La chance della svolta. L’asset della conoscenza per una crescita inclusiva e responsabile

Training Neuroscience DevelopmentCinque anni fa, riflettendo sulle sfide e le opportunità del  nuovo decennio,  scrivevo nel Giornale dell’Ingegnere, a crisi conclamata, che per riprendere la crescita occorreva far leva sull’innovazione per mettere in campo nuove risorse e nuove regole gestionali.
Ma quali risorse? Prime fra tutte quelle culturali, ovvero scienza, tecnologia, formazione e informazione. E la loro mirabile sintesi attuativa, costantemente espressa dall’ingegneria e dall’architettura, da sempre impegnate nel continuo ripensamento dei sistemi d’uso e produttivi per la sostenibilità dei modelli di consumo.
E quali nuove regole? Pare evidente, dicevo, che le difficoltà del momento non si possono superare solo ricorrendo a nuovi materiali, nuove tecnologie o aggiornando semplicemente le modalità organizzative. Quindi era necessario adottare un approccio sostanzialmente diverso, in grado di gestire la complessità della trasformazione in atto. E ciò perché i  nodi al pettine erano interagenti e molteplici: economici, ma anche sociali, climatici, energetici, e la loro soluzione costituiva un’occasione di cambiamento epocale, anzi un formidabile acceleratore  che avrebbe rivoluzionato il mondo nei dieci anni a venire.
Oggi, a metà periodo, la situazione non è assai poco migliorata, ma le maggiori economie  appaiono orientate a modificare l’approccio  per fronteggiare quella che sarà  una transizione profonda e ricavarne tutti i possibili vantaggi. Metabolizzati i cambiamenti  introdotti da internet,  il mondo si prepara  infatti ad accogliere i frutti della robotica, delle nanotecnologie, della genetica,  dei big data, dell’industria 4.0, della produzione additiva, della sharing economy, così accelerando a tutto campo l’innovazione, fattore essenziale  per stare al passo,  per crescere, per creare occupazione, per correggere gli errori del passato e migliorare le condizioni di vita. Il motore che la diffonde è l’alleanza tra software, robotica, nuovi materiali, stampanti 3D ed altro che, attivata dalla possibilità che offre la rete di far viaggiare la conoscenza, agevola la trasformazione della materia,  aggiungendovi le più svariate funzioni.

In tal modo le imprese si trasformano in nuclei  interconnessi nei quali nuove idee e dati circolano incessantemente,  generando servizi e prodotti sempre più sofisticati e personalizzati, al limite del così detto “on demand manufacturing”, dove il prodotto può essere anche solo noleggiato  e il vero valore aggiunto è il servizio.
Così le attività’ economiche si dematerializzano e diventano più efficienti, in quanto rendono disponibile  il manufatto  o il servizio  che vuole il consumatore o di cui ha effettivo bisogno, il quale diviene protagonista e responsabile delle proprie scelte. Ma, nel medesimo  tempo, la stessa produzione diventa più responsabile e sostenibile, poiché in un contesto nel quale decide l’individuo gli aspetti del rischio e dell’accettabilità sociale delle nuove tecnologie risultano cruciali  e il driver che guida il mercato è una sintesi di cultura, innovazione, creatività e competitività. In prospettiva questa situazione potrà avvantaggiare notevolmente il  Paese, dato che in  uno scenario dove con il digitale è possibile mescolare la scienza con l’arte e premiare  la creatività’ e, quindi, l’artigianato e la piccola e media industria, il made in Italy ha una grande, irripetibile chance.

Ciò in quanto la parcellizzazione del  nostro sistema produttivo si trasforma da handicap in vantaggio, perché  consente una  gestione industrializzata di produzioni anche in piccola serie, artigianali e di nicchia, che possono essere altamente customizzate.
In tal modo quel mix inimitabile e tutto italiano di bellezza e tecnologia, segno di una cultura cosmopolita,  può esprimere la sua piena potenzialità ed estendere i primati del  Paese oltre le tradizionali frontiere della meccanica, delle macchine utensili, dell’automotive,  dell’aerospazio, della difesa, del  biomedicale, della chimica di specialità, dell’agroalimentare, dell’arredo-design, del sistema moda, ecc., che già oggi generano ogni anno 400 miliardi di esportazioni e oltre 100  di saldo attivo del manifatturiero, assicurandoci la posizione di seconda manifattura d’Europa.

Per quanto detto siamo  nel mezzo  di un passaggio cruciale, da cui si può uscire   vincenti solo mantenendo il Paese tra gli innovatori per fruire delle connesse ricadute economiche e occupazionali, ma a tal fine occorre investire massicciamente in ricerca e, soprattutto, in formazione.
Il sempre più citato esempio americano della Silicon Valley ci dice infatti che non basta potenziare  le strutture di ricerca, ma che si devono realizzare  interfacce con il mondo della produzione dove l’incontro  fra ricerca e industria generi  start-up e coltivi e diffonda quelle punte di high tech che sono necessarie per trascinare l’intero sistema alla crescita.
Tuttavia ciò ancora non basta, poiché a questo scopo occorre  dare agli operatori   la capacità di  interagire in modo molto più complesso con i sistemi e le macchine e di prendere decisioni autonome, managerializzando, per così dire ricercatori e maestranze. Quindi si deve agire  con forza   sull’istruzione, per innovare e potenziare in particolare quella  secondaria superiore, tecnica e professionale, che attualmente  offre al mercato del lavoro meno di 150mila diplomati all’anno, mentre il nuovo modo di fare  impresa e di produrre già ne chiede 100mila in più, che  a fine decennio potrebbero quadruplicare.
Ma ancora non basta, visto che occorre agire  anche  sui diplomi universitari e sui dottorati industriali, che formano le figure chiave per avvicinare ricerca e impresa e dove i numeri sono allarmanti. Basti pensare che nella fascia d’età tra i 25 e i 34 anni ha una laurea solo poco più di un quinto  degli italiani rispetto a un terzo dei coetanei europei e che rimaniamo così tra gli ultimi  nell’Ue per quota di laureati sulla popolazione attiva. Da notare poi che i nostri maggiori competitor  possono contare, mediamente su un ulteriore 10% circa di addetti  con diplomi o lauree in corsi professionalizzanti di 2 o 3 anni, offerta che da noi è molto  debole, anche per l’esiguo  apporto numerico che stanno dando gli Istituti tecnici superiori. Questo perché gli ITS, nati da alleanze territoriali fra scuole, imprese, università ed enti territoriali,  anche se contano su prestigiose tradizioni, sono stati rilanciati solo recentemente e ad oggi sono di fatto poco più di ottanta,  con  circa 2mila iscritti, mentre per avvicinare i livelli dei nostri  competitor bisognerebbe incrementarne il numero di almeno un ordine di grandezza.
È un grave handicap, in quanto queste realtà svolgono  la funzione strategica  di formare tecnici altamente specializzati, destinati a costituire  il cuore della capacità innovativa delle imprese, che  si aggiunge alle altre  carenze di fondo dell’istruzione secondaria e terziaria, cui si deve porre rapidamente rimedio  se si vuole cambiare approccio  e competere con quelle professionalità  intermedie che sono oggi necessarie per trasformare la conoscenza in valore economico.
Dunque è prioritario  intervenire   con forza  sul sistema educativo. Non solo per le ragioni economiche che militano a favore dello sviluppo dell’istruzione tecnica, dato che per essere competitive  le nostre merci e servizi  devono incorporare più valore aggiunto e questo richiede  una diffusione della cultura con quadri tecnici e manageriali che abbiano competenze specialistiche. Ma anche perché formare   le maestranze in modo che sappiano sfruttare  la conoscenza globale, mettendo in comune idee e dati, significa  favorire le relazioni, la partecipazione, l’inclusione.
Significa prepararsi al nuovo modello di convivenza che inevitabilmente verrà e promuovere la realizzazione di una società meno verticale  in cui siano premiati i talenti e, con l’emancipazione, si riducano le diseguaglianze. Un  modello, per certi versi, mirabilmente  anticipato dall’Expo di Milano  dove, discutendo sulla fame, sullo spreco e sugli scenari del futuro, cittadini e imprese hanno avuto la possibilità  di apprezzare le opportunità e prospettive del nuovo corso, in un ambito  dove gli schieramenti erano all’insegna della relazione e non del conflitto di identità, come nei drammatici  eventi  del 13 novembre a Parigi.
Questo ci dice che per  vincere la sfida e riprendere il cammino deve cambiare approccio  non solo l’economia, ma anche la politica. Non più la vecchia politica, frammentata e calata  dall’alto del comando controllo, ma una politica nuova, diversa, pensata per indirizzare gli stakeholder, imprese, persone e singole organizzazioni  che svolgono la loro opera  in modo indipendente,  al raggiungimento di obiettivi di equità, condivisi e lungimiranti, in un contesto rinnovato dove, facendo leva sull’istruzione  e diffondendo la cultura, si possano rimuovere le ragioni del disagio e sanare le fratture.

Pierangelo Andreini

Dicembre 2015