Il futuro da non perdere. Colmare i divari per uscire dalla stretta

2015-editoriale-novembreRiusciranno  i robot a raggiungere livelli prossimi all’intelligenza umana entro i prossimi quindici anni, come molti affermano?
E, se sì,  dove ci porterà il binomio automazione e robotica? Sono le domande preoccupate che si pongono i nuovi “luddisti”, che ancora vedono nel progresso tecnologico  la ragione di una permanente e progressiva distruzione di posti di lavoro perché ha l’effetto collaterale di  sostituire l’uomo in un numero crescente di  attività,  non più solo di quelle semplici e ripetitive. Le giustifica la corsa veloce della transizione in atto, un’autentica rivoluzione azionata da fattori  sociali, economici e tecnici, tra cui il nuovo  modo di fare impresa, che lega  digitale, automazione, robotica e si avvale di internet delle cose e di software di progettazione costantemente aggiornati.
Un mutamento che sta  attivando un potenziale di formidabile entità, ancora ampiamente inespresso e di cui è difficile misurare le conseguenze.
Un cambiamento che consente a una macchina, un impianto, o una linea di produzione di raggiungere livelli crescenti di efficienza e flessibilità produttiva, come oggi l’industria richiede per essere competitiva, e che renderà  sempre più autonomi  sistemi complessi, industriali, energetici, socio-ambientali.
La preoccupazione è  comprensibile perché sostituire un lavoratore con un oggetto che funziona in modo automatico ovviamente riduce nell’immediato l’occupazione.
Tuttavia ha anche la conseguenza di spostare l’opera dell’uomo su livelli più alti, permettendogli di  trasformarsi da soggetto reattivo a soggetto attivo, quindi di  elevarsi, lavorando meno e meglio, di accrescere la sua qualità di vita, di consumare minori risorse attraverso una maggiore efficienza.
E ciò con un beneficio per l’impiego anche numerico, visto che secondo le statistiche a ogni nuovo occupato in un’industria automatizzata corrispondono almeno due  nuovi lavoratori  in altri settori.
D’altra parte, nel corso della storia, la tecnica ha sempre generato  nuovi e diversi posti di lavoro, eliminando nel contempo quelli vecchi e c’è da dire che se in tal modo il progresso ha causato il declino dell’occupazione nell’industria pesante, è altrettanto vero che ha liberato i lavoratori da faticosi, usuranti e ripetitivi compiti all’interno della fabbrica e ha consentito loro di svolgere e perseguire un’ampia varietà di attività e vocazioni al suo esterno.
Ora, però, in uno scenario in cui macchine intelligenti saranno in grado di scambiarsi informazioni in totale autonomia, ottimizzando i processi e favorendo l’incremento dell’efficienza e dell’economia del riciclo, il rischio di forti  ricadute occupazionali è considerato da  molti di nuovo concreto, perché è prevedibile che molta manodopera possa essere rapidamente sostituita da macchine e che i robot possano soppiantare definitivamente  milioni di lavoratori non qualificati.
Peraltro il fenomeno è in atto in forma strisciante da oltre mezzo secolo, da quando nei primi anni ’60 sono stati introdotti i primi bracci robotici nelle catene di montaggio, che si sono evoluti nel tempo e  svolgono attualmente molti lavori in svariate applicazioni: assemblaggio, allevamento, ecc.
Adesso, con  la diffusione de
i veicoli a guida automatica, robot mobili in grado di spostarsi autonomamente per mezzo di magneti, laser, sistemi ottici e di orientamento che sono utilizzati non solo in campo industriale per la movimentazione di merci, materiali ed altro, il progresso sta aprendo le porte a numerose ulteriori applicazioni. Questi veicoli consentono di incrementare l’efficienza e, in definitiva, di ridurre i costi di attività produttive e servizi, e per tale ragione il loro mercato sta crescendo a ritmi più che significativi.
Ma ancor più importante e articolato è il ruolo che svolgono i robot industriali, di gran lunga più complessi, che però al momento sono costretti in genere a funzionare all’interno di gabbie protettive, barriere fisiche che proteggono i lavoratori dai potenziali incidenti dovuti alla potenza e velocità di robot mal funzionanti. Tuttavia, grazie ai progressi nella programmazione, i robot più evoluti sono già in grado di lavorare senza barriere a fianco degli operatori e questa integrazione diretta uomo-macchina rappresenta un grande passo avanti nella direzione di una intima cooperazione con i robot e rivoluziona ulteriormente le mansioni lavorative delle macchine e degli esseri umani.
Di qui le ragioni di nuovi timori per gli effetti sul lavoro, almeno nell’immediato, ma anche la certezza che assegnerà all’uomo un ruolo diverso, più stimolante e appagante, perché lo pone in presa diretta con le sue capacità intellettuali di fondo, creatività, attitudine a saper innovare, valutazione critica, empatia: abilità che le macchine non sono al momento in grado di replicare. Sono queste le attitudini  che fanno la differenza e che guideranno le fabbriche del futuro. Fabbriche che con il declino del costo dei dispositivi di controllo e di archiviazione dei dati disporranno di impianti equipaggiati con un numero crescente di sensori elettronici per vedere, ascoltare, percepire, misurare, generare una serie di informazioni utili per comunicare le anomalie,  imparare dagli errori, potersi riadattare. In sintesi poter produrre manufatti in grande numero e con la massima accuratezza, senza intervento umano, per accorciare i tempi e ottimizzare la gestione delle risorse, in primis di quelle energetiche, non solo in termini di consumi ma anche di generazione.
Basti l’esempio dei nuovi  parchi eolici che sono equipaggiati con sistemi innovativi di monitoraggio e di diagnostica remota che permettono alle turbine eoliche di comunicare fra loro e di variare l’inclinazione delle pale in modo coordinato con la direzione del vento, generando elettricità a un costo drasticamente inferiore a quello di dieci anni fa.
E’ un caso tra i tanti che si possono citare del guadagno energetico che già ora  produce l’efficienza la cui entità si può misurare ponendo a confronto i dati del consumo elettrico nelle varie aree del mondo. La classifica vede il Giappone in testa  con un consumo per unità di pil 16 volte inferiore di quello russo, 8 di quello cinese, metà di quello americano e pari al 90% di  quello europeo.

Su questo fronte l’Europa è quindi ben messa, ma stenta ad avanzare ed è ancora  lontana dall’obiettivo di efficienza che si è posta con la strategia 20-20-20 di un taglio dei consumi di energia primaria del 20%  per il 2020 sul valore previsto per l’anno. Lo snodo cruciale  passa  proprio dall’industria, che assorbe il 42% dell’elettricità consumata e l’Italia sembrerebbe virtuosa, in quanto gli usi industriali sono notevolmente calati, regredendo ai livelli del 1990 e di un quinto  rispetto al picco del 2006. Ma la causa del calo deriva più che altro dagli effetti della recessione, che in otto anni di crisi  ha determinato un crollo del 25% della produzione e  il trasferimento in Paesi emergenti di processi industriali  energivori. Solo marginalmente dipende dall’incremento di efficienza del sistema industriale, perché le difficoltà del momento e il basso costo dell’energia hanno sin qui scoraggiato il manifatturiero dal fare  interventi di rilievo, soprattutto nel caso delle piccole e medie imprese.
Tagliare gli sprechi è però indispensabile per competere, e ora che i dati affermano che la ripresa c’è anche in Italia, il rischio è che non tutte le aziende possano goderne  i benefici e che il sistema proceda a due velocità. Questo perché il divario tra aziende sane e in difficoltà si è notevolmente allargato negli ultimi anni e solo le imprese con un minore debito, più innovative, una maggiore produttività e una vocazione all’esportazione potranno trarre  vantaggio dal nuovo corso, le altre rimarranno sfavorite.
Dunque, oltre ad accelerare l’attuazione delle  riforme strutturali varate e in preparazione, è necessario che l’Esecutivo intensifichi e acceleri anche quelle per accrescere e promuovere gli investimenti in modo da contenere il vistoso calo di quello privato delle aziende, diminuito dall’11 al 9% del pil tra il 2008 e il 2014 e  di quello pubblico in infrastrutture pari al 2,2% del pil, contro una media europea del 2,9%.
Sono dati che misurano l’entità dell’handicap,  tanto più penalizzante in un momento nel quale si intravedono segnali positivi. E’ urgente quindi promuovere azioni coordinate che  attivino risorse pubbliche e private per  avviare progetti che supportino la propensione all’innovazione delle imprese orientate alla crescita e dei servizi a questo necessari. Tuttavia, per conseguire questo risultato è necessario innanzitutto finalizzare le professionalità  dei ricercatori, dottorandi o post doc, e dei manager della ricerca, avvicinando le competenze di due mondi diversi, università e industria, che ancora non si parlano sufficientemente.
In altre parole occorre una buona ricerca, coraggio imprenditoriale e finanziamenti adeguati, che però non bastano più. Ciò in quanto l’innovazione non scaturisce solo dall’alto,  ma anche dal basso. E affinché  la nuova fonte prosperi e si moltiplichi  è necessario un vasto  coinvolgimento di ricercatori, imprenditori e utenti, settore pubblico e società civile, che operando sinergicamente diano luogo a un nuovo modo di fare innovazione e costituiscano ecosistemi innovativi, come lo è la Silicon Valley, ovvero distretti tecnologici dove le idee circolino, interagiscano, collaborino, si sommino, si trasformino e diano vita a startup innovative, che  sono ormai da anni uno dei principali motori della crescita.
Un’altra sfida non facile da vincere, anche per la cronica carenza di ricercatori, visto che nel 2013 l’industria italiana ne occupava 1,53 ogni mille addetti, metà della media europea (2,98) e ben lontana da quella Usa (7,40) e Giapponese (7,63).

Pierangelo Andreini

Novembre 2015