La via difficile dell’energia

Bulb glowing in darkness . Mixed mediaMario Silvestri1, antesignano degli insegnamenti di energetica e fondatore dell’impiantistica nucleare in Italia, alla fine del 1988, concludendo una delle sue ultime fatiche, “il Futuro dell’Energia”2, scriveva: “Agli estensori del PEN (Piano Energetico Nazionale – ndr) va però dato atto che si trovavano davanti a un problema più difficile della quadratura del cerchio. Non solo essi dovevano escludere l’energia nucleare dalle opzioni accettabili (pur dovendo diversificare le fonti e ridurre la vulnerabilità del sistema energetico totale ed elettrico), ma dovevano ritagliare il nuovo piano, tenendo conto della ideologizzazione dei problemi dell’ambiente imposta o subita dalle forze politiche, in assenza di proprie visioni filosofiche costruttive. … La loro immane ed inane fatica mostra l’impossibilità di affrontare la programmazione energetica nell’attuale situazione italiana. Ma un grazie lo meritano.”
A distanza di 25 anni il magistrale commento conserva tutta la sua validità nel descrivere la situazione attuale e le difficoltà incontrate dagli estensori della Strategia Energetica Nazionale3, il documento di programmazione e indirizzo, approvato dal Governo nel marzo scorso per guidare lo sviluppo energetico dell’Italia sino al 2020.
Di nuovo l’imprevedibilità degli eventi: allora, due anni prima, la catastrofe di Cernobyl, ora, due anni fa, quella di Fukushima, che in entrambi i casi hanno messo fuori gioco il nucleare. Ma, di nuovo, anche le difficoltà della politica nell’individuare e perseguire con la necessaria tenacia le priorità per guidare con successo la transizione energetica. E ciò, tenendosi in rapporto costante con la realtà e con le sue evoluzioni tecnologiche e sociali e distinguendo in tal modo gli interessi da salvaguardare.
Tuttavia, allora come oggi, una strategia per ammodernare il sistema energetico continua ad essere di fondamentale importanza per l’Italia. Un Paese che basa la propria economia sulla trasformazione, la cui manifattura è la seconda in Europa e la quinta al mondo. Un Paese che sopporta un costo dell’energia molto più elevato di quello medio europeo, più del 25% per l’elettricità, che per le imprese, specie medio piccole, implica un aggravio intollerabile, con progressiva perdita di competitività dei prodotti Made in Italy. Di nuovo un grazie, quindi, agli autori della SEN per lo sforzo compiuto, ma in tono minore.

UN COLPEVOLE RITARDO
E ciò per il ritardo di un quarto di secolo dalla precedente pianificazione, durante il quale il Paese ha colpevolmente omesso di adeguare infrastrutture e modelli di produzione e consumo, incapace di traguardare la transizione geopolitica e sociale in atto con velocità ormai esponenziale. Un ritardo ancor più colpevole, stante l’inveterata dipendenza di oltre 4/5 dagli approvvigionamenti esteri di energia, e il corrispondente peso sulla bilancia dei pagamenti, fortunosamente compensato dall’attivo commerciale del macro settore della meccanica non elettronica, metalli, prodotti in metallo e apparecchi elettrici, che difende il suo buon posizionamento. Un onere che è tra le principali cause del progressivo indebolimento del nostro sistema produttivo e sociale, con una produttività ferma da dieci anni, un impressionante calo di fatturato della manifattura, una disoccupazione prossima al 12% e sulla soglia del 40% per quella giovanile tra i 15 e i 24 anni.
E con una produzione sempre più alle corde, anche per i manufatti tecnologici di base o di largo consumo, pure di quelli storici sui quali si è fondato per decenni lo sviluppo italiano, come la chimica, l’automobile o la meccanica.
Ed un ritardo che è causa della sostanziale stasi degli investimenti in un settore cruciale per gli assetti futuri del Paese e perciò responsabile delle carenze delle reti infrastrutturali, dell’obsolescenza delle centrali elettriche, peraltro in overcapacity, dell’insufficiente innovazione tecnologica degli impianti di conversione e impiego dell’energia, specie per il suo risparmio e lo sfruttamento delle fonti rinnovabili.
Un quadro a dir poco sconfortante al quale nessun Governo, dal 1988, ha messo risolutamente mano, lasciando colpevolmente crescere il costo dell’energia per l’anomalo mix energetico, conseguenza della già detta insufficienza delle strutture e per l’elevato carico fiscale e degli oneri impropri che grava sui prodotti energetici.
Di qui la crucialità del “testimone” passato alla nuova legislatura con il varo della SEN, che elenca una serie di problemi tuttora da risolvere per rimediare alle numerose inadempienze cronicizzate nei 25 anni sterilmente trascorsi dalla precedente programmazione4.

UNA STRATEGIA VIRTUALE
Una strategia, però, al momento “virtuale”, perché non specifica nel concreto gli strumenti per raggiungere gli obiettivi stabiliti, esercizio difficile stante la rapidità dei cambiamenti che interessano il settore. In ogni caso non così largamente condivisa, come afferma l’introduzione al provvedimento, da alcune parti considerato improvvido per un Governo al termine del mandato e squilibrato nell’enfasi assegnata alle alternative possibili. Né è immaginabile, per quest’ultima ragione, che l’attuale Parlamento possa rapidamente tradurre la SEN in un quadro organico di azioni, stanti i veti incrociati sulle differenti opzioni, impliciti nel nuovo assetto politico.
Ma è anche difficile che non ne condivida pienamente la finalità, esplicitata in premessa al documento, dove dice: “Il settore energetico ha un ruolo fondamentale nella crescita dell’economia del Paese, sia come fattore abilitante (avere energia a costi competitivi, con limitato impatto ambientale e con elevata qualità del servizio è una condizione essenziale per lo sviluppo delle imprese e per le famiglie), sia come fattore di crescita in sé (pensiamo ad esempio al potenziale della Green economy). Assicurare un’energia più competitiva e sostenibile è dunque una delle sfide più rilevanti per il futuro del nostro Paese”.
È nel raccogliere la sfida, infatti, che nascono i problemi, quando si passa a declinare le priorità e le azioni conseguenti. Perché nessuno può essere contrario all’obiettivo della SEN di ridurre di 14 miliardi di euro all’anno la fattura per la fornitura estera di energia, rispetto ai 62 miliardi attuali, da portare a 19 nel 2020, con un calo dall’84 al 67% della dipendenza dall’estero per la copertura del fabbisogno energetico nazionale. E questo azionando le leve possibili: l’efficienza energetica, lo sfruttamento delle fonti rinnovabili, delle risorse fossili nazionali e una minore importazione di elettricità. Un importo che corrisponde a circa l’1% del PIL, capace di riportare finalmente in attivo la bilancia dei pagamenti. Ma rende perplessi l’entità degli investimenti previsti dalla SEN: 180 miliardi di euro da qui al 2020, per promuovere le rinnovabili e l’efficienza energetica nella green e nella white economy, e per incrementare reti di distribuzione, rigassificatori, stoccaggi, sviluppo degli idrocarburi, nei settori più tradizionali. Investimenti che, ovviamente, solo in piccola parte sono supportati da incentivi e quindi prevalentemente privati. Certamente, in una fase meno critica dell’attuale e in un contesto semplificato di procedure, gli impegni economici attesi potrebbero essere plausibili e altrettanto la stima dei risultati. Indubbiamente un tale stanziamento avrebbe l’effetto di accelerare l’adozione delle “migliori pratiche” e un notevole impatto in termini di competitività e sostenibilità del sistema energetico. In tal modo assicurando la graduale evoluzione del settore, così che al 2020 raggiunga gli obiettivi stabiliti e possa rispettare ampiamente i target europei detti del 20-20-20: un calo delle emissioni di gas serra del 21% rispetto al 2005 (target europeo: 18%), del 24% dei consumi primari rispetto all’andamento inerziale (target europeo: 20%), il raggiungimento del 19-20% dell’incidenza delle energie rinnovabili sui consumi finali lordi rispetto al circa 10% del 2010 (target europeo: 17%).
Per le rinnovabili la SEN prevede che arrivino a coprire una quota dei consumi primari di energia pari al 23% e che diventino la prima fonte nel settore elettrico, eguagliando o superando di poco il gas. Complessivamente il traguardo fissato è, come detto, un calo delle forniture estere di energia, una maggiore flessibilità del sistema e, quindi una maggiore sicurezza degli approvvigionamenti, con l’obiettivo primario di abbassare i prezzi all’ingrosso dell’energia ai livelli europei.

SETTE PRIORITÀ
Per raggiungere i vari target la strategia si articola in sette priorità da perseguire dando concreta attuazione a specifiche misure già avviate o in corso di definizione nei diversi comparti.
Il miglioramento dell’efficienza energetica, leva primaria il cui potenziale di miglioramento è ancora significativo e che agisce in senso trasversale per conseguire tutti gli obiettivi.
La promozione di un mercato del gas competitivo, integrato con l’Europa e con prezzi a essa allineati.
La crescita sostenibile delle energie rinnovabili, contenendo l’onere che grava sulle tariffe.
Lo sviluppo di un mercato elettrico pienamente integrato con quello europeo, con un graduale inserimento dell’elettricità verde.
La ristrutturazione del settore della raffinazione e della rete di distribuzione dei carburanti.
Lo sviluppo sostenibile della produzione nazionale di idrocarburi, nel rispetto dei più elevati standard internazionali in termini di sicurezza e tutela ambientale, da cui sono attesi importanti benefici economici e di occupazione.
La modernizzazione del sistema di governance per rendere più efficaci ed efficienti i processi decisionali.

L’OTTAVA PRIORITÀ DELLA RICERCA
Infine, compiendo un volo nel lontano futuro
(2030 e 2050), piuttosto modesto nei contenuti, la SEN fa sua la Roadmap europea 2050 di sostanziale decarbonizzazione dell’economia, con un abbattimento fino all’80% delle emissioni di CO2 equivalente rispetto ai livelli del 1990. La penetrazione elettrica dovrà assicurare il raddoppio della quota di consumi finali, fino al 36-39%, e contribuire a ridurre l’uso dei fossili nei settori dei trasporti e del riscaldamento, da cui dovrà prescindere lo stesso sistema di generazione elettrica.

Tutto ciò contando sui risultati attesi dal rispetto di un’ottava priorità di carattere trasversale, quella della ricerca e dello sviluppo tecnologico. Una R&S che si spera introduca fattori di discontinuità capaci di generare una rapida riduzione dei costi delle tecnologie rinnovabili e di accumulo, dei biocarburanti, dei sistemi di cattura e stoccaggio della CO2, ecc. Ma anche dei costi di estrazione e conversione sostenibili di combustibili e vettori energetici innovativi, cui tende la ricerca nel mondo.
Tuttavia lo stesso volume di Mario Silvestri citato in premessa, mostrano come sia difficile prevedere il percorso dell’evoluzione tecnologica e dei mercati, soprattutto su orizzonti di lungo periodo. Un esempio tra i tanti, per non parlare della vicenda del nucleare passata e recente che ha vanificato gli sforzi di due generazioni, la scelta di privilegiare il gas naturale e la sottoscrizione di contratti oggi valutati come molto onerosi, di cui pagano il conto le utenze domestiche e le imprese.
E anche il grande vantaggio competitivo riconosciuto alle energie rinnovabili, il cui peso ricade direttamente sulle bollette elettriche pagate da milioni di consumatori.
Così, in tanti anni, anche nei più recenti nonostante la crisi, vi è stato un ingente trasferimento di risorse finanziarie a spese dei cittadini con scarsi benefici per l’indotto tecnologico e produttivo nazionale. Per questo, in assenza di un’informazione esaustiva ed organica sugli effetti e le interazioni delle varie misure previste, è lecito che vari soggetti economici considerino squilibrata l’enfasi assegnata nella SEN alle opzioni energetiche proposte e dubitino della loro convenienza.
Una convenienza oltretutto condizionata da un quadro regolamentare tecnico e amministrativo da ammodernare che impedisce ai soggetti deputati a decidere ai vari livelli di operare in modo sollecito e omogeneo.
Dunque, vi è un’ulteriore priorità, quella di una migliore organizzazione delle attività istituzionali, potenziando le strutture preposte in modo che assicurino un monitoraggio più efficace delle azioni autorizzate e del rispetto dei corrispondenti impegni, un più attento coordinamento della ricerca applicata di sistema e una comunicazione certa e affidabile sui temi dell’energia.
Ancora un plauso, in ogni caso, agli estensori della SEN per l’impegno profuso. Ma è solo un primo passo, al quale occorre farne seguire rapidamente altri. Dopo il documentato richiamo della SEN sarebbe colpa grave perpetuare gli sprechi perversi che si sono per troppi anni verificati e non ridurre tra i tanti spread che penalizzano il Paese almeno quello del costo dell’energia.

Pierangelo Andreini

Giugno 2013

NOTE

(1)Mario Silvestri, 1919-1994, ingegnere e storico, ordinario di impianti nucleari, poi di fisica tecnica e quindi di energetica nella Facoltà di Ingegneria del Politecnico di Milano, medaglia d’oro del Collegio degli ingegneri e Architetti di Milano.
(2)Ultime righe del capitolo finale “Il caso Italia” del volume “Il futuro dell’Energia” di Mario Silvestri, Bollati Boringhieri, ottobre 1988, Torino.
(3)“Strategia Energetica Nazionale: Per un’energia più competitiva e sostenibile”. Approvata con decreto interministeriale del Ministro dello Sviluppo Economico e del Ministro dell’Ambiente e della Tutela del territorio e del mare dell’8.3.2013.
(4)Piano Energetico Nazionale (PEN) del 1988, attuato con la legge 9/91: Norme di attuazione per il nuovo Piano Energetico Nazionale: aspetti istituzionali, centrali idroelettriche ed elettrodotti, idrocarburi e geotermia, autoproduzione e disposizioni fiscali e la legge 10/91: Norme di attuazione per il nuovo Piano Energetico Nazionale in materia di uso razionale dell’energia, di risparmio energetico e di sviluppo delle fonti rinnovabili di energia. Vari decreti applicativi dei due provvedimenti sono stati poi emanati con grande ritardo.