Il valore della condivisione tra politici, tecnici e imprese della strategia che delinea il domani e supera l’emergenza

Vent’anni fa nel rapporto “The future of the global economy: towards a long boom?” l’Ocse considerava “the highly struttured and protected job as a brief curiosity in the history of work”. Un’anomalia che all’epoca era già facile cogliere e un’affermazione tutto sommato scontata, perché da tempo l’evoluzione della tecnica aveva trasformato il mondo del lavoro, riducendo gli occupati in tutti i settori tradizionali, dell’agricoltura, industria e servizi. La previsione era che questi si sarebbero contratti a meno di un quinto della forza lavoro, mentre il resto degli operatori sarebbe stato impegnato in attività legate a nuove forme di produzione, in buona parte con modalità autonome e comunque non convenzionali. In effetti, alle tecnologie dure del passato, costituite da macchine, processi, interventi materiali, se ne affiancavano sempre di più delle altre, concettuali, organizzative e di sostegno, che ne moltiplicavano l’efficacia.
Il nuovo paradigma, che stava emergendo sin dalla metà degli anni ’70, era caratterizzato infatti da una crescente attenzione del mercato alla qualità, alla diversificazione, alla rispondenza funzionale dei prodotti, processi e servizi e da compatte ed efficienti unità produttive che sfruttavano tecniche innovative e decentravano la produzione. Ciò in quanto la società industriale, quella che in termini quantitativi aveva dato ormai a tutti i consumatori che potevano acquistarli i più importanti beni di massa, aveva, per così dire, terminato il suo compito, avendo raggiunto lo scopo e quindi il suo limite.
Inoltre negli stessi anni la crisi energetica del ’73, legata alla guerra del Kippur, aveva portato alla ribalta un altro limite, quello dello sviluppo e con esso le problematiche ambientali, locali e globali. Di qui la necessità di utilizzare e adottare manufatti e processi che assorbissero meno materie prime ed energia per unità di prodotto, accentuando il ricorso ad attività più immateriali, come la progettazione integrata ed altro e quelle dei servizi. A tutto questo si aggiungeva il rapidissimo procedere degli avanzamenti tecnici, tale per cui ad oggi quasi tutte le attività possono essere svolte convenientemente da macchine, in modo che agli operatori rimangono sostanzialmente solo funzioni di supervisione, gestione e, soprattutto, l’effettuazione di interventi non standardizzati e creativi. Così i posti di lavoro fisso si erano e si sono progressivamente contratti, sostituiti da quelli autonomi o atipici, cioè flessibili, interinali, in affitto, temporanei o part time.
Pertanto il distanziamento sociale indotto dalla pandemia, che ci porta ora a parlare diffusamente di smart working e di remote working, cioè di lavoro agile e di tele lavoro, non ha introdotto concetti nuovi o nuove modalità di occupazione. Di fatto con esso rappresentiamo un cambiamento che, prima ancora dall’essere obbligato dal contrasto al propagarsi del virus, è un fenomeno economico, sociale e culturale in atto da tempo. Il problema sta nell’enorme salto che il Covid-19 ha chiesto di fare in questa transizione. Lo dicono le statistiche, visto che nello scorso periodo di lock down totale i lavoratori a distanza hanno raggiunto in Italia gli 8 milioni, mentre antecedentemente all’insorgere dell’infezione lavoravano da remoto 500.000 addetti. Un numero, quest’ultimo, in ogni caso significativo, in quanto secondo i dati Istat ha riguardato più di un quinto delle imprese, le quali avevano già adottato in tempi precedenti lo smart working. Ovviamente in misura maggiore nei comparti che meglio si prestavano, perché ampiamente digitalizzati e dotati delle necessarie tecnologie.
Nello specifico prima del diffondersi dell’epidemia lavoravano fuori sede 2/3 degli operatori del comparto dei servizi di informazione/comunicazione e di quello delle forniture di energia elettrica&gas, la metà degli addetti dediti alle attività assicurative/finanziarie e professionali, i 2/5 del comparto delle transazioni immobiliari. Comparti nei quali adesso la riorganizzazione del lavoro è risultata pertanto più facile. Ma, per ciò che si è detto, tutto lascia prevedere che il remote working sia destinato a diventare sempre più diffuso pure negli altri settori, anche oltre le condizioni di emergenza, e che in prospettiva la maggioranza dei dipendenti potrà operare a distanza.

Una nuova cultura per un diverso lavoro
Non c’è però da cantar vittoria, visto che ad oggi, nonostante la crescente pervasività del digitale, la maggior parte dei mestieri non si possono in nessun modo svolgere da casa, per la loro natura o per questioni tecniche. Una loro gran parte richiede infatti l’uso di strumenti inamovibili. Quelli che attrezzano nel loro complesso le fabbriche, i laboratori scientifici ed altro. Occorre pensare poi a come vengono svolte le mansioni all’interno delle strutture sanitarie, del sistema dei trasporti, edilizio, agricolo, zootecnico, per arrivare a considerare i luoghi turistici, di culto, ecc. Situazioni dove lo svolgimento delle attività e la fruizione dei servizi non si può, o difficilmente si può, realizzare da remoto e che in questo secondo caso richiederebbero comunque l’introduzione di apparecchiature evolute che non si integrano in breve tempo nei sistemi, in uno con la capacità di utilizzarle.
E ciò pone un ulteriore problema, non solo economico e tecnico, ma anche sociale. Perché in tali prospettive i posti occupati da lavoratori con una preparazione media diminuiscono a favore di quelli con una preparazione più alta, ma anche più bassa. La digitalizzazione divarica infatti le lame della forbice delle opportunità tra coloro che acquisiscono le nuove competenze richieste, avvalendosi delle iniziative di formazione continua messe in atto da strategie di riqualificazione professionale, ove esistono, e quelli che invece non progrediscono. In questo modo chi è nel mezzo si trova di fronte a un bivio. Incrementare le proprie conoscenze per passare a forme di lavoro più sofisticato o accettare ruoli per lo svolgimento dei quali basta la preparazione che già posseggono, per esempio nelle varie piattaforme di cui si avvale la logistica elementare delle strutture pubbliche e private. Una biforcazione esiziale, poiché nell’economia della conoscenza comprendere il digitale è fondamentale per crescere, mentre non comprenderlo può condannare chi resta fermo a un peggioramento drastico delle proprie possibilità.
In tal senso il dramma attuale che rappresenta l’infezione, la quale non può che essere contingente, ci consente di vedere in tutte le sue valenze il grande cambiamento culturale che si è già verificato e quello che si sta verificando. Una transizione che può avvenire positivamente, ma anche negativamente. Dato che nel breve termine l’effetto della digitalizzazione sui meccanismi di inclusione sociale non compensa, a quanto appare, quello della polarizzazione delle condizioni di lavoro, che penalizza in misura crescente gli svantaggiati e separa chi c’è la fa da chi non ce la fa. Il rimedio è sempre lo stesso, quello di cui si è detto ripetutamente in precedenti editoriali. Investire nell’istruzione, nella formazione continua, per incrementare il ventaglio delle esperienze, promuovere l’innovazione, la creatività e con essa, appunto, l’inclusione, assicurando pari opportunità. Ciò, facendo leva anche su sistemi digitali più facili da comprendere e con l’introduzione di una automazione e robotica che sia al servizio delle persone e non al posto delle persone.
Perché nella società della conoscenza la risorsa per eccellenza è in ogni caso l’uomo, non il digitale, e la moltiplicazione delle risorse si traduce nel dotare donne e uomini di una cultura sempre più vasta e profonda, assicurando loro la possibilità di rinnovarsi continuamente per trasporre le conoscenze acquisite in soluzioni e prendere decisioni valide per qualsiasi attività economica e sociale. Dunque far leva sul sapere è l’azione di fondo che si deve compiere per assicurare allo sviluppo il requisito della sostenibilità, non solo ambientale, ovvero tale da tutelare l’ecosistema nel suo complesso, ma anche sociale ed economica. Di fatto i mancati o esigui investimenti nel settore dell’istruzione e per la valorizzazione del capitale umano sono una delle ragioni di fondo della lenta crescita del pil degli ultimi 30 anni, ma pure prima. Al proposito Tullio De Mauro (1932-2017, grande linguista e già ministro della Pubblica Istruzione) affermava che il maggiore crimine delle élite italiane dal dopoguerra ad oggi era stato l’avere trascurato l’istruzione. E non si riferiva solo alle classi dirigenti politiche, ma anche a quelle imprenditoriali, sindacali, professionali, burocratiche, religiose e intellettuali.

L’asset della formazione per ridurre la distanza
Un disastro di cui non sto a richiamare le dimensioni, già riportate nell’editoriale di luglio. Ricordo solamente che L’Italia è tra i paesi con il ranking più basso dell’Ocse per spesa in R&S e si colloca agli ultimi posti per numero di giovani con titolo di istruzione terziaria (nel 2019 solo il 28% dei 25-34enni era titolare di una laurea, contro il 45% medio dell’Ocse). Questo pur sapendo che un maggior livello di istruzione agevola comunque l’accesso al mercato del lavoro, anche in tempi difficili come gli attuali. Lo dice di nuovo l’Istat, secondo il quale quest’anno la quota di occupati di età inferiore ai 35 anni che hanno la licenza media sarà solo di poco superiore a 1/5, la metà per i diplomati, quasi i 2/3 per i laureati. In tal modo, mentre il Paese doveva e dovrebbe compiere un’intensa trasformazione tecnologica e culturale, evitando di accumulare nuovi ritardi, i nostri giovani continuano a essere poco istruiti, per l’improvvido aggiornamento del sistema educativo operato con riforme inadeguatamente finanziate, in vari casi addirittura a costo zero.
Diversamente, per contrastare alla radice le carenze educative esso andava trasformato profondamente per connetterlo alle nuove esigenze poste dalla realtà produttiva e del mercato del lavoro, potenziando i vari meccanismi collaudati di cooperazione e integrazione che i nostri maggiori partner impiegano da tempo. Tra essi, in particolare, l’alternanza scuola-lavoro, quindi attivando molto più estesamente i così detti percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento, solo recentemente avviati, per realizzare una rete tra scuola, istituzioni, industria, terzo settore, attraverso ecosistemi, filiere, patti, altrove ben consolidati e diffusi. È questa una delle ragioni di fondo dell’inadeguato livello del capitale umano, cui si accompagna l’arretratezza delle istituzioni, la debole capacità di innovazione del sistema produttivo, la predominante presenza di piccole imprese ed altro che penalizzano l’economia.
E se si può dire che tali condizioni hanno caratterizzato il Paese anche quando la sua crescita era rapida si deve rispondere che ora il mondo è cambiato. In quanto la globalizzazione dei mercati e il velocissimo procedere del progresso tecnico con gli avanzamenti dell’automazione, robotica, nanotecnologie, dell’incombente transizione info-biologica, ecc., hanno rivoluzionato lo scenario e impediscono il sopravvivere dei vecchi equilibri. Oggi non è più possibile basare lo sviluppo competendo con la sola arma della riduzione dei costi e dei prezzi, perché ciò che conta è anticipare o, per lo meno, rincorrere l’innovazione. Non solo sul piano tecnologico, ma anche strutturale con l’accorpamento delle unità produttive. Non è più sostenibile che l’apparato industriale della seconda manifattura d’Europa si articoli e divarichi tra 25.000 imprese con più di 50 addetti e in totale quasi 6 milioni di occupati, le quali generano circa la metà del valore aggiunto manifatturiero e dei servizi non finanziari, mentre l’altra metà è generata da 4,3 milioni di piccole imprese e 4,8 milioni di lavoratori autonomi. Così non è in Francia, Germania e Spagna. Pertanto condizione indispensabile per la ripartenza è la capacità di guardare al futuro oltre l’emergenza con idee che possano apparire anche rivoluzionarie e scardinino lo status quo. Se il mondo cambia anche il sistema economico italiano deve cambiare e con esso le aziende. In tal senso avevo concluso l’editoriale di luglio citando la celebre frase del padre della macroeconomia John Maynard Keynes (1883-1946): “Quando le situazioni cambiano, io cambio idea. E Lei cosa fa, signore?”.

Una sfida epocale
O adesso o mai più. Il fondo monetario internazionale stima una recessione del 4,9% per il 2020. Un crollo inimmaginabile, basti pensare che nella grande crisi del 2008 essa è stata dello 0,1%. Per contrastarla tutti i paesi del mondo hanno mobilitato risorse senza precedenti, valutate in circa 10.000 miliardi di dollari di investimenti diretti e garanzie pubbliche a supporto dell’economia, comunque inferiori al danno economico si qui generato dal virus. In Europa al ben noto ammontare di 750 miliardi di Next Generation UE, approvato dal Consiglio di luglio, si somma il pacchetto di strumenti precedentemente introdotto per fronteggiare la pandemia, tramite il Mes, la Bei e lo Sure, per un totale di 540 miliardi. A ciò si aggiungono gli altri strumenti previsti dal piano pluriennale di bilancio europeo 2021-2027, il quale complessivamente vale circa 1.100 miliardi. Secondo gli osservatori tra il 2021 e il 2024 i soli stanziamenti di Next Generation UE potranno generare un aumento medio annuo del pil dell’Ue dell’1,3% sulle cifre attese senza interventi. In Italia la quota di circa 200 miliardi assegnati al Paese, di cui più di un terzo in sovvenzioni, potrà avere un effetto maggiore, fino al 3,1% a fine periodo.
Da noi, però, anche in tale ipotesi, tutta da verificare, per ripristinare le condizioni economiche pregresse ci vorrà per lo meno l’intero quadriennio, stante la dura contrazione del prodotto lordo indotta dalla pandemia. È un risultato possibile che non assicura comunque nulla in termini di innovazione, sostenibilità dello sviluppo, qualità della vita e con essa di inclusione, coesione, maggior benessere. Visto che, qualora lo si consegua per effetto delle cifre rese disponibili, esse risolverebbero solo una parte del problema, ovvero il cronico difetto di risorse finanziare che ha sin qui fornito l’alibi per non fare. Rimarrebbe in ogni caso la parte maggiore, ovvero l’incapacità sin qui dimostrata di impiegare gli investimenti per raggiungere queste mete, impedita da un altro cronico difetto. L’assenza di una chiara e organica strategia politica che traguardi obiettivi di lungo termine e operi i cambiamenti drastici che sono richiesti. Le questioni da affrontare le sappiamo e se così non fosse la tragedia in corso ha il merito di averle messe bene in evidenza. Oltre al problema dell’istruzione e della digitalizzazione, di cui si è parlato e ai quali si connettono le scarse opportunità dei giovani, vi è quello della transizione energetica, ivi compreso l’alto costo dell’energia, della sostenibilità ambientale, della lentezza della burocrazia e della giustizia civile e amministrativa, della carenza di infrastrutture al Sud, della produttività stagnante, specie nel pubblico, dove diminuisce, delle disuguaglianze crescenti, della frammentazione del mercato del lavoro, ecc.. Ovviamente poi c’è la questione del potenziamento delle strutture sanitarie e in generale l’inadeguata flessibilità delle leggi nella loro formulazione, interpretazione e applicazione.
Dunque i termini della sfida li conosciamo, mentre ciò che rimane da esprimere è la risolutezza necessaria per passare dalle parole ai fatti. Alla predisposizione di un piano di azione risolutivo, ambizioso e credibile per attuare energiche riforme strutturali del quadro economico e istituzionale che abbiano un impatto durevole sulla crescita dell’efficienza e della produttività. Un piano che induca la Commissione Europea ad autorizzare i trasferimenti finanziari, perché crea l’ambiente che serve alle imprese e ai lavoratori per riprendere il cammino. Per ripartire creando occupazione in misura tale da colmare la distanza che ci separa attualmente dalla media europea e tale da assicurare al Paese la capacità di restituire le somme prestate, che rimarranno ovviamente in capo agli Stati beneficiari.

Le barriere da abbattere
Gli ostacoli che frenano il nostro sviluppo economico e sociale li ho descritti più volte nei precedenti editoriali. Sono quelli sopra accennati, noti ormai da decenni. È facile riassumerli schematicamente e immediato indicare quali sono i due fattori di fondo su cui investire che condizionano lo sviluppo dell’intero complesso delle attività produttive: le infrastrutture materiali e immateriali. Quelle materiali riguardano essenzialmente il territorio: strade, autostrade, ferrovie, porti, aeroporti, riconversione edilizia ed ambientale, dissesto idrogeologico, transizione energetica, ecc. Quelle immateriali la digitalizzazione, la ricerca, l’innovazione, l’incremento della collaborazione tra uomo e macchine nel fare industria con Industry 5.0. ed altro. Il cemento che consolida questi ostacoli è l’inefficienza del settore pubblico che va rimossa con interventi specifici che riformino strutturalmente i servizi essenziali: sanità, giustizia, pubblica amministrazione, scuola, università, alta formazione. Il loro elenco lo si scrive agevolmente con un tratto di penna, ma abbatterli è risultato sinora molto difficile, pressoché impossibile. Tuttavia, come disse Jean Monnet, il primo commissario che varò il piano quinquennale di ricostruzione della Francia all’indomani del dopoguerra, gli uomini accettano il cambiamento solo in caso di necessità e vedono la necessità solo nella crisi.
Dunque possiamo sperare. Anche perché le linee guida recentemente varate dall’Esecutivo per la stesura del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), il recovery plan di cui ho parlato nel precedente articolo di luglio – il programma che ripartisce l’impiego delle risorse messe in campo dall’Europa a favore del Paese per la ripartenza – considera estesamente sia gli handicap che gli interventi richiesti. Gli obiettivi da raggiungere ci sono tutti. Aumentare il tasso di crescita dell’economia italiana dallo 0,8% medio degli ultimi 10 anni al quello della UE dell’1,6%; incrementare gli investimenti pubblici per portarli almeno al 3% del pil; incentivare gli investimenti in R&S; conseguire un aumento del tasso di occupazione di 10 punti percentuali per arrivare all’attuale media UE (73 contro il 63 %); elevare gli indicatori di benessere, equità e sostenibilità ambientale; ridurre i divari territoriali di pil, reddito e benessere; adeguare il sistema dell’istruzione per abbattere l’incidenza dell’abbandono scolastico, dell’inattività dei giovani e per incrementare la loro preparazione e la quota di diplomati e laureati; rafforzare la sicurezza e la resilienza a fronte di calamità naturali, cambiamenti climatici e crisi epidemiche; assicurare la sostenibilità e la resilienza della finanza pubblica e, più in generale, migliorare la resilienza e la capacità di ripresa dell’Italia; supportare la transizione verde e digitale e sostenere quella energetica; prendere infine ogni provvedimento possibile per ridurre l’impatto sociale ed economico della crisi indotta dalla pandemia.

Un elenco rassicurante
Questo dettaglio rassicura e depone a favore della possibilità che il Paese riesca finalmente a dotarsi di un programma organico di riforme e interventi che lo proiettino verso un futuro migliore. Un domani in cui si attenui il peso dell’enorme debito pubblico e del degrado ambientale posti sulle spalle delle prossime generazioni, superando l’emergenza e puntando sul lungo termine con risorse indirizzate a mitigare gli effetti perversi dello sviluppo. Siamo però ancora agli enunciati, cioè alle parole. Per passare a fatti concreti che conseguano i risultati attesi è necessario che il contenuto particolareggiato del programma sia stabilito seguendo un processo altamente partecipativo che coinvolga tutti gli stakeholder. La sostenibilità e il benessere sociale chiedono infatti il raggiungimento di un equilibrio stabile e duraturo, bilanciando i pesi tra le diverse componenti per tener conto dei rispettivi capitali investiti: economici, produttivi, ambientali, intellettuali, umani, relazionali. Questo rapportando i costi ai benefici con il necessario pragmatismo per colmare i vuoti e promuovere le filiere e gli ecosistemi territorializzati che si devono favorire. Un compito difficile e complesso per svolgere il quale si deve fare il massimo possibile ricorso al contributo di idee e proposte di cittadini, lavoratori, imprese, istituzioni che siano soggetti protagonisti della ripartenza e non oggetti del ben volere dell’Amministrazione.
In quanto l’imperativo deve essere comunque quello di creare contesti sociali e politici più favorevoli nei quali le imprese possano crescere e generare lavoro. Perché la migliore allocazione delle risorse europee si potrà conseguire solo attivando un’intensa collaborazione in particolare con loro per stimolare e concordare come raggiungere nuove condizioni che accrescano l’efficienza e favoriscano la produzione. Di fatto la ripartenza passa dal rilancio dell’industria e far perno su di essa significa riavvicinare l’economia alla società che la globalizzazione ha distanziato con la delocalizzazione produttiva che ha abilitato e promosso. Un fenomeno epocale il cui vantaggio si è pagato in termini di deindustrializzazione, scomparsa di lavoro, erosione di ricchezza e impoverimento del ceto medio. Anche se l’industria ne è stata il grande responsabile, come pure del degrado ambientale pregresso e che continua, essa è anche il principale attore che nel concreto può ripristinare un equilibrio nel pianeta, per le risorse di cui dispone e la pervasività più volte dimostrata con cui può interagire in modo virtuoso con l’esterno. Per queste ragioni il mondo imprenditoriale deve concorrere intensamente e diffusamente alla definizione del programma, senza arroccarsi in sterili posizioni difensive, e le opportunità che propone devono trovare il più ampio accoglimento possibile, pure per attrarre l’impegno dei capitali di cui dispone in modo che vengano investiti nel Paese.
Ciò che sta avvenendo nel sistema delle imprese e il dibattito che ne consegue è dunque di primaria importanza, anche per non vanificare gli sforzi di quelle che hanno avuto la capacità si proseguire il cammino, pur in una situazione di crisi. In tal senso si deve evitare che l’azione pubblica prescinda immotivatamente da quella privata, specie nell’adozione delle misure assistenziali – opportunamente messe in atto nei mesi passati – qualora perdano il senso delle proporzioni sulla scorta degli enormi stanziamenti che arriveranno dall’Europa. Perché se è vero che la forza degli eventi è stata tale da obbligare lo Stato ad assumere, giustamente, un ruolo di supplenza nelle attività economiche, che ha inevitabilmente sacrificato la produzione e marginalizzato il mercato, quello che ora si deve scongiurare, anche se è scontato dirlo, è il rischio che le nuove risorse inducano la sfera pubblica a inserirsi ingiustificatamente nella gestione di quella privata. Ciò detto, l’intervento dello Stato nei mesi scorsi è stato indispensabile e provvidenziale e la spada di Damocle che il riaccendersi della pandemia fa pendere sui prossimi lo rende comunque essenziale.

La necessità e il valore di un programma condiviso
Lo chiedono le notizie allarmanti di questi giorni di ottobre, ma è proprio nelle situazioni difficili, come quella attuale, più che in altre, che emerge l’importanza del valore della collaborazione e della condivisione. Peraltro, da sempre nei periodi di crisi la società ha sentito il bisogno, e ha quindi ora la necessità, di coinvolgere tutte le categorie produttive al fine di mobilitare l’intero sapere che ha accumulato e tutti gli strumenti che ha a disposizione con cui gestire gli individui e i gruppi sociali nel momento dell’emergenza. Conoscenze scientifiche e tecniche, ma pure umanistiche, che le consentano di affrontare, sia gli aspetti economici, sia quelli del convivere e di rispondere alla fine anche alla domanda del perché dell’esistenza che l’ora della prova a molti propone. Non per nulla Mario Silvestri (1919-1994), fondatore dell’impiantistica nucleare in Italia, ingegnere, accademico e storico per passione, nel suo volume “Riflessioni sulla grande Guerra” Laterza – Bari -1991, dove delinea la tragedia del primo conflitto mondiale (definita da Benedetto XV “inutile strage” e “suicidio collettivo dell’Europa”), compilato pressoché al termine del proprio percorso professionale e umano, scrisse: “Questo libro è dedicato al mistero della mia vita”.
Situazioni difficili che si ripetono e crisi che costantemente ricorrono, come ci dice la storia, nei tempi più antichi e più recenti. Quelli del “secolo breve”, con le sue due guerre mondiali, le pandemie, tra cui l’influenza spagnola, e le grandi recessioni. La lezione che insegnano è dura da apprendere, ogni generazione la deve imparare per proprio conto e il compito è sempre più arduo. Specie nel nostro tempo, così accelerato e rivoluzionario, che sposta costantemente i punti di riferimento, valori e principi etici in un modo che appare sconvolgente. L’emergenza sanitaria con le sue tragiche conseguenze certamente passerà, ma segna dolorosamente un momento di svolta che induce una riflessione profonda che ne richiama un’altra. Quella sui problematici effetti del rapido progredire della scienza e della tecnica, il cui stock raddoppia ormai nel tempo inferiore a quello di una generazione. Basti pensare agli incessanti avanzamenti della biologia, che incidono profondamente sulle relazioni uomo-natura, e alla libertà di perseguirli comunque, oppure alla necessità di porvi dei limiti e dei vincoli. Si tratta di questioni difficili. Come lo è il tema generale dell’impatto della tecnologia sull’ecosistema, che coinvolge comportamenti radicati, ideologie, religioni, per affrontare il quale è necessaria un’alleanza tra tutti gli stakeholder.
È una tema complesso che non possono risolvere i soli tecnici, che hanno conoscenze esclusive in specifiche discipline o ambiti di attività. Anche perché le loro competenze sono sempre più approfondite, ma pure ristrette entro confini oltre i quali non si sentono o non possono andare. Se lo fanno si ergono a tecnocrati, gli scienziati a scientocrati, e ci dice qualcosa lo sterile contrasto tra catastrofisti e negazionisti, con i loro cartelli, preconcetti e verità infuse, con le quali pretendono di porsi alla guida della collettività, rifiutando il confronto o accettandolo superbamente. Il ruolo sociale dei tecnici sta infatti nella conoscenza dei mezzi, meno nella capacità di scegliere i fini. D’altra parte questi non possono essere fissati dagli imprenditori, che opererebbero in conflitto di interesse. Devono essere individuati quindi dai politici e il rischio è che anche loro operino in modo autoreferenziale. Pertanto la tecnologia, l’industria e la politica hanno bisogno l’una delle altre in un rapporto circolare che si deve esprimere con un’interazione costante. Esse devono potersi connettere in un modo olistico, tale che la sommatoria dei loro contributi dia origine a un risultato maggiore di quanto singolarmente apportano. Così è stato anche nel lontano passato e ben lo sapevano gli antichi. Lo diceva già Eraclito in alcuni suoi frammenti: “il sapere molte cose non insegna a pensare in modo retto”, “esiste una sola sapienza, riconoscere l’intelligenza che governa tutte le cose attraverso tutte le cose”. Un insegnamento di cui si tende a perdere la memoria per cui vari decenni dopo, nella tragedia Le Baccanti, Euripide fa dire al coro delle menadi “Non è sapienza il sapere”. Una dimenticanza che sarebbe colpevole ripetere.

Pierangelo Andreini
Ottobre 2020