Istruzione. Quella riforma mancata che frena lo sviluppo

Nonostante l’insicurezza che la circolazione del virus Sars-CoV-2 continua a generare con le sue mutazioni e la forte preoccupazione per quanto ancora ci attende, è indubbio che l’immane tragedia che stiamo vivendo prima o poi finirà. Dobbiamo guardare, quindi, sin da ora al domani, a quando saremo tornati in condizioni normali e la sciagura del contagio sarà solo un ricordo, per scongiurare il rischio che lo scampato pericolo disperda l’insegnamento che ci impartisce questa terribile prova, con le penose riflessioni che l’accompagnano. Questo per fare in modo che chi viene dopo di noi non perpetui gli errori, limitandosi a dire, con freddo e supponente distacco, che la storia dei primi vent’anni del XXI secolo contiene la cronaca di un gigantesco stress test che ha mostrato la grande resilienza del sistema economico nel suo complesso. Un timore che giustificano le tante scelte irresponsabili perpetrate nel passato che ora, questo è l’auspicio, sembra però possa attenuarsi. Lo attesta la crescente, diffusa, consapevolezza della necessità di rendere lo sviluppo più sostenibile e di azionare con determinazione le leve delle politiche, sanitarie, sociali, economiche e ambientali, da noi, in Europa e nel mondo, che ci autorizza a sperare in un futuro migliore.
Affermare ciò, a valle di un anno nel quale il debito globale ha superato il pil, con valori maggiori di quelli registrati al termine del secondo conflitto mondiale, sembra un azzardo, oltre che una scontata espressione di facile ottimismo. Specie se si considera l’effetto, di per sé già devastante, della precedente crisi indotta a fine 2006 dall’insolvenza dei mutui subprime e dal conseguente fallimento delle più note banche d’affari americane. Un tracollo che ha innescato ed esportato negli anni successivi, fino al 2013, la spirale recessiva che ben conosciamo. Due grandi recessioni, questa e l’attuale, di dimensioni analoghe a quella verificatasi negli anni ’30 del secolo scorso, epocali e succedutesi a distanza di un decennio, che non hanno interrotto comunque il cammino, perché le basi su cui poggia la crescita erano e sono tuttora solide. Lo attesta il Fondo monetario internazionale, che stima una contrazione del pil mondiale nel 2020 del 4,4%, ma un rimbalzo quest’anno del 5,3%. E lo dice pure l’Ocse, secondo la quale in questi primi vent’anni il percorso espansivo è proseguito lo stesso, con il pil e il commercio globali cresciuti nel periodo, rispettivamente, di quasi il 180% e di oltre il 200%. Un risultato che testimonia la capacità dimostrata dall’economia di continuare a svilupparsi e a integrarsi, malgrado tutto, e che ha consentito di emancipare dalla povertà un miliardo di persone, migliorando il benessere, le condizioni sanitarie e la speranza di vita in gran parte del mondo. Un trend, cui fa velo ora la tragedia in corso, che ha fatto regredire purtroppo molta gente a condizioni di povertà assoluta, in Italia circa un decimo della popolazione nel 2020. Una tendenza positiva che non potrà in ogni caso che proseguire, in quanto è in atto con relativa continuità da molto tempo. Anche nei cinquant’anni precedenti, dal ‘50 a fine secolo, quando il reddito pro-capite è cresciuto di oltre il 250%, la produzione di 8 volte e l’interscambio di 18.
Tuttavia, non senza pagare un dazio. Lo scotto è noto, a partire dal cambiamento climatico, dall’inquinamento globale e locale, dalla perdita di biodiversità, ecc.. In particolare, dall’incremento della diseguaglianza economica e sociale, a dispetto di un debito pubblico cresciuto esponenzialmente, che i ripetuti lock-down sparsi nel mondo hanno adesso ingigantito. Perché di fatto, in rapporto al pil, nel 2020 esso è passato, in un anno, dal 118% al 141% nei paesi del G7, e da 84% a 101% nell’ area euro. Così i paesi sviluppati, dove il debito ha superato il prodotto interno lordo, sono saliti da 19 a 30, con in testa, come sempre, il Giappone (266%), poi la Grecia, (205%) e l’Italia (161%). A seguire il Portogallo (137%), gli Stati Uniti (131%), la Spagna (123%). Ora, secondo l’IIF (Istitute of International Finance), il debito complessivo, sommando tra loro quello di stati, famiglie e imprese, è pari al 355% del pil mondiale, e nell’area OCSE ha raggiunto il 430%, rispetto al 380 di fine ’19.

INVESTIMENTI STRUTTURALI E RIFORME PER RIDURRE IL DIVARIO E RIPRENDERE IL CAMMINO
Un effetto perverso, quello della disparità, del resto facilmente prevedibile, visto che si sa bene che le recessioni, ivi comprese quelle indotte da epidemie e pandemie, accentuano le disuguaglianze e l’esclusione sociale, dato che colpiscono le componenti più vulnerabili della produzione: le aziende fragili, i lavoratori precari, quelli autonomi, le donne. E, soprattutto, le giovani generazioni, che devono trovare ancora la propria strada e sono destinate a pagare il prezzo più alto, in quanto il debito accumulato grava poi sulle loro spalle. Come altrettanto si sa che in tempi di crisi sono poche le aziende che possono permettersi di investire per incrementare la competitività e che le altre, per sopravvivere, sono obbligate a contenere i costi, riducendo l’impiego di manodopera, mantenendo bassi salari e stipendi e rallentando i percorsi di carriera. Ne segue che i Governi devono aumentare i sussidi e, poiché le entrate tributarie si riducono, il debito pubblico non può che crescere. In ogni caso, naturalmente, con tempi, modi e misure che non consentono alle imprese deboli di ridurre prontamente e adeguatamente il buco patrimoniale che le interruzioni obbligate della produzione hanno scavato nei loro bilanci. Così le aziende sono state costrette ad attingere pesantemente ai loro capitali, quelle italiane per 175 miliardi, come hanno fatto in proporzione, secondo l’Afme, l’Associazione dei mercati finanziari europei, più o meno gli altri maggiori partner comunitari. Le imprese che non li avevano o li hanno esauriti sono state costrette a chiudere, mentre quelle che li stanno esaurendo, e ancora non hanno chiuso, sono in procinto di doverlo fare, estendendo la crisi. Specie da noi, dove le aziende a rischio di chiusura sono più di 100.000 per 300.000 occupati (turismo e servizi di ospitalità e ristorazione, costruzioni ed altro), aggravando una recessione già drammatica, dicono gli ultimi dati Istat, secondo i quali a dicembre 2020, rispetto al 2019, abbiamo perso 444.000 posti di lavoro.
Dunque, per l’Associazione ed altri osservatori, i piani comunitari di supporto alla ripresa, come attualmente stabiliti, sono insufficienti e vanno potenziati. Visto che per risalire la china alle imprese del vecchio continente servono circa 1.000 miliardi di euro, di cui in questi due anni, 21-22, ne sono disponibili solo 500. Pertanto, in mancanza dell’altra metà, la recessione è destinata a prolungarsi nel tempo. Di diverso avviso è, ovviamente, la Commissione, la quale, più ottimisticamente, ritiene che con gli attuali stanziamenti l’economia europea tornerà ai livelli pre-covid entro due anni, con l’Italia in ritardo, che rimarrà di circa due punti al di sotto del pil del 2019. Un recupero per noi comunque difficile, specie se si vuole mantenere l’obiettivo di ridurre nel quadriennio 2020-2023 il rapporto deficit/ pil dal 10.9 al 3%, cioè circa 8 punti di pil, più di 120 miliardi di maggiori entrate e minori spese. Dunque, è tassativo che i 196 miliardi di euro del recovery fund destinati all’Italia, di cui 127 sono prestiti da restituire, siano impegnati in massima parte in investimenti strutturali che accrescano efficienza e produttività, con un Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), approfondito e coerente, che valorizzi e sviluppi le tante potenzialità del Paese. Con un progetto ben definito che convinca e coinvolga tutti i portatori di interesse, capace di mantenere e attrarre risorse finanziarie e talenti, attorno al quale gli stakeholders convergano per attuare il cambio di paradigma, economico, sociale e tecnologico che impone il domani, che si realizzerà comunque, con o senza di noi. Quindi trovando la coesione necessaria per rimuovere gli ostacoli che rallentano lo sviluppo e per risolvere i problemi che impediscono di sfruttare appieno le risorse. Quelle che abbiamo e quelle che ci vengono date dall’UE, il cui vero aiuto sta più nelle riforme che ci vengono chieste, che negli euro che saranno resi disponibili e ad esse giustamente condizionati. Riforme che ridiano fiducia al mercato, alle imprese e ai cittadini, a partire da quella della giustizia, della pubblica amministrazione, del fisco, e soprattutto del sistema dell’istruzione, tra loro raccordate e inserite in un quadro organico e coerente.

UN ERRORE DA NON RIPETERE
Leggo da più parti che ci troviamo di fronte a un’occasione epocale e che le risorse europee ci consentiranno di trasformare l’Italia in un Paese più verde, digitale, inclusivo e con minori diseguaglianze. Ma come attueremo questo passaggio, se non vengono indicate con precisione le strade da seguire in una mappa di percorsi, tra loro razionalmente intrecciati, il cui asse portante sia oltretutto l’educazione? Un disegno che non vedo, per lo meno in forma compiuta. Mentre ciò che vedo è un sistema economico, costantemente in affanno, oggetto negli anni di riforme incompiute o parziali, farraginose e sovente contraddittorie, ostacolato da una burocrazia lenta e complessa, spesso inutilmente tortuosa. Un sistema nel quale sono state trasposte, talora, modalità e istituti mutuati da altre realtà, senza riflettere sufficientemente sulle nostre specifiche esigenze e non tenendo sufficientemente conto, per condizionamenti vari, del rapido mutare del contesto internazionale e della rapidità del processo di armonizzazione comunitaria. Tanto più nel sistema formativo, oggetto di questa riflessione, di cui Umberto Ruggiero, emerito di macchine e sistemi energetici, già Rettore del Politecnico di Bari, classe 1927, censura da decenni gli improvvidi cambiamenti. Specie quelli introdotti nei percorsi di istruzione terziaria (“.. il perfezionamento dei diplomati degli Istituti superiori è stato riconosciuto sin dagli anni ’50 come un grave problema Soltanto negli anni ‘65/’66 il ministero istituì le scuole speciali di tecnologie industriali e meccaniche aggregate agli ITIS di Milano e Napoli, di tecnologie edili, industriali e prefabbricate a Udine, di Tecnologie chimiche a Roma, di tecnologie meccaniche ed elettromeccaniche a Genova. Erano finanziate in parte dal ministero, e in parte dalle Camere di Commercio e Industrie… altre iniziative simili dell’IRI, dell’ENI e delle grandi industrie degli anni ’60. Nell’agosto del ’72 la corte dei Conti respinse il decreto istitutivo di quelle scuole che funzionarono fino al 1973/74 e dopo furono sciolte ..”)1.
Un errore che i nostri maggiori partner non hanno compiuto. Mentre noi l’abbiamo ripetuto colpevolmente nel tempo, in questo e negli altri settori dell’economia, al punto che Mario Silvestri, ingegnere, accademico e storico, fondatore dell’impiantistica nucleare in Italia (1919-1994), ha denominato la continua sovrapposizione di provvedimenti irrazionali “caporettismo” (“..un valore permanente e negativo alla base delle tante battaglie perse dal Paese, economiche e militari, come nella disfatta di Caporetto del 24 ottobre 1917, inteso come sfasamento tra le possibilità e gli obiettivi, conseguenza di una mancanza di senso delle proporzioni e di una superficialità delle analisi delle classi dirigenti che si sono via via succedute. Un vizio congenito, che ha portato a introdurre misure sovente irragionevoli e tra loro incoerenti e a trascurare l’addestramento, l’educazione e l’istruzione delle nuove generazioni ..”)2. Un difetto che ci ha fatto arretrare in termini relativi rispetto ai maggiori Paesi industrializzati, generando un divario che ora, complice la pandemia, ha fatto regredire il pil al valore del 1993. C’è da dire, però, che nei momenti più difficili, come nell’eroica difesa sul Piave, per rimanere sulla Prima guerra mondiale, nella ricostruzione post-bellica e nella drammatica primavera dell’anno scorso, il Paese ha dimostrato di possedere sempre il pregio di una grande capacità di resistenza, pazienza, disciplina, non minori, spesso superiori a quelle degli altri. Pertanto, non mancherà certamente la costanza e la dedizione che servono per attuare le riforme e arriveremo, sicuramente, al termine di un percorso che sarà molto laborioso e chiede di pensare, non di reagire e, soprattutto, di non improvvisare.

LA LEVA DEL SAPERE PER RIPOSIZIONARE LE IMPRESE
Se sapremo compierlo il successo è certo, perché l’economia italiana è solida. Specie quella dell’industria manifatturiera, i cui prodotti rappresentano i 4/5 delle esportazioni totali di beni italiani, compresi i servizi, ma che ha di fronte a sé anni di dura competizione. Dato che lock-down, fallimenti e disoccupazione hanno rivoluzionato e disarticolato le catene globali del valore, visto che molte linee di forniture si sono interrotte per le tante aziende che non hanno resistito alla prova. Mentre adesso l’incipiente riorganizzazione mondiale delle produzioni post-Covid, accelerata nel vecchio continente dai programmi di sviluppo comunitari, dal Green Deal, alla Digital Europe, ecc., chiede di riposizionare tempestivamente le imprese nelle filiere, creando e favorendo le condizioni affinché esse possano farlo acquisendone la capacità. Una sfida che dobbiamo affrontare da subito, potenziando la connessione tra le grandi e medie realtà industriali, che detengono tecnologie e know-how, e quelle piccole, che ne hanno bisogno e forniscono, a monte, a valle e a latere delle linee produttive, quella flessibilità ed efficienza che ha fatto la fortuna dei nostri distretti. Un valore per il Paese, in quanto il contesto globale che va costituendosi, sulla spinta degli avanzamenti della tecnologia delle comunicazioni, è destinato ad assumere un assetto sempre più decentrato, articolato in piccole unità, dove ciò che conterà sarà l’entità delle competenze e non quella fisica delle aziende, perché l’economia di scala non sarà più una risorsa sufficiente per la loro sopravvivenza. In tale nuovo ordine, la cui struttura produttiva è composta prevalentemente da piccole imprese, l’Italia si trova avvantaggiata e in una situazione favorevole per competere, ma occorre che abbia la capacità e l’organizzazione necessarie per diffondere e accrescere il proprio know-how, smettendo di rincorrerlo e improvvisarlo. Quindi promuovendo l’incremento del sapere, il quale corre con ritmi esponenziali, visto che quello tecnico raddoppia ormai nel tempo di una generazione e si duplicherà in futuro in manciate di anni e poi di mesi.
E siamo in colpevole ritardo, perché i processi straordinari di trasformazione che stanno subendo i settori agricolo, industriale, dei servizi sono noti da tempo e consentono di prevedere come essi si configureranno nei prossimi anni, in termini di produttività, organizzazione, natura dei beni prodotti, e quali siano le competenze e le tecnologie necessarie per abilitarne il passaggio. Ne consegue che in tale mancanza le piccole industrie, la cui orditura ha costituito, come detto, la base del nostro successo a partire dalla meta degli anni ’70, stanno esaurendo, così come sono, la loro funzionalità e rischiano di diventare un freno allo sviluppo, se non evolveranno verso forme di artigianato scientifico molto specializzato. Ciò vale anche per i servizi, che sono destinati a passare dall’offerta di soluzioni standardizzate alla soddisfazione di una domanda diversificata e sofisticata, e devono aumentare sempre più la loro produttività e qualità. In materia ho già ricordato in precedenti articoli che per competere e vincere nel mercato globale le imprese debbono puntare alla massima efficacia, utilizzando una serie di strumenti, come la qualità totale, il just in time, la flessibilizzazione di strutture e approcci, la degerarchizzazione con l’avvio di organizzazioni piatte, il perseguimento delle soluzioni più avanzate di riferimento (benchmarking), la riprogettazione globale (reengineering) della struttura, ed altro. Che questo passaggio è obbligato e deve essere supportato dal contemporaneo sviluppo di cyber imprese costituite da esperti cui è demandato il compito di risolvere problemi specifici o di produrre beni e servizi con una mobilità continua. E che tutto ciò accresce grandemente l’efficienza del sistema nel suo insieme, a patto vengano assicurate le conoscenze che servono.

CONOSCENZE VERTICALI E TRASVERSALI
Ritardare questa transizione significa limitarsi a sopravvivere, basando la competitività principalmente sulla compressione dei costi, della quale, come già detto, i giovani e le donne pagano il prezzo più alto, in termini di disoccupazione, precarietà, livelli salariali ridotti e scarse prospettive di ripresa. Mentre, per riprendere il cammino e rinsaldare la fiducia, la concorrenza deve crescere, assicurando i presupposti necessari per lo sviluppo delle conoscenze fondamentali e specialistiche che condizioneranno pesantemente il domani, maggiori e diverse da quelle sin qui acquisite, essenziali per vivere e affermarsi. Visto che per affrontare la complessità dei problemi che dobbiamo gestire (fenomeni e processi), oggi, ma anche prima, dato che la complessità c’è sempre stata, si devono adottare due approcci opposti e sinergici, di disaggregazione dei suoi componenti, per comprenderne caratteristiche e funzionamento, e di riaggregazione sistemica, per recuperare la complessità e le interdipendenze. Pertanto, occorrono conoscenze non solo verticali, ma anche trasversali, da includere in ogni programma educativo, acquisite sfruttando nuove modalità di apprendimento, sociali e relazionali, che favoriscano la crescita di intelligenza emotiva, creatività, serendipity, della capacità di lavorare in squadra per risolvere problemi complessi, di adattamento, di anticipazione e, in ultima analisi, di comprensione degli altri e del futuro. Dunque, rivedendo i percorsi formativi, innestando in essi nuove materie e metodologie, coniugando le competenze scientifiche, a partire dalle aree stem (science, technology, engineering, mathrmatics), con quelle delle aree umanistiche e del multilinguismo. Accompagnando il tutto con azioni che sostengano, non subiscano, possibilmente anticipino la transizione in corso, tra cui iniziative di orientamento per richiamare le valenze e il ruolo delle specializzazioni tecniche e organizzative e le opportunità che esse propongono. Questo già nelle scuole primarie e secondarie, rafforzando nel contempo l’alternanza scuola-lavoro, le attività di apprendistato, la formazione continua.
Perché la velocità del cambiamento è tale che ora, ma si può dire da sempre, ciò che più conta è dare ai giovani gli strumenti per intravedere, scegliere e realizzare le proprie condizioni di vita e lavorative, in un contesto economico in costante divenire, con iniziative che alimentino la loro capacità e voglia di fare, incentivata da possibilità favorevoli di emancipazione sociale. A tal fine dotandoli di conoscenze avanzate, affinché possano plasmarsi e trasfondere le loro idee in soluzioni innovative, per costruire quel domani migliore, cui lecitamente aspirano, svolgendo il compito naturale loro assegnato, che non è quello di limitarsi ad occupare il posto della generazione che sostituiscono. In quanto, non basta avere le tecnologie, che noi peraltro non possediamo del tutto, occorre sapere pure come utilizzarle e combinarle per ricavarne tutti i possibili vantaggi e opportunità che producono crescita e benessere. Tutto ciò in un contesto dinamico, transitorio, aleatorio e, quindi, precario, dove il disordine genera la grande incertezza e preoccupazione che ora ci attanagliano e che chiedono di capire e affrontare le questioni che pone l’interazione uomo-ambiente, dal riscaldamento climatico, allo spillover, con strumenti capaci di trattare la complessità. Ciò significa promuovere la conoscenza e l’uso di strumenti culturali più attenti allo sviluppo umano e sociale e istruire menti che siano, non solo dotate di nozioni, ma anche capaci di cogliere, porre e trattare problemi globali, con metodi adatti a studiare le molteplici interazioni che li governano. Significa che i docenti, per parlare di tali strumenti, impieghi e risultati, devono conoscerli ed essere a loro volta formati con procedure di aggiornamento che allineino l’offerta educativa alla domanda dei nuovi lavori, delle nuove imprese, della società in genere. Un’esigenza che i giovani sentono spontaneamente e vedono largamente insoddisfatta.

RIPENSARE ORGANICAMENTE IL SISTEMA
Dunque non si tratta solo di risorse finanziarie, che vanno fortemente incrementate, ma di un ripensamento profondo del sistema dell’istruzione, la cui riforma è avvenuta sin qui in modo spezzettato, inorganico e tardivo, prendendo pienamente atto che la formazione costituisce la leva primaria per ridurre il gap di efficienza e competitività e crescere responsabilmente nel medio-lungo periodo. Ma pure in tempi più ravvicinati, quelli che determineranno il successo della transizione digitale e verde su cui punta responsabilmente l’Europa, e con essa l’Italia, per assicurare allo sviluppo l’indispensabile requisito della sostenibilità. Un successo che dipende dalla capacità che avremo di assegnare ai nuovi entranti nel mondo del lavoro competenze adeguate, specialistiche e generali. Competenze che servono anche per far sì che chi viene dopo di noi assicuri il costante up-grading delle istituzioni, perché pure loro devono essere sostenibili e sono la notoria ragione delle insufficienze che ci penalizzano, cui ho fatto cenno in premessa.
Mi sono dilungato sugli aspetti che caratterizzano la situazione in cui ci troviamo per evidenziare, nei limiti di questa breve nota, il ruolo primario che l’educazione è chiamata a svolgere per supportare lo sviluppo civile e produttivo del Paese. Tutti fattori noti, ma evidentemente non abbastanza per mantenere l’istruzione al centro dell’agenda delle riforme e degli investimenti. Così la formazione non ha soddisfatto i bisogni effettivi del Paese, come testimonia il grave disallineamento tra domanda e offerta di lavoro, che nel 2019, ancor prima del dilagare della pandemia, ha impedito alle aziende di trovare nel mercato maestranze con le competenze richieste per circa un quarto. Ora l’effetto della crisi, specie nei settori dove l’impatto è stato maggiore, ha aggravato ulteriormente la situazione, per cui il possesso dei requisiti professionali è diventato un fattore indispensabile per candidarsi alle poche assunzioni. Professionalità che l’anno scorso non sono certamente cresciute, stanti le chiusure scolastiche che hanno generato un gap formativo, rispetto agli anni precedenti, valutato in un range dal 35 al 50% delle conoscenze acquisite dagli studenti, specie nelle scuole secondarie.
Quanto sin qui detto non significa sottostimare l’attenzione riservata dall’Esecutivo all’istruzione nella versione del PNRR definita a inizio anno che l’Esecutivo sta attualmente rivedendo. Né svalutare il miliardo e mezzo di euro destinati agli ITS (Istituti Tecnici Superiori), uno stanziamento pari a 20 volte il finanziamento annuale pre-pandemia, peraltro ben investito, visto che questi istituti licenziano tecnici superiori con tassi di occupazione superiori all’80%. Una spesa che consentirà di stabilizzare le loro risorse, ma che è poca cosa, se la prospettiva è di elevare di un ordine di grandezza il numero dei diplomati annuali, da 10.000 a 100.000, rimanendo comunque lontani dal numero dei diplomati tedeschi e francesi. E non basta, certamente, per consentire agli ITS di concorrere in misura significativa a soddisfare la domanda di tecnici (diplomati e laureati), che nella sola area digitale e ambientale è valutata in tre milioni di addetti, da oggi al 2023. Inoltre, poco si parla dell’aggiornamento di queste scuole, da più parti richiesto, che faccia parte di un quadro organico di interventi e riforme per sviluppare e promuovere l’istruzione subito professionalizzante e far risaltare valenze, ruoli e opportunità che offrono i vari titoli intermedi, così stimolando la disponibilità degli studenti a iscriversi. Un riordino coerente periodicamente reclamato da Umberto Ruggiero e altri osservatori, perché ripetutamente mancato o fallito.

UN’OCCASIONE CHE NON SI DEVE PERDERE
Un problema tra i problemi, generati dall’insufficienza delle politiche sociali, della natalità, dell’istruzione, del lavoro, degli investimenti per l’adeguamento delle strutture, ecc., protrattasi per decenni. Troppi i mancati sostegni, correttivi e adeguamenti che hanno anchilosato strutturalmente il Paese, a partire dal capitale umano, senza la valorizzazione del quale non è possibile alcuna crescita, specie in prospettiva. Riprendere a correre non sarà, quindi, cosa facile e immediata. Perché il numero dei giovani è progressivamente diminuito, come le loro opportunità di contribuire alla produzione. Gli ultimi dati ISTAT riferiti a fine 2020, dicono, infatti, che il numero di occupati è di circa 22 milioni, più o meno come 15 anni fa, ma con quelli sotto i 35 anni, calati in percentuale dal 33 al 22%. I più vecchi, dai 50 anni in su, sono saliti invece dal 22 al 37%. Facendo la somma si vede che sono calati pure gli occupati di età intermedia, dai 35 ai 49 anni, del 4% circa. Anche tenendo conto che nel periodo gli italiani sono invecchiati, l’arretramento degli occupati giovani è avvenuto in misura gravemente sproporzionata. Questo per l’incapacità del sistema di mettere a frutto la componente più giovane dei lavoratori, dovuta alle ragioni di cui si è detto, ivi compresi gli scarsi risultati delle politiche di transizione scuola-lavoro. I nostri partner comunitari hanno saputo far meglio. Nel 2020, secondo Eurostat, il tasso di occupazione giovanile italiano è minore di 15 punti percentuali della media europea, nel 2005 lo era di 10 punti, mentre gli occupati anziani, dai 50 ai 64 anni, hanno migliorato la loro situazione, accorciando la distanza di 2 punti, nonostante la crisi pandemica. Un successo che ci dà forza, perché sono i capi famiglia, da tutelare con politiche formative che consentano ai più vecchi di continuare ad essere operativi e produttivi. Ma rimane in ogni caso una colpa molto grave quella di non aver investito quanto evidentemente si doveva per valorizzare la generazione entrante.
So di aver ripetuto pensieri e valutazioni, pure se aggiornati, espressi in miei precedenti articoli. Considerazioni che fanno da tempo tanti altri osservatori, purtroppo con scarsi risultati. Riflessioni sostanzialmente non molto diverse da quelle che cent’anni fa riportava Angelo Luciano Andreini (1857-1935), matematico e ingegnere geografo, antesignano degli studi di geometria combinatoria, nel suo scritto “Perché l’educazione pubblica è oggi in decadenza” 3. In esso, infatti, conclude dicendo: “.. Le scuole, che dovrebbero essere sempre l’oggetto delle maggiori cure da parte dei governanti, sono state troppo spesso dimenticate dando, in non poche occasioni, una ben meschina prova con la quale si è provveduto ai loro bisogni..”. Da allora è trascorso un secolo, i nodi sono venuti al pettine e non c’è più tempo. Tuttavia, adesso, finalmente, abbiamo la possibilità di reindirizzare il cammino su un percorso più avveduto e responsabile, se il trauma di questa tragedia epocale si tradurrà nel salto di consapevolezza che è necessario, se il PNRR riconoscerà la priorità degli interventi sull’educazione e la necessità di riformare organicamente l’intero sistema dell’istruzione. Ci troviamo di fronte a un’occasione epocale che sarebbe imperdonabile perdere. Ne va del futuro dei giovani e di quello residuo dei meno giovani.

Pierangelo Andreini
Marzo 2021

  1. Umberto Ruggiero “Ingegneri e tecnici intermedi. 50 anni di storia: quale formazione e quali risultati? “ – La Termotecnica n.6, Eiom Ed., Milano, luglio/agosto 2011.
  2. Mario Silvestri – “Caporetto. Una battaglia e un enigma” – Mondadori Ed., Milano, 1984.
  3. Angelo Luciano Andreini – “Perché l’educazione pubblica è oggi in decadenza”- Mariotti Ed., Pisa, 1918.