Il tempo passa, cresce la complessità, ma anche il sapere

Per Aristotele il tempo è solo una misura del cambiamento, se niente si muove e cambia, non c’è tempo, perché esso è la traccia che lascia il movimento. Al limite, anche solo quello della respirazione o dei “moti dell’anima”, per un uomo fermo nel silenzio.
Per Newton il tempo apparente che scandisce la durata del moto è, invece, l’espressione di un tempo, matematico, assoluto, che esiste indipendentemente e scorre uniformemente, senza la necessità di doversi relazionare a manifestazioni esterne.
Einstein dà ragione a entrambi, in quanto il tempo è la componente che si lega allo spazio per costituire il campo gravitazionale. Ovvero lo spazio-tempo, che c’è di per sé, anche senza materia. Un campo che può presentarsi liscio e piano e in questo caso il tempo appare quello assoluto, uniforme e ineluttabile di Newton, ma che può ondulare intensamente, concentrarsi e rarefarsi, e in tali condizioni il tempo diventa quello vario di Aristotele, legato agli effetti delle cose.
Sono le riflessioni che puntuali si affacciano ad ogni inizio anno, riproponendo il grande mistero del fluire del tempo, che riguarda, però, più che l’ordine del creato che indagano i fisici, ciò che siamo noi e l’approssimazione con cui conosciamo il mondo. Noi che abbiamo costruito del tempo un’immagine ingenua, utile e adatta per scandire la vita quotidiana, che la fisica ci sta aiutando ad approfondire per mettere a fuoco un’immagine migliore.
Un’immagine che ci consenta di penetrare gli strati di questo mistero e di capire la realtà nei suoi accessi più minuti e reconditi o nella sua sterminata vastità. Ma un’immagine che rimane ancora molto lontana dal consentirci di comprenderne l’essenza, perché la natura del tempo si intreccia con quella di noi stessi e del progredire del nostro sapere.
Un sapere che sta crescendo esponenzialmente con andamento tale da consentirci di prevedere che lo stock delle conoscenze tecniche sin qui acquisite, a partire dall’età della pietra, potrà duplicarsi nei prossimi vent’anni, con successivi raddoppi in manciate di anni e poi di mesi.
Conseguenza della forte concentrazione di cambiamenti che si è verificata negli ultimi tre decenni, accelerata dalla creatività incrementata dalla rete, che ci porta a vivere in un contesto profondamente digitalizzato. Ed esso interagisce a sua volta con la transizione in atto, alimentando il progresso della tecnoscienza e andando ben oltre il portato della tecnologia informatica.
Perché questa è solo uno degli strumenti a disposizione della ricerca scientifica, la precondizione per l’ulteriore innovazione tecnologica che sta supportando il veloce aumento del sapere, come dimostra la rapida estensione delle frontiere che stanno superando l’intelligenza artificiale, la robotica, le applicazioni di bioscienze, nanoscienze, neuroscienze, ecc.
Tuttavia, la velocità con cui si affermano tali avanzamenti ha un retro della medaglia, in quanto porta a sottostimare il passato. Ci fa apparire il futuro senz’altro migliore e induce a pensare che ciò che abbiamo alle spalle sia poco importante rispetto a un presente così denso di nuove possibilità e promesse, salvo poi discutere, spesso criticamente, sulle loro conseguenze.
Ciò non significa che possiamo trovare la soluzione dei nostri problemi odierni nel passato. Situazioni, effetti e rimedi evolvono costantemente e le condizioni attuali certamente non lo consentono, per i tanti mutamenti in atto, demografico, climatico, sociale, tecnologico.

Le due culture
Si deve riconoscere, però, che il passato contiene una grande risorsa trascurata, perché non funzionale all’attuale modello di sviluppo basato sostanzialmente su una crescita indiscriminata. Quella della cultura umanistica, che si fa carico del dramma dell’uomo e delle sorti del mondo, su cui si può far leva per correggere le distorsioni.
Questo a partire dal dibattito politico e sociale degli ultimi anni, dove altri e diversi comportamenti prevalgono sul ragionamento e sulla razionalità, specie nel rapporto fra economia, finanza, ambiente e produzione.
Una cultura che è percepita come meno utile e su cui poco si investe, dato che il suo incremento non produce cibo e salute, la quale, pertanto, cresce assai più lentamente di quella tecnica. Mentre il suo ruolo è fondamentale per edificare la trasversalità che serve per correggere le storture che genera un sapere sempre più specializzato e per procedere con maggiore assennatezza nella tutela dell’uomo e dell’ambiente, insegnandoci a capire come orientare l’impegno scientifico e gestire una tecnologia autoreferenziale che governa di fatto le cose e il loro rapporto.
E ciò, per esempio, con un maggior impegno per produrre acqua dove piove sempre meno, contenere la desertificazione e i danni del cambiamento climatico, favorire la transizione verso le fonti rinnovabili, promuovere l’economia circolare ed altro. Più in generale, per assicurare allo sviluppo il requisito della sostenibilità, non solo ambientale, ma anche economica, sociale, delle istituzioni.
Una cultura che è stata sin qui posta in sterile concorrenza con quella tecnica per un malinteso sul principio di utilità, il cui effetto esaspera la competizione a scapito della solidarietà e lo si paga in termini di disparità, squilibrio e in ultima analisi di insostenibilità e crisi dell’attuale modello di sviluppo.
Un contrasto difficile da comporre, perché le attese che il nuovo corso promette di rispettare nel giro di cinque, dieci anni sono formidabili.
Dagli ecosistemi digitali, piattaforme in grado di far funzionare diverse tecnologie, come blockchain, knowledge graphs o reti IoT – alle soluzioni biohacking che avviano l’era del transumano, come sensori wearable, esoscheletri, nutrigenomica, tessuti intelligenti in grado di monitorare la salute umana – alle stampanti 4D, dove la quarta dimensione è il tempo, con materiali che sono in grado di cambiare le caratteristiche, appunto, nel tempo – alle tecnologie che immettono nella realtà aumentata e virtuale – a quelle di quinta generazione nella telefonia mobile – alle capacità di calcolo tendenti all’infinito dei computer quantistici, ecc.
A queste si aggiungono le reti neurali utilizzate per l’apprendimento nei sistemi di intelligenza artificiale e gli assistenti virtuali, che già oggi stanno raggiungendo performance inquietanti e, un po’ più in là, anche solo tra dieci anni, saranno forse in grado di emulare le capacità umane.
Apparecchiature e sistemi che individuano l’ordine nel caos di un’immensa quantità di dati non strutturati, formulano modelli che poi, automaticamente, riconoscono immagini e parole, scelgono traiettorie per veicoli senza conducente, conversano in linguaggio naturale, prevedono le necessità. di manutenzione delle attrezzature nelle imprese, leggono le radiografie per produrre diagnosi, e così via.
Macchine educate a imparare, che sono la forma attualmente assunta dall’intelligenza artificiale, per rispondere alle necessità di un’epoca invasa da una moltitudine sterminata di dati, che vanno gestiti e valorizzati con modalità di apprendimento sempre più profonde.
In quanto “big data” e “machine learning” sono, di fatto, due facce della stessa medaglia, conseguenza della digitalizzazione avvenuta nella vita quotidiana, nella quale i dati sono, ad un tempo, una traccia indelebile dei fatti, ma anche la fonte che alimenta l’impiego di innovazioni, la cui applicazione presenta però problemi di non poco conto.

La sfida del nuovo corso
Non solo perché le innovazioni alle porte sono distruttive, come si usa dire, visto che sovvertono i cicli produttivi, eliminano gli intermediari e distruggono posti di lavoro, ma perché il tracciamento delle attività, legato all’uso dei dati che utilizzano, è vissuto come un limite alla libertà e pone il grande problema dell’accettabilità sociale delle nuove tecnologie. Questo, nonostante il monitoraggio continuo, quale per esempio quello sul luogo di lavoro, incrementi la sicurezza ovvero, in altri campi, apra la strada a cure migliori ed altro.
Del resto spaventano pure le altre possibilità che propone il nuovo corso, ponendo una serie di questioni su come potremo mantenere il controllo per evitare che l’apprendimento automatico influenzi i nostri comportamenti o il nostro modo di ragionare e di prendere decisioni, sino a quelle etiche legate alla creazione di “superumani”, con maggiori capacità cognitive e fisiche, ivi compresa la modifica del genoma per rimuovere il rischio di malattie genetiche.
Il problema di fondo appare, quindi, in ultima analisi, quello dell’impreparazione dell’uomo a vivere il futuro in un contesto in rapido cambiamento e intensamente digitalizzato, nel quale tutto converge e ciò che allarma o sembra contraddittorio è semplicemente parte della dinamica evolutiva.
Un contesto dove privacy e trasparenza, competizione e cooperazione, innovazione e sicurezza, non sono obiettivi contrastanti tra i quali la società deve scegliere, rinunciando per esempio a un po’ di libertà in cambio di maggiore sicurezza.
Dove queste contrapposizioni sono, invece, sfide che chiedono alla cultura di evolvere per comprendere la realtà in termini più ampi e indirizzare l’innovazione in una direzione più consapevole, superando l’antinomia derivante dalla malriposta distinzione tra scienze naturali e scienze umane.
Pertanto, si può dire che la rivoluzione digitale è molto di più di un fatto tecnologico: è un’occasione per capire nel concreto, se già non lo si è compreso, che l’umanità è sempre stata ed è intimamente connessa, “tutta su una stessa barca”, dove il bene del singolo si identifica con quello comune e dove, quindi, il potenziale della transizione deve servire a migliorare le condizioni di vita di tutti gli uomini e dell’ambiente e non solo di una cerchia ristretta di beneficiari aziendali.
Ma per favorire e diffondere questa consapevolezza si deve partire da una profonda modifica del sistema dell’istruzione nei suoi fondamenti, per correggere l’attuale prevalere nell’insegnamento delle cose utili che soddisfano i bisogni più immediati, dando maggior spazio alle scienze umane e sociali e maggior valore alla formazione e selezione di uomini intelligenti e capaci di comprendere la complessità che avanza.
Perché l’accelerata trasformazione tecnologica rende velocemente obsoleto ciò che è utile imparare in un certo momento, mentre quello che resta durevolmente è la capacità di interpretare criticamente e creativamente l’evoluzione del mondo.
Serve, dunque, un sistema dove le nozioni non si apprendano ricercando l’utilità immediata delle idee che ne derivano, ma riconoscendo il valore profondo del percorso impegnativo che le produce.
Quello che genera l’abilità cognitiva, sintesi di intelligenza (capacità di pensare fluidamente in modi astratti e ipotetici), conoscenza acquisita (capacità di cristallizzare conoscenze rilevanti per la soluzione di problemi) e uso critico e creativo di questa conoscenza per risolverli.

La posta in gioco
Serve un sistema che dia alle nuove generazioni l’abilità cognitiva necessaria per governare la tecnologia ed evitare di esserne vittima. Che faccia capire che la gara devono vincerla tutti, uomo e ambiente, e che la competizione la si può e la si deve svolgere sul piano della cooperazione.
Al momento appare un’utopia, dato che questa comprensione è molto lenta a crescere, a diventare patrimonio comune e, così, entra in gioco una nuova gara, quella col tempo.
Perché la complessità che lo sviluppo arrecherà al mondo crescerà esponenzialmente, in uno con l’innovazione scientifica e tecnologica, per cui sarà richiesta una rapida e continua crescita di abilità cognitive.
E pure perché, nel frattempo, la disponibilità delle risorse naturali cala, il clima cambia, le diseguaglianze crescono e la situazione in cui versa il mondo continua a peggiorare. Mentre per mitigare il rischio incombente di un disastro, non solo locale, ma globale, è necessario agire subito, cambiando i modelli di produzione e consumo, adottando cioè una economia di recupero che diventi al più presto circolare, ovvero tale da rigenerarsi da sola.
Di nuovo, dunque, una falsa dicotomia e un dilemma. Quale la priorità: l’adeguamento delle macchine o del capitale umano?
Una domanda ovviamente mal posta, visto che è del tutto anacronistica, specie nell’attuale contesto. In quanto senza la trasformazione digitale del sistema produttivo, non c’è crescita e senza conoscenze e professionalità adeguate non c’è occupazione, la quale richiede più istruzione e competenze, rispetto ai lavori che andranno persi, e bisogna prepararsi.
Quindi, un problema che è difficile risolvere, affrontando singolarmente le sue componenti. Perché l’impiego dell’intelligenza artificiale non sostituisce il lavoro, ma solo lo trasforma man mano si diffonde. E altrettanto vale per l’automazione, che conviene per le attività che le maestranze non svolgono più, quando il cambiamento le rende troppo costose o inadeguate. Di qui la necessità di forme di alternanza scuola lavoro, che ancora, però, stentano a decollare.
In ogni caso, quel che è certo è che a decidere rimarranno sempre le persone, dato che le macchine, almeno per il momento, si limitano solo a leggere i dati e offrire opzioni interpretative e che, comunque, bisogna essere in grado di farle funzionare.
Pertanto, è l’uomo l’aspetto più rilevante del problema, visto che dagli anni ‘70 ad oggi la popolazione sopra i cinquant’anni è passata dal 17 a più del 30% del totale globale, con il risultato che le aziende sono popolate sempre più da anziani. E nel contempo le nuove tecnologie avanzano e stanno cambiando in maniera radicale la domanda di lavoro, mettendo in crisi la fascia più anziana e a minor istruzione.
È un fattore di grande squilibrio, meno grave nei paesi emergenti, dove spesso i lavoratori più anziani svolgono ancora lavori che richiedono competenze minime ed elementari. Ben più grave in Europa, dove, secondo la Commissione UE, il 44% degli europei non ha competenze digitali di base, mentre il 90% dei posti di lavoro le richiederanno in tempi assai brevi. Ancor peggio per l’Italia, dove il numero degli over 50 nella forza lavoro è sempre più consistente e dove il 58% in media di lavoratori anziani svolgono lavori facilmente automatizzabili.
Dunque, per evitare il rischio di una disparità profonda nella società e nella produzione di reddito e anche per mantenere una sostenibilità complessiva dei sistemi previdenziali, di nuovo occorre far leva, sulla cooperazione più che sulla competizione. Ciò con forme di tutoraggio generazionale che valorizzino l’apporto delle classi più anziane, aggiornate da una formazione continua lungo tutta la carriera professionale, per accelerare l’inserimento professionale dei più giovani, di cui allargare la platea.

La priorità della qualificazione professionale
Tra le priorità, una è certamente questa e a tal fine occorre che governi e imprese siano consapevoli della necessità di dirigere gli investimenti per creare un ponte che colleghi anziani e giovani, man mano che la tecnologia spinge le aziende ad evolvere. Una scelta tutt’altro che facile, ma che dovrebbe prevalere, nonostante le difficoltà economiche del momento. Al contrario, specie in Italia, si continua a non capire fino in fondo che la rigenerazione del capitale umano è più importante di quella dei macchinari.
Un collegamento tanto più cruciale e necessario nella fase attuale per l’incapacità che mostra il sistema dell’istruzione di assicurare l’adeguamento continuo dei modelli formativi, dando crescente valore alle competenze di raccolta, lettura e comprensione dei dati, cruciali per prendere le giuste decisioni, e più in generale maggior spazio allo sviluppo della cultura umanistica.
Perché la diffusione del progresso che offre il nuovo corso si gioca sull’aumento delle abilità cognitive degli operatori, più che delle macchine, così da metterli in grado di applicare responsabilmente modelli decisionali di gestione degli impianti che siano basati sulle grandi quantità di informazioni che saranno via via disponibili.
A questo scopo occorre formare persone capaci di farlo. Ma non solo. Anche perché queste competenze servono per superare gli attuali monopoli dei “giganti digitali” e contrastare l’espansione sistemica delle loro attività, che sollevano problemi di controllo democratico e di rischio in caso di disfunzione, e rallenta il percorso verso il traguardo del raggiungimento del bene comune.
Tutto ciò implica, ovviamente, un’enorme quantità di investimenti, che genererebbe però una nuova domanda, la quale sarebbe, oltretutto, provvidenziale. Visto che, in molti casi, essa è ora insufficiente a saturare la capacità produttiva, la quale cresce rapidamente per effetto dell’automazione e dell’intelligenza artificiale. E, d’altra parte, il rilancio degli investimenti, oltre a sostenere la domanda, in calo per varie ragioni, concorrerebbe pure a ridurre il rilevante gap infrastrutturale esistente tra i vari paesi, come nel vecchio continente.
A tal fine, vista l’evidente difficoltà di concordare a livello globale politiche comuni, almeno in Europa si dovrebbe capire maggiormente che è necessario dotarsi di una strategia industriale, unitaria e complessiva. Una strategia capace di governare, collegare e promuovere in modo efficace e coeso i progressi e le applicazioni delle singole tecnologie, a partire da intelligenza artificiale, supercomputing, microelettronica, blockchain, ed altro.
In quanto solo una politica mirata consentirà di gestire i rischi connessi alla diffusione dei processi di automazione e digitalizzazione, cui si legano problemi d’occupazione e del conseguente aumento del numero di persone in condizioni di povertà, con i poveri assoluti, ovvero coloro che non possono permettersi uno standard di vita minimamente accettabile, che hanno raggiunto cifre impressionanti.
In particolare in Italia, dove hanno superato i cinque milioni. Un numero inammissibile, la cui dimensione obbliga a porsi un obiettivo di crescita inclusiva a vantaggio delle fasce più deboli della popolazione, anche attraverso un welfare innovativo.
Quindi, il tema degli investimenti è un fattore cruciale, senz’altro prioritario quanto quello della formazione. Ma tale non è considerato da noi, dove nel periodo 2007-2017 gli stanziamenti sono diminuiti del 23%, mentre in Francia sono aumentati del 2% e in Germania di oltre il 13%.
Di fatto, il vero spread da considerare, tra noi e i tedeschi, non è quello dei punti base tra Btp e Bund, ma tra gli investimenti, che sono inferiori in Italia, non solo in macchinari, ma anche per la R&S, per la quale spendiamo un terzo di quanto paghiamo per gli interessi.
Così, negli ultimi 10 anni gli stanziamenti pubblici in ricerca e innovazione sono diminuiti nel nostro Paese di oltre il 20%, al punto che nel 2016, uniti agli investimenti privati, hanno rappresentato solo l’1,31% del Pil, ben lontani da Francia e Germania, dal 2,25% della media UE e dal 3% dell’obiettivo del programma Horizon 2020.

L’informazione di qualità: una risorsa per anticipare i tempi
È evidente la difficoltà di scegliere tra le priorità e distinguere tra gli investimenti per l’ammodernamento delle infrastrutture, l’incremento della ricerca e l’adeguamento della formazione. Sono azioni tutte ugualmente necessarie e concorrono parimenti a supportare il progresso per raggiungere il traguardo di migliori condizioni di vita. Ed è altrettanto evidente la difficoltà di disporre dei relativi finanziamenti, la cui entità è tale da richiedere un accordo globale.
In questa improbabile attesa, possiamo però mettere in campo un diverso fattore, meno determinante, ma che costa assai meno. Quello di elaborare e fornire un’informazione responsabile e di qualità, che consenta di presentare al mondo in tempo reale l’evolvere della situazione, con eccellenze e punti di forza di gruppi, organizzazioni e categorie produttive, per supportare la cooperazione, la competizione e la crescita di operatori e imprese e con essa la sostenibilità dello sviluppo del sistema economico nel suo complesso.

Per ottenere tale risultato è necessario che tutti gli stakeholder facciano la loro parte, in particolare i media, perché l’informazione è la cinghia di trasmissione che muove il processo che costruisce il futuro.
Un futuro che sia saldamente ancorato alla ricerca e all’innovazione e alle conoscenze ed esperienze che ne derivano.
È un compito che questo portale svolge con tenacia e lungimiranza ormai da un decennio, giocando in anticipo e proponendo approcci avanzati che vanno oltre i tradizionali modelli basati sulla proiezione in avanti delle esperienze passate.
A tutti i lettori un cordiale augurio di Buon Anno e un sentito ringraziamento l’interesse che riservano al nostro impegno.

Pierangelo Andreini
Gennaio 2019