Lo scatto che serve  per adeguarsi al cambiamento

passiL’ultimo naufragio di migranti nel canale di Sicilia rinnova una catastrofe umanitaria che ci obbliga a guardare più lontano nello spazio e nel tempo di quanto forzatamente non si sia fatto  in questi ultimi anni, ragionando in termini di sostenibilità infra e intergenerazionale.
Non è cosa facile, perché  la crisi finanziaria iniziata nel 2007 è arrivata a intaccare lo stesso potenziale di crescita dell’economia, ovvero le infrastrutture materiali e immateriali che sono il motore dello sviluppo.
Per ricostruirlo occorre attuare un piano di grandi investimenti capace di innovare sul piano tecnologico e organizzativo il sistema economico e, soprattutto, aumentare la spesa in istruzione e ricerca, in modo da formare un capitale umano che sia all’altezza delle grandi sfide che attendono, se è vero come è vero che nel prossimo ventennio il sapere tecnico sin qui accumulato potrà raddoppiare.
Sembrerebbe questo il momento, dato  l’effetto congiunto del quantitative easing, del deprezzamento dell’euro e del calo del prezzo del petrolio che, unito alla nuova flessibilità di bilancio europea, sta aprendo una grande finestra  di opportunità per l’Italia.
Tuttavia, per riprendere la crescita e competere sostenibilmente, non basta un ridotto costo dell’energia, un dollaro forte e bassi tassi di interesse, in quanto i mancati investimenti degli ultimi dieci anni hanno usurato, come detto, il capitale delle infrastrutture che è diventato in quota parte  obsoleto. Dunque, occorre por mano a  un complesso organico di interventi e riforme che riguardino  l’intero sistema produttivo e dei servizi, che richiede anzitutto un disegno strategico. È un’opportunità da non perdere – e non coglierla sarebbe una grave colpa, al punto da poter dire o adesso o mai più – per innovare profondamente  l’economia, segnando così una discontinuità rispetto al recente passato, caratterizzato da una diffusa perdita di competenze e competitività, nonché da un inaccettabile calo di  solidarietà ed equità sociale.
Certo i segnali del miglioramento sono ancora deboli. Il def (documento di economia e finanza) prefigura un incremento del pil dello 0,7% per quest’anno, per arrivare all’1,5% nel triennio, con una disoccupazione che scenderebbe dal 12,7% del 1014 al 10,9 nel 2018.
Ma è proprio questa l’ora di  perseguire con selettività e rapidità le riforme strutturali necessarie per promuovere gli investimenti pubblici e privati da cui potrà derivare la ripresa e una nuova capacità di competere, con meno regole e più economia reale. E ciò anticipando il “nuovo corso”, ovvero concependo manufatti  e servizi sempre più  digitalizzati e, quindi, connessi, in grado di generare un punto di svolta  nell’economia e nelle imprese che ci consenta di partecipare alla  gara con  nuove modalità di produzione e consumo.
Si potrebbero così integrare i relativi processi e le potenzialità delle forniture per creare scenari applicativi fino ad oggi impensabili, migliorando l’efficienza, il controllo, la gestione di prodotti e servizi, in modo da soddisfare nuove e crescenti aspettative  di utenti e consumatori. E se lo sviluppo del digitale proseguisse con la necessaria velocità,  conseguendo  al più presto gli obiettivi dell’agenda, si potrebbero sfruttare tutti i vantaggi e le possibilità offerte dalla nuova era di “internet delle cose” (oggetti e apparecchi con sensori incorporati  e chip capaci di comunicare dati e informazioni a dispositivi remoti) che sta pervadendo tutti i settori economici e generando un nuovo ordine che condiziona sempre di più la gestione delle aziende e l’intera società.
Di fatto internet delle cose è ormai una realtà e un neologismo entrato nel lessico corrente da quando,  travalicando il campo della pura connessione tra macchine “M2M – machine to machine” (per monitorare in tempo reale i processi industriali e attuare azioni correttive prima che si verifichi un disservizio), le applicazioni si sono evolute e sono arrivate a interessare lo sviluppo di servizi a valore aggiunto che ruotano intorno ai dati trasmessi dagli apparecchi.
Così, in breve tempo, da specifici settori, come il monitoraggio della funzionalità di oggetti immobili, quali per esempio i distributori automatici, le applicazioni si sono estese al campo automotive, basti pensare all’e-call, chiamate di emergenza automatiche nel caso di incidenti stradali, a quello dell’energia con lo smart metering, ecc.
Ed ora tutti i settori produttivi e i servizi sono interessati dal fenomeno, che sta diventando sempre più strategico. Ce lo dicono  nuovi termini come smart factory, smart halthcare, smart farming, smart home ed altri. E a un livello ancora più complesso ce lo dice il significato stesso di smart city, ovvero della città  intesa come un insieme di sistemi interconnessi, ognuno dei quali raccoglie dati, che vengono condivisi, integrati, e utilizzati per applicazioni settoriali o verticali che sono in tal modo fortemente arricchite.
Questo perché sono applicazioni capaci di coinvolgere  tutti gli oggetti connessi e, basandosi su una pluralità di informazioni, sono in grado di potenziare ed estendere gli spazi in cui ci muoviamo e il modo in cui  interagiamo con questi spazi. C’è da dire poi che in tale contesto giocheranno un ruolo significativo, con importanti ricadute produttive, i dispositivi  indossabili che creano l’interazione tra luoghi e persone, anche molto lontani, per applicazioni mediche e sanitarie, o più semplicemente per il fitness, il benessere e lo svago, quali bracciali e tessuti intelligenti, visori a sovraimpressione, ecc..
È un cambio di passo che  interessa da vicino il settore manifatturiero dove gli antesignani del “nuovo corso” utilizzano  piattaforme di raccolta dati  in continua evoluzione che consentono di accedere a un più ampio ventaglio di apparecchi connessi e di trasferire i dati che pervengono dai  vari anelli della catena del valore, all’interno e all’esterno del perimetro aziendale, dai fornitori,  ai distributori, agli installatori, sino al consumatore finale.
I dati possono essere così trasformati in informazioni utili al business, non solo per accrescere l’efficienza, la redditività dell’impresa e migliorare il posizionamento competitivo, ma anche per valutare e precorrere i profili di utilizzo e consumo sulla base dei quali prendere decisioni consapevoli per la sostenibilità delle produzioni e dello sviluppo.
Ovviamente non è un passaggio indolore. I problemi tecnici da superare sono notevoli, tra cui l’interoperabilità e l’integrazione con altri sistemi. A ciò si aggiunga il fatto  che la diffusione  di internet delle cose  nel variegato mondo delle aziende e della società, pone l’esigenza di competenze multidisciplinari e di collaborazioni complesse e sinergiche tra attori di diversa formazione e provenienza. Comunque sia i problemi vanno affrontati e risolti rapidamente perché a livello globale il fenomeno  si diffonderà con andamento esponenziale. Lo testimoniano i numeri, che stimano in 50 miliardi  i dispositivi che saranno collegati a internet entro il 2020,  basti pensare che per il solo 2015 è stimata la vendita di circa 2 miliardi di telefonini intelligenti, pari al 3,5% del volume complessivo di cellulari sin qui prodotti nel mondo.
Tutto ciò significa che per adeguarsi con velocità corrispondente al cambiamento esponenziale che ci aspetta sono necessarie nuove modalità di lavoro e di collaborazione, una maggiore flessibilità e duttilità e  il supporto di una informazione e formazione illuminante. Cosa non facile in Italia, che senza parlare della crisi dell’editoria, registra il record negativo europeo del minor numero di adulti (occupati o disoccupati, di età compresa tra i 25 e i 64 anni) che frequentano corsi di aggiornamento: 62 su mille, contro i 177 della Francia, i 161 della Gran Bretagna, i 111 della Spagna, i 314 della Danimarca, i  281 della Svezia e i 105 della media UE.
Al contrario, per quanto detto,  le maestranze dovrebbero maturare nell’ambito di un sistema educativo e produttivo nuovo e rigenerato, che sappia impartire una formazione, olistica, aperta, capace di collegare i fatti e il sapere con  le sue fonti  senza pregiudizi e di alimentare  costantemente curiosità e motivazione, ma che soprattutto sia continua. Appare questo, quindi, il problema di fondo, perché i processi di diffusione delle conoscenze tecnologiche e di investimento sulle competenze e sulla formazione non servono solo per competere, ma sono anche i principali fattori di convergenza per ridurre la forbice della disuguaglianza, ingrandita dalla crisi, che vede il pil riprendere a crescere, ma non il reddito del ceto medio, che invece continua a decrescere e a portare le fasce più deboli sulla soglia della povertà.

Pierangelo Andreini

Giugno 2015