La via stretta della crescita e la tentazione della scorciatoia

A poco più di un anno, l’impegno assunto dall’Onu di lavorare insieme per un mondo più verde, inclusivo e pacifico, che promuova lo sviluppo sociale ed elimini la povertà con i nuovi target al 2030, è per ora  solo nelle parole. Nei fatti, crescenti incertezze politiche ed economiche stanno generando nuove forme di protezionismo, perché la globalizzazione mostra di non saper risolvere i problemi e innesca una maggiore sperequazione dei redditi.
Una conseguenza che potrebbe essere transitoriamente tollerata, dato che l’aumento dell’ineguaglianza e lo spostamento da un mercato nazionale a uno globale di innovazioni e talenti può produrre nuove opportunità a vantaggio dell’intero pianeta. Ma se il fenomeno diverge e assume dimensioni patologiche, il rischio è che l’eccessiva concentrazione di ricchezza si trasformi in sproporzionata potenza politica, con l’effetto che le regole vengono  riscritte a favore della parte che la detiene.
E ciò è ancor più grave se l’arricchimento non produce nulla, tranne che ulteriore arricchimento,  e non migliora il sistema economico, anzi ne rallenta la crescita. In quanto una finanza che ruota su sé stessa e si separa dall’economia reale frustra la creatività e l’innovazione e pone una pesante incognita sullo sviluppo.
In tal modo alimenta quell’incertezza del futuro che pervade il dibattito in corso che parla del rischio di una stagnazione secolare, ma anche di fine della crisi, di flussi migratori di grandi dimensioni che possono minacciare la sicurezza e il benessere in vari paesi sviluppati, ma pure della ripresa di questi paesi, della crescente divaricazione tra Nord e Sud del pianeta, ma ugualmente del ruolo dei grandi progressi scientifici e tecnologici che la possono ridurre, ecc.
Sono questioni politiche, sociali ed economiche di portata epocale che delineano le contraddizioni del momento e inducono ad adottare misure difensive per la tutela dei mercati. Un’incertezza, peraltro, cui l’uomo è abituato, dal momento che rappresenta l’habitat naturale della  vita e la molla che lo spinge ad agire per rimuovere l’angoscia dei suoi fattori ed effetti, tra cui la contingenza, la casualità, l’ambivalenza, l’ambiguità, l’irregolarità, l’indeterminazione, l’imprevedibilità, e per  conquistare così il benessere con azioni che siano dall’esito certo basate sulla conoscenza scientifica e sulle sue applicazioni tecniche.
Almeno ciò è quanto si sperava tempo fa, quando si credeva che l’incertezza dipendesse da una serie di questioni ancora non note ed affrontate e che alla fine l’avanzamento scientifico avrebbe risolto. Non più oggi, per l’esponenziale crescita della complessità e la nostra progressiva trasformazione da produttori a consumatori che ci porta a vedere questi fattori ed effetti come caratteristiche inalienabili e irremovibili nella vita sociale e individuale, analogamente a quanto avviene nella vita delle particelle sub atomiche.
Un mondo, quest’ultimo, dove regna il principio di indeterminazione di Heisenberg che pone  limiti alla conoscenza dei valori di grandezze fisiche coniugate, quale la posizione e velocità dell’ineffabile elettrone, anche se alcuni fisici insistono nel pensare all’esistenza di variabili nascoste che consentirebbero di descriverne compiutamente lo stato, come quello delle altre particelle.
Dunque, salvo prova contraria, l’incertezza appare come un’irriducibile proprietà della natura e questo significa la necessità di navigare a vista, ma con bussole e timonieri che nel farlo sappiano guardare lontano. Con dispositivi e piloti che sappiano cogliere i segnali che arrivano da un mondo variegato, complesso, preoccupato, incerto, per operare gli aggiustamenti necessari affinché lo sviluppo segua una rotta di sostenibilità, non solo ambientale, ma anche economica, sociale, delle istituzioni.
Una guida difficile perché gli strumenti sono obsoleti e la visibilità è ostacolata dalla contorsione e dal sovvertimento del tracciato.
In primis dal mutamento indotto dalla quarta rivoluzione industriale che sta ridefinendo intere industrie e ne sta creando di nuove, grazie agli straordinari progressi dell’intelligenza artificiale, della robotica, della stampa in 3D, delle nanotecnologie, delle biotecnologie, del computer quantistico, di internet delle cose, dei veicoli a guida automatica, ecc.
Inoltre dalla crescita economica in continuo calo, che frena gli investimenti a medio e lungo termine e si  traduce in una costante erosione degli standard di vita, in modo che se la stagnazione persiste le prossime generazioni potranno stare peggio dell’attuale. Ciò dato che l’economia globale dovrà generare miliardi di posti di lavoro per far fronte all’incremento demografico, che nel 2050 porterà l’umanità a sfiorare i 10 miliardi, dagli attuali 7,4. Senza contare, poi, la disoccupazione strutturale indotta dalla robotizzazione della produzione che spinge le imprese che hanno delocalizzato in Paesi a basso costo di produzione a rimpatriare queste produzioni e a reintegrarle nelle industrie locali. In più sta cambiando il significato stesso del lavoro.
Non solo per la concorrenza delle macchine, ma perché nella nuova economia della conoscenza il valore si condensa nell’immateriale: ricerca, design, organizzazione, immagine, informazione, di cui prodotti e servizi sono i contenitori e i vettori.

E se la generazione di valore dipende dalla cultura espressa dal sapere creativo degli addetti, cambia il senso dell’impegno lavorativo, visto che per operare e competere le risorse da mettere in campo sono più articolate e complesse di prima, com’è il nuovo corso.
Oltre la conoscenza, esse coinvolgono ancor più il gusto della bellezza, lo stile, il rapporto con l’ambiente, le relazioni sociali, la tradizione, la visione del domani. Ma se è così, il tempo dedicato ad attività intellettualmente creative è funzionale a quello dedicato al lavoro e non significa indulgere nell’ozio.
Di ciò la società sembra non accorgersene e fronteggia le conseguenze di un cambiamento epocale, tecnologico, ambientale, geopolitico, con l’approccio dell’era precedente, che distingue tra tempo libero e tempo del lavoro, tra istruzione ed esercizio della professione, tra ricerca e tecnologia.
Dunque una società che si prepara a gestire il futuro in modo inadeguato, dato che in un mondo reso più piccolo e complesso dall’integrazione economica aggiornare i modelli di formazione, ricerca, innovazione e welfare a quello nuovo del vivere dovrebbe essere l’intervento e l’investimento prioritario.
Questo anche per arginare un altro dei mali della globalizzazione, quello della crisi di appartenenza, dovuta alla variazione normativa e all’erosione di consuetudini e vantaggi locali che hanno generato sfiducia nelle istituzioni e paura del domani. In tal modo aumentando ulteriormente l’incertezza e lasciando che venga attenuata con l’arroccamento su valori identitari, nel solco di una illusoria continuità che allontana l’obiettivo di una crescita comune e responsabile.
E se i Paesi continueranno a interagire in base ai propri  interessi particolari,  più che in nome di valori condivisi, il margine di collaborazione resterà limitato e gli effetti benefici del libero scambio si faranno sentire solo su alcuni e non sugli altri. Sarà una grave perdita, considerato che per decenni la liberalizzazione dei mercati ha migliorato gli standard di vita e strappato gente all’indigenza. Ma ha evidenziato anche l’assenza, o comunque la debolezza, dei contrappesi necessari per equilibrare i benefici economici con il benessere sociale, alimentando la violenta reazione politica degli ultimi anni.
Una debolezza che risiede non solo nella colpevole incapacità di riformare il capitalismo di mercato e riavvicinare la finanza alla società, ma soprattutto nel mancato adeguamento delle strutture di governance internazionale di un mondo che si è trasformato assumendo un assetto multipolare con la moltiplicazione dei centri di potere e degli attori in essi presenti.

Un effetto di nuovo legato alle trasformazioni tecnologiche e produttive in atto, per cui alcune aree come l’Asia del pacifico, con Cina ed India, hanno assunto un ruolo decisivo, determinando un mutamento dei rapporti di forza con le altre aree maggiori, Usa ed Europa.
Nel nuovo contesto, così generato, gli stati nazionali vedono ridotta la loro incidenza, rendendo sempre meno rilevante ed efficace la struttura di regole e organismi di governo dell’economia e della finanza internazionali. In tal modo la navigazione del mondo procede nell’incertezza, con strumenti inadatti a guidare il cambiamento, incapaci di assicurare la cooperazione mondiale, politica e tecnica, nella misura richiesta per condividere e determinare la rotta.
È cosa grave, perché l’operatività di questi organismi è essenziale per avere una visione d’assieme dei problemi e aggiornare il quadro di riferimento all’interno del quale indirizzare la collaborazione pubblico-privato verso un modello di società responsabile che tuteli i valori umani più profondi. Verso un modello che ripensi il sistema educativo, aggiornandolo alle mutate esigenze di un sapere che cresce esponenzialmente in modo che l’istruzione sia estesa nel corso della vita con modalità di formazione continua.
Perché l’informazione che abbiamo del mondo è il frutto delle passate interazioni avvenute con esso con cui cerchiamo di capire quale sarà l’effetto su di noi di quelle future. E nell’apprendere, impariamo anche a cambiare gradualmente la nostra struttura cognitiva, adeguandola  a ciò che impariamo.
La scienza è il modo più affidabile per trasformare in sapere e cultura questa informazione, che ora si trova immersa in una quantità di notizie di qualità varia e di provenienza imprecisata che mettono in discussione la credibilità di ogni convinzione e consenso intorno all’esperienza pratica della realtà.
Così tradendo l’attesa indotta da internet che faceva sperare che più informazione avrebbe contrastato i pregiudizi, portando la società a prendere decisioni migliori, mentre ha offerto in realtà la possibilità di trovare ulteriori conferme a quanto la gente comunque pensava. E ciò perché  la rete è solo uno strumento di  diffusione di informazioni, non la macchina della saggezza, anche se è fatta in modo tale da poter essere costantemente aggiornata.
È un problema di fondo, visto che l’informazione determina il reciproco accoppiamento delle entità che la scambiano, generando una coordinazione comportamentale e che, quindi, la sua inutilizzabilità o mancanza è responsabile di una indeterminazione che produce incertezza.
In questo senso essa assume un significato prossimo a quello dell’entropia in termodinamica, dove in base al secondo principio in un sistema fisico isolato l’entropia può solo crescere e non diminuire.
Ne deriva che sistemi non interconnessi tendono inesorabilmente a diventare meno organizzati e strutturati nella loro evoluzione, fino a che cadono in uno stato di equilibrio nel quale si fermano.
E se i sistemi sono le società, questa deriva induce a pensare che rinunciare al collegamento con altre società, penalizzando scambi e informazioni dall’esterno con l’erezione di barriere fisiche e immateriali, accresca la probabilità che le loro condizioni degenerino in situazioni di progressivo degrado e impoverimento economico e civile.

Una strada sulla quale una parte del mondo sembra volersi di nuovo immettere, incurante dell’analogia termodinamica, purtroppo impropria per la diversità dell’ambito tra sistemi sociali e fisici, oltretutto non pienamente isolati, magari sperando che l’incremento delle fluttuazioni connesse alla crescente insostenibilità generi instabilità salutari che conducano il sistema locale a nuove forme di ordine.
Ma di nuovo l’analogia termodinamica ci direbbe, peraltro ancora impropriamente, che la diminuzione locale di entropia avviene a scapito di una ben maggiore crescita di quella dell’ambiente esterno e che nel punto di crisi l’evoluzione del sistema può scegliere fra diversi percorsi e stati possibili, in base alla storia precedente e in modo imprevedibile, certamente non indolore, trasferendo altrove o su altri piani la destrutturazione, per esempio in campo sociale.
La domanda è se dopo l’immane tragedia delle due guerre mondiali, la cui lezione non è evidentemente bastata, e i successivi conflitti che tuttora drammaticamente imperversano, l’improvvida guida del mondo possa così proseguire, o se il percorso da scegliere per andare verso nuovi traguardi di civiltà e prosperità sia quello di potenziare gli organismi di cooperazione internazionale affinché assolvano le responsabilità che abbiamo nei confronti delle prossime generazioni, gestendo l’informazione che serve per muoversi nella complessità.

Pierangelo Andreini

Marzo 2017