Il flusso del sapere per colmare i divari e realizzare un’economia della conoscenza inclusiva, sostenibile e competitiva

Natura non facit saltus, locuzione il cui significato, variamente interpretato, travalica la semplicità del contenuto e pervade l’ambito filosofico e scientifico, da Pitagora, a Leibniz, ai tempi nostri, dice che tutto va per gradi e niente con salto (1)[i]. C’è da aspettarsi, dunque, che nei prossimi mesi le trasformazioni che hanno caratterizzato l’anno che abbiamo alle spalle proseguiranno e che continuerà in qualche modo pure lo smart working, anche se probabilmente in misura minore nelle piccole organizzazioni. Ciò cambierà, tuttavia, le caratteristiche stesse del lavoro, visto che non sarà solo da remoto, ma meno sincronizzato, come prevede il tecnologo statunitense Kevin Roose, esperto di innovazione e assertore dell’avvento della Yolo economy (You only live once). Una conseguenza, per Roose, dei vincoli generati dalla pandemia che hanno indotto riflessioni e ripiegamenti delle persone su sé stesse, accelerando il mutare dei comportamenti e il trend in atto della così detta Great resignation. La tendenza dei lavoratori, in forte crescita negli USA, a lasciare volontariamente l’occupazione, non più considerata come uno strumento di realizzazione e un obiettivo appagante di vita, ma solo come un modo per “tirare avanti”. Un giogo accettato di malavoglia, in mancanza di alternative, dato che il sogno individuale, enfatizzato dalle restrizioni, è diventato quello di esprimere la propria creatività, senza legami lavorativi troppo stretti e precisi, ponendo in secondo piano le penalizzazioni economiche che ne derivano.
Un atteggiamento variamente diffuso, che lo psicologo americano Adam Grant ha chiamato “languishing”. Ovvero un illanguidimento dell’impegno di persone non depresse, in quanto disperate o esaurite, ma solo mortificate dal calo del benessere e da una percezione di immobilità che si traduce in difficoltà di concentrazione e di utilizzo gratificante dell’energia che ancora posseggono comunque pienamente. Essi riflettono sulla limitatezza del tempo e si chiedono se lo stanno impiegando bene, perché continuare a fare qualcosa significa rinunciare a fare qualcos’altro che potrebbe essere migliore. Pensano, quindi, che la scelta di perseverare nelle attività che svolgono vada fatta solo se queste contano per loro realmente, non per inerzia o per il timore di perdere l’approvazione sociale e di affrontare l’incertezza e il rischio che comporta un cambiamento. Cercano, pertanto, rimedio in nuove attività, più difficili e sfidanti, ma pure non troppo impegnative. Un fenomeno che va estendendosi, specie tra i millennials, il cui impatto è destinato a crescere per le tante persone che abbandonano un lavoro sicuro per inseguire le opportunità che offre questo momento di crisi. Esso si esprime con l’adozione di un diverso stile di vita, caratterizzato dal prendere decisioni coraggiose, sovente però temerarie, visto che le scelte non considerano appieno il rischio che comporta l’optare per occupazioni più libere e flessibili e prescindono, spesso, dal possesso di un adeguato bagaglio formativo, sulla spinta di passioni o hobby personali. Molti di loro hanno impiegato, infatti, il tempo libero con un fai da te improvvisato, per recuperare gap di competenza o per acquisire abilità differenti da quelle possedute, spesso nell’ambito IT, seguendo corsi on-line o altro, così intessendo relazioni de-materializzate.

LE STORTURE DA CORREGGERE
Questa reazione costituisce indubbiamente, per alcuni aspetti, un effetto positivo indotto dall’emergenza sanitaria, che ha obbligato gli operatori a lavorare a distanza e li ha portati ad affrontare problematiche inedite e così ad essere più resilienti, pro-attivi, orientati al problem solving e information seeker. Nel contempo, però, l’interazione tra le esperienze e le competenze, fatte e acquisite, ha messo in luce gli svantaggi del lavoro tradizionale: tempo inutilmente assorbito da trasferimenti e viaggi, maggior fatica e impegno delle relazioni in presenza, disagio del lavoro controllato a vista, ecc. In tal modo si è fatta strada la percezione che il tempo impegnato nel lavoro può essere agevolmente ridotto e meglio utilizzato, a favore di una gestione più gratificante di quello maggiore che resta disponibile. Alcuni ritengono, dunque, che il ritorno alle precedenti modalità di lavoro sia un passo indietro, come dicono varie indagini svolte in materia, secondo le quali una quota consistente di giovani considerano il costo economico e sociale, oltre che psicologico, che comporta il ripristino della vecchia situazione maggiore dei benefici sperimentati. Consci dello stress subito negli anni, dovuto agli elevati carichi di lavoro e alle pressioni per accrescere i risultati, dimostratosi in certi casi insostenibile, tanti occupati hanno deciso, quindi, di ridisegnare i propri obiettivi professionali, ricercando e imboccando nuove strade.
Il fenomeno è rimarchevole e comprenderne le ragioni è importante per correggere le storture che lo alimentano e indirizzarlo su un cammino di sviluppo che non defletta dal perseguimento del bene comune. Non ultima l’erronea concezione che abbiamo di crescita economica, che va vista anche in termini qualitativi e non solo quantitativi, come ho accennato in precedenti editoriali (2)[ii]. Bisogna misurala, infatti, in modo diverso, non certamente solo sulla base dell’aumento del pil, tenendo conto dei tanti obiettivi e fattori che esso non considera. Dato che crescita significa creare innanzitutto maggior benessere, specie mentale, quindi elevare il livello qualitativo dell’ambiente e del welfare in generale, in primis sanitario. Per realizzarla si devono affrontare, pertanto, con maggior risolutezza i problemi epocali che ci affliggono: l’emergenza climatica, il degrado dell’ecosistema, l’incremento della disuguaglianza sociale, ecc. In sintesi la questione della sostenibilità dello sviluppo, il cui modello perverso ha l’effetto di tradurre il vantaggio che assicura il progresso tecnologico in grandi profitti privati che si concentrano in misura abnorme nelle mani di pochi a scapito sostanzialmente di tutti, oltre che del pianeta. Effetti nefasti che si manifestano in tante forme, come attesta la crisi attuale delle catene globali delle forniture, la cui trasparenza è cresciuta meno della loro efficienza e resilienza, l’incremento del costo dell’energia e delle materie prime, l’inflazione sempre alle porte e pronta ad aumentare ed altro. Da noi queste conseguenze sono e sono state, tra l’altro, particolarmente gravi, se si considera che in Italia negli ultimi vent’anni il reddito procapite è passato dall’essere superiore di oltre un quarto rispetto alla media dell’Ue al 5% in meno, mentre Francia e Germania hanno perso solo una decina di punti, rimanendo al di sopra della media rispettivamente del 10 e 20%.

QUELLA FORMAZIONE CHE FA LA DIFFERENZA
Memori del dramma pandemico che abbiamo, si spera, alle spalle, causa forse di uno spillover favorito dall’incuria umana, credo non servano ulteriori argomentazioni per dire quanto necessario e urgente sia ripensare lo sviluppo per renderlo rispettoso dei diritti di tutti. Ciò, tornando al tema del lavoro, intervenendo sui suoi aspetti di base (struttura dell’organizzazione produttiva, processi, relazioni) per costruire un ambiente inclusivo, capace di riconoscere le esigenze degli operatori e valorizzarli, dando risposte concrete al loro bisogno di integrare l’attività lavorativa con un insieme di esperienze più ampie e soddisfacenti, capaci di contrastare la dilagante disaffezione. In primis favorendone la formazione continua e il loro aggiornamento nelle materie non solo tecniche, ma anche umanistiche. In quanto per vivere appieno e responsabilmente l’esistenza, oggi e in prospettiva, è necessario acquisire una quantità sempre maggiore di competenze, a partire da quelle digitali, ma non solo. Perché le tecnologie permeano ormai quasi ogni aspetto della nostra quotidianità, il mondo del lavoro, la scuola, il tempo libero e disporre degli strumenti cognitivi per padroneggiarle è un requisito essenziale. Dunque, un’occupazione che offra la possibilità strutturata di apprendere conoscenze che aiutino a leggere e capire il funzionamento delle cose, svolta in sinergia con il sistema dell’istruzione. Quest’ultimo deve evolvere, quindi, costantemente, innovando la didattica nel profondo per fornire gli strumenti necessari per muoversi in una realtà che muta costantemente. A tal fine assicurando che tutti abbiano una nozione, pur minima, dei linguaggi di programmazione, sviluppando l’attitudine al pensiero logico e computazionale ed educando ad affrontare e risolvere problemi più o meno complessi, in simbiosi con le imprese tramite modalità di insegnamento che favoriscano l’alternanza scuola lavoro. Pertanto, lezioni frontali in un contesto laboratoriale e cooperativo che integri le conoscenze che assicurano le discipline scientifiche con quelle che offrono le materie umanistiche con una didattica che valorizzi la creatività che ne può derivare. Così allenando ad esprimere inclinazioni e capacità con il rigore analitico della scienza, mostrandone la necessità e contribuendo a stimolare l’interesse per le materie tecnico-scientifiche, tradizionalmente considerate un ambito separato e diverso, riservato agli specialisti o agli addetti ai lavori pure nei curricula scolastici. Un disinteresse particolarmente radicato nel nostro Paese, dimostrato dalla bassa quota di giovani laureati nelle discipline Stem – Science, technology, engineering and mathematics – rispetto alla media europea, comunque bassa anche per i giovani laureati in genere. Ne deriva un impoverimento progressivo del capitale umano che in questa fase critica di transizione penalizza notevolmente l’Italia, chiamata a compiere, insieme a tutti gli altri stati dell’UE, una transizione epocale. Digitale, e ciò significa ridurre i tanti gap tecnologici che frenano il sistema economico, ed ecologica, per farlo diventare più sostenibile e in grado di raggiungere a metà secolo il traguardo della neutralità climatica. Uno svantaggio aggravato dal rallentamento scolastico dovuto ai periodi di quarantena e didattica a distanza, che hanno caratterizzato gran parte del biennio 2020-21, anche recentemente, e pure da quel 10% di studenti di nazionalità straniera tra i quali l’incidenza del ritardo e dell’abbandono scolastico è cronica e maggiore, acuendo i divari interni e con l’Europa, che rendono il cammino erto e difficile. Un percorso che potrà essere compiuto con successo solo incrementando le nozioni di base, specie di matematica, a prescindere dalle condizioni di origine, in modo che diventino un patrimonio comune su cui innestare l’acquisizione delle competenze di cui si è detto. Questo per dare e accrescere la capacità di cittadini e maestranze di vivere e operare, responsabilmente e proficuamente in un contesto in continuo cambiamento, in linea con le richieste del mondo del lavoro. Abilità che chiedono di estendere la conoscenza delle materie Stem in uno con quelle umanistiche, per valorizzarne la sintesi espressa dalla modifica dell’acronimo da Stem a Steam, con l’inclusione della “a” di arte, accennata in altri editoriali[iii].

VALENZE DEL DIGITALE
Un compito impegnativo per svolgere il quale non partiamo, tuttavia, da zero. Visto che il distanziamento sociale, obbligato dalla pandemia, ha accelerato di per sé la trasformazione digitale, che il processo, quindi, è in atto da tempo e può essere consolidato ora con una strategia formativa di lungo periodo che supporti la riorganizzazione del sistema economico nel suo complesso. In quanto apparati, dispositivi e macchinari sono già ampiamente interconnessi e producono e raccolgono sempre più dati, il cui utilizzo è, però, ancora limitato. Mentre il passo successivo deve essere quello di impiegarli diffusamente, rendendo il sistema pienamente digitale, per concepire, industrializzare, fornire e manutenere prodotti e servizi con mezzi informatizzati che abilitino percorsi collaborativi e sfruttino le opportunità legate all’Open innovation. In tal modo valorizzando, e nel contempo superando, il saper fare, artigianale e creativo, che è stato alla base del nostro successo. Un fulcro sul quale far leva per stabilizzare il rimbalzo dell’economia che sta seguendo il drammatico crollo generato dal Covid e che fa i conti, ora, con la carenza di materie prime, enfatizzata dalle restrizioni verificatesi nelle catene di approvvigionamento, dall’aumento vertiginoso dei prezzi delle commodity e dalla crescente inflazione, cui si è sopra accennato. A ciò si aggiunge l’incognita della politica che adotterà la Banca centrale europea circa i titoli di stato, di cui potrebbe frenare l’acquisto. Tutto questo ostacola il rammendo in corso del nostro tessuto industriale. Un sistema fortemente spezzettato, fatto prevalentemente di piccole e medie imprese che stanno rimettendosi in gioco, dimostrando la loro resilienza, ma che non hanno completato ancora i percorsi di digitalizzazione e faticano a reperire il sapere a tal fine necessario. Competenze complesse per gestire sistemi logistici sempre più intrecciati, verificare e assicurare l’affidabilità delle filiere, superare crisi congiunturali, affrontando positivamente e sapendosi adattare a emergenze e mutazioni improvvise o prevedibili, come quelle attuali, sanitaria e climatica. Dunque, la ripresa va aiutata analizzando e risolvendo questi e gli altri problemi che rallentano la crescita economica, ivi compreso il miglioramento della produttività. Quindi sviluppando un sapere che consenta di attuare nuovi sistemi di partecipazione con nuove forme organizzative, abilitate dalle tecnologie digitali, che favoriscano sperimentazioni, riconfigurazioni rapide, abilitino processi di apprendimento veloci con cui rendere i sistemi più flessibili e la produzione più “snella”, così incrementando anche i livelli di qualità.

IL MUST DELLA CONOSCENZA
La soluzione dei problemi sta nel capire, infatti, che si deve azionare, risolutamente e con forza, la leva della conoscenza. Un fattore determinante, come dimostra la rapidità con cui sono stati approntati i vaccini, e ancor più essenziale in un mondo rimpiccolito dalla globalizzazione nel quale il vantaggio competitivo assicurato dall’innovazione si afferma in tempi velocissimi e premia chi è pronto ad essere creativo e competente e sa utilizzare il sapere in applicazioni plurisettoriali. Un must che da noi può fare una differenza maggiore, trasformando la debolezza dovuta alla frammentazione della nostra industria in un vantaggio, sfruttando il beneficio che deriva dalla prossimità territoriale delle imprese nei distretti industriali che le compongono. Ciò con iniziative che accrescano e diffondano le competenze per potenziare l’intelligenza collettiva dei comprensori e sviluppare le filiere locali in modo che possano connettersi più efficacemente alle catene globali del valore. Così la dimensione dell’azienda risulta meno importante, mentre lo è la sua capacità di integrarsi all’interno di un ecosistema, connesso e aperto, in grado di evolvere, trasformarsi e di creare innovazione, sempre più correlata e indotta dal rapido mutare delle esigenze della società. In tale scenario le caratteristiche del territorio, con le aziende che vi operano, i servizi che vi sono erogati, pubblici e privati, e il sapere che vi circola, diventano la base per uno sviluppo che ha formidabili potenzialità produttive. Di nuovo, pertanto, l’importanza del digitale per realizzare piattaforme organizzative che consentano a università, istituti scolastici e di ricerca, enti e imprese di collegarsi con interfacce e favorire l’accesso e il flusso di informazioni con la creazione di network nelle forme collaborative più valide e convenienti. Il vettore del cambiamento diventa, dunque, ancor più il sapere e il suo incremento generato dallo scambio continuo dei dati e risultati che lo alimentano, realizzando, pur con ritardo, quel modello economico basato sulla conoscenza che nel 2000, al vertice di Lisbona, i capi di stato dell’Ue avevano stabilito dovesse guidare l’Europa entro i dieci anni successivi. Dato che sapere e saper fare, oggi non sono più sufficienti. Bisogna anche far sapere e le competenze devono diventare e costituire un patrimonio territoriale, crescente e condiviso, facilitando il reperimento e la formazione di nuove conoscenze che diventano vitali per progettare e promuovere uno sviluppo futuro competitivo e responsabile. Un domani che già oggi non può prescindere dall’impiego di dati, intelligenza artificiale, machine learning, connettività 5G, sistemi di calcolo ad alte prestazioni, ecc. Un bene da coltivare con politiche che diffondano il sapere per valorizzare le valenze economiche e sociali del territorio e renderlo un contesto inclusivo e attrattivo capace di assicurare benessere.

SAPERE, SAPER FARE, FAR SAPERE
Ciò consente di dire, tornando ai fenomeni di disagio e disaffezione citati in premessa, che per crescere con successo è più importante coinvolgere e investire nelle persone, che nell’efficienza degli apparati e delle machine, e che si devono introdurre, quindi, nuove forme di partecipazione che gratifichino gli addetti e diano impulso alla produttività. Perché, se la produzione diventa un ecosistema che si apre al territorio, la maggiore possibilità di accedere e possedere informazioni rompe gli equilibri gerarchici tra chi ne disponeva e dispone e chi non le aveva e le acquisisce. La gestione delle attività lavorative richiede, pertanto, forme diverse di leadership, incrementando il dialogo per ridurre le diffidenze e aumentando, così, la conoscenza delle competenze degli addetti per poterle valorizzare e far evolvere, pure in base agli errori commessi, da considerare non tanto ragioni di biasimo, quanto eventi e stimoli per migliorare. Quel che serve, in sintesi, è un’assunzione e distribuzione delle responsabilità più attenta e consapevole. Tuttavia, affinché la partecipazione sia utile e costruttiva occorre innanzitutto “sapere” ed è essenziale, quindi, oltre che prioritario, colmare il deficit cognitivo che ci relega nel basso della classifica UE per scolarizzazione, ancor più, se vogliamo rimanere la seconda Manifattura d’Europa. In ogni caso, come detto, colmare quello scientifico non è sufficiente e si deve far leva anche sulla creatività che stimola l’apprendimento delle materie umanistiche. Questo con percorsi formativi ibridi e connessi che tengano conto delle esigenze dei tessuti produttivi, correlando più strettamente il sistema dell’istruzione con quello produttivo e vigilando in modo che quest’ultimo rispetti e persegua indirizzi etici e sostenibili.
Ben si comprende, dunque, quanto cruciale sia l’occasione che pone in tal senso la missione 4 “Istruzione e ricerca” del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e il corretto utilizzo dei fondi che essa rende disponibili. In quanto, se le risorse ci sono, affinché il loro impiego raggiunga gli obiettivi sopraindicati occorre mettere in campo capacità progettuali, organizzative e di governo, che chiedono a loro volta una forte discontinuità culturale con il passato che stenta a farsi strada. E, in ogni caso, per attuare lo sviluppo di un’economia ad alta intensità di conoscenza, competitività e resilienza, come recita e si propone il Piano stesso, i fondi assegnati sono esigui e insufficienti. Certamente incongrui con il ruolo intrinseco e basilare che svolge la scienza, specie in questi tempi di emergenza sanitaria, ambientale e climatica che l’hanno chiamata e chiamano ad assumere decisioni determinanti sui comportamenti e tecnologie che tutti devono adottare e impiegare, spiegandone le ragioni. Peraltro, la scienza, anche se non pretende di affermare l’assoluta verità delle proprie affermazioni, è l’unica che può assumere questa responsabilità. Visto che essa procede seguendo un rigoroso codice di comunicazione, basato su un insieme di norme fondamentali di confronto e dibattito, tramite pubblicazioni, conferenze, congressi, che obbliga gli scienziati a condurre tutte le dispute facendo riferimento soltanto a prove empiriche. E ciò dice quanto il cammino cognitivo della scienza sia concreto e verificato e vada supportato con il costante rigore della comunicazione. Una funzione che questo portale concorre a svolgere da oltre un decennio, resa oggi ancor più essenziale dal dilagare delle fake news, amplificato dalla rete, che alimentano catastrofismo, negazionismo, banalità varie e diverse, ma anche malanimo ed astio. Dato che la comunicazione scientifica è parte integrante della scienza e la definisce, rendendola un fattore strategico per far sì che la conoscenza di fatti provati eviti sbagli ed inganni e assicuri un domani migliore. È l’augurio che facciamo a questo nuovo anno e a tutti noi. Che sia tempo di azioni risolutive nel quale l’informazione e il sapere che essa alimenta sia corroborato dalla sapienza, ovvero dalla capacità di comprendere quale sia il modo migliore di vivere ed agire.

Pierangelo Andreini
Febbraio
2022

[i] Tout va par degrés dans la nature, et rien par saut, afferma Leibniz nei Nuovi Saggi sull’intelletto umano, pubblicati postumi nel 1765 a commento dell’omonima opera maggiore di John Locke del 1690.
[ii] Quella crescita responsabile e solidale che impone l’emergenza climatica, sanitaria e sociale – Ottobre 2021; Quel mondo alla prova che tarda a correggere i difetti – Dicembre 2021.
[iii] La risorsa della formazione per colmare un gap di imponderabile entità – Febbraio 2019.