Quel drammatico ritorno al passato che pospone il domani

Tre anni fa nell’editoriale di gennaio ho iniziato quello scritto (1) parlando del tempo e dicendo che per Aristotele è solo una misura del cambiamento. Non ho detto, però che il filosofo, il cui pensiero ha influenzato il nostro sviluppo culturale per quasi due millenni, rilevava, paradossalmente, che il tempo potrebbe non esistere, visto che è composto di passato e futuro, di cui il primo non c’è più quando l’altro non c’è ancora. Cosa è dunque il presente? Un “attimo fuggente” tra un passato lunghissimo, che non ci sarebbe se non ci fosse tramandato dalla storia, e un futuro senza storia? E la storia, così come l’abbiamo costruita, ci dà una cronaca e una interpretazione realistica dell’avventura dell’uomo, tanto più di quella attuale, intossicati e afflitti, come siamo, dalla dilagante infodemia delle fake news, oppure ci dice cose molto diverse da quanto è accaduto e accade realmente? Due temi di fondo sui quali è importante riflettere, specie in questo drammatico frangente, e su cui poco si pensa, anche perché il sistema dell’istruzione poco se ne cura. Comunque sia, tornando al tempo, l’idea di un suo fluire uniforme è certamente ingannevole. Pure senza scomodare Einstein, secondo il quale il tempo varia con l’ondulazione del campo gravitazionale di cui è componente, ovvero dello spazio-tempo, basta quanto ha detto Aristotele. In quanto, se il tempo misura il cambiamento, la cui intensità sta crescendo con andamento vario ed esponenziale e ha registrato nei secoli picchi di splendore, come il prodigioso sviluppo culturale dell’antica Grecia, ma pure di tragedia, con il succedersi di tanti funesti conflitti epocali, ultimo il dramma attuale che vive la martoriata Ucraina, ciò vuol dire che a stesse quantità di tempo corrispondono valori diversi di tale misura e che il tempo ha anche una qualità, buona o cattiva, secondo le circostanze. Ne è prova la variazione, ora iperbolica e preoccupante, dei vari indicatori che dicono come sta mutando il mondo: l’incremento demografico, il degrado dell’ambiente, l’abbondanza o carenza dei beni di consumo, in primis degli alimenti, dei beni durevoli, strumentali, delle risorse in genere, del sapere scientifico-tecnico iniquamente distribuito, nonostante raddoppi ormai nello spazio di una generazione e raddoppierà poi ancor più velocemente, delle espressioni e manifestazioni produttive che lo testimoniano. In sintesi, la sempre più intensa trasformazione che sta subendo l’intero ecosistema e l’umanità nei suoi aspetti economici, sociali e politici, per alcuni versi positiva, per altri pericolosa e allarmante. Ciò per i segni evidenti della sua ingovernabilità che mostra la questione sanitaria e quella del cambiamento del clima, con gli eventi estremi che stanno verificandosi, la pandemia tuttora incombente e il dissolvimento di ghiacciai, un tempo considerati perenni, il regresso del multilateralismo e della globalizzazione, la crescita intollerabile dell’iniquità sociale. Una riflessione, dunque, che si impone per capire cosa sta accedendo e agire responsabilmente, così che l’ignoranza non si traduca in indifferenza, disaffezione e apatia e la consapevolezza rafforzi la democrazia, rendendo coerente, il voto degli elettori, degli eletti nei parlamenti e l’atteggiamento degli altri stakeholder, con le necessità che pone la gravità del momento.

LA NUOVA PROSPETTIVA CHE SERVE
Esigenze che un mondo immaturo e impreparato non soddisfa, perché non le conosce abbastanza, o non le vuole riconoscere, dato che trascura l’imperativo di trasmettere estesamente il sapere che genera l’esperienza del passato e il comportamento che dovrebbe derivarne (2). Questa omissione, complice in vari casi il silenzio ottundente dei media, svigorisce la critica e favorisce il vivere alla giornata di chi non sa e non teme le tragedie vissute dall’uomo e, pertanto, non può immaginarle e prevederle, subendo in tal modo le insidie del futuro. Un domani disorientante e sconvolgente, che fino a poco tempo fa le persone e la loro cultura avevano maggiori possibilità di affrontare, adattandosi e metabolizzando i drammi, perché il ritmo del cambiamento era sufficientemente lento. Ma adesso l’accelerazione dell’intervento umano, con le sue crescenti possibilità di azione, sta velocizzando il verificarsi degli avvenimenti al punto che, con il ritmo evolutivo attuale, il cammino che percorreremo nel tempo di una generazione potrà corrispondere a quello che hanno compiuto le decine o centinaia di generazioni che ci hanno preceduto. Tutto ciò cambia drasticamente condizione, percezione, prospettiva, valori, quindi, il modo di vivere dell’uomo e si riflette sulla storia, riducendo il portato dei suoi insegnamenti, molti dei quali si dimostreranno fatalmente parziali e obsoleti. Dato che quella determinante sarà la storia che si vivrà. Visto che l’interazione tra un’enormità crescente di eventi che accadono nello stesso tempo produce un racconto più consistente e istruttivo di quanto dice la sottile cronaca di quelli che abbiamo alle spalle. La portata degli effetti delle attività umane, con le loro sinergie trasversali, positive e negative, che le tecnologie di analisi dei dati, sempre più pervasive e condizionanti, consentono di preconoscere in tempo reale, è talmente cresciuta, infatti, che la vecchia storia dice sempre meno quanto al futuro. Peraltro, il progresso delle conoscenze, avvenuto anche in campo storico, ci ha fatto capire che l’uomo ha costruito la storia interpretando e adattando gli eventi secondo il sapere e le ragioni del momento. E questo pone doppiamente in discussione la funzione della storia, della quale l’insegnamento dovrebbe partire più dalla fine che dal principio. Ciò, naturalmente, non significa affermare che le fondamentali valenze che la storia porta con sé con il racconto dei fatti accaduti non rimangano comunque essenziali, perché essi ci ricordano gli errori compiuti e possono e devono evitarci di ricadere nei tanti orrori di cui l’uomo è stato ed è, come ora, responsabile. Tenere traccia degli eventi è dunque un’attività indispensabile, in quanto consente di analizzare l’evoluzione delle società e di individuare il filo conduttore, costituito spesso da cause e conseguenze, che determina il senso di identità personale e nazionale, fattore ad un tempo di progresso, ma anche rischio di tensione e degrado dei rapporti di convivenza civile tra persone e popoli, come purtroppo sovente si è verificato e si sta verificando.

ISTRUZIONE, EDUCAZIONE, VALORI
Pertanto, tornando al dilemma posto in premessa, capire quanto la storia possa essere uno strumento valido per guidarci verso il futuro e comprendere cosa sia il tempo che ne ritma lo svolgersi è uno degli intenti che dovrebbe perseguire l’istruzione, traendone spunti per riformare pure il sistema che la impartisce. E ce n’è un grande bisogno, ora più che mai. In particolare, in Italia, visto che secondo gli ultimi dati di Invalsi, l’istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione, alle prove di maturità di quest’anno la metà circa degli studenti ha continuato a mostrare di non possedere le competenze stabilite dai programmi. Questo con divari territoriali sulla media e dispersioni insostenibili e inaccettabili che penalizzano i soggetti provenienti da contesti socio-economici svantaggiati e rivelano l’incapacità del sistema educativo di garantire condizioni di pari opportunità, oltre che di fornire strumenti avanzati rispondenti alle esigenze di un Paese sempre più al traino e che sta cambiando ben poco per virtù propria. Un valore, quello dell’istruzione, che dovrebbe essere in testa alla classifica, mentre così non è. Dato che la parola “valore”, scritta più volte con accezioni diverse nelle righe che precedono, è un sostantivo dal significato plurimo, economico, filosofico e morale, che risente della volontà dell’uomo che lo genera e lo attribuisce. Il primo stima e fissa i rapporti nello scambio dei beni materiali, ma se questi sono immateriali, gli altri significati ne riducono l’oggettività e lo rendono più aleatorio e inquietante, visto che danno all’uomo la possibilità di giudicare il comportamento proprio o altrui. Ciò con metri che possono essere differenti, pur evocando principi immutabili che dovrebbero stabilirli. È quanto sostiene il sociologo Max Weber (1864–1920) secondo il quale i valori hanno una trascendenza normativa solo perché costituiscono i punti di riferimento di ogni concreta azione storica. Nell’occasione in cui si concretizzano appaiono però i loro conflitti interni per cui non possono essere assunti come sicuramente validi e l’uomo è costretto a scelte che risentono della problematicità e del condizionamento della situazione, che non possono essere che transitorie. Tuttavia, in nome dei valori la gente è pronta a esporsi a gravi pericoli e a sacrifici estremi, mentre essi, anche secondo il filosofo Benedetto Croce (1866–1952), sono riferimenti utili, ma arbitrari, in quanto presuppongono di considerare come fissa una realtà che varia ed è estremamente mobile, mossa dal volere mutevole e precario dell’uomo. Sono quindi criteri di condotta solo temporanei, che informano però giudizi inappellabili, talora controproducenti o addirittura esiziali, fin quando subentrano negoziati che superano la contingenza del momento.

UN FOCOLAIO DA ESTINGUERE
Questo non autorizza, né vuol dire, ovviamente, che si può essere sordi al richiamo di solidarietà, difesa e lungimiranza che lanciano i più deboli e soccombenti, suggerisce tuttavia che si deve guardare con questa oltre il velo che tessono i valori, che si ergono a baluardo della libertà, giustizia e pace, per ricondurre gli eventi alla loro effettiva, ragione, natura e dimensione. E quello drammatico che sta vivendo l’Ucraina, che la Federazione Russa insiste a chiamare operazione militare speciale, è indubbiamente una guerra conclamata che rischia di diventare mondiale e costituisce un focolaio di instabilità geopolitica, energetica, produttiva e finanziaria di portata epocale. Un conflitto che difende il valore, in questo caso innegabilmente assoluto e oggettivo, perché non può dipendere dalla cultura e dal contesto storico, del divieto dell’aggressione armata tra gli Stati. Un principio che da oltre cent’anni, da quando lo ratificò nel 1920 la Società delle Nazioni, ha continuato, però, e continua purtroppo, ad essere sterilmente infranto, per quell’irremovibile determinazione del prevalere ad ogni costo dalla quale l’uomo non riesce e non sa distaccarsi e prescindere. Una lotta, l’attuale, dove la non volontà e insufficienza del dialogo diventa devastazione e sta traducendo valori astratti, etici e filosofici, nei termini purtroppo concreti della distruzione e della morte. Ma le sue conseguenze non si fermano qui, stanno oltrepassando la tragedia e rischiano di dilagare ancor più gravemente nel tempo, dato che stanno generando mutazioni deleterie che possono divenire irreversibili e segnare gravi arretramenti, a partire da quello economico. L’ultimo World Economic Forum, il rapporto semestrale del Fondo Monetario Internazionale, dice infatti che le prospettive globali sono indirizzate al ribasso. La crescita economica mondiale, dovuta in gran parte alla guerra in Ucraina, connesse sanzioni e interdizioni del commercio, sarà quest’anno solo del 3,6%, 1,3 punti in meno rispetto al 4,9% stimato sei mesi prima. In ogni caso, secondo il WEF, il mondo non andrebbe in recessione, con il pil globale che raggiungerà i 96.000 miliardi di dollari in dicembre e la crescita che sarà del 3,6% anche l’anno prossimo. Vari osservatori non sono però concordi con questa stima e la considerano ottimistica, specie se il traino cinese dovesse indebolirsi per nuovi lock down dovuti al ripresentarsi della pandemia. Visto che nel biennio 2020-21 con l’imperversare del CoViD la crescita mondiale del pil è stata solo dell’1,5%, sotto la soglia di recessione globale, convenzionalmente considerata pari al 2,5%. Il rischio di una grave regressione rimane dunque alle porte, perché la Cina, che fa la differenza, ha rallentato la sua crescita al 4,75%, circa la metà del trend prepandemico, e senza un’economia cinese vigorosa, la resilienza dell’economia globale non può essere che debole.

NUOVI E VECCHI OSTACOLI CHE SBARRANO IL CAMMINO
Tanto di più se alla sciagura del virus sovrapponiamo, come sta accadendo, questioni di sicurezza nazionale che esasperano con durezza la competizione geopolitica e compromettono gravemente la cooperazione economica internazionale. In tal modo ostacolando il mondo che sta correndo velocemente verso nuove mete che possono assicurare più benessere, inclusione, occupazione, equità. Questi traguardi devono essere il fine e le singole Società locali il mezzo. Nessuno, pertanto, deve pretendere di prevalere sugli altri e la concorrenza strategica deve ridurre i suoi effetti sull’economia, evitando che la geopolitica ricerchi una supremazia globale con guerre, anche solo economiche, che diventino una caratteristica permanente del commercio e della finanza internazionale. In quanto l’economia mondiale e più interdipendente che mai e i costi sarebbero enormi, mentre un mondo aperto che condivide la prosperità rende le società più sicure e più propense al dialogo e alla collaborazione. Quindi, come ho scritto nell’editoriale pubblicato nello scorso numero di giugno, il futuro non deve essere quello di blocchi contrapposti che cerchino di indebolirsi reciprocamente minimizzando le interazioni economiche. Se questo scenario distopico dovesse realizzarsi sarà perché abbiamo fatto scelte sbagliate, non per difendere valori che culture differenti, a loro volta talora sbagliando, considerano diversamente. Dato che, se è vero che i progressi della Cina sono giganteschi ed è comprensibile cha possano essere visti come una minaccia, considerarla effettivamente tale e affrontarla drasticamente con l’arma del protezionismo e dell’interdizione è una percezione e un modo di operare rudimentale, negativo e improduttivo. Visto che fa sentire la Cina e i suoi partner loro stessi minacciati, portando questi paesi a vedere confermate diffidenze e timori, aumentando così l’insicurezza. In quanto la Cina crescerà inevitabilmente e essa ha bisogno comunque di stabilità, specie se vuole mantenere il suo breakeven naturale del 7% del pil, per cui molti commentatori ritengono che non abbia alcun interesse ad esasperare i toni, che la guerra in corso sta pregiudicando. Un pregiudizio per noi certamente negativo, perché il conflitto sta accelerando i meccanismi di evoluzione della globalizzazione a nostro sfavore a seguito dei legami politici, militari, economici e finanziari che la Russia sta allacciando con il così detto Paese di mezzo. Ciò a valere sulle enormi riserve minerarie della prima, tra cui quelle energetiche, atteso che la copertura del gigantesco fabbisogno energetico cinese dipende dall’estero per il 20%, ancor più per il gas, del quale importa oltre il 40%. D’altra parte, quella cinese è una realtà con cui in ogni caso è difficile non fare i conti, in quanto negli ultimi anni, complice la pandemia, le scorte di metalli sono migrate progressivamente verso l’Asia, in particolare verso la Cina, per la sua forte domanda, la quale ha ora un controllo sostanziale delle commodities (metalli e beni agricoli), detenendo il 93% delle scorte mondiali di rame, il 74% dell’alluminio, il 68% del mais e il 51% del frumento.

QUEI CONTI DA FARE CON IL PAESE DI MEZZO
Un processo che risente senza dubbio anche della percezione che ha la Cina di un suo crescente isolamento. Da notare, cosa ancor più importante, che questa posizione dominante negli stoccaggi di materiali e derrate si accompagna con una equivalente capacità nella loro estrazione, importazione e raffinazione, dentro e fuori dal Paese. A parte il ben noto e quasi completo monopolio sui lantanidi, essa riguarda infatti in larga misura pure la grafite, a seguire il litio, e altri materiali. Per conseguire questi risultati il governo cinese si è impegnato negli anni in una capillare penetrazione commerciale, in particolare in Africa, con investimenti in attività di estrazione e raffinazione, oltre che nella realizzazione di varie e molteplici infrastrutture, specie nel settore delle energie rinnovabili. In tal modo la Cina controlla quote crescenti delle catene globali del valore delle componenti più nobili e redditizie della produzione, mentre le nostre reti di fornitura e approvvigionamento si sono segmentate, sfilacciate, diventando meno efficienti e più onerose. Il risultato, per esempio, è che l’economia cinese ha raggiunto una posizione dominante persino nel settore degli elettrolizzatori per la produzione di idrogeno verde, per non parlare del mercato delle batterie elettriche, di cui controlla più del 35%. Dunque, in prospettiva il rischio è che l’Occidente si trovi a dipendere per materiali e manufatti in gran parte dalla Cina, come per il gas dalla Russia, e che in entrambi i casi, volendone farne a meno, evochi lo spettro della recessione. C’è da dire poi che in tale evenienza non si tratterebbe solo di una mancata o ritardata crescita. Quel che è peggio è che faremmo gravare sulle prossime generazioni, oltre alle conseguenze del cambiamento climatico, per contrastare il quale le azioni di stanno indebolendo, anche l’inevitabile differimento della possibilità di godere dei vantaggi che promette il progresso alle porte della Società. Quella Society 5.0 che si avvale dell’avanzamento tecnologico e produttivo di Industry 5.0 e poggia su un uso crescente di automazione, robotica collaborativa, manifattura additiva, apprendimento automatico, intelligenza artificiale, visione virtuale e aumentata, internet delle cose, big data ed altro. In ciò assistita e potenziata dalle nuove modalità di connessione, come il Li-Fi (light fidelty), cento volte più veloce e con un intervallo di frequenze 10 mila volte più ampio del Hi-Fi, che assicurano collegamenti al web straordinariamente efficienti e ottimizzano i modelli di produzione e consumo, anche per la pressoché infinita capacità di immagazzinare dati nel cloud e la grande velocità nel processarli da parte di supercomputer e in prospettiva di computer quantici. Un intreccio di tecnologie che pone tra l’altro una pressante domanda di ricerca, formazione e adeguamento delle infrastrutture per abilitare il nuovo corso, da noi ampiamente insoddisfatta. Innovazioni che stanno trasformando in modo sconvolgente l’economia, la quale vive, come detto, un processo di globale e progressiva digitalizzazione di tutte le sue attività e che per realizzarsi e prosperare ha bisogno di un contesto di pace e cooperazione.

IL TRAGUARDO DA NON POSPORRE DI UNA SOCIETÀ 5.0
Una priorità visto che tutti i settori della produzione stanno diventando smart e sono arrivati a interessare, con lo sviluppo delle scienze della vita, interventi diretti anche sull’uomo. Così ponendo problemi di massimo interesse sociale, in primo luogo etici e, di conseguenza, anche giuridici, sui rapporti uomo-natura e uomo-ambiente, che dovrebbero alimentare più che altri il dibattito sui valori, ora monopolizzato dalla guerra. I progressi di scienza e tecnologia, che sono stati in alcune aree assai rilevanti e a grandi linee delineati in miei precedenti editoriali, in particolare in quello pubblicato nel luglio di tre anni fa (3), dicono infatti che nei prossimi decenni l’umanità è destinata a subire un processo evolutivo straordinario. Un cambiamento che tocca tutte le sue caratteristiche fisiche e di pensiero e la cui portata potrà non essere inferiore a quella subita dalla comparsa dei primi ominidi, qualche milione di anni fa, a oggi. Si tratta di un’evoluzione non darwiniana–naturale, ovvero che avviene su base genetica, ma artificiale, anche se il termine è improprio, dato che avviene per la capacità progressivamente acquisita dall’uomo di intuire o conoscere leggi del creato, che sono naturali e non artificiali, e di generare con tale sapere nuovi equilibri e risultati. Un’evoluzione che ha già operato in passato, specie in agricoltura e nell’allevamento, che l’insieme dei fattori sopra accennati rende però ora possibile, in tempi, forme ed entità straordinarie, anche su di noi, che disponiamo ormai di vari mezzi per migliorare le nostre prestazioni fisiche, di lavoro, intellettuali. Il progresso delle conoscenze di come il corpo utilizza i propri organi porta a individuare, infatti, possibili innesti bionici e interventi genetici che possono modificare organi e organismo. Gli avanzamenti riguardano gli stessi organi di senso, che sono il retaggio del soddisfacimento di esigenze molto diverse dalle attuali. Adesso le indagini scientifiche ci chiedono di vedere oggetti subatomici o immensi, di sentire rumori minimi, di percepire la presenza di singole molecole. A tal fine esistono già “sensi” artificiali enormemente più efficaci di quelli umani e che potrebbero essere innestati nel corpo. Questo addirittura nell’encefalo, per potenziare le prestazioni intellettuali con l’innesto di chip collegati a computer e banche dati. E, mentre l’informazione potrà, in tal modo, arrivare direttamente al cervello lungo vie neurali e i computer avranno letto tutta la letteratura, di qualsiasi natura, presente nel mondo, questi potranno raggiungere capacità analoghe a quella del cervello umano, per poi superarle di una, due, tre ordini di grandezza. Peraltro, è ben noto che le conoscenze sono già arrivate a controllare alcuni aspetti rilevanti e sacrali della nostra esistenza: nascita, vita, morte. Così procedendo, in pochi decenni, con il controllo dei meccanismi d’invecchiamento di cellule e organi, la durata della vita umana potrà arrivare a essere di 120-130 anni. Ma c’è dell’altro. La possibilità di far crescere organi e parti del corpo, per clonazione di cellule staminali indifferenziate, con le quali sostituire senza fenomeni di rigetto quelle ammalate, potrà aumentare ancor di più la durata della vita umana. Si pensi poi che a breve l’uomo potrà collegarsi, in forme e misure ben più estese delle attuali, non solo a computer e loro tramite allo scibile accumulato, ma a tutti gli altri uomini, costituendo una rete che congloberà l’intera umanità, trasformandola, per così dire, in un unico organismo molto più potente di quanto non lo sia ora. Inoltre, a partire da Internet delle Cose, l’iperconnessione coinvolgerà capillarmente l’intero sistema, non solo economico, ma anche quello fisico e quello naturale nel suo complesso, ovvero la biosfera, il cui intercollegamento diventerà un fatto tangibile, non solo un’ipotesi mistica, dando consistenza reale e non solo filosofica alla mitica Gea e al suo volere. Il lettore scuserà questa lunga digressione fatta per rendere l’idea del danno potenziale che comporta per chi viene dopo di noi il posporre il domani. Un futuro che l’insieme dei diversi sviluppi sopra menzionati, tutti concepibili e in parte realizzati, fa presumere potrà essere straordinariamente esaltante e benefico.

LA PROFESSIONE DEBOLE E INSUFFICIENTE DELLA POLITICA
Una trasformazione che potrà rendere l’uomo completamente diverso da quello che è oggi: un uomo nuovo del quale non siamo in grado di valutare la portata, le possibilità e l’evoluzione futura, ma che certamente si vergognerà dell’arretramento che segnano le vicende attuali. Si chiederà perché i molteplici vantaggi, sociali, economici e ambientali, che abilita l’avanzamento tecnico, tra cui quello di assicurare un’assistenza sanitaria puntuale, mirata e specialistica, in particolare per le malattie croniche o legate all’invecchiamento, siano stati ritardati e subordinati da logiche di potere. La ragione, a mio avviso, è che ogni medaglia ha il suo rovescio, il fatto in questo caso che, se da una parte il sapere tecnico cresce, come detto, esponenzialmente, dall’altra quello che conta si sta concentrando da tempo nelle mani di elite ristrette che lo custodiscono e trattengono gelosamente per ricavarne maggiori profitti, talora ingiustificati. Con ciò incrementando progressivamente l’iniqua distribuzione del reddito, favorendo forme di governo oligarchiche e tecnocratiche e determinando, alla fine, se non un regresso, sicuramente un miglioramento della qualità della vita meno rapido di quanto potrebbe verificarsi. In sintesi, mi pare di poter concludere questa riflessione dicendo che la politica sembra non comprendere cosa serve per il progresso economico e sociale del mondo. Che cultura, formazione e ricerca, che determinano tra l’altro la qualità della classe dirigente, non sono le sue priorità, per lo meno quanto dovrebbero esserlo. Che le grandi scuole che dovrebbero alimentarle non sono in cima al suo pensiero. Mentre l’instabilità e la ridefinizione degli scenari, oggi più che mai necessaria, esigono conoscenze e consapevolezze che travalichino gli aspetti legati all’innovazione tecnologica. Esse chiedono, infatti, un sapere che guardi più lontano e interessi quelli organizzativi, scientifici, umanistici, in ambiti in continuo cambiamento dove i confini delle attività, in primis del lavoro, si estendono a forme multifunzionali che ci vedono in costante ritardo e nell’affanno che dimostra il fenomeno della “Great resignation”, con i milioni di persone che nell’Occidente stanno abbandonando volontariamente la loro occupazione. Un messaggio e un allarme ripetutamente lanciati negli anni, come fece oltre un secolo fa, in termini diversi, ma sostanzialmente analoghi, Angelo Andreini, matematico e ingegnere geografo (1857-1935), con un saggio del 1918, quando il primo conflitto mondiale ancora doveva concludersi, “Perché l’educazione pubblica è oggi in decadenza?” (4). In esso, distinguendo tra istruzione e educazione, evidenziava che “l’avanzamento e la diffusione della prima non sempre significa incrementare la seconda”, la quale “deve riguardarsi come disciplina della volontà, degli affetti e dei sentimenti verso la società e verso noi stessi”. Sosteneva che “Le scuole, che dovrebbero essere sempre l’oggetto delle maggiori cure da parte dei governanti, sono state troppo spesso dimenticate dando, in non poche occasioni, una ben meschina prova dei modi con i quali si è provveduto ai loro bisogni”. Affermava che “il Governo in generale è un cattivo educatore” e che si parla solo di “estendere i mezzi e non di migliorare l’educazione, lato manchevole della cultura del popolo”, cosa grave perché “l’ineducazione genera rallentamento dei vincoli di reciproca benevolenza”. Per questo diceva che, mentre “la società moderna ha una superiorità indiscutibile rispetto a quella passata, per quanto concerne il progresso scientifico, indirizzato specialmente al conseguimento di pratica utilità, è tuttavia da ritenersi moralmente e spiritualmente inferiore”. L’accusa quindi è alla politica, visto che, parafrasando Aristotele (384-322 a.C.), essa è la tecnica di governo della Società e, di nuovo citando Max Weber, è ad un tempo mestiere di chi non ha mestiere e monopolio legittimo dell’uso della forza che richiede l’operato di appositi professionisti (5). Se così è la domanda che dobbiamo porci è dove sono i maestri della politica, dove si formano i suoi operatori, quali le competenze da coltivare e promuovere? Purtroppo, il silenzio assordante del dramma umanitario che stiamo vivendo, al pari dei precedenti, nonostante i milioni di morti che essi hanno provocato, non sta dandoci, evidentemente, una risposta.

(1) “Il tempo passa, cresce la complessità, ma anche il sapere”, Pierangelo Andreini, Icim, editoriale gennaio 2019.
(2) “Quell’umanità immatura e impreparata che non corregge gli errori e non tutela la dignità”, Icim, editoriale aprile 2022.
(3) “Quel modello che tarda a governare le tecnologie che stanno rivoluzionando il mondo”, Icim, editoriale luglio 2019.
(4) ” Perché l’educazione pubblica è oggi in decadenza?”, Angelo Andreini, Editrice Mariotti Pisa, 1918.
(5) “La politica come professione – Politik als Beiruf”, Max Weber, Verlag von Duncker & Humblot, Lipsia 1918.

Pierangelo Andreini
Luglio
2022