Il valore che conta per guidare la transizione

Riuscirà la cultura a stare al passo del sapere tecnico che potrà raddoppiare nei prossimi vent’anni? Si direbbe di no, perché la sedimentazione delle conoscenze avviene metabolizzando l’informazione in termini diversi da quanto comunemente si crede.
Il motore che fa progredire conoscenza e coscienza non è, infatti, l’informazione, tanto  più quella tecnica, intesa come insieme distinto di nuovi trovati pronti per essere raccolti e utilizzati, ma le idee. Sono le idee a dare corpo all’informazione, poiché le idee sono schemi integranti che derivano dall’interazione dell’uomo con l’ambiente e attuano il portato dei nuovi apprendimenti adeguando costantemente la struttura cognitiva e rappresentativa della realtà. In tal modo incrementano la consapevolezza del sapere e lo trasfondono nel contesto culturale, ma ciò richiede del tempo.
Tuttavia altre volte nel corso della storia l’uomo è stato capace di compiere salti con cui ha vinto la gara con se stesso, di qui il condizionale nella risposta. Sarà di nuovo capace di colmare il gap? E questo mentre la situazione incalza e nel frattempo la cultura appare sempre più soggetta alla tecnologia e l’innovazione tecnologica, piuttosto che la crescita del benessere dell’uomo e del sistema che lo ospita, è sinonimo di progresso? Difficile rispondere.
Di fatto la tecnologia sta progredendo con una velocità tale che in pochi anni potrà realizzare una rivoluzione epocale con conseguenze difficilmente prevedibili e che spetta alla cultura governare. Abbiamo già iniziato a vedere come computer, sensori, automazione, intelligenza artificiale, genomica, big data ed altro stanno determinando nuovi comportamenti e regole che cambiano le nostre esistenze, mettendo in discussione i vecchi paradigmi e rimodellando nel profondo l’economia con effetti che già ora appaiono dirompenti, in particolare  sul lavoro. Perché la società fortemente tecnologizzata verso cui stiamo tendendo trasforma e riduce l’attività  dell’uomo, come tradizionalmente richiesta, generando problematiche complesse di redistribuzione e protezione dell’impiego, al punto che nel medio periodo la transizione in atto potrebbe assicurare una crescita produttiva senza  creare lavoro.
In ogni caso già da oggi c’è da attendersi che l’automazione e la robotica avanzata sostituisca il lavoro mediamente qualificato, divaricando l’occupazione tra quella ad altissima qualificazione, ben remunerata, sia economicamente sia sul piano della soddisfazione e del prestigio sociale, e quella manuale più umile, dequalificata e sottopagata.
Ciò pone in primo piano la questione della gestione sociale e politica del progresso tecnico e un modo per affrontarla può essere il pensare che la distruzione o dequalificazione del lavoro operata dalla tecnologia sia temporanea, perché la tecnologia stessa creerà nuove occupazioni. Si tratterebbe, dunque, di aspettare che il problema si risolva da solo, com’è successo in passato nelle precedenti transizioni, provvedendo in qualche modo a chi temporaneamente viene escluso dalla tecnologia.
E per una società invecchiata, come quella europea, non sarebbe del tutto un male che il lavoro duro e ripetitivo possa essere eliminato. Ma possiamo limitarci a contare su un tale automatismo? Direi di no, significherebbe vivere alla giornata e rinunciare a confrontarsi con la realtà per anticipare le soluzioni possibili e questo anche per contrastare l’insorgere di derive populiste, costantemente in agguato, come ci insegna la storia. Dobbiamo quindi riconsiderare da subito il legame tra società e lavoro in rapporto al senso complessivo della persona, individuando alternative che assicurino e conservino il  valore educativo dell’impegno e attuino soluzioni che affrontino con forza la questione culturale e per essa della formazione, affinché  sia integrale e continua.
Non è cosa facile, dato che per effettuare un salto  utile per governare la transizione si devono innanzitutto formare  operatori che siano in grado di progettare, implementare e impiegare le nuove tecnologie, specie il digitale, asservendole alle finalità di sviluppo dei territori, delle città, delle imprese. Occorrono poi addetti che sappiano svolgere più attività contemporaneamente, adattandosi in modo flessibile con continuità al cambiamento, capaci di lavorare in squadra, di comunicare fuori e dentro l’ambiente dove operano, sfruttando appieno la connessione costante tra gli attori della società, economici e non solo, offerta dal nuovo corso.
Il futuro sarà nelle mani di chi saprà mettersi al volante della propria esistenza, guidandola per cogliere tutte le opportunità, soprattutto formative, a ciò necessarie, in un contesto dove per imporsi l’istruzione, l’informazione, e  l’interazione tra uomo e macchina saranno sempre più determinanti. Di fatto, la capacità innovativa e adattativa necessaria per vincere, delle persone e per esse del sistema economico, è legata  in primo luogo alla quantità di conoscenze che si riesce ad acquisire e a trasfondere nell’operato, creando valore, rispondendo cioè efficacemente a precise richieste sociali, o creandole altrettanto efficacemente. Perché le strategie di competitività sono soprattutto strategie sociali di creazione di stili, modelli e know-how in grado di sviluppare e guidare nella direzione giusta il potenziale produttivo.
Il funzionamento efficiente di un sistema economico dipende quindi dalla sua capacità ed efficacia nell’assumere ed elaborare le informazioni necessarie per dare ordine alla materia sotto forma di tipologie, qualità e quantità di beni e servizi che riflettono il più accuratamente possibile le richieste, implicite ed esplicite, dei consumatori e dell’ecosistema nel suo complesso.
Le risorse materiali di cui disporranno le prossime generazione saranno infatti sempre le stesse, la differenza starà nell’ordine crescente che l’uomo sarà capace di immettere nella loro manipolazione iniettandovi le sue conoscenze e quindi nel loro contenuto di informazione. Le “cose” che fanno parte della vita quotidiana, e tanto più in prospettiva quelle future, sono così utili  proprio perché contengono un’enorme quantità di informazione. Un’informazione, che si è andata accumulando e stratificando con le generazioni in termini di conoscenza e cultura, che ci ha permesso nei secoli di plasmare la materia in modo che rispondesse precisamente ai nostri bisogni, alla nostra estetica, alla nostra visione del mondo.
Questa conoscenza è cresciuta esponenzialmente e il sapere necessario per produrre e utilizzare gli oggetti e che si trova in essi immagazzinato, anche nei più comuni, è così articolato e complesso che ha travalicato da molto tempo la capacità di un singolo individuo di possederlo. Basti pensare al telefono portatile, di cui ne esistono miliardi, e alla progressiva miniaturizzazione degli oggetti che ne concentra le funzioni e acuisce il problema.
Per affrontare questa incapacità, vecchia come la tecnologia, l’uomo si è organizzato specializzandosi. Ma frattanto la complessità ha continuato a crescere al punto  che ora i tecnici specializzati, che progettano e utilizzano processi, impianti e macchine per produrre manufatti ed erogare servizi, possono svolgere il loro lavoro solo perché dispongono di strumenti, come computer, software e altri dispositivi, che  incorporano grandi quantità di informazioni che loro non posseggono o posseggono solo in parte. Un problema che adesso mostra la faccia nella sua interezza e che l’uomo ha affrontato dai primordi con la modalità che gli è più congegnale, quella di costruire reti sociali in cui molti individui cooperano, ora in modo incredibilmente complesso e sofisticato, nella produzione e flusso dell’informazione e nella sua trasposizione materiale.
Così dando vita a sistemi economici alimentati dal  deposito sociale di conoscenza e know-how che consentono di trasfondere le idee nell’ambiente per fronteggiare la sfida adattativa posta dal vivere e sopravvivere. E chissà se nel futuro, tra alcuni decenni, quando l’umanità raggiungerà i dieci miliardi, questa congenialità non porti alla realizzazione di un network di complessità prossima a quella del nostro sistema nervoso, dove diecine di miliardi di cellule, i neuroni, sono unite in un’immensa rete attraverso decine di migliaia di miliardi di sinapsi, ovvero di connessioni, visto che lo sviluppo di internet delle cose prevede che già  nel 2020 si avranno 50 miliardi di oggetti connessi al servizio dell’uomo. Si realizzerebbe una sorta di cervello collettivo, stimolato da un incessante flusso di informazione, che metabolizza la conoscenza per guidare il mondo.
È questo il modo con cui avverrà il salto per avvicinare la cultura al sapere e la prospettiva che attende i giovani d’oggi o è fantascienza? Di nuovo è difficile rispondere. Quel che è certo è che nel frattempo ciò che potrà essere digitalizzato lo sarà, che emergeranno nuovi mestieri, che il lavoro tradizionale sarà progressivamente eliminato e che il sistema dell’istruzione non può, da solo, fornire agli allievi tutti i mezzi necessari per elaborare l’enorme quantità di informazioni e di stimoli che ogni giorno ricevono. Una sfida per la scuola, dunque, ma soprattutto per la politica. Specie in Italia dove le classi dirigenti che si sono via via succedute hanno colpevolmente ritardato l’aggiornamento del sistema dell’istruzione e l’adozione di misure appropriate, come l’alternanza scuola-lavoro, solo da pochi mesi entrata nel secondo anno di obbligatorietà. Altri paesi l’hanno introdotta già da molto tempo, così anticipando l’ingresso dei giovani nelle aziende e l’insostituibile ruolo educativo dell’impresa. E così assicurando la possibilità di imparare lavorando, di acquisire sul campo le informazioni e le consapevolezze che servono, di abbinare lo studio dei libri di testo a quello della tecnologia, come scritto all’interno del prodotto-servizio, di formare i giovani anche sul lavoro, in modo che possano da subito concorrere a creare nuovo lavoro con la loro forza di “nativi digitali”.
Difficile non capire la gravità di questo ritardo. Mario Silvestri, ingegnere e umanista, antesignano dell’insegnamento delle materie dell’energia e fondatore dell’impiantistica nucleare in Italia, lo considererebbe un’ennesima manifestazione di “caporettismo”. Un difetto congenito che penalizza il Paese, inteso, ed uso le sue parole, come continuato “sfasamento tra le possibilità e gli obiettivi”  conseguenza della superficialità delle analisi “frutto di scarsa cultura che si trasfonde principalmente nel tentativo inconscio di perpetuare l’ignoranza, trascurando l’addestramento, l’educazione e l’istruzione delle nuove generazioni”(1). Un vizio che per Silvestri affligge l’Italia sin dall’unità e che è alla base delle varie sconfitte subite, più o meno drammatiche a seconda delle circostanze. Riusciremo a correggerlo? Si,  per quanto detto, ma ci vorrà del tempo.

Mario Silvestri (1919-1994) –  “Caporetto. Una battaglia e un enigma”  – Mondadori, 1984.

Pierangelo Andreini

Gennaio 2017