Il sapere delle macchine muta i fattori produttivi. Un circuito virtuoso tra formazione e occupazione per governare il cambiamento

sapere-macchineNonostante la perdita di un quarto della produzione industriale e di nove punti del  pil, l’Italia  rimane il secondo Paese manifatturiero d’Europa, conservando  una posizione di leadership in molte filiere a medio-alto contenuto tecnologico. Un risultato che dimostra il coraggio con cui  durante la crisi il Paese ha saputo combattere e difendere  con successo la sua posizione di quinto al mondo per surplus commerciale, dopo  Cina, Germania, Giappone, Corea, avanzo con cui tra l’altro  paga la propria bolletta energetica.
Un Paese che ha  sofferto e che sta soffrendo gravemente, oppresso dal suo intricato groviglio normativo e burocratico e penalizzato dalla sua struttura sociale e produttiva,  ma che potrebbe tornare ad essere  tra i vincitori nei prossimi anni, se  solo sapesse migliorare adeguatamente la produttività pro-capite e l’offerta tecnologica. E questo  rinnovando manifattura e servizi, ridisegnandoli per soddisfare i nuovi trend dei  modelli di produzione e consumo, condizionati dall’imperativo della sostenibilità e quindi tra loro sempre più correlati.
Certo non è cosa facile, perché è in atto una rivoluzione profonda, indotta dai progressi dell’automazione e dalla totale digitalizzazione che ne è il fondamentale  veicolo e che sta trasformando radicalmente il modo di fare industria nel mondo. Così le macchine, la forza lavoro e le risorse produttive  interagiscono e comunicano tra loro  in maniera sempre più automatica e sinergica. Ciò anche a livello di settori, dove le catene del valore industriale stanno diventando filiere completamente interconnesse, rivoluzionando i vecchi legami tra fornitura, produzione, commercializzazione e creando circuiti simili a social network. In tal modo i nuovi distretti intorno ai quali si sta riorganizzando l’industria sono sempre più globali, forti non per la loro localizzazione geografica, ma per la loro connessione e posizione nelle nuove catene del valore, e premiano chi sa imporre il proprio modello e svolgere un ruolo primario nel relativo segmento o filiera.
È una sfida formidabile che impegna strenuamente il mondo industriale, perché per competere le fabbriche del futuro devono costantemente rinnovarsi, confrontandosi  con  tecnologie emergenti e profondamente innovative, quali la superconnessione degli impianti, la radio frequency identification and tracking, la robotica, la prototipizzazione rapida, la stampa in 3D, l’augmented reality, i bigdata, il cloud computing, la cyber security, ecc., cui si aggiungono le ricadute trasversali delle bio e delle nanoscienze.  In  alcune di queste tecnologie, come la robotica, l’Italia è ben posizionata, ma in altre sconta gravi ritardi.
E questo deficit  penalizza in particolare il comparto manifatturiero su cui gli altri competitor mondiali stanno fortemente puntando, date  le grandi ricadute in termini di aumento della produttività e della capacità di creare i posti di lavoro ad esso legati. Per contro c’è da dire che  la minore la taglia dimensionale delle nostre imprese costituisce un fattore di vantaggio per la loro maggiore flessibilità.
Appare possibile, quindi, e in ogni caso cruciale, intraprendere azioni che accelerino l’adozione di nuovi modelli di produzione industriale automatizzati e interconnessi in favore dei quali conterà molto quanto il sistema Paese sarà in grado di supportare le imprese negli investimenti. È necessario pertanto  dar subito corso a un quadro di iniziative, determinate e coese, di istituzioni, mondo industriale e sistema finanziario che attuino il  rinnovamento necessario affinché la  ripresa della crescita non sia effimera ma duratura. In mancanza di ciò pagheremo cara l’inerzia, perché le grandi aree geopolitiche mondiali, in primis USA e Cina, stanno investendo massicciamente per supportare l’innovazione e  la crescita competitiva delle loro industrie. Ma anche perché nei prossimi anni i posti di lavoro più duraturi e promettenti saranno offerti da imprese e servizi altamente innovativi e a maggior contenuto di conoscenza. E perché la rivoluzione in corso appare caratterizzata da due fattori essenziali, tra loro connessi e che amplificano il danno del ritardo.
La velocità del cambiamento, generata dall’accelerato sviluppo delle conoscenze tecniche, delle quali è previsto il  raddoppio entro i prossimi vent’anni.
E il corrispondente mutamento del lavoro, che  necessita sempre meno delle prestazioni ripetitive dell’uomo, non solo manuali, ma anche intellettuali, molte delle quali sono oramai svolte più rapidamente ed economicamente da robot e computer.
È una transizione che spaventa perché  è difficile valutarne le conseguenze.
Il rischio è che un élite produttiva, privilegiata e benestante, si affidi progressivamente alle macchine, spingendo nella disoccupazione e nella povertà una massa crescente di persone. Ma è anche quello che la Società tradisca in tal modo il proprio compito di assicurare pari opportunità. Dunque è imperativo cercare di capire il fenomeno per precorrere la transizione e renderla socialmente  sostenibile, preparando le nuove generazioni affinché sappiano  gestire il passaggio e cogliere le opportunità che le svolte tecnologiche introdurranno nel mondo del lavoro.
Certamente, in una prospettiva globale  di tempo e di spazio, ad alcuni la preoccupazione può apparire eccessiva. Transizioni come l’attuale si sono più volte ripetute nella storia e l’uomo le ha superate sempre con vantaggio. Basti pensare ai positivi effetti della diffusione della stampa, dell’affermazione della macchina a vapore, della meccanizzazione delle coltivazioni agricole, ecc.
È fisiologico quindi che l’azione fisica dell’uomo, quale fattore di produzione, evolva e diminuisca progressivamente, così come lo è stato per quella del bue e del cavallo nell’agricoltura e nei trasporti. Di fatto, e da sempre, il progresso tecnologico ha introdotto  sistemi che hanno automatizzato il lavoro. Ma questo  in tempi via via più brevi di quelli richiesti per ricollocare la manodopera da essi sostituita, con gli inevitabili contraccolpi sul piano locale e detrimento dei paesi più sfavoriti, come attualmente il nostro.
Di qui la preoccupazione della maggioranza degli osservatori che, insieme alla portata,  paventano in particolare la velocità dell’attuale transizione. Per tale ragione vari paesi stanno intensificando  notevolmente l’impegno nella ricerca, istruzione e  apprendistato dei giovani, in modo da prepararsi al cambiamento e saperlo governare. Meno l’Italia, il cui stanziamento nel settore in percentuale del pil è al fondo della classifica Ocse e dove tarda il decollo di una riforma strutturale che ottimizzi il sistema educativo e lo renda più efficace.
Un grave handicap, perché con l’istruzione i giovani acquisiscono le conoscenze e l’atteggiamento necessari per lo sviluppo produttivo della ricerca e per tradurre le nuove idee in innovazione.  A tal fine è essenziale, infatti, che la scuola sappia  realizzare con adeguata efficienza  un circuito virtuoso  tra istruzione, formazione, occupazione e competitività. Come fa la Germania, dove nel sistema educativo sono strutturati percorsi di alternanza scuola lavoro che concorrono grandemente a garantire l’elevata occupazione, specie di quella giovanile, che caratterizza il Paese. Governare la transizione significa anche questo.
E significa pure assicurare una formazione continua che mantenga alta la qualità delle conoscenze  e la capacità di rinnovarsi.
In altre parole alta la qualità degli operatori e del corrispondente livello delle produzioni, fornendo le competenze richieste da un mercato del lavoro in rapida evoluzione e rendendo l’istruzione aperta al maggior numero possibile di persone. Per questa ragione sono doppiamente preoccupanti i dati recentemente forniti dall’Istat, che registrano un abbandono scolastico tra i più alti d’Europa, con quasi 4,5 milioni di neet, ovvero di persone che non studiano, non lavorano e non sono in formazione, di cui poco si parla.

Pierangelo Andreini

Febbraio 2015