Quel mondo alla prova che tarda a correggere i difetti

Tre anni fa, nell’editoriale di gennaio (1), riflettendo sulla nozione del tempo, osservavo che tra i grandi apporti culturali di Newton vi è quello di aver concepito lo spazio e il tempo come entità assolute e indipendenti. Realtà astratte che si estendono o scorrono uniformemente, senza la necessità di doversi correlare con manifestazioni esterne. Così avvallando una visione lineare e progressiva dei fenomeni che le vicende e i feedback che ha subito e sta subendo ultimamente il pianeta mettono in discussione con forza ed evidenza sempre maggiori. Ciò, nonostante il rovesciamento operato da Einstein, all’inizio del secolo scorso, che ha stabilito l’equivalenza di spazio e tempo e dimostrato che essi non esistono autonomamente, ma fanno parte di un’unica entità omogenea. Lo spazio-tempo, che può ondulare intensamente, concentrarsi o rarefarsi, tornando ad essere quel palcoscenico relativo e variabile, legato all’effetto delle cose, pensato da Aristotele.
Sono riflessioni che puntualmente si presentano alla fine dell’anno, riproponendo il grande mistero della natura del tempo. Un enigma che alcuni risolvono ritenendo che essa nasca dalla visione sfocata e approssimativa che abbiamo della realtà che ci ha portato a sviluppare una percezione astratta per organizzare la continuità, utile e adatta per scandire la vita quotidiana, ma non per comprendere la sterminata complessità di cui facciamo parte e leggiamo con un sapere che si sta accumulando esponenzialmente. Conoscenze che ci inducono a credere di poter trovare la soluzione dei problemi odierni nell’esperienza passata, mentre situazioni, effetti, rimedi mutano costantemente e in modo imprevedibile, per i tanti cambiamenti climatici, demografici, tecnologici, sanitari e sociali. Questo sovverte pertanto anche la concezione che abbiamo della storia come “magistra vitae”, ovvero di un progressivo accumulo di esperienze da ricordare perché ci insegna a rimediare agli errori. Una funzione possibile, se il ritmo del cambiamento è sufficientemente lento e il mondo rimane un’entità sostanzialmente statica, dove il passato, cioè quanto è accaduto, è ciò che più conta. Dato che è la cronaca degli eventi e del sapere apportato da chi ci ha preceduto che è importante imparare in quanto ci ha portato al successo. La storia, infatti, come scrive Cicerone nel “De Oratore”, è “luce della verità, vita della memoria e maestra di vita”. Dunque, ci è indispensabile per districarci nell’oggi e per costruire il domani.

UNA PROSPETTIVA DIVERSA
Ora, tuttavia, non è più così, visto che il sapere e il saper fare della gente evolve, aumenta rapidamente e, veicolato dalla rete, si diffonde enormemente. In tal modo assicurando a un numero crescente di persone, acculturate nei più svariati campi del sapere, la capacità di creare conoscenze e tecnologie, le quali non sono, ovviamente, del tutto certe e affidabili, anche perché non se ne sanno le possibili retroazioni.  Così l’effetto dell’intervento umano, con le sue crescenti possibilità di azione, velocizza il verificarsi degli avvenimenti al punto che, con il ritmo evolutivo attuale, il cammino che percorreremo nel tempo di una generazione potrà corrispondere a quello che ha compiuto nello stesso tempo il centinaio di generazioni che ci ha preceduto. Tutto questo cambia drasticamente condizione, percezione, prospettiva, quindi, il modo di vivere dell’uomo e si riflette sulla storia, riducendo il portato dei suoi insegnamenti, molti dei quali diventano fatalmente obsoleti. Perché quella determinante sarà la storia che si vivrà. Dato che l’interazione tra un’enormità crescente di eventi che accadono nello stesso tempo produce un racconto più consistente e istruttivo di quanto dice la sottile cronaca di quelli che abbiamo alle spalle. La portata degli effetti delle attività umane, con le loro sinergie trasversali, positive e negative, che le tecnologie di analisi dei dati, sempre più pervasive e condizionanti, consentono di preconoscere in tempo reale, è talmente aumentata, infatti, che la vecchia storia dice sempre meno quanto al futuro. Peraltro, c’è pure da dire che la storia è parte della scienza, quindi del sapere, per cui può dirci poco dell’etica, cioè della saggezza, che è un’altra cosa. Ciò, complice l’illusione, annidata nel fluire del tempo che scandisce la prima, che la provvidenza assicuri sempre e comunque la salvezza. Cullati da tale speranza, in questa nuova era, che vent’anni fa Paul Crutzen, Nobel per la chimica, ha giustamente chiamato “antropocene”, si è proceduti imperterriti. In tal modo siamo arrivati a scalfire e incidere pesantemente sui processi geologici con modifiche territoriali, strutturali e climatiche che hanno trasformato negativamente il pianeta quasi per intero, imboccando secondo alcuni un percorso di autoestinzione.

ECONOMIA E AMBIENTE
Questo cammino irresponsabile nasce dalle modalità con cui l’uomo si è relazionato con l’ecosistema, a partire dalla rivoluzione industriale, considerandolo come una terra di conquista da cui trarre massicciamente e liberamente le risorse naturali, ivi comprese quelle umane, per trasformarle in profitti che si sono via via concentrati, oltretutto, nelle mani di un numero sempre minore di individui. Un vizio perverso e radicato, difficile da estirpare, che ha generato un’economia che trae la sua spinta propulsiva dalla conversione che opera l’uomo dell’ambiente e di sé stesso nel mezzo astratto ed esiziale del danaro.  Una strumento ingannevole, visto che oltre un certo livello l’incremento della ricchezza non migliora  la vita degli individui, il cui benessere non può  essere misurato, quindi, dalla crescita del pil, ma sulla base di indici diversi: la validità del modello educativo, l’efficacia dei servizi sanitari, il grado di inquinamento delle città, il rispetto della diversità, la sicurezza e l’incolumità della gente, il funzionamento della giustizia quale struttura al servizio delle persone, la lotta alla povertà, ecc. La ricchezza e il suo incremento sono infatti solo un mezzo e un obiettivo intermedio, utile se funzionale ad assicurare il raggiungimento di questi fini. Diversamente si assiste, come è successo, a una sconsiderata e iniqua alterazione dell’habitat, alla distruzione di specie, al verificarsi di spillover nefasti e a immettere nell’atmosfera gas serra in quantità tali da alterare il clima, con vantaggio di pochi e danno per tutti. Basti pensare alla quantità di gas serra ad oggi accumulata nell’atmosfera dall’inizio dell’età industriale che è stata generata per circa la metà dall’Occidente evoluto (25% dagli USA e 22% dall’UE), mentre Cina e India vi hanno contribuito solo per un sesto e solo recentemente (13% e 3%), quindi in misura marginale.  Di qui l’obbligo che i paesi in via di sviluppo e con economia in fase di transizione fanno a quelli sviluppati di aiutarli nel procedere su un percorso di decarbonizzazione. In mancanza di tale aiuto essi non sono disponibili a una riduzione delle emissioni che rallenti la loro crescita e spostano pertanto avanti nei decenni i target di limitazione. Ciò anche se la ripartizione delle colpe ora è diversa, con la Cina e l’India che immettono in atmosfera più di un terzo dei gas serra (28% e 7%), a fronte del 15% dagli USA e del 9% dall’UE. Peraltro, la responsabilità dell’intera regione, la così detta Cindia, è fortemente attenuata dal fatto che attribuendo le emissioni non ai paesi che producono i beni, ma a quelli che effettivamente li consumano, Cina e India contano solo per il 6% e il 2%, con gli USA e l’UE stazionari a circa 1/4 e il resto del mondo responsabile dei residui 2/3.

LE RAGIONI DELLO STALLO
Sono numeri che armano le discussioni e rallentano le decisioni, come è avvenuto il mese scorso durante la COP 26, la Conferenza ONU sui cambiamenti climatici, del cui esito ho parlato nell’editoriale di novembre (2). Mancando le scelte, difficili pure perché la situazione non ha precedenti, di qui la digressione che ho fatto sulla storia, la concentrazione nell’aria dei gas climalteranti continua nel frattempo a crescere. Dalle 360 ppm del 1992, quando si svolse il primo summit ONU sul clima a Rio de Janeiro, alle 420 attuali, alle 450 stimate per metà secolo.  Un valore che appare difficile ridurre, in quanto la Conferenza ha evidenziato che i piani climatici sinora sottoscritti dai vari paesi non bastano.  Gli impegni sin qui presi per tagliare la CO2 nei prossimi anni sono insufficienti. Allo stato attuale delle cose nel 2030 i gas serra saranno aumentati del 14%, rispetto al 2010, e se non si interviene drasticamente per fine secolo la temperatura media della Terra supererà quella preindustriale di 2,7°C. Per contenere il surriscaldamento a 1,5°C è necessario raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 (zero emissioni di CO2eq nette) e si devono introdurre obblighi ben differenti, con un taglio dei gas serra del 45%. Lo dice anche l’ultimo report annuale dell’IEA, il WEO 2021 (World Energy Outlook), che ribadisce che gli impegni degli Stati e il loro coordinamento per azzerare le emissioni e attuare la transizione energetica sono inadeguati. Un’attenuante – che non riduce comunque la gravità della situazione – è che si devono prendere decisioni epocali   di valenza globale che non hanno, come detto, trascorsi cui ci si possa riferire. Il passaggio al carbone e al petrolio, che abbiamo alle spalle e che ha rivoluzionato il mondo, è stato infatti tutt’altra cosa e non fa testo, dato che la dimensione dei problemi è stata ben diversa, permettendo in parte di mitigarli, e altrettanto la scala dei tempi, che ha consentito di adattarsi. Ora il danno che lasciamo in eredità alle prossime generazioni, cui ho fatto cenno nell’editoriale di ottobre (3), è incommensurabile, tale da richiedere azioni immediate che riguardano il mondo intero. Questo con interventi radicali, non solo sui modelli di produzione e consumo, ma pure sulla sostenibilità dell’assetto socioeconomico di cui si è detto, incidendo così anche sul trend demografico.

IL MONDO ALLA PROVA
Una sfida al limite del possibile. Visto che è poco credibile che i paesi ricchi accettino il prezzo di una decrescita significativa della loro economia, gravandola di   accise importanti sul carbonio e con altre forme di tassazioni, per trasferire a quelli poveri risorse finanziarie in misura atta a preservarne l’ambiente e a incrementarne il benessere – che è il rimedio più efficace per contenere il degrado dei loro territori e frenare la crescita delle popolazioni. Così incidendo sulla componente primaria dello squilibrio, quella di un’umanità aumentata in modo abnorme che è passata in 120 anni da 1,5 a quasi 8 miliardi, con la previsione di raggiungere i 9,5-10 miliardi entro il 2060-70. E, tornando alle emissioni, altrettanto improbabile appare che in meno di 30 anni si possa attuare un cambiamento tecnologico di portata tale da far prevalere l’energia verde nei termini richiesti dall’IEA nel suo rapporto “Net Zero Emissions by 2050”, pubblicato in maggio e di cui si è detto nell’editoriale di luglio (4). Coprire a metà secolo due terzi del fabbisogno energetico globale e il 90% di quello elettrico con fonti rinnovabili, con il solare e l’eolico che da soli arrivino a soddisfare il 70% della domanda di elettricità, sembra molto difficile. Perché a questo fine occorre che la capacità del solare fotovoltaico aumenti di 20 volte, da qui al 2050, quella dell’eolico di oltre 10, che si trovino terreni e materiali per la realizzazione dei corrispondenti impianti, reti, sistemi di accumulo (litio, cobalto, rame, nickel, ecc., che dovranno provenire ovviamente da nuove miniere da ricercare e sfruttare nelle periferie mondiali). Il tutto in un quadro nel quale il fabbisogno di energia primaria nel 2035, a metà percorso, sarà molto probabilmente superiore del 35% a quello del 2008 e ancora coperto per il 70% dai combustibili fossili, con le emissioni annue di gas serra che aumenteranno conseguentemente da 29,3 a 35 Gt. Gli osservatori meno ottimisti ritengono pertanto che la possibilità di far muovere il mondo a metà secolo con un’energia per 2/3 verde sia irrealistica. Ciò facendosi forti degli stessi dati   forniti dall’IEA, secondo la quale nel decennio che abbiamo alle spalle il mix della generazione elettrica è cambiato ben poco, con le rinnovabili passate dal 20 al 29%, il gas stazionario dal 22 al 23%, il nucleare sceso dal 13 al 10% e il carbone calato solo di 5 punti, dal 40 al 35%.

L’USCITA DAL CARBONE CHE TARDA
Dunque, non deve sorprendere che alla COP 26, dei cui esiti ho fatto cenno nel numero scorso (2), Cina e India abbiano annunciato di poter raggiungere il traguardo di zero emissioni nette solo, rispettivamente, nel 2060 e 2070. Perché da loro il carbone è una fonte tuttora dominante e, nonostante le varie misure prese, continua ad esserlo anche altrove a livello mondiale. Questo pur essendo uno dei principali responsabili del surriscaldamento del clima, per cui alla COP 26 è stato detto che il suo utilizzo deve ridursi dell’80%, rispetto ai livelli del 2019, entro la fine di questo decennio, se si vogliono rispettare i target fissati dall’accordo di Parigi. Come già ricordato il carbone assicura attualmente il 35 % della generazione elettrica globale, con Cina e India in testa (Cina 59%, India 12%, USA 11%) e genera il 41% delle emissioni totali secondo Carbon brief. In tal modo la Cina ha superato un consumo annuo di 4 Gt, 4 volte l’India, che sta raggiungendo il miliardo. Entrambe stanno percorrendo la strada già seguita dall’Occidente nel suo sviluppo, con entità però ben diverse e concentrate nel tempo, dato che complessivamente a livello mondiale sono in costruzione nuovi impianti per 140 GW e 400 GW sono in fase di pianificazione. Nell’ultimo rapporto dell’IEA (WEO 2021) la domanda di carbone al 2050 registra ovviamente comunque un calo, minore o maggiore, a seconda degli scenari, che non prelude però in ogni caso a una rapida uscita di scena. Esso va dal 10 sino al 55% nello scenario che prevede zero emissioni nette a metà secolo. I parametri che portano da un valore all’altro sono peraltro molto aleatori e da verificare: il grado di attuazione dello stop a nuove centrali prive di sistemi di cattura e sequestro della CO2, l’entità degli investimenti per la realizzazione di impianti alternativi, il livello di riduzione delle emissioni dei 2.100 GW di centrali in esercizio, che nel 2020 hanno generato più di 1/3 dell’elettricità mondiale. Un dato certo, secondo il rapporto “No new coal” del think tank E3G sul cambiamento climatico, è che dal 2010 è stato chiuso il 56% della capacità di generazione elettrica da carbone interna all’Ocse, mentre il programma delle centrali in costruzione si è fortemente ridotto, crollando dell’85% dal 2015, con la cancellazione di 1.175 GW di centrali a carbone. 44 governi (27 di paesi OCSE, 17 al di fuori) si sono impegnati a non costruire nuove centrali e altri 40 paesi (8 OCSE, 32 al di fuori) non hanno alcun progetto nuovo. Ad oggi i 4/5 dei progetti mondiali di nuove centrali sono localizzati in sei paesi: Cina, responsabile di più della metà, India, Vietnam, Indonesia, Turchia, Bangladesh, con numeri però importanti. Se questi paesi decidessero di fermarsi potrebbero rimuovere dai piani l’82% delle centrali che entreranno in funzione nei prossimi anni, ma per ora la Cina si è limitata a comunicare l’impegno di non costruire più centrali a carbone all’estero, non in patria.

IL NODO DELLA TECNOLOGIA
Mi sono soffermato sull’uscita dal carbone per dare un’idea della complessità della situazione, perché un aspetto decisivo per contrastare il cambiamento climatico è il tempo che richiederà la transizione per arrivare alla carbon neutrality. In quanto ciò pone la necessità di rivoluzionare profondamente il sistema energetico, ancora fortemente dipendente da tecnologie tradizionali, radicate e diffuse, come quelle, appunto, che impiegano il carbone, che ne costituiscono l’emblema. Mentre, affinché la transizione si avveri entro la metà del secolo, è necessario sviluppare tecnologie nuove e diverse che non sono ancora presenti, come spiega Bill Gates nel suo saggio sul clima (5). Ciononostante, raggiungere la neutralità climatica e raggiungerla presto è un obiettivo dal quale non possiamo deflettere e questo ci obbliga a mettere al bando negazionismi, catastrofismi e altri atteggiamenti pregiudiziali e inconsistenti che avversano l’utilizzo di parte delle tecnologie al momento disponibili. Questo richiede di avere l’intelligenza e la capacità di avvalersi consapevolmente e responsabilmente di tutte le opzioni possibili, muovendosi su un percorso che sia neutrale pure dal punto di vista tecnologico, di qualunque scala esso sia. Grandi infrastrutture e piccoli impianti o interventi distribuiti e localizzati, a patto che forniscano o economizzino energia in modo affidabile, efficiente e compatibile con l’ambiente. Tra le prime gli impianti idroelettrici, che avranno un grande sviluppo nei prossimi anni, soprattutto grazie agli investimenti che la Cina sta dedicando a questa energia, da molti definita come la fonte rinnovabile per eccellenza capace di fornire energia continua e ininterrotta. Ovviamente poi, e principalmente, gli altri impianti di conversione delle energie rinnovabili, tra cui solare ed eolico, che costituiscono la base della transizione, ma hanno le esigenze e caratteristiche, cui si è fatto cenno, che contrastano con la loro grande aspettativa di crescita ipotizzata nel breve e medio termine.  Seguono i sistemi per la produzione di idrogeno, soprattutto verde, un vettore destinato a svolgere un ruolo importante nei prossimi anni, anche se è ancora difficile definirne bene i contorni a causa degli sviluppi tecnologici di cui necessita per massimizzare la sicurezza e ridurre i costi. Al proposito è interessante osservare la volontà della Russia di diventare leader nella produzione di idrogeno blu e verde, con l’obiettivo di coprire 1/5 del mercato globale. Altrettanto importante è lo sviluppo di infrastrutture che facciano decollare l’economia circolare, partendo dalle tecnologie per la produzione di biocarburanti, biomasse e altre tecniche come il Waste to Fuel. Troppo alta ancora è la percentuale di rifiuti che va in discarica, tra cui quelli urbani, usati principalmente per produrre compost per l’agricoltura e, in misura minore, biogas, che correttamente separati possono diventare biopetrolio.

CITTÀ E ALTRO
Questo ci porta al nodo cruciale delle città, che assorbono 2/3 del fabbisogno energetico e sono responsabili del 70% delle emissioni di gas climalteranti, nel cui ambito la generazione e l’uso efficiente dell’energia possono svolgere un ruolo di fondo. Una situazione, quella urbana, che non potrà che aggravarsi, visto che da qui a metà secolo, quando le emissioni nette dovrebbero essere azzerate, il 70% di un’umanità in crescita vivrà nelle città, rispetto all’attuale 50%. Quindi vanno accelerate le innovazioni che le riguardano: dei materiali costruttivi, a partire dal cemento, delle tecniche di coibentazione, dell’automazione degli edifici, dei sistemi di climatizzazione, della robotica per la gestione dei rifiuti, della mobilità elettrica e tanto altro.  Infine, la ristrettezza del tempo che abbiamo a disposizione pone la necessità di far leva anche sul nucleare, rimuovendo gli ostacoli che impediscono un temporaneo ricorso a questo tipo di impianti.  Una fonte che può fungere da carico di base per il sistema elettrico, cui è associata in fase di esercizio una produzione nulla di CO2, o comunque modesta. Ciò vale ovviamente anche per gli impianti idroelettrici e geotermici, la cui installazione richiede però caratteristiche territoriali specifiche che non tutti i paesi possiedono. Secondo la tabella di marcia del rapporto Net Zero Emissions by 2050 dell’IEA (3), il concorso del nucleare è essenziale per raggiungere il traguardo e a tal fine nei prossimi 30 anni gli impianti elettronucleari dovranno triplicare l’elettricità fornita. Una possibilità che non è una certezza, dipendente com’è dalle decisioni che si dovranno assumere sulla realizzazione di nuovi impianti e sulla continuità di esercizio di quelli esistenti, pure se in certe circostanze i programmi attuati in varie nazioni hanno permesso di prolungare la vita dei reattori esistenti fino a 80 anni.

QUEL CONSENSO CONSAPEVOLE CHE RENDE RESILIENTI
Sono partito parlando del tempo e della storia per inserire in un contesto prospettico il momento critico e complesso che stiamo attraversando, sanitario, climatico e sociale. Per affrontarlo la storia per quanto detto non ci può aiutare più di tanto e non resta dunque che guardare avanti azionando la leva della scienza e della tecnologia e, pertanto, ancor più, quella dell’istruzione e della cultura che le alimentano. Perché se, come dicono Bill Gates e l’IEA, nel citato WEO 2021, le tecnologie al momento disponibili sul mercato non sono sufficienti per attuare la transizione verso l’energia pulita, non dubito che prima o poi l’innovazione le potrà fornire, ma l’esistenza delle tecnologie non basterà, se il loro impiego non viene accompagnato da una formazione abilitante che assicuri la capacità di applicarle diffusamente e responsabilmente. In quanto riconvertire interi settori industriali è un processo traumatico e richiede grandi capacità progettuali in grado di compensare le differenze di lavorazioni e di competenze coinvolte con risorse che sappiano cogliere le opportunità che offre l’innovazione (per fare un esempio si pensi all’impatto del motore elettrico nell’automotive). Si torna così al nocciolo del problema, quello dell’istruzione oggetto di questa rubrica. Una formazione continua, non solo tecnica, ma anche umanistica per educare, far crescere e diffondere la consapevolezza necessaria a comprendere che non siamo soli, guardando un universo senza vita, ma facciamo parte di un tutto vitale e intimamente connesso che dobbiamo rispettare e preservare. Quindi le conoscenze che servono non sono solo quelle necessarie per attuare la transizione verde e digitale e ancor prima per sconfiggere il Covid 19. Queste possono contrastare solo una parte del rischio, quella sanitaria e ambientale. L’altra parte, quella sociale, richiede conoscenze diverse che maturino il consenso sulla necessità di modificare il sistema economico in misura altrettanto radicale. Dato che la polarizzazione estrema della ricchezza e del reddito e la crescente disuguaglianza che ne consegue è un male non meno gravido di conseguenze del surriscaldamento che sta subendo il pianeta. È una misura della fragilità dell’economia e della società globali che si manifesta in tanti modi, come l’attuale iniqua distribuzione dei vaccini a livello mondiale, che le rende deboli e poco resilienti nei confronti di nuove prove e circostanze avverse che difficilmente mancheranno.

L’EDUCAZIONE PER SUPERARE L’IMPASSE E ACCRESCERE LA FIDUCIA
La pandemia ci ha obbligato a confrontarci con i complessi problemi di azione collettiva che non sappiamo o tardiamo a risolvere per la contrapposizione egoistica di interessi di parte che ci fanno perdere di vista il bene collettivo che dobbiamo difendere. Per fronteggiarli e vincere l’arma è quella dell’educazione, dando priorità assoluta a istruzione, ricerca e innovazione, liberalizzando e favorendo l’accesso di tutti, tanto più quanto esse sono alimentate da finanziamenti pubblici. Dunque, un sistema dell’istruzione più equo e inclusivo, che la quota del 4,7% del pil media europea (dati 2019, Italia tra gli ultimi con 3,9%), in calo e ben al di sotto di Paesi come USA, Canada, Australia, non sembra in grado di assicurare.
È un handicap grave, perché l’educazione è la base per costruire quell’accordo globale che serve per sottoscrivere un nuovo contratto sociale che ci consenta di affrontare le ulteriori crisi, sempre più interdipendenti, che potrà riservarci il futuro. Questo con una forte, rinnovata cooperazione a livello internazionale e un coordinamento più consapevole e responsabile degli stakeholders all’esterno e all’interno degli Stati. Un nuovo corso che rinforzerebbe quel sentimento smarrito della fiducia alla base di molti atteggiamenti disinformati, reticenti e contrari all’adozione delle misure che sono necessarie. Risoluzioni che quando appaiono inette, inappropriate e tardano alimentano la sfiducia che è peggiore dell’incertezza. Mentre il suo contrario, la fiducia, è un valore, è un sentimento di sicurezza che viene dalla speranza, è un senso di ferma credenza nell’affidabilità delle cose e delle organizzazioni. Si rinforza nelle conferme e tende ad essere, come altre risorse morali, contagiosa e entusiasmante. Per questo è un bene che le istituzioni devono coltivare e preservare con il loro esempio.

(1) “Il tempo passa, cresce la complessità, ma anche il sapere”, editoriale Icim, gennaio 2019.
(2) “Quell’alibi dell’incertezza che ipoteca il futuro”, editoriale Icim, novembre 2021.
(3) “Quella crescita responsabile e solidale che impone l’emergenza sanitaria, climatica e sociale”, editoriale Icim, ottobre 2021.
(4) “Energia: l’eredità del passato e la sfida del futuro”, editoriale Icim, luglio 2021.
(5) “Clima. Come evitare un disastro: le soluzioni di oggi – le sfide di domani”, Bill Gates, 2021, La Nave di Teseo.

Pierangelo Andreini
Dicembre 2021