La cultura d’impresa per rilanciare l’economia. Un’alleanza tra formazione e ricerca per superare la crisi

Concept of technology migration with businessman jumping from book to laptopSecondo le prime stime nell’anno appena trascorso il manifatturiero italiano ha nuovamente realizzato, pur tra molte difficoltà, un attivo nell’export secondo solo a quello della Germania.
È un risultato vitale per la nostra economia e l’equilibrio della bilancia commerciale, se si considera che nel 2011  la sola valuta proveniente dai  settori della meccanica non elettronica, degli apparecchi elettrici e dei prodotti in metallo, nel loro complesso, ha superato del 10%, la spesa per l’approvvigionamento di petrolio e gas dell’intero Paese.
Un risultato senza dubbio confortante, che non testimonia però un’inversione di tendenza dell’andamento economico.
Di fatto, nel vecchio continente la congiuntura non registra ancora segni di cedimento, perché non è semplice conseguenza della finanza speculativa, ma trae il suo alimento dalla più generale crisi dell’industria europea. E questa non sta colpendo unicamente i settori tradizionali, come l’automotive, la siderurgia e il tessile, ma interessa ormai anche quelli emergenti, uno fra tutti le telecomunicazioni. Di fronte a tale declino alcuni osservatori ritengono che l’Europa non abbia alternative, se non quella di accelerare la sua transizione verso una società di servizi basata sulla conoscenza che faccia a meno dell’industria. Ma favorire lo spostamento delle attività produttive, pesanti e manifatturiere, e accelerare il processo di terziarizzazione significherebbe, nelle condizioni attuali, compiere  un salto in avanti assai pericoloso.
Perché i 4/5 dell’innovazione avvengono attualmente all’interno dell’industria, da cui provengono anche i 3/4 dell’export europeo, e il progresso tecnologico è l’unico materiale possibile per costruire solide basi su cui accrescere la produttività, rendere più efficienti i servizi e sostenere una ripresa duratura.
Non sembra, quindi, che si possa fare a meno dell’industria nel futuro più prossimo. E nel frattempo potremmo far tornare l’Europa un luogo nuovamente favorevole per lo sviluppo competitivo delle sue produzioni, indirizzate a una crescente sostenibilità, se solo avessimo al posto di 27 politiche industriali nazionali, talora deboli e inorganiche, come quella italiana, un’unica politica continentale, coesa, coerente e pienamente armonizzata con adeguati strumenti. In tal modo si favorirebbe anche un rapido passaggio a un’ Europa dei servizi, perché un posto di lavoro nell’industria manifatturiera ne crea altri due nel terzo settore.
Ogni tergiversazione nel seguire con fermezza questo percorso è, pertanto, doppiamente colpevole. Perché allontana l’uscita dalla crisi e ritarda la rivoluzione industriale che stanno attuando i nostri competitor con ingenti investimenti e programmi nelle tecnologie abilitanti di base, quali nanotecnologie, micro e nano elettronica, materiali avanzati, biotecnologie, veicoli puliti, edilizia sostenibile, reti intelligenti, aerospaziale.
Certo non è un percorso di poco conto. Non solo per l’entità delle risorse necessarie, ma per la complessità della strategia da mettere in campo. Una politica organica, industriale ed energetica, ma anche commerciale, agricola, infrastrutturale e ambientale, capace di migliorare la competitività del sistema economico nel suo complesso e di recuperare il tempo perduto.
Ma soprattutto una politica per la cultura, che investa fortemente nella ricerca e nell’istruzione, specie quella tecnica, per tradurre le esigenze di sostenibilità in vantaggi competitivi di manifatture e servizi con nuove tecnologie costantemente aggiornate. Una politica che favorisca il raccordo tra istituzioni e lavoro, sia durante i percorsi scolastici, sia successivamente, con un progetto da perseguire con continuità.
È una grande sfida per l’Europa e i suoi stati membri perché, incalzate dal rapido progresso del sapere tecnico, le tipologie di specializzazione legate alle nuove tecnologie sono in costante evoluzione.
Quindi, le maestranze devono poter contare su una formazione di base e specialistica che consenta loro di ordinare, organizzare e rendere operative le cognizioni necessarie per operare in uno spettro di processi e servizi, sempre più ampio, parcellizzato e complesso. In tal modo acquisendo anche crescenti competenze trasversali e capacità comunicative per intraprendere, in tutte le fasce di professionalità, alte, medie e basse.
Ciò perché la capacità di intraprendere non è solo il frutto dell’indole personale. Lo dimostrano recenti dati diffusi dalla Commissione Ue secondo i quali un quinto circa degli studenti coinvolti in esperienze formative svolte presso imprese decide poi di diventare imprenditore. Una percentuale tripla rispetto alla media, che conferma il ruolo chiave del sistema educativo nello sviluppare la propensione a fare impresa.
In materia, nei primi giorni di gennaio, la Commissione Europea ha pubblicato il “Piano d’azione Imprenditorialità 2020”, che sottolinea l’importanza dell’educazione e dell’informazione e presta maggior attenzione alla diffusione dello spirito dell’imprenditorialità nella scuola e nell’università, per coltivare una nuova generazione di imprenditori e rilanciare così l’economia europea.
Tuttavia la crisi rende proibitive le condizioni già difficili per chi vuole fare impresa, non solo perché talora manca il coraggio o è scarsa la cultura aziendale, in Europa come in Italia, ma perché manca il capitale, che deve tornare a sostenere le imprese, il cui indebitamento in molti paesi ha raggiunto soglie insostenibili.
È ben noto, infatti, che negli ultimi decenni quote crescenti del capitale di rischio, che prima andavano al lavoro, hanno lasciato purtroppo l’economia reale alla ricerca di rendimenti alti su impieghi sicuri, tirando la leva finanziaria al suo limite estremo.
Le conseguenze disastrose di tale incontrollato processo sono sotto gli occhi di tutti. Sono segnate dagli intollerabili livelli raggiunti dalla disoccupazione: 11.8% in Europa, 2 punti in più da aprile 2011, con ¼ dei giovani disoccupati. È questo il dato più preoccupante, specie in Italia, dove la disoccupazione giovanile (15-24 anni) ha superato il 37%, con grave pregiudizio delle prospettive di vita e lavoro dei giovani, e quella media sta oltrepassando sempre più sensibilmente la soglia critica dell’11%.
Perciò la Commissione ha ora invitato gli Stati membri a inserire nei propri cicli di formazione obbligatoria esperienze e insegnamenti per promuovere lo spirito imprenditoriale e in questa direzione deve muoversi con decisione anche il nostro Paese, nel quadro di una generale semplificazione delle procedure per accrescere l’efficienza dei servizi.
Del ruolo determinante che, a tale scopo, può svolgere in Italia l’istruzione tecnica e professionale intermedia e l’educazione continua per colmare il gap di 100.000 tecnici lamentato dalle imprese, è stato già detto in un precedente editoriale.
Ma c’è un’ulteriore leva da azionare per favorire il raccordo tra istituzioni e lavoro secondo percorsi altamente professionalizzanti utili a rafforzare il capitale umano e favorire il passaggio dall’università al lavoro. È quella della riforma dei dottorati di ricerca che consenta di svolgere i corsi anche dentro le imprese e di attivare dottorati industriali per l’upgrading delle maestranze.
Di fatto, dei circa 12.000 laureati che entrano ogni anno nel ciclo dei dottorati solo ¼ è poi assorbito dalle carriere accademiche. Il 75% dei phd italiani rischia quindi di disperdersi, uno spreco intollerabile che si deve e si può ridurre con percorsi congiunti università-impresa che hanno il duplice vantaggio di accrescere il tasso di ricerca delle aziende, portando gli allievi ad operare al loro interno, e di favorire uno sbocco professionale per tutti i neo dottori.
Formazione e Ricerca sono aspetti cruciali, due priorità per la sostenibilità dello sviluppo e per supportare le imprese con servizi altamente qualificati, rispondenti alle esigenze di una competizione globale. E ben lo sanno gli arroganti monopolisti del sapere tecnologico nostri competitor, impegnati ad acquisirlo con velocità superiore al già sostenuto incremento del loro reddito.

Pierangelo Andreini

Marzo 2013