Il diritto e il valore di crescere responsabilmente

Right investment for getting incomeLa sfida del futuro, sin qui vinta dall’uomo con fasi di alterno successo, permane foriera di gravi minacce che fortemente preoccupano per la loro globalità. Dal cambiamento climatico, alla carente democrazia, variamente diffusa per la mancanza di una cultura civica condivisa che genera instabilità politica e migrazioni, alle conseguenti tensioni sociali, anche per l’insostenibilità della crescente  disuguaglianza, a sua volta figlia del diffondersi di nuove tecnologie che rivoluzionano le condizioni di lavoro e mettono a rischio l’occupazione.
Bastano pochi numeri per dare un’idea della gravità del momento: l’aumento della temperatura della Terra di quasi un grado celsius rispetto alla media preindustriale, i milioni di migranti in continua crescita, la metà della popolazione mondiale che dal 2000 ad oggi ha beneficiato solo dell’1% dell’aumento della ricchezza globale, mentre l’1% più ricco ne ha assorbito il 50% ed è arrivato a possedere la metà  del patrimonio totale.
E questo squilibrio interessa tutte le economie, anche quella italiana, maggiormente esposta al flusso migratorio, dove l’1% più ricco detiene quasi un quarto della ricchezza nazionale, mentre il 20% più povero ne ha solo pochi millesimi.
Il quasi nullo o comunque scarso potere d’acquisto di una quota importante dei consumatori penalizza gravemente l’economia. quindi, se si vuole parlare di sostenibilità, a rischio non c’è solo l’ambiente.
Il dibattito sul cambiamento climatico minaccia in realtà di deviare l’attenzione dagli altri due aspetti dell’equità intergenerazionale e infragenerazionale che deve garantire uno sviluppo che sia sostenibile: quello economico e quello sociale.
Essi dovrebbero accompagnare costantemente la crescita, assicurando requisiti di welfare: salute, sicurezza, lavoro, benessere economico e soggettivo, qualità dei servizi e delle relazioni sociali e, ovviamente, ricerca, cultura,  ambiente, paesaggio , ecc.
Ma il fattore sociale, inteso come capacità dello sviluppo di assicurare e diffondere condizioni di benessere umano (istruzione, democrazia, partecipazione, giustizia), equamente distribuite per classi e genere, è il più importante. Perché in presenza di inique diseguaglianze e in assenza di coesione sociale è difficile avviare e mantenere  il Mondo su un percorso di sostenibilità, non solo sociale, ma anche economica e ambientale.
Complice un disinteresse diffuso, ” la ricchezza senza lavoro” generata dall’ipertrofia della finanza, i cui prodotti sommano un valore decuplo dell’economia reale, condiziona infatti la stessa economia e minaccia di controllare la politica,  con essa la democrazia, i diritti umani e quelli dell’ambiente. Quale il rimedio per risolvere la questione alla base? Favorire una mutazione profonda  dei comportamenti che determinano le forme di convivenza globale e, quindi, del modello di sviluppo, per dare un significato effettivo  alla parola welfare,  diffondendo le  idee e le consapevolezze necessarie per bloccare la deriva della disuguaglianza  e rivendicare il valore prioritario dei diritti, in primis quello della  sicurezza. E come? Connettendo  in maniera efficace scienza e politica con una visione lungimirante ed equa che integri scienza, tecnologia, economia, sociologia e governance,  che è la chiave per decidere quale tipo di società vogliamo.
Non è cosa facile, ma il vero welfare scaturisce dalla capacità di saper gestire questa complessità. Non è facile perché si deve consolidare, per non dire costruire, il ponte che unisce scienza e politica (e viceversa) per risolvere le controversie ideologiche attraverso le competenze tecniche. Un ponte che rimane in ogni caso assai precario, visto che le differenze ideologiche derivano in genere più da disaccordi radicati su valori fondamentali che da una carenza di informazioni scientifiche e di capacità di analisi indipendente.
C’è da dire poi che scienza e politica si condizionano reciprocamente e che di fronte alla stessa evidenza scientifica è possibile adottare più e diverse opzioni politiche.
Comunque il metodo scientifico rimane lo strumento principe per  accertare ciò che è  vero e con esso, applicandolo rigorosamente, è possibile modificare pregiudizi, convinzioni e indirizzare correttamente la  politica. Non sempre con  successo, però, in quanto, come detto, la scienza informa e non determina le scelte. Quale la leva da azionare? Lo strumento di fondo rimane come sempre la cultura, ovvero scienza, conoscenza, informazione e  consapevolezza. Ma una cultura diversa, perché quella che serve sta mutando drasticamente e le consuete modalità di studio e ricerca non bastano più. Quindi nuove forme di istruzione e ricerca che inducano  il cambiamento di mentalità necessario per  governare i processi sempre più complessi che stanno cambiando gli stili di vita e il volto del lavoro, offrendone gli strumenti.  In quanto non si tratta solo di fare cose in maniera diversa, ma di fare cose nuove, come ormai avviene da tempo.
È l’effetto travolgente dell’innovazione che agisce con un ritmo di diffusione legato alla velocità dell’informazione digitale, che dilaga in quantità impressionante in un mondo dove la tecnologia è in  continua crescita e dove nel 2020 vi saranno 50 miliardi di dispositivi e 100 milioni di automobili connessi. Un fenomeno accelerato dalla convergenza tra big data, intelligenza artificiale, automazione e robotica, di cui e-commerce, digital marketing, social media, stampanti 3D, cloud, internet of things, analitycs, droni, realtà aumentata, crowdfunding, cybersecurity, blockchain e sharing economy non sono che le avvisaglie, mentre  altri effetti della rivoluzione digitale in atto  sono già immaginabili.
Si pensi alla sharing economy, che al momento interessa i mercati della mobilità e del turismo, e che propone già oggi scenari di sviluppo ieri impensabili nelle telco (le Wifi-Community), nelle utility (produzione dell’energia a livello residenziale o nelle comunità locali), ed  altro. Così, si creeranno nuovi e inaspettati posti di lavoro, ma intanto l’automatizzazione e la digitalizzazione dell’economia stanno cancellando quelli più ripetitivi che diventeranno in prospettiva milioni.
Di fatto, secondo alcuni studi, da qui al 2030 sarà a rischio circa la metà delle posizioni lavorative dei paesi industrializzati, sia per l’automazione delle fasi produttive e anche per il superamento di molte aree di lavoro intellettuale, in relazione allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, del machine learning e ora pure di robot che rispondono a input emotivi.
L’impatto di queste innovazioni sulla competitività delle imprese e dei servizi è potenzialmente dirompente e le implicazioni sociali non sono meno rilevanti. Che fare per contrastare questo incombente pericolo di disgregazione della società   e preservarne la coesione? Il fenomeno interessa l’intero sistema e non si può affrontare con misure tra loro sconnesse, perché richiede una strategia che imponga scelte drastiche che operino decisioni sostitutive nell’allocazione delle risorse.
Specie in Italia dove si affrontano le incognite del futuro in ordine sparso, senza una visione unica e coordinata con il mondo della scuola, dell’università, della pubblica amministrazione, delle Aziende.
E dove il sistema-paese appare segnato da un insufficiente know-how dei politici e dalla debolezza delle decisioni per imboccare con convinzione la nuova strada con i necessari investimenti. In primis potenziando il sistema dell’istruzione (centri di ricerca, università, scuola) e mettendolo in rete con le imprese, per accelerare  il passaggio oggi richiesto dalla conoscenza alla competenza, da un sapere approfondito, ma prevalentemente mnemonico e diviso tra singole discipline, a un sapere autocostruito con un tayloring personale lungo assi multidisciplinari, focalizzati sull’imparare a imparare, anche dagli errori, ad affrontare i problemi mettendo in connessione le proprie competenze, a lavorare in maniera collaborativa.
Una competenza che non si impara sui libri, ma che si acquisisce con modalità innovative di collaborazione e apprendimento, specie interagendo con le nuove macchine.  Perché esse operano inconsapevolmente e solo l’uomo, almeno per ora,  è in grado di valutarne gli effetti e di porre in atto le azioni necessarie per affrontare le incognite del progresso con la crescita della propria cultura e capacità di  competere responsabilmente.
Anche se il traguardo appare per ora  lontano, è  questa la meta che si deve raggiungere per fronteggiare e vincere la nuova sfida.

Pierangelo Andreini

Maggio 2016