Quel contrasto tra libertà e uguaglianza che la transizione riduce e la fraternità risolve

Dieci anni fa, nell’editoriale del dicembre 2012 (1) scrivevo che i dispositivi mobili collegati a internet sarebbero cresciuti esponenzialmente, raggiungendo complessivamente nel 2020 i cinquanta miliardi rispetto ai due di dieci anni prima. Peccavo per eccesso, sottovalutando il rallentamento indotto dalla grande recessione generata dalla crisi dei mutui subprime, esplosa con il fallimento della Lehman Brothers il 15 settembre 2008. In effetti così è stato, ma di poco. Visto che oggi gli apparecchi connessi in rete, tra smartphone, computer portatili, sensori di sistemi produttivi, di catene di approvvigionamento, di internet of things, ecc., hanno superato i 42 miliardi, tra 3 anni, nel 2025, saranno 75 e a fine decade 125 (2). La moltiplicazione da 2 a 42 in 12 anni è avvenuta perché la connessione ha mostrato istantaneamente i suoi vantaggi, arrivando a interessare il sistema mondiale in tutto il suo complesso, non solo quello produttivo in senso stretto, dove supporta da tempo la manifattura avanzata, a partire da industry 4.0, difesa, armamenti, e altro, ma pure le coltivazioni agricole, il comparto alimentare e l’intero settore dei servizi privati e pubblici. Non sbagliavo tuttavia nel ritenere che questa dilagante estensione del web avrebbe avuto un impatto economico e sociale rivoluzionario. Ciò per i tanti rilevatori disseminati ovunque che avrebbero effettuato misure, ripreso immagini, captato tracce digitali lasciate da cellulari, notebook, carte di credito, trasmesse a basi di stoccaggio sempre più capienti. Luoghi dove elaboratori di grande potenza, sino a quella pressoché infinita e ormai prossima dei computer quantistici, avrebbero registrato l’evolversi delle situazioni, riversando in rete in tempo reale dati e indicazioni, stimate con il loro monitoraggio, sui comportamenti più probabili della gente, sui conseguenti effetti nel mercato e nell’ecosistema, sulla gestione della mobilità, dell’energia, degli edifici, dei servizi cittadini. Dunque, informazioni utili, nel loro insieme, ad assicurare un controllo capillare del territorio in termini non solo ambientali, ma anche politici e sociali. Non erravo poi nel ritenere che a tali dati si sarebbero aggiunti, con grande rapidità, quelli derivanti della progressiva digitalizzazione di archivi, biblioteche, ecc., ponendo ciascuno in grado di attingere e generare informazioni ad un livello sempre più specifico e interattivo, con motori di ricerca e social network, rendendo così più veloce la condivisione e la produzione del sapere e raddoppiando il totale di quello tecnico in un tempo via via più breve, ora già inferiore a quello di una generazione. Transizione digitale significa, infatti, tutto ciò, ovvero che non vi è più nulla che non sarà digitalizzato e connesso, pena la sua irrilevanza e ininfluenza, a partire dal capitale delle conoscenze dell’uomo. Di questo fenomeno, delle sue valenze determinanti e discriminanti, della necessità di governarne le ricadute, specie nel breve termine, ho scritto più volte, anche recentemente nell’articolo pubblicato nel numero scorso. Ho parlato del sovvertimento culturale e sociale che sta realizzando il digitale, del suo ruolo strategico nella competizione globale e della sfida posta dalla domanda di formazione che si deve soddisfare per abilitarne l’impiego in tutte le sue funzioni.

La staffetta delle risorse
Poco ho detto però sul riorientamento economico e politico che provoca e indirizza l’informatizzazione per il drastico cambiamento di valore che assumono specifici materiali e tutta la materia nel suo complesso nella prospettiva del pieno avvento della dematerializzazione dell’economia. Da subito per i primi, in quanto la digitalizzazione richiede la disponibilità di particolari risorse minerarie nella fabbricazione dei nuovi dispositivi, variamente distribuite e adeguatamente sfruttabili solo in alcuni Paesi. Una domanda che li rende molto importanti e genera questioni geopolitiche di approvvigionamento che esasperano competizioni e contrasti, ostacolando il cammino della globalizzazione, considerata fino a pochi anni fa un vettore di benessere, come certamente lo è nel medio e lungo termine, ma al momento anche di iniquità. Quindi un percorso travagliato, già fortemente penalizzato dal rallentamento logistico e produttivo imposto dall’obbligo di prossimità introdotto nel biennio pandemico e ora destrutturato dall’interdizione degli scambi seguita all’invasione Russa dell’Ucraina. Una marcia che non potrà, tuttavia, che proseguire, imboccando le strade diverse che tracciano i nuovi assetti di aggregazione che si profilano all’orizzonte. Più in là nel tempo per il cambio di passo del ruolo della materia nel suo complesso, che la transizione digitale aiuta progressivamente a determinare. Questo velocizzando la creazione e il trasferimento di nuove tecnologie che portano a riprogettare sistemi e apparati, i cui componenti vengono sempre più miniaturizzati, riducendo il contenuto di materia per unità di prodotto. Accelerando con essi anche quella ecologica e avvicinando il tempo in cui, con la diffusione di reti e dispositivi di sfruttamento delle fonti rinnovabili, le energie verdi sostituiranno quelle fossili, togliendo pure a questa vecchia materia, che ha finora alimentato e sostenuto la crescita del mondo, e ai Paesi che la posseggono, la posizione dominante che attualmente detiene. Tutto ciò nel quadro complessivo della tendenza già in atto verso la richiamata dematerializzazione delle attività produttive, di cui l’economia circolare è solo una fase e un’espressione, la quale si traduce nel suo insieme in una maggiore efficienza ambientale ed energetica, che l’innovazione digitale favorisce e intensifica. In altre parole, allo stato attuale è lecito ritenere che cosa farà la differenza, in misura crescente, non sarà la disponibilità di carbone, petrolio e metano, ma di risorse minerarie diverse, come le terre rare, il litio, il cobalto, il gallio, il titanio, il neon ed altro, la cui produzione e commercio ha già una valenza strategica. Parlo per primo di questo aspetto cruciale, per molti osservatori una delle cause di fondo del conflitto in corso, e affronto nel seguito il tema più teorico e tecnico della dematerializzazione, che la digitalizzazione delle attività produttive sta, come detto, accelerando. Anticipo del secondo solo un esempio emblematico che ci riguarda tutti da vicino. La prossima, graduale sostituzione delle SIM (Subscriber Identity Module), secondo l’ultimo Ericson mobility report pari a 8,3 miliardi di card fisiche inserite negli smartphone attive nel mondo, cui si aggiungono le altre SIM presenti in dispositivi connessi, diversi dagli smartphone, nel numero detto in premessa. Questo con SIM virtuali che dematerializzano tale componente, già miniaturizzato nel tempo, come ben sappiamo, dalle vecchie card delle dimensioni di quella di credito, alle piccolissime schedine attuali. Il risultato è ottenuto integrando il circuito presente nella card direttamente nel dispositivo, evitando in tal modo la necessità di un connettore, migliorando l’affidabilità e la sicurezza, per difetti e guasti fisici nell’interfaccia tra scheda e apparecchio, così risparmiando in quest’ultimo lo spazio richiesto per il suo inserimento, i materiali che costituiscono la scheda e salvaguardando l’ambiente. L’attivazione avviene facendo leggere dalla fotocamera del dispositivo un QR Code che, una volta scansionato, abilita la registrazione e l’accesso alle reti.

Dai fossili ai nuovi materiali
Credo che quanto sin qui detto dia un’idea, seppur minima, dei traguardi epocali, un tempo considerati ipotesi fantastiche, che stiamo conseguendo e potremmo raggiungere, attuando pienamente e rapidamente la transizione digitale e quella ecologica con beneficio di tutti e dell’ambiente. Ma a tal fine è necessario che tutti concorrono solidalmente e sinergicamente all’impegno e che il loro sforzo non si elida e neutralizzi nella ricerca di supremazie e vantaggi o nel mantenimento di rendite di posizione, superate e ingiustificate, come purtroppo sta avvenendo. Le premesse ci sono in un senso, ma anche nell’altro. Dico più avanti degli egoismi che remano contro, del salto culturale da compiere e della possibilità di farlo. Vedo per prima la metà piena del bicchiere che assicurano le due transizioni, da tempo pienamente avviate. Perché la smaterializzazione, che accompagna e sostanzia la transizione ecologica, è un processo già in corso nei fatti, come visto, e dovrà comunque avvenire per mantenere nel solco della sostenibilità il metabolismo del pianeta, il quale ospiterà a metà secolo, cioè tra meno di trent’anni, 10 miliardi di abitanti, ognuno con consumi crescenti. E quella digitale altrettanto, dato che l’innovazione tecnologica che la supporta procede esponenzialmente, accelerata dalla produzione e condivisione del sapere che l’informatizzazione e la rete concorrono ad alimentare e diffondere. Cresce in tal modo, con entrambe operanti in piena sinergia, la funzionalità e l’efficienza complessiva del sistema. Al momento, però, tutto ciò richiede ancora della materia: quella fossile dei combustibili tradizionali, che per vari anni dovranno continuare ad assicurare l’energia che movimenta uomini e produzione, fin quando non saranno pienamente sostituiti dalle fonti alternative (rinnovabili e nucleare), e quella nuova delle risorse minerarie particolari di cui si è detto, diverse dai materiali tradizionali finora impiegati. Minerali necessari per costruire i dispositivi, componenti e impianti avanzati che realizzano il nuovo corso e sono variamente distribuiti, cioè i lantanidi e gli altri elementi chimici sopra citati. I primi detti anche terre rare, pur essendo relativamente abbondanti in natura, perché mescolati in grandissima minoranza con gli altri elementi che compongono i minerali che li contengono e come tali difficili da estrarre, sono 17 elementi della tavola periodica: I’ittrio, Io scandio, il lantanio, il cerio, il praseodimio, il neodimio, il promezio, il samario, l’europio, il gadolinio, il terbio, il disprosio, l’olmio, l’erbio, il tulio, l’itterbio e il lutezio. Per le loro proprietà magnetiche, che rimangono inalterate anche in condizioni di stress e ad alte temperature, sono essenziali per costruire la componente elettronica che negli ultimi vent’anni ha trasformato ogni dispositivo in una macchina “intelligente”. Sono necessari e presenti, pertanto, nella manifattura di prodotti di largo consumo, come telefoni, computer, televisori, elettrodomestici, ecc., di quelli che attuano la transizione ecologica, come auto elettriche, pannelli fotovoltaici, turbine eoliche, e altro, nell’industria avanzata che impiega tecnologie alla frontiera tecnologica estrema: aviazione, aerospazio, armi, cyber war, e usati anche in ambito medico. Sono contenuti dunque nei prodotti che vengono fabbricati, trasportati, sostituiti, consumati ed eliminati un po’ dappertutto.

Un monopolio silenzioso
Di qui si comprende quanto sia strategico detenere e produrre le terre rare, per la funzione crescente, intrinseca e profonda che esercitano nel consentire il passaggio del mondo al nuovo assetto più funzionale, efficiente e sostenibile che sta cercando di realizzare, ma pure nel costruire strumenti militari con cui presidiare gli equilibri esistenti o supportare volontà di predominio. Un’acquisizione svolta silenziosamente dalla Cina, in un clima di apparente disinteresse, che ha portato il così detto Paese di Mezzo a trasformare oltre l’80% delle terre rare e il 60% del litio a livello mondiale, i quali diventeranno a breve più importanti del petrolio e del gas. Secondo l’Unctad (United Nations Conference on Trade and Development), organo sussidiario dell’ONU, la Cina ha, infatti, sul suo suolo nazionale, il 37% delle terre rare del mondo. Un primato, il doppio di Vietnam e Brasile, che hanno ciascuno il 18%. La Federazione Russa ne ha il 15%, ma gran parte dei minerali si trovano in Siberia, privi delle strutture industriali per estrarli e lavorarli, e il Paese raffina così il 2% del totale globale, soddisfacendo con le sue riserve solo il 10% del proprio consumo. Al contrario, l’imponente dotazione della Cina è stata valorizzata da tempo con un lungimirante piano trentennale, diversamente da quanto hanno fatto gli altri Stati. Oltretutto c’è da dire che il processo di estrazione dei lantanidi avviene in tre fasi: dissoluzione, separazione e raffinazione, pertanto è molto complesso ed energivoro e genera un residuo finale altamente inquinante. Problemi che la politica industriale cinese, autocratica e dirigista, ha potuto risolvere facilmente, sfruttando i bassi costi interni, l’assenza di proteste ambientali e impiegando maestranze accuratamente preparate in scuole, università e centri di ricerca di chimica metallurgica fortemente specializzati e finanziati, da noi scarsamente presenti. In tal modo il Paese di Mezzo produce il 60% delle terre rare commercializzate nei mercati internazionali. A ciò si aggiunge la presenza di imprese cinesi in paesi ricchi di terre rare, che tollerano l’impatto della loro estrazione, le quali delocalizzano così l’inquinamento. Questo avviene in Asia e in Africa, in stati come la Birmania, il Kenya, la Repubblica Democratica del Congo (che esporta tra l’altro il 65% del cobalto mondiale) ed altri, portando la Cina a raffinare, come detto, i 4/5 delle terre rare a livello globale, cioè la quasi totalità.
Questa quota esprime emblematicamente la questione che devono affrontare gli USA e l’Europa: il fatto che le terre rare utilizzate dai sistemi industriali del vecchio continente e del Nord America sono controllate quasi per intero dalla Cina. Un problema vitale, specie per noi, se si pensa che il fabbisogno europeo di tali materie prime aumenterà di 5 volte entro fine decennio. La doppia rivoluzione, digitale e ambientale, dipenderà quindi per noi dal modo in cui riusciremo a garantirci approvvigionamenti sicuri, non solo di fossili, ma anche di questi materiali. E a tale scopo l’aiuto che può dare il conseguimento dell’obiettivo fissato dall’UE di recuperare dal trattamento dei rifiuti il 20% del consumo europeo di litio e lantanidi entro il 2030, peraltro improbabile in così breve tempo, anche per la difficoltà di estrarli da manufatti sempre più miniaturizzati, è poca cosa. Il che ci riporta all’altra questione accennata in premessa, quella della dematerializzazione, la cui politica appare nelle intenzioni, più che nei fatti, come dimostra il lento decollo dell’economia circolare.

Materia, sviluppo e sapere
Dell’argomento ho parlato più volte in questo portale, richiamando il pensiero di Umberto Colombo (1927-2006), chimico-fisico, accademico e politico, per molti anni presidente dell’Enea, dell’Eni e ministro dell’Università e della Ricerca nel Governo presieduto da Attilio Ciampi. In materia Colombo scrisse con Dennis Gabor e altri ricercatori il volume “Oltre l’età dello spreco”, pubblicato nel 1976 dalla Mondadori, con il quale ha confutato l’assioma di uno sviluppo limitato dalla finitezza delle materie prime (3). Principio sostenuto in un precedente volume del 1972, sempre della Mondadori, “I limiti dello sviluppo” (The limits to Growth) che traduceva il contenuto di una ricerca effettuata da Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows, Jørgen Randers, William W. Behrens III del Massachussett Institute of Technology, commissionata al MIT al Club di Roma, un sodalizio di imprenditori e studiosi, fondato dall’economista, anche lui imprenditore, Aurelio Peccei (1908-1984). Il rapporto poneva a confronto, con precisi dati quantitativi, la disponibilità limitata delle risorse naturali e il fabbisogno crescente delle stesse, supportando la vecchia idea, ancora dominante, propugnata Thomas Robert Malthus (1766-1834), filosofo, demografo ed economista inglese, del loro inevitabile esaurimento per effetto della più veloce progressione della crescita demografica e dei conseguenti consumi rispetto allo stock di risorse stimato come disponibile. Tesi che venne smentita vigorosamente da Colombo nel libro sopra citato e in molte altre sedi, visto che le risorse che utilizziamo non sono quelle direttamente offerte dalla natura, perché da sempre esse sono il prodotto del sapere dell’uomo che le ha inventate, elaborate e prodotte e che continua a produrne di nuove con efficacia ed efficienza crescenti con ulteriori conoscenze che scaturiscono traducendo l’apporto della ricerca in competenze avvertite e rigorose. Così queste risorse sono aumentate costantemente, più dell’incremento della popolazione, alimentate da un incremento più veloce del sapere. Fatto a ben pensare ovvio e sempre avvenuto, visto che la creazione di benessere e ricchezza in qualsiasi attività è legata al progresso della conoscenza su come a tale scopo può essere elaborata al meglio la materia, piuttosto che sulla sua disponibilità, che nell’auspicato scenario dell’economia circolare sarà sempre meno importante per crescere, competere e star bene. Ho ricordato quanto precede, di cui come detto ho già scritto, per sottolineare che la dematerializzazione è una “vexata quaestio”, ampiamente dibattuta senza mai concludere seriamente. Come quella del sapere che la può risolvere, ovvero l’investimento nell’istruzione, costantemente relegato al margine delle priorità. Una miopia grave, in quanto l’ignoranza delle cose impedisce di mettere a fuoco le dinamiche globali che le classi dirigenti evidentemente non vedono con sufficiente chiarezza, dato che non compiono coerentemente le azioni che sono necessarie. In questo caso per ridurre la dipendenza e ove possibile emanciparci dalle importazioni più strategiche. In generale per favorire il progresso del sapere, non solo tecnico, ma anche umanistico, per affrancarci dagli orrori, quale quello che mostra il feroce imperversare del conflitto in Ucraina.

Quel degrado alla porta
Una guerra che ha un impatto devastante per le conseguenze politiche, sociali, economiche, finanziarie, ambientali, che si sommano a quelle indotte dalle crisi e ostilità, che hanno degradato negli gli ultimi vent’anni l’ecosistema e la società, ponendo a rischio anche la salute. E ora pure la manifattura, con l’embargo di numerosi beni strategici, in primis energetici, che ha interrotto il processo di globalizzazione, già ostacolato per le ragioni sopra accennate, il quale con tutte le sue contraddizioni, come l’aumento delle disuguaglianze, ha creato comunque prosperità, specie nel continente africano. Una situazione che colpisce fortemente l’industria europea per le sue due dipendenze patologiche, energetica dalla Russia, il gas, e mineraria dalla Cina, le terre rare. Questa situazione e l’inflazione imponente che l’accompagna, che ha raggiunto in Europa le due cifre, può destrutturare il sistema industriale. In tal modo indebolendo lo sforzo che sta compiendo il Vecchio Continente per rimanere nel novero delle manifatture a medio, alto valore aggiunto nelle catene globali del valore, dopo lo shock della grande crisi del 2008 e gli effetti dovuti al distanziamento sociale indotto dalla pandemia, e peggiorando irreversibilmente quotidianità e benessere della gente. Oltre al drammatico e contingente martirio che sta subendo il popolo ucraino vi è pertanto anche il rischio di un degrado dell’intera Europa. Ma ciò può avvenire un po’ dappertutto, visto che il 6% del titanio del mondo si trova in Ucraina, come il 20% della grafite, che dal Paese viene la metà circa di tutto il neon che viene usato per i laser di precisione che incidono i wafer di silicio per realizzare i semiconduttori, che il litio ucraino è puro e costa poco estrarlo. Per non parlare dell’abbondanza di grano, il cui fermo nei porti ucraini sta facendo lievitare i prezzi e rischia di mettere alla fame i paesi in via di sviluppo, specie nel Corno d’Africa e nel Maghreb. Quanto sin qui detto rende ragione del perché stiamo vivendo un momento segnato da incertezza e disorientamento crescenti che impediscono di vedere le prospettive dello sviluppo economico e sociale. Troppe le variabili che governano il cambiamento profondo del quadro geopolitico che genera l’intreccio delle dinamiche industriali, commerciali e monetarie prima accennate. Fare previsioni, dunque, è un esercizio difficile, ma alcune delle incognite sono note e stimabili. Il ruolo del gas, che almeno per il prossimo decennio rimarrà essenziale per accompagnare e sostenere il processo di transizione energetica, quello delle fonti rinnovabili, che cresceranno in percentuale nel mix energetico, favorite dalla progressiva diminuzione dei costi di produzione e dei sistemi di accumulo, assicurati dalle economie di scala che assecondano la loro diffusione. Ciò nel breve periodo, che sarà caratterizzato, come il successivo, da una costante: la crescita della digitalizzazione e della dematerializzazione che si intrecciano e agiscono sinergicamente sulle dinamiche di cui sopra. È già tanto, visto che ben sappiamo che il destino dell’uomo non è quello di cullarsi serenamente nelle acque di un mare calmo e tranquillo, ma in quelle agitate dal perenne contrasto di idee, oltre che dei sentimenti dettati dall’egoismo, acuito dalla reazione di una natura asservita e non rispettata per accrescere il proprio benessere.

Una cultura debole che si riflette nella politica
Questo pensiero mi consente di arrivare a concludere lo scritto, in quanto la rotta appare tracciata, ma i natanti, ovvero gli Stati, non la seguono con determinazione pari alla crucialità del frangente che incombe. Ciò per la debolezza con cui in occidente la politica difende il bene collettivo, coagulando le istanze della gente intorno a interessi comuni. Domande che si decompongono e ricompongono rapidamente nella nuova società resa liquida dall’individualizzazione delle vite e dei fini, come dimostra il diffondersi della yolo economy (you only live once) di cui ho parlato nell’articolo pubblicato in marzo (4). A tale situazione si aggiunge il generale contrapporsi di piattaforme identitarie e divisive che emergono intorno a valori etnici, religiosi, culturali, poco propense per loro natura ad una composizione reciproca. Così misurando la difficoltà del mondo d’oggi di fronteggiare la gravità, l’urgenza e la specificità dei problemi che ci affliggono da tempo e si stanno aggravando: politici, sociali, sanitari, climatici. Questioni da affrontare con il convergere virtuoso di comportamenti responsabili dei singoli e di regole massimamente condivise, e come tali accettate ed efficaci, adottate da istituzioni che operino tra loro solidalmente. Dato che i contrasti non si devono risolvere con la forza militare, ma con quella del ragionare che costituisce la vera arma vincente dell’uomo. Il vecchio diritto di respingere la violenza con la violenza, riconosciuto dai latini con il detto “vim vi repellere lecit”, è l’ultimo da invocare, infatti, e l’arma più stolta da imbracciare. Una stupidità che mostra l’incapacità di contenere e correggere l’altra debolezza di cui è conseguenza, quella della cultura. Un’ignoranza che confonde, paradossalmente, crescita economica con sviluppo. Visto che la prima è solo una delle tre componenti del progresso umano, cui si devono aggiungere la altre due: la dimensione socio relazionale e spirituale. Perché sviluppo non significa accrescere il pil, ma un avanzamento della società e dell’economia tale che queste tre dimensioni procedano armonicamente. In tal modo assicurando un miglioramento complessivo delle condizioni di vita e del benessere, che una finanza autoreferenziale, che soffoca l’economia reale, sta gravemente penalizzando. Uno dei tanti vizi che genera la debolezza della cultura quando essa si riflette nella politica. Una visione carente e corta che non traguarda il futuro, che analizza le questioni superficialmente e le affronta con scarso senso delle proporzioni, che improvvisa programmi parziali per risolvere singole incombenze, note e rinviate, quasi sempre costituite da un insieme molto complesso di problemi. Ciò con misure, occasionali, empiriche e separate, tese a soddisfare desideri, attese e rivendicazioni degli stakeholders più influenti nelle varie circostanze. Per di più, non tenendo conto delle continuità tra radici storiche, usi, costumi e propensioni che condiziona le caratteristiche della crescita di cui i provvedimenti non correggono i difetti. Una percezione che si deve coltivare e si acquisisce studiando i fenomeni, gli eventi e l’evolversi del pensiero, cogliendone le connessioni e le ragioni che si spiegano vicendevolmente, per comprendere e inserire in un quadro unitario la dinamica dello sviluppo, così che tutte le generazioni si sentano partecipi del comune destino e responsabili di quello futuro, sentendo l’obbligo di tutelare l’uomo e l’ambiente.

Educare a crescere liberi fra pari
Cultura vuol dire questo e molto altro da insegnare nelle scuole e diffondere con i media per dibattere le scelte e consolidare gli orientamenti. Soprattutto per educare i giovani all’impegno consapevole in modo da formare una classe dirigente saggia e competente che riconosca il primato dell’istruzione. Nuove leve preparate da un sistema formativo che assicuri pari opportunità e promuova la componente tecnico scientifica della conoscenza alla pari con quella umanistica. Così da far loro conoscere il lungo percorso che abbiamo alle spalle e aiutarli a scorgere e capire lo scenario nel quale dovranno operare oltre le quinte della storia. Un fondale che ritrae le insidie e i pericoli passati e dovrebbe acuire coscienza e cautela, cui fa velo però il cammino percorso, in quanto è stato sin qui di successo. In tal modo facendoci pensare che tutto in ogni caso finisca sempre bene e ponendo in secondo piano le tante sofferenze subite nel tempo dall’umanità, i rischi corsi, fino a quello di estinzione che paventa oggi la catastrofe che può far seguito a una guerra nucleare. E dimenticando che non siamo eterni e viviamo da sempre in precario equilibrio, come dimostra la scomparsa dei neandertaliani, comunque sia avvenuta, per competizione o ibridazione con l’homo sapiens. Sono tante, infatti, le cose da ricordare e che si danno per acquisite, nonostante gli alti e bassi che abbiamo alle spalle dicano che si possono perdere. Visto che fino ad alcuni decenni fa gran parte dell’umanità viveva nella povertà assoluta. Una stretta dalla quale si era dibattuta in tutti i millenni precedenti, da cui è stata liberata dalla crescita economica, trainata dall’aumento della produttività, che richiede collaborazione e concordia. Che in essa purtroppo molti ancora si trovano. Che il travagliato cammino di crescita della democrazia, dei diritti e del benessere è un patrimonio da proteggere e la risorsa strategica che dice come continuarlo. Che, pur potendo contare sul lascito di queste solide basi, la cronaca degli avvenimenti recenti mostra che il domani rimane incerto, come sempre è stato, perché affidato a decisioni avallate da collettività scarsamente consapevoli che oscillano tra miopia e lungimiranza: protezionismo o globalismo, etnia e religione o universalismo e laicismo, attaccamento al passato o proiezione nel futuro. Complessivamente tutto ciò dice, per lo meno a me, che il problema consiste in un deficit cognitivo che alimenta le volontà politiche perverse che caratterizzano il nostro tempo. Come la guerra che martoria e devasta ora l’Ucraina, dove le parti in conflitto non cercano un accordo e sembrano pensare che con il tempo le loro posizioni si possano rafforzare.
Quindi, più che cognitivo si tratta, evidentemente, di un deficit educativo, dato che educare significa aiutare a far propri i precetti che si devono osservare per tutelare l’interesse comune, orientando ed esercitando la volontà a potenziare gli affetti e i sentimenti verso la società, il prossimo, noi tutti. Significa infatti insegnare il bene e il valore dell’unità tra soggetti che si riconoscano fraternamente e paritariamente uno nell’altro, ovvero il vantaggio della solidarietà, per soddisfare insieme l’aspirazione di ognuno alla propria libertà. Significa, in ultima analisi, far capire cosa vuol dire nel profondo il motto Liberté, Égalité, Fraternité. Il triplo ideale nato dalla fucina d’idee della rivoluzione francese e propugnato con forza da uno dei suoi grandi protagonisti, Jean-Paul Marat, medico e giornalista (1743-1793), nei suoi numerosi scritti, di cui è emblematico il saggio del 1792 Les chaînes de l’esclavage (“Le catene della schiavitù”). Un traguardo, per alcuni chimerico, ma al quale ci siamo avvicinati, che le vicende successive e quelle più recenti sembrano però allontanare. Tuttavia, tornando al digitale, da cui sono partito iniziando questa riflessione, credo che i cambiamenti, tecnologici e politici, rapidi e sconvolgenti, dei quali esso è uno dei protagonisti, possano reindirizzare il cammino nella giusta direzione, nonostante la loro forte drammaticità. In quanto l’alfabetizzazione informatica, essenziale per competere con successo oggi e ancor più domani, permette di guardare anche al futuro. Perché la portata degli effetti delle attività di un’umanità in costante crescita, con l’enormità di eventi che accadono nello stesso tempo e le loro sinergie trasversali, positive e negative, che le tecnologie di analisi dei dati, pervasive e condizionanti, consentono di preconoscere in tempo reale, assicura una rappresentazione sempre più consistente e istruttiva della vicenda umana. In tal modo cambiando drasticamente percezione, prospettiva e qualità dell’esistenza, quindi il modo di vivere. Pertanto, questo è l’auspicio, credo che ciò potrà far compiere all’umanità un salto evolutivo, educandola a governare se stessa e ad adottare, finalmente, modelli di cittadinanza attiva più consapevoli, solidali e responsabili. Come spero possa avvenire, che è l’augurio che questo scritto si è sforzato di motivare.

(1) La priorità della formazione tecnica. Una sfida al limite del possibile. Editoriale dicembre 2012.
(2) Secondo “Statistica”, il sito web tedesco di statistica e il report “The Connected Consumer 2030 (CC2030).
(3) “Oltre l’età dello spreco: ricerca scientifica e politica delle risorse, quarto rapporto al Club di Roma”. Dennis Gabor, Umberto Colombo. Est Mondadori, 1976.
(4) Quell’insufficienza della cultura che rende il mondo fragile, insicuro e incerto. Editoriale marzo 2022.

Pierangelo Andreini
Novembre
2022