La priorità della formazione tecnica. Una sfida al limite del possibile

2013-01_editorialeSecondo le ultime proiezioni nel prossimo triennio il traffico mobile di dati a livello globale aumenterà del 26% all’anno ed entro la fine del 2015 oltre 7 miliardi di telefoni cellulari, tablet, computer e altri dispositivi mobili saranno collegati a internet. È solo una tappa del percorso esponenziale di crescita del numero delle connessioni, stimato in cinquanta miliardi nel 2020, rispetto ai due di dieci anni prima. È indubbio che questa estensione esplosiva del web avrà un impatto rivoluzionario sulla diffusione della conoscenza e sull’economia in generale, perché sensori disseminati ovunque effettueranno misure, riprenderanno immagini, capteranno tracce digitali lasciate da cellulari, notebook, carte di credito e le trasmetteranno a capienti basi di stoccaggio. Qui potenti elaboratori potranno registrare l’evolversi delle situazioni, riversando in rete in tempo reale indicazioni e dati statistici sulle scelte degli utenti, sulle risposte del mercato, sugli effetti della gestione della mobilità, dell’energia, del patrimonio edilizio, dei servizi cittadini, sul monitoraggio dell’ambiente, sui nuovi trovati con le loro prestazioni, ed altro. E a tali dati si aggiungeranno quelli derivanti della progressiva digitalizzazione di archivi, biblioteche, ecc. In tal modo, con i social network, ciascuno potrà attingere e generare informazioni ad un livello sempre più particolare e interattivo, con risultati per ora difficilmente valutabili, per la rapidità del processo e l’entità delle sue dimensioni. Comunque vada, le tendenze del nuovo corso appaiono ormai consolidate, tanto che gli osservatori ritengono che in pochi decenni l’accumulo complessivo delle conoscenze potrà superare l’attuale, con un raddoppio del sapere sin qui acquisito. Tuttavia, le prime avvisaglie tradiscono le aspettative più ottimistiche. Secondo gli stessi osservatori, infatti, le cognizioni diffuse dalla rete non stanno concorrendo, almeno per ora, ad assicurare pari opportunità per favorire l’estensione di una crescita anche economica. Ciò in quanto, anziché diffondersi, il nuovo sapere tecnologico, quello che a tal fine conta, si sta concentrando in elite sempre più ristrette e con una velocità superiore al già sostenuto incremento del loro reddito.
C’è da dire, però, che la rivoluzione digitale è nella sua fase iniziale e che in breve tempo potrebbe avere conseguenze positive pure sullo sviluppo produttivo, se la crisi, come sembra, è il frutto di una incapacità di gestire il mondo materiale muovendo dai dati oggettivi e organizzativi che si hanno a disposizione. In effetti è ben chiara la carenza conoscitiva degli eventi che hanno caratterizzato gli ultimi decenni. Un gap di imponderabile entità, che occorre colmare sollecitamente se si vuole uscire dalla recessione su un percorso di sostenibilità. Un divario aggravato nel nostro Paese dalla tradizionale mancanza di senso delle proporzioni, che ha portato la classe dirigente a introdurre nel tempo misure sovente irragionevoli e tra loro incoerenti. Mario Silvestri, fondatore dell’ impiantistica nucleare in Italia, storico e medaglia d’oro del Collegio degli Ingegneri e Architetti di Milano, ha denominato questa continuata sovrapposizione di provvedimenti irrazionali “caporettismo”, inteso come “sfasamento tra le possibilità e gli obiettivi”, conseguenza di una superficialità delle analisi, “frutto di scarsa cultura, che si trasfonde principalmente nel tentativo inconscio di perpetuare l’ignoranza, trascurando l’addestramento, l’educazione e l’istruzione delle nuove generazioni” (1).
Un valore “permanente e negativo”, per Silvestri, che si aggiunge agli altri, meglio noti, sfavorevoli spread, oltre quello finanziario. La pressione fiscale, che ci vede lontani di almeno una decina di punti dalla media Ue (41,5% ), il costo del danaro (+1,35 % di tasso di interesse sul valore medio Ue), il costo dell’energia (+40% per quella elettrica), l’inefficienza amministrativa (due anni in più di durata delle procedure per le sentenze civili, rispetto alla media Ue). Si aggiunga il ritardo negli adempimenti procedurali della PA e dei pagamenti da questa dovuti, il deficit di utilizzo dei fondi europei (specie per la ricerca) e di recepimento della regolamentazione comunitaria nell’ordinamento nazionale, ed altro ancora. Uno spread complessivo che penalizza la produttività per 70 miliardi in meno di fatturato annuo, secondo le ultime stime del Ministero dello Sviluppo economico.
Immediata conseguenza è l’ulteriore tragico spread, quello della disoccupazione (11,1 %, rispetto al 10,7% della media Ue), specie di quella giovanile, tra i 15 e i 24 anni. È questo il dato più allarmante, non solo per le negative ricadute sul potenziale produttivo, ma soprattutto per i danni durevoli sulle prospettive di vita e lavoro dei giovani, dei quali il 36,5% è senza impiego, rispetto al 25% della media Ue e a meno del 10% in Germania.
È un problema drammatico, per affrontare il quale occorre riconoscere in tutte le sue valenze la priorità della formazione. Perché, se è vero che la ripresa economica del Paese non può prescindere dalla modernizzazione della sua base produttiva e dalla invocata attuazione di una strategia nazionale, non solo energetica, ma anche industriale, commerciale, agricola, infrastrutturale e ambientale, capace di migliorare la competitività del sistema economico nel suo complesso, è ugualmente vero che essa richiede un forte investimento nell’istruzione, specie in quella tecnica. E questo affinché gli investimenti nelle nuove tecnologie e nell’innovazione, altrettanto necessari, possano effettivamente tradurre le esigenze di sostenibilità in vantaggi competitivi di manifatture e servizi nei settori di punta del Made in Italy e, più in generale, in quelli dell’edilizia, della mobilità, dell’energia, dell’ecoefficienza, della green economy, ecc.
È una sfida epocale per i giovani e le istituzioni, in quanto le tipologie di specializzazione, legate alle nuove tecnologie in costante evoluzione, sono incalzate dal rapido progresso del sapere tecnico. E, quindi, gli addetti devono saper operare in un spettro di processi e servizi, sempre più ampio, parcellizzato e complesso, e devono poter contare su una formazione di base che consenta loro di ordinare, organizzare e rendere operative le successive specifiche cognizioni che via via devono apprendere. È una sfida imposta dallo stesso mercato del lavoro, che domanda profili professionali caratterizzati, ad un tempo, da una alta specializzazione costantemente aggiornata e da una elevata flessibilità delle prestazioni, le quali incorporano crescenti competenze trasversali e capacità comunicative, anche nelle fasce di professionalità medio-basse.
Ed è una sfida al limite del possibile, per i colpevoli ritardi con cui vi ha fatto fronte l’Italia, penalizzata da scelte ripetutamente mancate, che hanno generato uno spread educativo non meno grave di quello finanziario. Per affrontarla con speranza di successo occorre un’azione risoluta, una forte politica per la formazione che offra percorsi altamente professionalizzanti e che sia utile, da un lato, a favorire il passaggio dalla scuola al lavoro e, dall’altro, ad evitare gli abbandoni, così da rafforzare il capitale umano. A tal fine occorre potenziare con vigore l’istruzione tecnica e professionale superiore, e l’educazione continua nella misura richiesta dalla realtà e potenzialità produttiva nazionale, per colmare al più presto quel gap di 100.000 tecnici lamentato dalle imprese. Una politica, come detto, che favorisca il raccordo tra istituzioni e lavoro, sia durante i percorsi scolastici, sia successivamente, con un progetto da perseguire con continuità, diversamente da quanto il Paese ha fatto in passato.
A questo scopo, è di notevole rilievo, anche se tardivo, il recente rilancio degli ITS (Istituti Tecnici Superiori), scuole speciali di tecnologia cui si accede dopo aver completato il percorso della scuola secondaria e conseguito il diploma. Gli ITS, costituiti secondo il modello della Fondazione di partecipazione, attuano forme innovative di integrazione delle risorse pubbliche e private, tra scuole, imprese, istituzioni accademiche, enti di formazione ed enti locali, con accordi su base territoriale e collaborazioni con il mondo della produzione, della ricerca e del lavoro. Offrono un canale di livello post secondario, parallelo ai percorsi accademici, per formare tecnici superiori in aree tecnologiche, strategiche per lo sviluppo economico e la competitività. Le principali istituzioni di appoggio sono gli Istituti Tecnici e gli Istituti Professionali, la durata è biennale, analogamente agli omologhi istituti tedeschi ed altri europei, e il percorso si conclude con il rilascio del diploma di Tecnico Superiore nell’area tecnologica prescelta tra le sei attuali: efficienza energetica, mobilità sostenibile, nuove tecnologie della vita, nuove tecnologie per il Made in Italy (meccanica, moda, alimentare, casa, servizi alle imprese), tecnologie innovative per i beni e le attività culturali, tecnologie dell’ informazione e della comunicazione. Queste scuole speciali di tecnologia post diploma propongono un’opzione formativa indubbiamente valida, perché collegare filiere formative e produttive per formare tecnici specializzati consente di accorciare i tempi di transizione scuola-lavoro. E, soprattutto, perché in un sistema produttivo come il nostro, caratterizzato da imprese di piccola dimensione, spesso familiari con 5-20 addetti, i tecnici intermedi sono la migliore risorsa per accrescere l’innovazione e soddisfare la diffusa domanda di conoscenza.
Tuttavia, al momento, il rilancio degli ITS ha una valenza puramente simbolica. L’esiguità numerica dei corsi è tale, infatti, che sia il loro numero che quello degli allievi dovrebbero crescere di almeno un ordine di grandezza per arrivare a formare le decine di migliaia di tecnici superiori che sono necessari.
Un’iniziativa debole, quindi, il cui ritardo è quanto meno sorprendente, atteso il ruolo cruciale svolto dalle maestranze specializzate sin dall’esordio dello sviluppo industriale del Paese.
Basti solo l’esempio della Società d’Incoraggiamento d’Arti e Mestieri, fondata a Milano nel 1838 da esponenti della cultura e dell’impresa lombarde, convinti che “il miglior modo di favorire l’industria è quello di illuminarla con l’istruzione”. Da essa è nato il RITS (Reale Istituto Tecnico Superiore), poi Politecnico di Milano, che celebra ora i suoi 150 anni. E i risultati dell’epoca hanno ben dimostrato l’efficacia di tale approccio, se si pensa che i tecnici formati in quel tempo permisero a Giuseppe Colombo, autore del famoso manuale Hoepli dell’Ingegnere (1878) e che insegnò per tutta la vita presso la Società e il RITS, di realizzare a Milano, nel 1883, la prima centrale elettrica dell’Europa continentale. Ad essa seguì l’illuminazione della città, altre centrali, la rete elettrica più estesa al mondo e dieci anni dopo il “pensionamento” dei tram a cavalli. Ma proprio allora, nell’ultimo decennio dell’800, il corale impegno sull’istruzione tecnica iniziava a declinare. Lo riscontrano vari articoli pubblicati in periodici di quegli anni che da opposti schieramenti richiamavano al Governo la priorità dell’educazione tecnica per la formazione degli operatori richiesti dal Paese in rapido sviluppo (2,3,4,5,6,7).  Caporetto doveva ancora venire, ma “possibilità e obiettivi “ erano già sfasati e i richiami del tempo sono rimasti inascoltati anche dopo. Lo testimonia un approfondito e documentato intervento sul tema della formazione dei tecnici intermedi di Umberto Ruggiero, già Rettore del Politecnico di Bari, pubblicato nel numero 6/2011 della rivista “La Termotecnica” (8). In esso l’Autore ha ricordato che il perfezionamento dei diplomati degli Istituti superiori è stato riconosciuto sin dagli anni ’50 come un grave problema “purtroppo ancora non risolto dal nostro Paese, pur artefice del miracolo economico del dopoguerra…Soltanto negli anni ‘65/’66 il ministero istituì le scuole speciali di “tecnologie industriali e meccaniche” aggregate agli ITIS di Milano e Napoli, di “tecnologie edili, industriali e prefabbricate” a Udine, di “Tecnologie chimiche” a Roma, di “tecnologie meccaniche ed elettromeccaniche” a Genova. Erano finanziate in parte dal ministero, e in parte dalle Camere di Commercio e Industrie… altre iniziative simili dell’RI, dell’ENI e delle grandi industrie degli anni ’60. Nell’agosto del ’72 la corte dei Conti respinse il decreto istitutivo di quelle scuole che funzionarono fino al 1973/74 e dopo furono sciolte”.
La colpevole disattenzione del Paese all’istruzione tecnica affonda, quindi, le sue radici in un lontano passato e richiama un’altra accezione del termine “caporettismo”, che per Silvestri è un filo conduttore di storiche responsabilità collettive che ha preparato le varie Caporetto, più o meno drammatiche a seconda delle circostanze. Personalmente non vedo però una nuova “Caporetto” all’orizzonte. Nonostante le difficoltà del momento ritengo si possa guardare al futuro con ottimismo, perché il Paese è molto più solido, vitale e disponibile a mettersi in gioco di quanto appare. Ma abbiamo bisogno di una nuova classe dirigente che rimedi ai risultati disastrosi delle mancate scelte o delle scelte sbagliate. E per questo di una Scuola e di un’Università che sappiano formare cittadini maturi e padroni del loro tempo.

Pierangelo Andreini

Gennaio 2013

  • Mario Silvestri – “Caporetto. Una battaglia e un enigma” Mondadori, 1984.
  • Tutti approvarono la decisione del ministro … (dell’aumento delle tasse scolastiche, ndr) … per porre un argine all’irrompere tumultuoso e all’affollarsi di tanti giovani nelle scuole i quali poi, usciti con un diploma o una laurea, vanno ad accrescere quel numero tanto grande e pestilenziale della società moderna che si chiama degli spostati”. L’Idea Liberale, periodico settimanale di Milano di politica e sociologia. Anno I° n.24 – 9.10.1892
  • “ Se si vogliono riparare i danni che ci minacciano si incominci a riformare seriamente le nostre scuole secondarie, dando loro il vero carattere che debbono avere … Negli ultimi anni del corso secondario il giovine può conoscere nettamente le sue inclinazioni, perché dunque fargli perdere del tempo prezioso nello studio, supponiamo, del greco, mentre di esso nessuna traccia rimarrà negli anni superiori in cui si dedicherà alle scienze? “.L’Idea Liberale. Anno III° n.36 – 9.9.1894
  • Per intervenire sull’educazione, ndr – “Si debba aver dinnanzi a sé un disegno complessivo ed armonico in tutte le sue parti per un completo riordinamento della pubblica istruzione”. L’Idea Liberale. Anno IV n.13 – 31.3.1895
  • Ciò che specialmente deve esigersi dall’insegnamento secondario è che esso non sia un insegnamento di tradizione, un insegnamento passivo, ma tale da risvegliare nella mente e nella coscienza dei giovani lo spirito di iniziativa”. Lotta di classe. Giornale dei lavoratori italiani, periodico socialista di Milano di politica ed economia. Anno III° n.25- 24.6.1894
  • Quale sarà l’avvenire della nostra scuola tecnica? Vorremmo essere cattivi profeti … ma se non interverrà qualche fatto nuovo che possa rialzare economicamente le sorti del Paese, e allo stesso tempo risvegliare l’amore per l’istruzione, … le nostre scuole tecniche condurranno una vita molto stentata”. La Burlamacca, periodico toscano. Anno I° n. 6 – 15.5.1895
  • La pubblica istruzione…la sapienza del governo sta nel prevenire gli indirizzi che si impongono e nel rendersi interprete delle esigenze novelle… trasformare le condizioni concrete della vita sociale in modo da mettere tutti gli individui in condizioni di poter liberamente esplicare le loro facoltà. Voi non potrete porre ostacoli alla nuova collettività pensante che oggi sorge tra le nazioni, che va succedendo alle genialità individuali”. Lotta di classe. Anno V° n.27 – 4-5.7.1896
  • Umberto Ruggiero “Ingegneri e tecnici intermedi. 50 anni di storia: quale formazione e quali risultati? “ La Termotecnica n.6 Anno 65° – luglio/agosto 2011.