Il valore vincente del lavoro. Il lavoro che cambia. Innovare le competenze per vincere la sfida della produttività

Team, concept, brainstorming.C’è un  cambio di paradigma a livello mondiale dovuto alle nuove esigenze del  mercato che ricerca e premia sempre di più chi sa esprimere non solo l’innovazione, ma anche l’originalità di ogni singola fornitura, e sa anticipare e indirizzare  la domanda. Così macchinari, componenti, software e impianti devono essere costantemente rinnovati e personalizzati per assicurare manifatture e servizi ritagliati su misura con  un preciso tayloring e  soddisfare le  disparate istanze di differenti clienti sparsi per il mondo.
La leva che lo aziona è la rete la cui forza scatenante non accenna a diminuire e  preme in quantità crescente. Il fenomeno influenza direttamente o indirettamente tutti i settori, anche quelli più tradizionali  e meno tecnologici, impattando trasversalmente sulle attività produttive e mettendo a dura prova l’Italia.
È una rivoluzione profonda che si sovrappone alle altre sfide epocali, quella della sostenibilità nelle sue varie sfaccettature, ambientale, economica e sociale, ivi compresi gli effetti delle migrazioni in corso, e  dell’economia globale,  che perpetua la sua crisi e  tarda a trovare un nuovo assetto, come mostrano le recenti vicende dell’economia cinese. Siamo attrezzati per affrontare e superare con successo questa transizione?
Disponiamo di strumenti di politica economica che ci consentano di riprendere virtuosamente la crescita e di non subire passivamente il cambiamento, anzi di  trasformarlo in opportunità, perseguendo obiettivi adeguati di sviluppo sostenibile e occupazione? Difficile rispondere a questa domanda, perché il Paese deve cambiare risolutamente passo. Deve rinnovarsi per non restare in posizioni di retroguardia civile e amministrativa, incompatibili con lo status di potenza industriale occidentale e di terza economia d’Europa, e lo sta facendo da  troppo poco tempo. Di fatto, oltre a dare effettiva attuazione alle varie riforme ripetutamente avviate con scarso successo, l’Italia  deve capitalizzarsi, investire più energicamente, in nuovi processi e prodotti, in management, in  marketing e inoltre por mano con fermezza al problema della formazione.
Non è accettabile, infatti, che il numero dei diplomati che proseguono gli studi sia meno del 50%, a fronte del 55 tedesco e spagnolo, del 70 inglese e dell’80 degli Usa, mentre  tra quindici anni, secondo le previsioni dell’Ocse, quello dei laureati in materie scientifiche sfornati da  Cina e India sarà più del 60% del totale nel mondo. Dunque il Paese deve accelerare le riforme e anticipare  i tempi, sfruttando da subito e al meglio gli spiragli che sta offrendo il mercato, dal vistoso calo del prezzo delle materie prime, in particolare del petrolio, alla sia pur modesta ripresa dei consumi interni.
Ma in ogni caso deve far quadrato  sull’innovazione. Perché la globalizzazione della competitività richiede di migliorare incessantemente il livello della produzione, da noi fatta di tante e multiformi componenti della manifattura nazionale, la cui qualità va costantemente incrementata se si vuole conservare e  rafforzare il prestigio e l’identità del Made in Italy, nostro fondamentale baluardo contro il declino.
Tuttavia per quanto detto ciò non basta, in quanto  l’Italia,  tra i tanti handicap, sconta ritardi pure nell’attuazione dell’agenda digitale e deve dotarsi al più presto di una infrastruttura che sia  all’altezza del compito da assolvere. Troppe le zone nelle quali l’accesso alla rete non c’è o è di scarsa qualità e a ciò si aggiungano le lacune con cui procede la digitalizzazione della pubblica amministrazione.
C’è da dire poi che sembra concorra  al ritardo anche l’insufficiente domanda, e quindi protesta, del sistema produttivo poiché è sensazione diffusa che molte aziende  non abbiano ancora piena consapevolezza del positivo e trasversale impatto di  internet sull’economia. Sia all’interno della singola impresa, dove coinvolge ormai tutte le funzioni, dalla progettazione, alla produzione, all’attività di service. Sia all’esterno, tra i diversi settori, dove con l’utilizzo della rete si possono conseguire significativi aumenti  della produttività.
Lo dimostrano le smart factory, che con il digitale riescono a incrementare l’efficienza, riducendo i consumi nel processo manifatturiero, dandogli  anche la flessibilità necessaria  per diminuire il time to market e attuare una produzione just in time.
Ma non è tutto qui. Oggi  le macchine sono in grado infatti di comunicare tra loro in rete in maniera sempre più intelligente, a trecentosessanta gradi, per così dire. E ciò grazie al cloud computing che permette di condividere e configurare dati e informazioni da parte di più utenti (macchinari, siti produttivi, centri di design e ricerca, laboratori), ognuno dei quali accede alla nuvola attraverso internet. Ad esso si aggiunge la robotica cloud (RC), che consiste nell’integrazione della tecnologia di cloud computing nei robot.
L’RC sta guadagnando importanza a livello globale perché consente di utilizzare internet per aumentare le capacità di un robot, principalmente delegando la parte computazionale e fornendo servizi on-demand, e di rendere i robot del futuro più produttivi, efficienti e in grado di soddisfare i diversi requisiti degli utenti finali, mantenendo sempre alta la qualità dei servizi offerti.
Ovviamente c’è un tallone d’Achille che è l’elevata dipendenza della robotica cloud da una connessione Internet attiva per processare qualsiasi funzione. Di nuovo quindi la necessità di una robusta ed efficiente infrastruttura digitale che non limiti la connettività, la quale penalizzerebbe il funzionamento dei robot che fanno affidamento sul cloud e gli investimenti ad essi relativi. Sono questi, in minimi accenni,  alcuni degli aspetti del fattore tecnico che, unitamente a quelli sociali, economici e ambientali, sta determinando il cambiamento epocale in corso.
Una transizione profonda, un’autentica rivoluzione delle attività produttive, dove i processi di trasformazione delle imprese sono guidati e gestiti azionando in sincronia tra loro la leva tecnologica e quella digitale, così incrociando  manifattura e economia della conoscenza. Un passaggio che appare tempestivo e provvidenziale per assicurare alle aziende la visione prospettica necessaria per navigare con successo nel mare tempestoso di processi e mercati che evolvono e mutano continuamente. Un passaggio inevitabile, data la veloce obsolescenza cui va incontro di questi tempi ogni apparato industriale con il connesso depauperamento delle conoscenze delle maestranze, operaia, tecnica, impiegatizia e manageriale.
Un passaggio infine che appare particolarmente favorevole per le piccole e medie imprese e quindi un beneficio per l’economia italiana. Perché facendo rete al loro interno, con altre imprese e centri di innovazione, le nostre PMI possono valorizzare la loro dinamicità, duttilità e versatilità, sfruttando la capacità di internet di connettere attività, esperienze, competenze diverse  e così superando almeno in parte i loro limiti dimensionali e cognitivi.
È una grande opportunità che sarebbe grave perdere, ma per sfruttarla deve diffondersi e migliorare la capacità nell’uso professionale delle nuove tecnologie e in tal modo accrescersi la produttività del lavoro compromesso da un livello inadeguato di competenze degli addetti.
In sintesi quindi è imperativo promuovere e garantire l’innovazione nelle competenze partendo dalla formazione. D’altra parte con circa 30 milioni in più di disoccupati a livello globale dal 2008 ci sono pochi dubbi, sia pure scontando gli effetti della crisi, che la tecnologia sta rivoluzionando il mercato del lavoro.
La sua natura sta cambiando radicalmente davanti ai nostri occhi e i lavoratori che svolgono compiti ripetitivi e di routine, come l’analisi dei dati, sempre più spesso e quasi certamente saranno sostituiti dalle macchine.  Così i robot potranno per esempio toglier il posto a un commercialista, lasciare inalterata l’attività di chi si occupa di servizi alla persona, ma aumentare  la produttività degli ingegneri e, in generale, di coloro che svolgono le professioni più creative.  Dunque occorre riflettere su cosa insegnare in un mondo che cambia più rapidamente della durata degli studi, perché oggi usiamo tecnologie diverse rispetto a cinque anni fa. Pertanto, nel por mano al problema formativo, non si tratta di sapere quale percorso permette di trovare lavoro più facilmente, ma se esso consente di essere meglio equipaggiati per affrontare un futuro mutevole. A tale scopo le categorie disciplinari non bastano più e la ricerca scientifica ci deve essere maestra nell’individuare nuovi percorsi che puntino sulla creatività e sull’innovazione, non solo tecnologica.
Tuttavia per questo fine si dovrebbero immettere più risorse nella ricerca trasversale, incentivando la cooperazione tra esperienze differenti, ma  dati i tempi la cosa appare difficile, visto che in Italia la spesa per la ricerca e sviluppo è ferma all’1,27%, mentre l’obiettivo è del 3%.
Però qualcosa si deve fare e in attesa di tempi migliori occorre quanto meno consolidare da subito l’integrazione tra istruzione, formazione e lavoro. E ciò  attuando l’obbligo di realizzare periodi di alternanza scuola lavoro per la durata prevista dalla legge 107/2015 di almeno 400 ore nell’ultimo triennio degli istituti tecnici e professionali, inserendoli nei piani di offerta formativa e realizzandoli anche all’estero.

Pierangelo Andreini

Settembre 2015