come detto, delle risorse in genere, del sapere scientifico, tecnico e umanistico, delle espressioni e manifestazioni che lo testimoniano, industriali, professionali, letterarie, artistiche, ecc. Fino alla sempre più intensa trasformazione che sta subendo l’intero ecosistema e l’umanità nei suoi aspetti economici, sociali e politici, per molti versi positiva, per altri pericolosa e allarmante, anche per la sua apparente ingovernabilità.

Il lungo cammino dell’uomo
Questa evoluzione immane, iniziata in modo strisciante alcune centinaia di migliaia di anni fa, è ora nel pieno del suo andamento esponenziale e non dà segni di frenata. E anche se la crescita della popolazione pare destinata a raggiungere per fine secolo un asintoto di 10-12 miliardi di individui, altrettanto non vale per l’illimitato complesso delle attività umane. Inoltre, a fronte di un incremento della popolazione che rallenta, si verifica comunque un aumento della durata della vita, che potrà raggiungere i 120 anni e nel lungo termine probabilmente molto di più.
Si deve pensare poi che gli individui tendono a concentrarsi con una grande velocità. Se 15 anni fa quelli che vivevano nelle aree urbane erano il 40% ora sono il 55% e nel 2050 saranno il 70%. Il tutto con positivi effetti sinergici, che includono l’aumento dell’alfabetizzazione e la diffusione della conoscenza, ma anche negativi, per l’intensità dell’impatto sul territorio che determina gravi problemi di inquinamento e di degrado ambientale.
Come ci dice la cronaca delle vicende umane, il cammino è stato reso possibile e accelerato dallo sviluppo dell’agricoltura, la cui “invenzione” non è solo la prima, ma forse la più dirompente rivoluzione operata dall’uomo. Una “rivoluzione culturale”, inizialmente lenta nel suo diffondersi e agire, che in poco più di diecimila anni ha trasformato profondamente la vita dell’uomo ed è arrivata a modificare altrettanto profondamente lo stato dell’ambiente.
Basti pensare che da pochi milioni di individui l’umanità è cresciuta, nel periodo, di oltre mille volte, che le coltivazioni agricole hanno invaso più o meno tutto il pianeta e che unitamente ad esse sono aumentati gli animali da allevamento, a spese però di quelli selvaggi, tanti dei quali si sono estinti.
Una rivoluzione per tappe che da un’agricoltura di sussistenza per l’autoconsumo è passata a forme estensive, basate sul latifondo e la rotazione delle colture, e poi di tipo intensivo, specializzato e sempre più meccanizzato, con ampio ricorso a fertilizzanti e all’uso di tecniche di ingegneria genetica. Il cambiamento è arrivato infatti a interessare direttamente gli stessi vegetali e animali per renderli più fruttiferi. Per fare degli esempi la produttività del frumento è cresciuta negli ultimi duemila anni di svariate decine di volte, nel senso che prima un chicco di grano ne produceva circa tre, ora più di cento; i bovini sono oggi ben più di un miliardo, con le mucche che producono 20-30 litri di latte al giorno, ma purtroppo anche 200-300 litri di metano, il cui effetto serra è decine di volte superiore a quello della CO2.
Per preservare l’edibilità e il valore nutritivo della produzione in eccesso sono stati inventati e perfezionati processi di trasformazione degli alimenti, da quelli rudimentali dell’inizio, con aria, ghiaccio, sale, fumo, a quelli attuali, sempre più sofisticati, che propone il progresso della scienza delle preparazioni alimentari. Lungo questa strada si è passati dalle tecnologie artigiane a quelle industriali, che nel secolo scorso hanno pervaso progressivamente tutto il settore agroalimentare con tecniche colturali, prodotti, processi di conservazione e trasformazione, natura dei mercati in costante cambiamento e oggi completamente diversi.

Luci e ombre
Il vantaggio per l’uomo di questo cambiamento è stato immenso ed è dovuto al progresso della conoscenza, nonostante i tanti detrattori che stigmatizzano l’uso di tecniche di manipolazione genetica, dimenticando, per esempio, che la possibilità che abbiamo di consumare grano duro in grande quantità è dovuta al loro impiego. Scordando che l’enorme incremento della produttività ha circoscritto nel tempo il problema della fame, ora al 10% della popolazione mondiale, e ha portato l’umanità, che agli inizi del ‘900 era ancora quasi totalmente impegnata per circa nove decimi nei lavori agricoli, ad esserne in gran parte libera, potendosi così dedicare ad altro e coltivare sempre più estesamente la crescita del proprio sapere. Oggi il settore agricolo occupa, infatti, mediamente nel mondo, il 40% dei lavoratori, ma con grandi differenze, dato che nell’Africa sub-sahariana sono ancora l’85% e nei paesi più avanzati solo il 2%.
Un cammino, dunque, accelerato dalla conoscenza, di cui alcuni temono l’irreversibilità degli esiti. Quella che paventa Martin Heidegger, secondo il quale “La tecnologia ha sradicato l’uomo dalla natura e non c’è nulla che possa porvi rimedio. Nemmeno la scienza, perché essa non pensa e opera come una macchina”.
Tuttavia, c’è da dire che questo cammino appare come un percorso inesorabile, visto che il suo inizio affonda nella notte dei tempi, quando un milione e mezzo di anni fa l’Homo erectus ha imparato a usare il fuoco. L’umanità ha così emancipato sé stessa e travalicato la propria dimensione, acquisendo la capacità di modificare l’ambiente in modo vario e profondo. In tempi preistorici, con incendi massivi e tecniche di caccia particolarmente efficienti, quindi, in quelli storici, con l’irrigazione, le costruzioni, gli scambi di merci realizzati con i primi mezzi rudimentali, e più recentemente con lo sviluppo in larga scala di sistemi di trasporto di beni materiali e immateriali che circolano nel mondo globale.
In tal modo, nell’arco dei millenni e dei secoli, l’uomo è arrivato a colonizzare, con sé stesso, la sua cultura e la sua tecnologia, tutti i continenti e ad adattarsi ad ogni tipo di clima, giungendo a esplorare l’Antartide, parte dei fondali oceanici e anche lo spazio. Ha prosciugato e risanato paludi, laghi, addirittura mari, ha diffuso e arricchito il mondo di specie e varietà ad uso alimentare ed altro e di suoi manufatti provenienti da ogni parte del globo.
Non gratis, però, ma pagandone il costo attingendo a un capitale non solo proprio. Intendo dire quello dell’ambiente naturale, che è stato, come detto, profondamente trasformato, ledendo il diritto delle successive generazioni di vivere in un mondo con uguali potenzialità e contravvenendo al principio dell’equità intergenerazionale.

La questione ambientale
Così facendo, l’umanità ha ipotecato quindi il suo futuro, poiché gli impatti sono stati spesso molto gravi, talora irrimediabili. Non solo a livello locale, ma ponendo a rischio la stessa stabilità globale dell’ecosistema, come sta avvenendo ora, visto che gli indizi di una responsabilità dell’uomo nel surriscaldamento del clima sono sempre più schiaccianti. Di qui il timore di Heidegger e dei così detti catastrofisti, contestato dai negazionisti.
Questo contrasto ha radici culturali profonde e pone un’altra questione essenziale su cui si deve riflettere per comprendere come mai possano coesistere due visioni così diametralmente opposte. È un’ulteriore tema che chiama in causa non solo il sistema della ricerca, ma anche quello dell’istruzione, per approfondire, dibattere e diffondere la sua conoscenza e con essa l’educazione ambientale.
Per esempio per capire cosa significhi il principio di precauzione. È accettabile che in presenza di un potenziale danno ambientale, serio o irreversibile, l’adozione di misure preventive sia giustificata anche in assenza di certezze scientifiche? Per alcuni si, perché è una verità altrettanto ovvia di quella più famosa e generale che enuncia il principio di Ippocrate “Primum non nocere”. E anche perché i più danneggiati dal degrado sono i deboli e meno abbienti, che il progresso già marginalizza. Per altri no, visto che l’attuazione delle misure comporta un onere che deve essere scientificamente convalidato.
Al proposito si deve ricordare, inoltre, che un grande responsabile della compromissione dell’ambiente è stato il consumo di energia richiesta dallo sviluppo, prima agricolo, poi industriale, adesso dei servizi, che è aumentato esponenzialmente. Quella fornita inizialmente dalla combustione della legna, dagli animali, dalle cadute d’acqua e dalla forza del vento. Poi, dal carbone, dal petrolio, dal gas, dall’elettricità con loro generata, dai reattori nucleari. Ora dalla crescente conversione in energia elettrica e termica di fonti rinnovabili, solare, eolica, geotermica, in un continuum vorticoso e con soluzioni sempre più efficaci.
Altro tema che dovrebbe vedere maggiormente impegnato il sistema educativo per accelerare la transizione a modelli più consapevoli di produzione e consumo. Ricordando, per esempio, che ancora oggi nel mondo, come in Europa alcuni decenni fa, lo smog rende irrespirabile l’aria delle città. O spiegando cosa significa l’analisi del ciclo di vita di prodotti, processi e impianti e che nel bilancio complessivo il minor consumo energetico non deve essere superato da una maggiore quantità di energia non recuperabile, congelata nelle strutture e nei materiali e richiesta per realizzare i nuovi manufatti.
Ma nulla dell’avanzamento delle conoscenze è esente da ruoli e responsabilità nel cambiamento e può essere trascurato, visto che tutte le tecnologie che mettono in pratica il sapere hanno contribuito ad accelerare la transizione. Tuttavia, come ho detto all’inizio di questa riflessione, e qui ripeto, la portata travolgente dello sviluppo e della rivoluzione in atto è dovuta all’accumulo, prima lineare, ora esponenziale, delle conoscenze che si sono via via stratificate e costituiscono la nostra cultura.
Da quelle iniziali, richieste per produrre le risorse necessarie per vivere, di cibo e materiali, alle successive con cui è stato costruito il patrimonio del sapere tecno-scientifico, letterario e artistico che ha generato l’opera dell’uomo in cui siamo immersi.
Purtroppo, però, mentre la componente tecnico-scientifica di questo patrimonio si sta sviluppando con grande rapidità, quella letterario-umanistica procede più lentamente e molti credono, come io credo, che in questo crescente divario si annidi il germe che alimenta una delle principali patologie che affliggono la società: la grande disparità tra ricchi e poveri.
Un grave motivo di crisi legato al forte declino della qualità dell’educazione, come ho scritto nell’ultimo editoriale di febbraio “La risorsa della formazione per colmare un gap di imponderabile entità” e ritornerò a dire nelle conclusioni, che la riconciliazione tra questi due diversi aspetti della cultura può mitigare, consentendo alla società di crescere con maggiore assennatezza. Ciò fino a quando, come si spera, la diffusione delle conoscenze che assicura la loro progressiva digitalizzazione e trasmissione con la rete, ne promuoverà lo sviluppo a un punto tale da colmare spontaneamente le distanze.

Il compito della scienza
Conoscenze che dovranno essere comunque costantemente aggiornate, non sulla base dei dettami della storia, ma con l’aiuto della loro grande alleata, la scienza, nemica dell’ideologia e del pregiudizio. Di quel “provando e riprovando”, di cui già dice Dante nel Paradiso (canto terzo, 1-3), reinterpretato da Galileo come “sensate esperienze” iterate e reiterate e adottato come proprio motto dall’Accademia del Cimento.
Un sapere messo costantemente alla prova e verificato affinché le conoscenze siano sempre più sicure e valide, in modo da fornire allo sviluppo gli strumenti necessari per accrescere la quantità delle risorse e la loro qualità, in termini di efficacia, efficienza, produttività.
Di qui la precedenza che si deve dare alla costruzione del sapere, oltre che alla preparazione delle persone, privilegiando gli investimenti pure nel settore della ricerca. Perché se istruzione e educazione servono per rendere l’uomo capace di fare e consapevole delle proprie scelte, scienza e tecnica sono altrettanto determinanti per guidare l’azione e svolgono un ruolo fondamentale in qualsiasi attività.
Tuttavia, se è difficile delineare con precisione quale sia il modello di istruzione in grado di assicurare l’educazione oggi richiesta, altrettanto vale per quello della ricerca. A questo fine, per rimanere nel solco di quanto sin qui detto, si può innanzitutto delimitare il campo considerando la parte della scienza che costruisce gli strumenti necessari per supportare lo sviluppo delle attività economiche in modo che queste siano responsabili e sostenibili.
In tale direzione la difficoltà non risiede solo nella definizione dei mezzi materiali e concettuali a ciò necessari, ma anche nella necessità, per la scienza come per l’educazione, di cambiare gli approcci e le concezioni con cui usualmente si osservano, si pensano e si concepiscono queste cose.
È da premettere che l’uomo, a causa della sua forma mentis che lo porta a ricercare una spiegazione di ciò che osserva, tende a trovare le soluzioni dei problemi che affronta, ma anche i motivi del perché la realtà che sperimenta è strutturata in modo da porre certi problemi e da determinare certe soluzioni. Seguendo tale percorso si sforza di ricostruirla razionalmente, nel limite del suo sapere del momento, che riaggiusta progressivamente sulla base di quanto continua a osservare e sperimentare, per raggiungere una conoscenza della realtà oggettiva, affidabile, verificabile e condivisibile.
Per far questo necessita di strumenti, tecnologie e macchine, cui la scienza, quella “dura” di cui qui stiamo parlando, appare dunque indissolubilmente legata, come lo è dai tempi di Galileo, ma anche da prima. Una scienza acquisita raccogliendo, con le misurazioni, dati empirici atti a sostanziare le ipotesi e teorie da vagliare, cui fa seguito la loro analisi rigorosa, logico-razionale e, dove possibile, matematica. Combinando cioè, i risultati delle sperimentazioni con la logica dei numeri. Dunque, una scienza rigorosa, ma anche pratica e utile, che serve per affrontare e risolvere problemi e inventare le soluzioni.

Un nuovo sistema anche per la scienza
È questa scienza, con i suoi impieghi concreti, dai risultati certi nelle sue applicazioni sempre più diffuse, che ha scatenato il processo esponenziale di crescita partito con la prima rivoluzione industriale. Laddove essa si è saldamente affermata, la cultura tecno-scientifica che la supporta è forte e dinamica, in quanto non è condizionata da pregiudizi ideologici o di altro genere, quali per esempio quelli che considerano la commistione tra la scienza e le sue applicazione un’attività di serie B (di tecnici e non di veri scienziati, per cui nell’800 l’ingegnere era considerato un “vil meccanico” e sino a pochi decenni fa i matematici che costruivano modelli interpretativi e previsionali di fenomeni o sistemi erano analogamente vilipesi).
In tali contesti sapere e fare interagiscono sinergicamente e le nuove conoscenze sono applicabili molto facilmente nei settori più disparati, facendo della scienza il motore dell’innovazione e, quindi, del cambiamento. Sono contesti duttili e flessibili, dove le discipline stabilite dall’uomo per mettere ordine e gestire conoscenze e tecniche spesso diversissime, non si sviluppano in compartimenti stagni, anzi ne viene favorita la contaminazione.
Ciò per far sì che il loro patrimonio culturale non rimanga irrigidito nella sua ortodossia e per incrementare in tal modo le possibilità di avanzamento. Perché sempre più spesso avviene che una nuova conoscenza, nata in uno specifico ambito scientifico, risulta utile anche in altri molto differenti, moltiplicandone gli impieghi e, tra l’altro, contraddicendo di nuovo Thomas Malthus, ovvero la sua legge dei compensi decrescenti, e quella analoga di David Ricardo dei ritorni decrescenti, secondo le quali, oltre una certa soglia, ad ogni ulteriore input, qui della ricerca per l’innovazione e lo sviluppo, non si ha un incremento ad esso proporzionale.
La ragione, come noto, è dovuta al fatto che oltre tale soglia l’incremento dell’input genera effetti collaterali negativi, in primis legati a un aumento della complessità, che producono disfunzioni e diseconomie, ovvero disordine e dissipazione, che penalizzano il rendimento del nuovo apporto. Sul tema, però, la termodinamica non è altrettanto perentoria. Dice, semplificando, che al raggiungimento di una soglia di complessità critica, l’insostenibilità della situazione può determinare una transizione che genera, anziché maggior disordine, una diversa e più efficiente forma d’ordine.
È ciò che la rivoluzione in corso sembra stia realizzando nella ricerca. Sul piano scientifico, infatti, l’enorme crescita delle conoscenze e la loro diffusione abilitata da internet assicura tra i vari comparti collegamenti tempestivi, sempre più capillari, in misura tale da promuovere, non solo l’interdisciplinarità, ma anche un cambio radicale del modello organizzativo che è alla base della costruzione del sapere.

Il cambio del modello
Così, scienze e tecnologie partono già come transdisciplinari. Ne sono un esempio la nanoscienza e le nanotecnologie, cui convergono in un unico complesso molteplici indirizzi di ricerca: biologia molecolare, chimica, scienza dei materiali, fisica, ingegneria meccanica, chimica, elettronica, bioingegneria ed altro, dei quali mutuano il portato estendendolo alla scala nanometrica. Altrettanto vale per la bioscienza e le biotecnologie che interessano, non solo la salute e l’agricoltura, ma anche l’energia, i materiali, le macchine, ecc.
In tal modo, il diverso ordine assunto dalla matrice consente di accrescere enormemente, sia il tasso delle nuove scoperte, sia quello dell’innovazione. In quanto produce e veicola conoscenze atte ad essere applicate in qualsiasi ambito di validità delle conoscenze stesse, con risultati utili per il progresso del sapere ed anche per dare spessore crescente alla base scientifica delle sue applicazioni tecniche, le quali si possono così sviluppare, marginalizzando e al limite prescindendo dall’apporto dell’esperienza pratica.
Un cambio drastico che si integra con quello del sistema produttivo e ha la possibilità di anticipare le esigenze poste dalla crescita, che oggi, come si è detto, richiede e poggia su una massa incredibile di sapere e quindi di ricerca.
Questo per generare quel grande insieme di nozioni: scientifiche, di organizzazione, marketing, previsione, struttura, aspettative e bisogni della società, sia con una ricerca diretta ad obiettivi specifici, sia di carattere più generale e di base, tenendo conto che molti risultati non si ottengono seguendo cammini prestabiliti, con premesse e modalità tutte note, ma per serendipity. Il che non vuol dire in ragione del caso, bensì del fatto che ogni nuova conoscenza, se ben compresa e meditata, può dare origine a nuovi interessanti sviluppi, applicazioni e risultati.
Dunque, si tratta di un cambiamento che, diversamente da quanto è sin qui accaduto, vede il suo driver più nella crescita della conoscenza astratta, ovvero dell’apporto di intelligenza, che della conoscenza pratica che applica con continuità la cultura tradizionale del saper fare, la quale al contrario può penalizzarne i benefici.
Di ciò gli interventi per riformare il sistema della ricerca devono tener conto. Altro compito non facile e gravido di conseguenze sul nostro futuro, visto che scienza e ricerca stanno evolvendo, come sopra accennato, con modalità che rendono arduo dirigerne a priori lo sviluppo e viste le ricadute negative che possono derivare, se l’indirizzo prescelto non interpreta adeguatamente e anticipa il cambiamento.
Specie per l’industria, dove la ricerca è determinante e deve conoscere, assecondare e rendere sostenibile il cambio del modello, se vuole rimanere competitiva. In particolare con l’analisi dei processi tecnici convenzionali o nuovi, per comprenderne la funzionalità ed eliminare nella misura maggiore possibile i componenti fisici, sostituendoli con altri informatici, per dematerializzarli sempre di più.

Da istruzione a educazione
Da quanto sin qui detto si comprende che per occuparsi di ricerca e per operare più in generale in qualunque altro settore dell’economia ciò che è importante è la capacità di aggiornare costantemente gli approcci. Di mettere continuamente in discussione le vecchie concezioni, se necessario ribaltandole. Ciò penalizza i più “bravi” del passato, in particolare le produzioni che si basano sulla consolidata cultura del “saper fare”, più che sulla astratta conoscenza di carattere tecnico-scientifica.
In tal senso, la scelta di puntare su tecnologie concettualmente diverse, per traguardare magari obiettivi ambientali e di sostenibilità, come è per esempio la filiera dell’auto elettrica, è vantaggiosa perché consente di sottrarre coloro che sono entrati da poco nella gara, quali sono i paesi con economie in fase di transizione, da sterili competizioni in settori maturi, dove l’onere di raggiungere gli altri è molto dispendioso e i margini di progresso pressoché nulli o, comunque, minimi. Vale per i motori a combustione interna, i cui brevetti, ricordo, sono degli ultimi decenni dell’800, come per tanti altri casi. Anche di ciò mi pare si debba tener conto quando si parla di investimenti nella ricerca.
Ritornando, per concludere, al sistema dell’istruzione, credo si possa dire che qualunque ne sia l’ordine e il grado o la materia affrontata, di tipo generale o specifico, esso non può ignorare, come si è detto, il fenomeno del cambiamento e della sua accelerazione e deve cercare di spiegarne le cause, farne conoscere gli effetti e insegnare come affrontarlo e non subirlo.
In questo compito la scienza e non la storia deve essere maestra, escludendo ideologie, pregiudizi e condizionamenti. Quali quelli che derivano dalla falsa sicurezza che ci dà il retaggio superato del passato, per esempio con il suo vecchio adagio che ci dice di non lasciare la via vecchia per la nuova, perché si sa quel che si lascia e non si sa quel che si trova. O l’idea che esista una frontiera che limita il processo di crescita, nonostante l’avanzamento di scienza e tecnica continui a spostarla e il fatto che la Terra è un sistema aperto agli scambi, se non di materia, certamente di energia.
E se le risorse materiali appaiono per il momento quelle contenute nel perimetro del pianeta, altrettanto non è per quella immateriale del pensiero, la cui creatività è moltiplicata dall’interconnessione dei “cervelli” che realizza la rete, formandone uno collettivo che alimenta l’esplosione attuale del sapere e chissà cos’altro ancora. Si spera, ciò che ancora manca e che farà la differenza, ovvero il dilagare della consapevolezza e con essa dei valori della responsabilità e dell’etica.
Come instillare le valenze etiche del comportamento, cioè del retto pensare e del retto agire, il cui sottaciuto insegnamento è alla base di molti mali del nostro tempo, è l’altra fondamentale questione che si deve affrontare. Perché dobbiamo portare benefici a tutti, non solo a pochi, e contenere le diseguaglianze che, al contrario, la transizione sta facendo crescere, per ridurre lo squilibrio delle disparità salariali e occupazionali che intossicano sempre più gravemente la società.
A tal fine il miglior antidoto è l’alleanza tra scienza ed etica, tra sapere e saggezza. In quanto fin che il nuovo corso non sarà accompagnato da una matura presa di coscienza del suo impatto sulla società non produrrà benefici equilibrati. E anche se fare dell’etica un pilastro dell’istruzione sconfina dalla scienza, come il “Primum non nocere” di Ippocrate, questo è indubbiamente il traguardo più importante che dobbiamo raggiungere.
Quello di trasformare l’istruzione in educazione per affrontare il futuro con la consapevolezza e la serenità di chi conosce i propri compiti e svolge il proprio dovere.

Pierangelo Andreini
Maggio 2019