La cultura della responsabilità e della sostenibilità per riprendere il cammino

2013-07_editorialeDalla prima all’ultima quante saranno le fasi della crisi? Tre, quattro, cinque: finanziaria, economica, sociale, quella della sostenibilità e quella ancor più temibile delle istituzioni?
Da tempo, infatti, è del tutto evidente che il percorso imboccato è un cammino perverso, che potrebbe condurre al collasso, come preconizzato oltre quarant’anni fa dal Club di Roma nel suo famoso primo rapporto “The Limits to Growth”1. Ad esso ne seguirono numerosi altri, meno allarmanti, ma molto significativi, come il quarto “Beyond the Age of Waste”2 e il settimo “No Limits to Learning”3. Quest’ultimo invitava a sconfiggere l’ignoranza con l’impegno educativo per evitare danni all’ambiente e alla stessa società, e mostra oggi più che mai tutta la sua attualità. Ciò alla luce della costante denuncia di Aurelio Peccei, che nel frattempo scriveva: “Perché questo stato generale ed insanabile di crisi morale, politica, sociale, psicologica, economica ed ecologica, che in forme diverse, striscianti o esplosive, ci accomuna tutti, paesi sviluppati e non, facendoci perdere il senno e trascinandoci verso futuri oscuri? 4.

Dunque una crisi incurabile per il fondatore del Club di Roma, che trae il suo alimento dalla natura dell’uomo e delle sue istituzioni e che in assenza di profondi ravvedimenti rischia ora di generare nei paesi sviluppati una pesante regressione degli standard di benessere faticosamente conquistati.
In effetti, dopo la fase finanziaria è subentrata quella economica e adesso quella sociale, senza che le prime due siano state risolte. Quest’ultima, scandita dalle drammatiche conseguenze della disoccupazione in Europa e in Italia, ha raggiunto livelli impressionanti, i quali stanno dimostrando quanto più grave sia la terza fase della crisi fatalmente raggiunta. 26 milioni di disoccupati nella Ue, con un aumento di quasi 9 milioni dal 2008 e un tasso medio  prossimo al 12%, come quello italiano, mentre i giovani senza lavoro (15-24 anni) sono 5,7 milioni, pari al 23,5% (in Italia quasi il 40%).

La sostenibilità alla prova
Tuttavia ancor più grave sarebbe la quarta fase della crisi, quella della sostenibilità, se uno sviluppo indiscriminato dovesse superare la capacità di carico dell’ecosistema. E ciò dolosamente, dati i ripetuti avvertimenti degli esperti e il crescente spreco di risorse umane inoccupate, che potrebbero essere utilmente impegnate, perlomeno per la cura dell’ambiente.
Comunque i numeri incalzano e c’è poco tempo per ravvedersi. Entro la metà del secolo la popolazione mondiale supererà i nove miliardi, ma già nel 2030 si affacceranno al mercato tre miliardi di nuovi consumatori di classe media, il cui standard di vita potrà notevolmente migliorare, con un giusto beneficio per loro e un ovvio vantaggio per le imprese, che si espanderanno per soddisfare l’aumento della domanda. Tuttavia quest’ultima imporrà un maggior consumo di risorse, almeno il doppio per cibo e mangimi, da rapportare al fatto che già ora gli ecosistemi su cui si basano tali risorse sono stati sfruttati al 60%. Inoltre, tra una quindicina d’anni servirà un 40% di acqua in più rispetto alla quantità oggi accessibile. Pertanto, senza significativi progressi in termini di efficienza dei modelli di produzione e consumo, ci potremo trovare presto di fronte a una crisi di risorse altrettanto grave quanto l’attuale crisi finanziaria, economica e sociale. Non vi è dubbio, quindi, che la ricerca di una maggiore efficienza, già in parte in atto, costituirà un passaggio obbligato e questo potrebbe pure aiutarci a uscire dalla crisi attuale e a consumare di più e non di meno, ma in modo più intelligente. Per decenni, infatti, le nostre economie hanno erroneamente creduto che le risorse fossero abbondanti, che il degrado ambientale e il cambiamento climatico non costituissero un problema economico e che non fosse prioritario iniettare dosi crescenti di intelligenza per sostenere lo sviluppo. E ciò per comprendere i limiti e i meccanismi del Mondo in cui viviamo, che ospita un’umanità in continua crescita, con ottanta milioni di nuovi nati all’anno.
Martin Heidegger direbbe però che la sola intelligenza non basta. Secondo l’ontologista tedesco la tecnologia ha sradicato l’uomo dalla natura e non vi è nulla che possa porvi rimedio, nemmeno la scienza, perché essa non pensa e opera come una macchina. Dunque non solo di scienza si tratta, ma della diffusione di una coscienza morale capace di reindirizzare i comportamenti, di quel rinsavimento dell’uomo, evocato da Peccei, cui spetta il compito di stabilire condizioni di mercato eque e sostenibili per far sì che le risorse siano distribuite laddove sono necessarie ad assicurare standard di vita accettabili e risultino più produttive. Pertanto occorre che le regole e i modelli di vita siano profondamente innovati e, così facendo potremmo evitare forse la quinta fase della crisi, quella delle istituzioni, se sapremo accompagnare la transizione anticipando il cambiamento, innanzitutto azionando le leve dell’etica e della tecnologia.

A ciascuno i propri compiti

A tal fine i compiti da svolgere appaiono chiari. I decisori devono fornire le condizioni quadro per favorire l’equo rinnovamento dell’economia.
I tecnici hanno il compito di traguardare nel concreto questo obiettivo, che non si può raggiungere con successo senza il loro determinante apporto. In particolare quello degli ingegneri, attori privilegiati dello sviluppo sociale ed economico, del quale sono stati concreti artefici, assicurando costantemente la necessaria spinta creativa per lo sviluppo di soluzioni sicure, innovative e ambientalmente compatibili.
Gli ingegneri sono i soli, infatti, che hanno la possibilità di stimare adeguatamente le conseguenze delle tecnologie che stanno mettendo a punto e ciò attribuisce loro maggiori responsabilità. Perciò il loro impegno e le loro professionalità e competenze sono fondamentali per riprendere la crescita e assicurarle requisiti di competitività e sostenibilità, non solo ambientale, ma anche economica e sociale.
E quest’ultima, di cui la sicurezza in senso lato (della salute, dell’alimentazione, degli approvvigionamenti, dell’ambiente, in una prospettiva infra e intergenerazionale) è il requisito di base da salvaguardare, condizionerà, per quanto detto lo scenario, politico ed economico, e quindi il mercato nei prossimi anni. Tuttavia ora il compito è assai difficile, perché richiede di ripensare in modo sistemico tutte le attività economiche per accrescerne l’efficienza, e di sovvertire l’attuale paradigma produttivo, che considera i risultati finali determinanti nel valutare la bontà delle produzioni, trascurando i processi.
Ma l’ecosistema è fatto più di processi che di risultati, mentre l’interazione tra le variabili che lo governano associa a un determinato risultato numerosi effetti, non sempre quantificabili o prevedibili. Considerare solo i risultati finali, quindi, significa valutare esclusivamente la dimensione economica delle produzioni, non la loro sostenibilità, che è propria dei processi. E, come prima detto, la sostenibilità è un traguardo complesso, ambientale, economico, sociale.
Dunque, lo strumento ultimo per conseguirla è la conoscenza, nelle sue varie forme, soprattutto, quella della complessità dell’ecosistema, per poterne apprezzare i cambiamenti via via apportati dall’uomo con l’introduzione di nuove regole, tecnologie e dei conseguenti modelli di vita.

Sostenibilità e responsabilità
Tutto ciò però non basta. È cruciale che la ricerca e l’innovazione per la sostenibilità siano guidate, non solo dalla scienza e dalla tecnologia, ma anche dai bisogni e dal sentire della società, che deve essere coinvolta nella definizione delle priorità. L’approccio che tende ad allineare la ricerca e l’innovazione ai bisogni e ai valori dei cittadini è detto ricerca e innovazione responsabile. Per questo al termine sostenibilità è sempre più associato quello di responsabilità, ovvero la necessità di interpretare bisogni sociali, sicurezza, protezione dell’ambiente, etica delle produzioni, e fornire ad essi una risposta.
In conclusione, quindi, per fronteggiare l’attuale critica congiuntura, che non è solo economica ed ambientale, ma anche istituzionale ed etica, lo strumento è la cultura. E, stante la velocità del cambiamento, che fa ritenere che il progresso compiuto fino ad oggi dall’uomo sarà poca cosa rispetto a quanto si prospetta per i prossimi decenni, occorre generare il sapere a ciò necessario con indicibile velocità, facilitando l’accesso alle nuove cognizioni per diffonderne la conoscenza in tutte le forme e occasioni possibili. Perché è essenziale che sostenibilità e responsabilità trovino la loro sintesi in un contesto chiaro e dialettico, nel quale operino e si confrontino gli stakeholder, affinché la ripresa segua un percorso di maggior sicurezza, qualità della vita, tutela dell’ambiente e del territorio, con un uso corretto delle risorse pubbliche e private, in primis il lavoro nelle sue varie forme.

Pierangelo Andreini

Luglio 2013

NOTE
(1) “The Limits to Growth “- Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows, Jorgen Randers e William W. Behrens III, (1972), Potomac Associates – pubblicato in Italia da Mondadori Biblioteca Est con titolo “I Limiti dello Sviluppo”.
(2)“Beyond the Age of Waste” – D. Gabor e U. Colombo con A. King e R. Galli, (1979), Pergamon Press.
(3)“No Limits to Learning, Bridging the Human Gap” – James W. Botkin, Mahdi Elmandjra and Mircea Malitza, (1979), Pergamon Press.
(4)The Human Quality – Aurelio Peccei (1977), Pergamon Press.