Quel modello che tarda a governare le tecnologie che stanno rivoluzionando il mondo

Guardando l’oggi e prescindendo da possibili ipotesi sulle dinamiche future è del tutto evidente che i primi due decenni del secolo sono stati caratterizzati dal consolidamento e dalla diffusione di varie nuove tecnologie, tra loro fortemente interconnesse, che sono alla base della transizione in atto e dei trend che condizionano il domani. Tendenze i cui effetti vanno conosciuti e governati per evitare che lo sviluppo evolva verso condizioni di insostenibilità crescente, ambientale, economica e sociale, e con quest’ultima di esclusione dei più deboli. In altre parole per evitare che l’umanità, da protagonista consapevole della sua crescita, diventi ostaggio di un sistema economico autoreferenziale che privilegia il profitto e non l’equità infra e intergenerazionale in uno con il benessere dell’ambiente.
Il raggruppamento più rilevante e l’insieme di microelettronica-informatica-telecomunicazioni che porta alla società dell’informazione. Essa coinvolge ormai ogni attività economica e del tempo libero e ha l’effetto di ridisegnare la struttura e il comportamento dell’intera società. L’informatica sta accrescendo, infatti, in modo considerevole la produttività delle attività nelle quali interviene, specie negli Stati Uniti, purtroppo assai meno in Europa. Ciò deriva dal fatto che è diventata “sistema” ed è applicata in modo straordinariamente efficace. Pervade ormai esponenzialmente tutti i settori e rende flessibile l’automazione di ogni attività.
Qualsiasi forma di lavoro o impegno ora può essere gestita, e conviene gestirla, con strumenti informatici tramite una rete telematica in ogni comparto, funzione e impegno. Finanza, banca, posta, lavoro, commercio, scuola, controllo e gestione nella fabbrica, in ufficio, in casa, media e multimedialità, turismo e tempo libero ed altro. In tale nuovo contesto l’aspetto più rivoluzionario è che ognuno ha ormai, almeno potenzialmente, un ampio e crescente accesso all’informazione, grezza o elaborata, ossia allo strumento più rilevante per svolgere efficacemente ogni compito. Ciò con l’accesso a banche dati, ai risultati delle rilevazioni fisiche e sociali, alle notizie che circolano, specie quelle legate ai social network, allo scambio tra organismi e tra persone.  È un contesto dove convergono discipline e tecnologie il cui rapido avanzamento appare procedere in modo autonomo, marginalizzando il vaglio dell’uomo, perché incide in misura ormai già determinante sul modo di condurre e soprattutto di concepire le varie attività e, quindi, sulla validità dei comportamenti e delle scelte.
Altro raggruppamento non meno importante è quello delle biotecnologie. Consegue all’ondata di tante tecnologie a base biologica che si innestano nello sviluppo della società dell’informazione con le proprie tecniche di comunicazione e si avvalgono dell’emissione, il convogliamento e la ricezione di messaggi attraverso molecole chimiche. Una bioinformatica costituita da vettori chimici (molecole, quali gli ormoni ed altro) in grado di regolare organi, organismi, sistemi. Di fatto, le biotecnologie stanno prospettando una società info-biologica che sfrutta le conoscenze e i processi della natura vivente per organizzare le attività e la vita stessa delle persone. Un fenomeno dirompente contro il quale, diversamente da quanto avviene per il digitale, si sono costituiti movimenti fondati su ideologie o pregiudizi, talora irrazionali, tesi a bloccarne o, comunque a ritardarne tante applicazioni. Questo, malgrado l’evidenza del crescente ruolo positivo che esse svolgono nei vari settori d’impiego, dalla salute, all’ambiente, all’elaborazione delle risorse, anche energetiche, all’agricoltura, all’industria, ecc.
Ne sono un esempio la produzione di nuove molecole utili per migliorare le terapie e i processi attraverso le conoscenze che vengono progressivamente acquisite: sul genoma umano e di altre specie, sulla funzionalità dei geni, sui meccanismi di azione di molecole o di organi, sugli effetti ambientali degli organismi geneticamente modificati. Di qui, nuovi farmaci, anche genetici, tra cui nuovi vaccini, prodotti transgenici per l’agricoltura e l’energia verde, applicati meno o più estesamente, come negli Stati Uniti.
Queste tecnologie rappresentano la base di nuovi grandi avanzamenti, che sono da attendersi già nei prossimi anni, tramite l’aumentata conoscenza dei fenomeni naturali e delle leggi che li regolano. Leggi che consentono di governare maggiormente tali fenomeni e che offrono la possibilità di gestire efficacemente ecosistemi e risorse.  È un settore altrettanto prioritario, da monitorare con grande attenzione e anche presidiare. Perché segnare il passo nella corsa che stanno compiendo questi progressi, unitamente a quelli dell’informatica, significa non solo non governarli, ma anche accrescere il tasso di dipendenza da chi è più avanti e perdere in benessere e competitività.

Mantenere il passo
Trasporti e mobilità sono l’altro settore che ha registrato e registra un cambiamento epocale. Un settore altrettanto essenziale, e forse ancora di più, perché vitale per il funzionamento di ogni società. In esso convergono più o meno tutte le discipline e tecnologie oggi note, dalla meccanica, alla chimica, all’elettrotecnica, elettronica, all’informatica alla gestione dei sistemi, ecc. Anche in questo caso non si può segnare il passo. Si deve anticipare e non subire la metamorfosi che inevitabilmente subirà il sistema dei trasporti a livello regionale e globale per ragioni ambientali e di efficientamento, specie nei paesi con economia in fase di transizione o di sviluppo. A tal fine è necessario che l’aggiornamento delle conoscenze, tecnologie, impianti e strutture sia puntuale e costante per concorrere alla trasformazione con gli strumenti che servono.
In questo senso cambiamenti formidabili sono da attendersi nel trasporto su gomma, con l’auto elettrica, le infrastrutture di ricarica, le energie rinnovabili da stoccare in accumulatori innovativi (fotovoltaico ed altro), i combustibili alternativi, come per esempio il metano verde prodotto con il solare per i motori convenzionali e, in prospettiva, l’idrogeno, la guida autonoma, ecc. Nel trasporto su ferro, con treni veloci, a levitazione magnetica ed altro. In quello aereo, con vettori di maggior capienza e velocità (sino a mille passeggeri e ipersonici, capaci di arrivare in poche ore nelle varie parti del globo, in servizio forse tra non molti anni). Quello via mare, con i sovvertimenti importanti, se non analoghi, per quanto riguarda il naviglio, i loro sistemi propulsivi, le infrastrutture portuali, di servizio alle navi e logistiche a far sistema con il distretto servito.
Tutto il settore nel suo complesso è in grande evoluzione per la convergenza tra informatica e trasporto nella gestione, controllo e automazione flessibile della movimentazione di ogni mezzo mobile. Ciò determinerà in breve tempo un cambio di concezione drastico e del tutto diverso della mobilità. Per conseguenza anche il modo di vivere ed operare muterà sostanzialmente, perché città e campagna saranno profondamente avvicinate, le metropoli cresceranno in numero e dimensione, in esse la popolazione mondiale risiederà per la stragrande maggioranza. E con il ridursi delle distanze fisiche e il rinnovo del tessuto urbano e territoriale si ridurranno anche le differenze culturali. Un trend che non deve vedere distanziarsi il Paese per non perderne il vantaggio competitivo, in termini di welfare ed efficienza del nostro territorio, e in termini di diffusione e cessione all’estero del know-how che si può così acquisire.

Materiali innovativi e microtecnologie
Oggi i materiali possono essere concepiti “ad hoc” per ogni soluzione tecnica e, viceversa, e stanno aprendo la via a una miriade di nuove applicazioni. Questo con aumento di prestazioni e funzionalità dei manufatti, dato che tra i materiali innovativi vi sono anche quelli intelligenti, capaci di sentire, ovvero analizzare e misurare il mondo che li circonda. È un altro settore da traguardare nel quale non si può rimanere indietro. Ciò in tutti i comparti, dell’elettronica, informatica, meccatronica, automazione, robotica, dei materiali biocompatibili per il comparto sanitario, sportivo, tessile, degli oggetti domestici tramite internet delle cose, ecc.
È un ulteriore trend in forte accelerazione e con ricadute dirompenti che ha l’effetto potenziale di escludere manifatture e lavoratori, anche per la progressiva miniaturizzazione di componenti e dispositivi, complici le nanotecnologie. Le dimensioni di prodotti e componenti si riducono, infatti, sempre di più e, con le microtecnologie, si realizzano oggi strutture e manufatti (pompe, motori, attuatori vari, attrezzi chirurgici) delle dimensioni di qualche micrometro per ottenere apparecchiature e strumenti con piccoli “cluster” di atomi e, al limite, con una molecola o con un solo atomo (ci sono già esempi di diodi e transistori di questo tipo).
Quest’evoluzione fa sì che nel processo di produzione i sistemi sono basati su una crescente integrazione tra macchine e robot in modo che il risultato voluto venga conseguito con la massima precisione. Così, in uno scenario ormai molto vicino, uomini e macchine coopereranno per creare sistemi ciberfisici, dove l’addetto alla produzione monitora l’attuazione delle operazioni materiali svolte dal robot, interagendo con lui nell’esecuzione di assemblaggi complessi e, nello stesso tempo, particolarmente nuovi e innovativi. In tanti casi macchine intelligenti potranno coordinare direttamente i processi produttivi, assistite da robot altrettanto intelligenti che collaboreranno con i lavoratori sulle linee di montaggio, mentre sistemi di trasporto intelligenti trasferiranno merci da un posto all’altro.
Il fenomeno è favorito dalle nuove tecniche di modularizzazione (dei processi, dei prodotti, della progettazione delle macchine) e dalla predetta integrazione sistemica tra macchine e tra operazioni che aumentano il grado di flessibilità di sistemi e organizzazioni. Ne consegue la possibilità di velocizzare la produzione di massa, ma anche di privilegiare quella diversificata, per lotti o su misura. Ne è un esempio il progressivo impiego delle stampanti 3D che offrono la possibilità di un tayloring specifico e particolare. Tutto questo consente anche di coniugare due aspetti tra loro apparentemente contrastanti: l’artigianalizzazione dell’industria, che chiede il mercato, e l’applicazione di processi di manifattura e demanifattura, richiesti per realizzare l’economia del riciclo. In ogni caso è necessario, però, che flessibilità e velocità non si penalizzino a vicenda per non perdere in produttività e, quindi, in competitività.

Nuove tecnologie di organizzazione e progettazione
Di questo si fa carico l’evoluzione delle tecniche di organizzazione, anch’esse in continua evoluzione e che sono molteplici. Il just in time, il total quality management, il benchmarking, la produzione snella (lean manufactoring), che riduce gli sprechi, la reingegnerizazione, che ne consegue (reengineering) ed altre. Tutte si basano sulla crescente intensificazione del rapporto uomo-macchina, assicurato dall’altrettanto crescente diffusione di dispositivi fissi o portatili, come tablet e altri apparecchi utilizzati per raccogliere e analizzare informazioni in tempo reale e consentire l’impiego di nuovi sistemi di rappresentazione, tra cui quelli che abilitano la visione di una realtà virtuale o aumentata.
Da quanto detto si capisce che gli strumenti organizzativi sopra citati ricadano pesantemente su ogni fase della produzione, da monte a valle, dall’analisi della domanda del mercato al fine vita. Perché lo stoccaggio di tutte le conoscenze pregresse che la loro adozione comporta, il cui utilizzo è assicurato in misura crescente dalle varie applicazioni dell’intelligenza artificiale, tra cui il machine learning (apprendimento automatico), oltre a minimizzare in generale i tempi delle varie fasi e favorire una progettazione centrata sul consumatore-utente, è richiesto anche per ottimizzare l’impiego degli altri strumenti utilizzati per concepire e gestire processi, macchine e prodotti. Mi riferisco alle tecnologie avanzate di progettazione e controllo, sempre più diffuse e fortemente informatizzate, come CAD (Computer Aided Drafting), CAM (Computer Aided Manufactoring), CIM (Computer Integrated Manufactoring), ed altre.
Tuttavia non bisogna lasciarsi ingannare, il vero motore del cambiamento non è né questo, né quello delle altre tecnologie accennate in premessa. Risiede nel fatto che l’ideazione e la sperimentazione di nuove conoscenze, ossia di software, sono assai più rapide di quanto non avvenga per l’hardware. Ne deriva un’accelerazione dello sviluppo delle soluzioni più appropriate e una connessa crescita dell’innovazione, a costi decrescenti, generata dalla moltiplicazione degli impieghi a sua volta favorita dalla connessione uomo-macchina in un contesto sempre più digitalizzato. In altre parole, la possibilità di rappresentare e vedere in modo sistemico e integrato ogni processo, prodotto, servizio, permette di riutilizzare per i nuovi sviluppi il loro contenuto di conoscenze e di componenti hardware, che è parte di soluzioni già note, massimizzando l’utilizzo del patrimonio di conoscenze accumulato dall’uomo.
Un capitale cospicuo e in crescita esponenziale in misura tale che il suo raddoppio sta avvenendo nel tempo inferiore a quello di una generazione e poi potrà avvenire in pochi anni e mesi. Lo dice il fatto che già oggi, qualunque per problema si affronti, esiste quasi sempre in qualche luogo buona parte delle conoscenze necessarie per risolverlo. Questo si traduce in un impiego razionale e integrale del sapere il cui margine di guadagno, al momento, si presenta enorme, dato che globalmente si usa soltanto il 2% dei brevetti e anche meno delle conoscenze libere.  È il grande vantaggio che offre la società dell’informazione che, se ben gestita, può trasformarsi in quella della conoscenza. Una società dove la risorsa diventa l’uomo e la moltiplicazione delle risorse si esprime nella formazione di persone colte e consapevoli, capaci di rinnovarsi continuamente e dotate di creatività per tradurre le conoscenze in soluzioni valide e responsabili. Un problema fondamentale, che si pone a fianco di quello ambientale, dei quali si parla più avanti.

La svolta del lavoro
Dunque, la transizione che sta subendo il sistema produttivo è contrassegnata da un livello sempre più elevato di automazione e interconnettività, con strumenti, tecnologie e macchine in forte evoluzione, molto diversi dai precedenti. In prospettiva, l’operatore si baserà sempre meno sulla sua forza fisica per svolgere un’operazione e si affiderà alla sua capacità di guidare e addestrare una macchina nell’eseguire la stessa operazione. Questo non solo nelle attività manifatturiere, anche nei servizi, perché ogni aspetto della vita lavorativa e professionale degli operatori sarà coinvolto da trasformazioni analoghe.
A tal fine c’è da dire che alla diffusione di tecnologie avanzate di produzione e erogazione di servizi consegue la necessità, non solo di saperle integrare nei processi, per innovarli e accrescere produttività ed efficienza, ma anche di saperle gestire. Ciò comporta cambiamenti significativi nelle modalità di svolgimento del lavoro e genera nuove tipologie di mestieri, mentre quelli tradizionali diventeranno obsoleti. Una questione che si deve affrontare risolutamente, riformando corrispondentemente il sistema dell’istruzione e della formazione, perché se non risolta, si trasforma in un grave handicap che può essere esiziale. In quanto gli addetti devono saper dominare gli avanzamenti, per trarne il massimo vantaggio, anche in termini di sostenibilità, e per realizzare nel contempo in maniera efficace prodotti e servizi che siano attrattivi per il mercato.
Per queste ragioni la domanda di professionalità nel suo insieme si sposterà progressivamente dalle aree più operative verso il back office. Ne è un esempio il rilevamento dei dati di produzione, sin qui fatto spesso manualmente, che in una linea automatizzata e connessa esonera i tecnici dalla loro presenza fisica sul campo, dato che essa consente di effettuare le valutazioni e gli interventi operando in posizioni delocalizzate attraverso idonee applicazioni informatiche. Un’evoluzione che trasforma il modo di lavorare e il concetto stesso di posto di lavoro, il quale diventa sempre più sfumato. Di qui nuove modalità con cui il lavoro può essere effettuato in remoto, in forma flessibile e autonoma, aprendo la via al così detto smart working.
A ciò si aggiunge il fatto che la trasformazione legata alla connessione di macchine e processi in rete vede la generazione di grandi moli di dati che richiedono l’applicazione di tecniche avanzate di analisi e pongono a loro volta la necessità di team di figure professionali in grado di elaborarli. Un compito agevolato dalla diffusione del machine learning e dell’intelligenza artificiale, per cui gli esperti passeranno sempre di più dalle attività sul posto alle sale di controllo, dove la loro conoscenza dei processi sarà fondamentale per elaborare programmi, algoritmi ed indicatori specifici e generali per affinare e precisare le analisi.

Clima, ambiente e sostenibilità
La protezione dell’ambiente (cambiamento climatico, energie rinnovabili, economia circolare, ecc.) è il tema di fondo, il più importante ed epocale, che annoto per ultimo perché a risolvere la questione che pone la sostenibilità dello sviluppo concorre l’avanzamento di tutti gli altri prima citati. Qui l’impegno per incrementare e diffondere conoscenza e cultura trova la sua più importante e alta funzione. Quella, da una parte, di coniugare scienza ed etica, cioè sapere e saggezza, per assicurare l’equità infra e intergenerazionale, cioè il diritto di usufruire delle risorse naturali, alla pari, della generazione attuale e di quelle future. Dall’altra parte, per concordare obiettivi e provvedimenti che salvaguardino e non penalizzino sterilmente le potenzialità e caratteristiche dei vari sistemi produttivi, tra cui il nostro.
Non mi soffermo ulteriormente sull’argomento, perché è ben noto e ne ho parlato ripetutamente in precedenti editoriali. Richiede di applicare in forma sistemica le tecnologie sopra descritte le quali concorrono tutte, in una forma o nell’altra, all’obiettivo di fondo, quello della dematerializzazione dell’economia, e conducono a una nuova società dell’immateriale e del virtuale, dove cambia drasticamente il modo di concepire la realtà e di organizzare la vita sociale e individuale.
Rimanendo sul piano più immediato e concreto mi limito a sottolineare emblematicamente alcuni problemi specifici e urgenti: la sostituzione delle materie plastiche, la gestione e riutilizzo di scarti e rifiuti, i nuovi accumulatori elettrici e termici, i processi low carbon (tra cui i sistemi di conversione dell’energia verde: solare termico e fotovoltaico, eolico, geotermico, biomasse ed altro), l’efficientamento energetico civile e industriale (edifici, processi, componenti), ecc. Comparti dove l’Europa e l’Italia hanno molto da dire e che sono tra i must delle politiche in materia di energia e ambiente. Il loro sviluppo risponde alle più recenti istanze della nuova generazione di consumatori millennials, che considerano l’ambiente un bene da proteggere e non più una risorsa da consumare, come ha mostrato anche l’esito delle recenti consultazioni europee per l’elezione del nuovo parlamento.
Meno note appaiono in certi paesi, penso a quelli che non hanno sottoscritto l’accordo sul clima di Parigi del 2015, le valenze più generali che ha nel suo complesso una politica forte e integrata per l’efficienza energetica, il ricorso a fonti rinnovabili e la difesa dell’ecosistema a 360 gradi. Non solo in termini di miglioramento dell’ambiente e di riduzione del consumo di combustibili fossili, che in Italia, come in altri Stati si traduce anche in una minor dipendenza dall’approvvigionamento estero. Ma anche in termini di ricadute nel promuovere l’innovazione della manifattura e il suo posizionamento competitivo nei mercati esteri, stante la grande domanda di tecnologie e infrastrutture verdi che già pongono e inevitabilmente porranno i paesi in via di sviluppo. Accrescere queste consapevolezze è un fatto di cultura e, a tal fine, una formazione più adeguata e una migliore informazione possono indurre i buoni consigli che servono per far pendere la bilancia dalla giusta parte.

Globalizzazione, nazionalismi e protezionismi
Per quanto detto, la rivoluzione tecnologica porta con sé una sofisticazione progressiva di ogni bene e servizio, a scapito delle produzioni di massa e standardizzate, ivi comprese quelle di media qualità, con conseguenze rilevanti sul ruolo egemonico o subalterno di paesi e imprese, sul tipo di soluzioni adottate, sulla concezione dei prodotti. Stiamo attraversando, infatti, una fase di cambiamento dove un gran numero di tecnologie dialogano tra loro, con la scienza, con la società, con le più diverse attività e conoscenze. Un intreccio che genera ulteriori innovazioni, mediante processi di incontro, trasferimento, miscelazione, attenzione per i fenomeni e le richieste dei consumatori-utenti, del mercato, dell’ambiente, moltiplicando le applicazioni della tecnica in misura esponenziale, ben diversa da quanto è sin qui avvenuto.
Ogni situazione è destinata pertanto a modificarsi continuamente, anche in modo repentino e privo di alternative, e a diffondersi a livello globale. Un fenomeno che non va ostacolato pretestuosamente, sulla base di valutazioni approssimative, ma monitorato e assistito. In quanto di fronte agli sviluppi tecnologici non si può tergiversare, rinviandone le applicazioni, accampando, ad esempio, dei rischi che spesso non hanno altra base che preconcetti di natura ideologica, ma fare immediate, semplici e corrette verifiche. Diversamente si perde il passo e si è superati dagli eventi, che altrove avverranno sicuramente.
Infine, sottolineo che con l’avvento della società dell’informazione e degli altri avanzamenti sopra citati la transizione porta con sé, inevitabilmente, anche la globalizzazione di ogni aspetto della vita economica e sociale. Quindi, nazionalismi e protezionismi sono fuori tempo e inidonei per tutelare welfare, equità e preservare l’identità culturale, anche se danno la sensazione di recuperare in tal modo un senso di appartenenza.
Pertanto, la crisi delle relazioni commerciali, attualmente in atto in diverse aree economiche, con l’anacronistica introduzione di dazi ed altro, è un fenomeno che si dovrebbe in tutti i modi evitare. Le relazioni commerciali, economiche e politiche tra paesi, per il cui sviluppo e consolidamento sono state fondate istituzioni internazionali e multilaterali e definite regole con cui governare gli scambi, sono mezzi che creano ricchezza e benefici per tutti. In termini economici, perché la libertà operativa che il loro rispetto assicura in un contesto globalizzato consente ai paesi di specializzarsi secondo le loro possibilità e vocazioni e di muoversi in un mercato molto più grande. In tal modo di produrre a costi inferiori, attuando economie di scala, e di acquistare beni a minor costo da chi li produce con maggiore efficienza. In termini politici, perché laddove gli scambi si mantengono elevati è più facile scongiurare l’insorgenza di conflitti.

Come le nazioni e l’Italia assecondano la transizione
Gli Stati Uniti spingono più di tutti la rivoluzione in atto e a questo fine, oltre ad investire nella ricerca, adattano struttura sociale, regole, sistema produttivo, comportamento di individui, comunità e sistema politico. L’Europa non è altrettanto decisa e trova una serie di ostacoli, per muoversi con la forza necessaria e senza perdere tempo, nell’adeguare leggi, regole, struttura sociale e lo scarso investimento nel sapere. Allo scopo si dovrebbero apportare, e subito, alcune riforme essenziali, senza demolire però il sistema di tutela che fa del nostro continente il posto ove si vive meglio nel mondo, ma evidentemente è difficile farlo.
L’Italia aggiunge ai guai europei e al suo immane debito pubblico i suoi mali e vizi congeniti, purtroppo ben noti anche all’estero. Riflettono la sua cultura, mediamente scarsa e insufficientemente diffusa, conseguenza dei cronici minimi investimenti nel settore, che si traducono nella debolezza nel fare ricerca, cui si uniscono pregiudizi e residui di ideologie. Un retaggio di cui ho parlato più volte in questa sede, dicendo che è difficile, per non dire impossibile, negare la superficialità delle analisi che hanno accompagnato e consentito il verificarsi di vari eventi negativi che hanno caratterizzato gli ultimi decenni e penalizzato il Paese. Un’attitudine aggravata da una tradizionale mancanza di senso delle proporzioni che ha portato la classe dirigente a introdurre nel tempo misure sovente irragionevoli e tra loro incoerenti. Mario Silvestri (1919-1994), fondatore dell’impiantistica nucleare in Italia e antesignano degli insegnamenti di energetica, ha denominato questa continuata sovrapposizione di provvedimenti irrazionali “caporettismo”, inteso come “sfasamento tra le possibilità e gli obiettivi … frutto di scarsa cultura, che si trasfonde principalmente nel tentativo inconscio di perpetuare l’ignoranza, trascurando l’addestramento, l’educazione e l’istruzione delle nuove generazioni”.
Un valore “permanente e negativo”, per Silvestri, che si aggiunge agli altri, meglio noti, sfavorevoli spread, oltre quello del debito: la pressione fiscale, il costo dell’energia, l’inefficienza amministrativa, il ritardo negli adempimenti procedurali della PA e dei pagamenti da questa dovuti, il deficit di utilizzo dei fondi europei (specie per la ricerca) ed altro ancora. Una situazione molto grave, che alcuni ritengono già del tutto insostenibile, per affrontare la quale occorre una strategia industriale, commerciale, agricola, infrastrutturale e ambientale, che sia finalmente capace di migliorare la competitività del sistema economico nel suo complesso. Soprattutto con un risolutivo investimento nell’istruzione, specie in quella tecnica. E questo affinché gli investimenti nelle nuove tecnologie e nell’innovazione, altrettanto necessari, possano effettivamente tradurre la domanda di crescita e le esigenze di difesa dell’ambiente in vantaggi competitivi di manifatture e servizi nei settori di punta del Made in Italy e, più in generale, in quelli dell’edilizia, della mobilità, dell’energia, dell’ecoefficienza, della green economy, ecc.
Purtroppo, nonostante i pesanti contraccolpi della crisi e i connessi avvertimenti che essa ci ha dato, questa strategia è sinora mancata. Perché è mancata una visione di insieme del domani del Paese e, con essa, la determinazione degli esecutivi nella misura richiesta per concepire e attuare una politica economica e industriale forte, all’altezza delle sfide ineludibili poste dalla transizione. Una politica capace di indirizzare lo sviluppo su un percorso competitivo e sostenibile, sostenuta come assi portanti da adeguati investimenti in infrastrutture, ricerca, innovazione, risorse energetiche e formazione del capitale umano.

Difficoltà delle scelte
C’è da dire, a parziale discolpa, che la velocità del cambiamento, la complessità e la globalizzazione dei fenomeni rendono difficile fare scelte valide e coerenti. Ne ho parlato in giugno nell’articolo: “Quel disordine che non c’è che genera l’incertezza”. Ne deriva che è difficile definire e attuare una politica industriale ed economica che traguardi adeguatamente il futuro, a partire da quella della scienza. Per quest’ultima risulta difficile agli stessi scienziati e, a maggior ragione, ai politici. Per essi, infatti, l’incertezza e il bisogno di dare nel breve termine risposte comprensibili agli elettori su problemi immediati si traducono, spesso, in una spinta a considerare secondari tutti gli interventi che danno risultati nel lungo termine. Risultati che sono, peraltro, soggetti ad aleatorietà, dato il continuo mutamento delle condizioni di riferimento. I politici cercano il consenso e sono perciò molto attenti agli atteggiamenti dell’opinione pubblica che, a loro volta, sono influenzati dai media. E questi, per fare notizia, tendono in genere a descrivere gli eventi in modo “drammatico”, talora esagerando i rischi o semplificando eccessivamente i problemi, così creando ansietà e tendendo a esaltare tutti quegli aspetti che assecondano i modi di sentire della gente comune in materia di salute, sicurezza e difesa dell’ambiente, economia.
Di qui un’altra ragione del primato che la politica deve riconoscere allo sviluppo scientifico e del sapere. I decisori politici devono comprendere che il promuoverlo, oltre all’effetto di ricadere utilmente in termini economici in forma di innovazione, nuove tecnologie e avanzamento competitivo, è importante perché favorisce anche la crescita civile. In altre parole, devono comprendere cosa scienza e tecnologia significano veramente, come operano e come contribuiscono a trasformare il modo di pensare, di essere, di comportarsi, di organizzarsi, di produrre, e quindi come pervadono, in un intreccio sempre più coinvolgente e condizionante, ogni aspetto e settore della vita dell’uomo, dal suo comportamento, ai suoi valori, agli stessi principi etici.

La rivoluzione mancata dei percorsi formativi
A tal fine, ben si comprende, che il sistema dell’istruzione ha un ruolo fondamentale e affinché possa svolgerlo adeguatamente si deve riconoscerne innanzitutto la priorità in tutte le sue valenze. Ciò a partire da un ripensamento drastico dei suoi compiti, metodologie e contenuti. In quanto la complessità dell’economia, i molteplici fattori in gioco e le informazioni necessarie per governarla crescono in modo esponenziale e mutano continuamente lo scenario. Un quadro in costante evoluzione nel quale mutano anche le persone, consumatori, utenti, lavoratori, professionisti, che con le loro peculiarità e attitudini pongono domande diverse di formazione e competenze che un unico modello di formazione non può soddisfare. Inoltre, l’ampiezza della cultura tecnologica, soprattutto nel mondo delle produzioni industriali, è ormai tale che, complici i condizionamenti del mercato legati all’ITC, il sistema economico rischia di divenire autoreferenziale, come già detto, e preda di obiettivi esclusivi di profitto, a danno di quelli collettivi di inclusione e sostenibilità.
Pertanto, se fino a ieri il processo formativo basato sullo sviluppo di competenze specifiche altamente specializzate, con una qualificazione spinta delle risorse umane in attività sempre più segmentate, si è dimostrato vincente, ora non è più possibile prescindere da competenze parallele e trasversali che dicono come esse interagiscono tra loro. Questo, nonostante tale processo abbia permesso di far crescere scienza e tecnologia, rendendole solide e ponendo le basi dello sviluppo cui stiamo assistendo, e di rendere disponibili i tanti prodotti e servizi innovativi che stiamo attualmente utilizzando. Diventa quindi necessario il cambio di mentalità di cui ho parlato in maggio nell’articolo: “Quel passaggio da istruzione a educazione che condiziona il futuro”. Ovvero un nuovo modello di formazione dove la specializzazione in un settore faccia parte di un background tecnologico più esteso che una professionalità specifica deve comunque possedere. A questo scopo l’istruzione deve impartire e far crescere conoscenze in settori, anche molto distanti, che favoriscano il dialogo tra le diverse professionalità che sono necessarie per operare la transizione agli altri nuovi modelli di produzione, consumo e convivenza civile che saranno via via abilitati dagli avanzamenti tecnologici.

Una formazione da ripensare
Dunque è necessario che il sistema formativo venga ripensato dalle fondamenta. In un contesto che cambia rapidamente scuole e università non sono più in grado di svolgere il ruolo di formatori unici delle competenze. E comunque, oltre al compito primario di assicurare ai giovani solide basi di conoscenza generale, esse devono insegnare loro i metodi con cui approcciare la soluzione dei problemi. Quindi non solo nozioni e contenuti, ma anche competenze interdisciplinari e relazionali, unite a capacità di affrontare e risolvere questioni complesse che arrivino a comprendere forme di apprendimento quasi personalizzato, che siano specificatamente richieste dai discenti. Per esempio, con forme già sperimentate di didattica innovativa con cui gli studenti acquistano le competenze che servono, svolgendo progetti, anzi chiedendo loro stessi di approfondire i contenuti che di volta in volta sono necessari. Stante la velocità del progresso questa formazione va poi inevitabilmente aggiornata e integrata costantemente nel corso della vita, monitorandone le esigenze da parte del sistema pubblico e privato con attività periodiche, specie delle aziende.
E ciò da subito, come chiede la Commissione europea, la quale dice che per affrontare il prossimo decennio con le competenze che sono necessarie bisogna assicurare, innanzitutto, la capacità di saper comunicare, sia per iscritto sia oralmente, nella madrelingua e in una lingua straniera. Poi la padronanza di un set minimo di conoscenze così dette STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica). Inoltre il possesso di competenze nel settore digitale, essenziali per muoversi più o meno in tutti gli ambiti, dello studio, del lavoro, del tempo libero, per azionare processi e implementare dispositivi che consentono di partecipare in maniera efficace e costruttiva alla vita professionale e sociale. Oggi è impensabile che i nuovi addetti a manifatture e servizi non sappiano interagire con il mondo dell’ITC, ovvero delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Come altrettanto impensabile sarebbe ed è la mancanza di tecnici dei dati, i Data Scientist, che devono conoscere i principi e le applicazioni delle tecnologie che analizzano. Una lista di abilità certamente non esaustiva, visto che non conosciamo i nuovi processi e le nuove tecnologie ancora dietro l’angolo che la transizione porta con sé. Ma, in ogni caso, al centro della questione rimarranno sempre le competenze “dure”, quelle del saper fare, ovvero la conoscenza dei sistemi fisici che governano la manifattura di prodotti e la fornitura di servizi, per poterli progettare in modo che siano efficienti, competitivi e appetibili per il mercato.

Come costruire le nuove competenze
Sul mercato le nuove abilità non si trovano con un grado adeguato di maturazione, perché fino a ieri non c’erano. Peraltro, dove esistono, sono custodite gelosamente, in quanto il know-how costa e, pertanto, ha valore. D’altra parte, se le nuove leve, tra cui i così detti nativi digitali, hanno in certi casi forti competenze di base, esse mancano di quelle date dall’esperienza. Inoltre, per quanto detto, non è facile individuare nello specifico le conoscenze che maggiormente serviranno, mentre quel che è certo è che dovranno essere acquisite molto rapidamente, per lo meno con la stessa velocità con cui progrediscono le nuove tecnologie che si devono implementare e governare.  È da lì che si deve partire, dal contesto aziendale che vive sulla propria pelle l’handicap delle competenze che mancano e servono per competere. Dalle imprese che sanno quali sono e si sforzano di addestrare addetti e dirigenti affinché abbiano le conoscenze necessarie allo svolgimento delle nuove mansioni.
Di qui l’importanza di un’interazione crescente tra imprese e scuole per mettere a punto percorsi formativi altamente qualificanti, aggiuntivi di quelli che assicurano la formazione di base data dagli istituti di istruzione, che vanno a loro volta opportunamente riformati. Questo creando nelle scuole e nelle università classi specifiche e percorsi educativi trasversali che integrino le esperienze via via acquisite e aiutino le aziende a ottenere le risorse preparate e consapevoli di cui hanno bisogno. Reciprocamente, una volta formate e assunte, queste nuove risorse hanno la possibilità di esercitare all’interno delle aziende una funzione didattica, comunicando quel che sanno e diffondendo il loro know-how per aiutare l’opera di riqualificazione del personale, fungendo da supporto a chi non ha le abilità richieste, ma ha dalla sua l’esperienza. Pertanto, le nuove risorse dovranno essere scelte con modalità nuove, selezionando persone che sappiano, nel contempo, imparare e insegnare, muovendosi su percorsi formativi molto specializzati, personalizzati e motivanti.
Quindi, ciò che si delinea, e inevitabilmente dovrà avvenire, è una trasformazione rivoluzionaria anche nel settore della formazione. Una transizione certamente non facile, ma anche molto urgente, di cui da tempo paghiamo il ritardo. Lo dicono i dati diffusi a fine giugno da Eurostat. In Italia (consuntivo 2018) la percentuale dei giovani che non studiano e non lavorano è del 28,9%, la più alta in Europa, circa il doppio della media, peggio della Grecia. E lo dicono le stime di Confindustria, secondo le quali un terzo delle prossime assunzioni sarà di difficile reperimento per mancanza di competenze adeguate. Specie nel settore dell’ITC, dove in Germania le persone sopra i 15 anni con competenze adeguate sono una su tre, da noi una su quattro. E specie nel comparto della data science, dove da qui al 2022 le professionalità richieste dalle imprese saranno di oltre 200.000 addetti, mentre le università ne laureano attualmente solo alcune centinaia.
Per questa ragione la decisione dell’Esecutivo con l’ultima legge di bilancio (145/18) di dimezzare i fondi statali riservati all’alternanza scuola-lavoro, da 100 a 45 milioni, ora chiamata “Percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento”, appare particolarmente grave. Come grave è il dimezzamento delle ore che erano state inizialmente previste: da 400 a 150 e 210, rispettivamente negli Istituti tecnici e professionali, e da 200 a 90 nei licei. Una decisione che non aiuta a ridurre i tempi di transizione dalla laurea al posto di lavoro, i quali continuano ad allungarsi, e nemmeno l’età media dei laureati di secondo livello, che secondo i dati consolidati di Alma Laurea relativi al 2013 ha raggiunto i 27,4 anni. A ciò si aggiunga che, a cinque anni dalla laurea, lavora all’estero il 5,7% di questi laureati, di cui un terzo ritiene molto improbabile far ritorno, anche perché gli stipendi sono mediamente più alti; se non doppi, più di una volta e mezza dei nostri.

Formazione, ma anche informazione
È questo, a mio giudizio e di tanti osservatori, lo spread che maggiormente penalizza l’Italia, tra quelli più sopra accennati. L’inefficienza del sistema formativo che deriva, evidentemente, dal fatto che i nostri decisori considerano la spesa per l’istruzione, non un investimento, ma un semplice costo che si può comprimere. Come ho detto in precedenti editoriali, è da molti decenni, sia pure con alti e bassi, che gli esecutivi che si sono succeduti non hanno saputo o potuto vedere nel sistema dell’istruzione lo strumento principe per far sì che il Paese cresca in modo inclusivo, competitivo e sostenibile. A tal fine, ripeto, serve una riforma drastica e organica, che ribalti l’approccio e pensi a scuola e università come luoghi dove, non si impartiscano solo nozioni di base, ma si sviluppino anche progetti tecnologicamente all’avanguardia. Questo con investimenti su strumenti e processi innovativi che favoriscano l’allineamento tra istruzione e produzione, sulla base di percorsi di apprendimento ad essi correlati, con il duplice obiettivo di aiutare i giovani a orientarsi verso il primo impiego e di assicurare ai più anziani la possibilità di rinnovarsi lungo l’intero corso della vita attiva.
Purtroppo nulla di tutto ciò è all’orizzonte, in quanto i preventivi per gli anni 2019-2021 della Ragioneria di Stato attribuiscono al sistema dell’istruzione stanziamenti ulteriormente ridotti. Non c’è limite al peggio, diranno alcuni, considerato che nel 2015, secondo i dati dell’OCSE, la nostra spesa pubblica per l’istruzione era già inferiore a quella della maggior parte degli altri paesi. 67,4 miliardi di euro, pari al 4,1% del pil, rispetto al 5,7 dell’Inghilterra, al 5,5 della Francia, al 4,5 della Germania, al 4,2 della Spagna. Solo la Grecia e alcuni paesi dell’Est hanno speso meno di noi.
A questo punto è lecito chiedersi se sia chiara la visione di cosa ciò comporta, visto che l’accelerazione impressa dall’innovazione tecnologica privilegia attualmente, a livello mondiale, solo quel 10% di maestranze che è capace di sfruttare i nuovi strumenti e le nuove conoscenze. Un vantaggio che esclude, lasciando il restante 90% occupato in attività marginali e poco pagate, che tolgono senso e passione alla vita. Un fenomeno che non si può combattere reintroducendo forme di protezionismo in un mercato sempre più globalizzato dalle sinergie che assicura la libertà degli scambi, ma azionando la leva del sapere. Quindi della formazione, ma anche dell’informazione. Quest’ultima, in particolare, vede il suo ruolo fortemente accresciuto, non tanto e non solo per scartare le false notizie che spesso circolano ad arte, ma soprattutto per approfondire la conoscenza delle diverse espressioni con cui opera il sistema produttivo con uno strumento che ha grande efficacia anche nel rimuovere le varie forme di condizionamento che deformano e rallentano la crescita. Un compito al quale ICIM concorre con la sua attività sin dalla fondazione e per il quale è stato concepito il servizio informativo che costantemente assicura questo portale.

Pierangelo Andreini
Luglio 2019