Formazione e ricerca una priorità per la legislatura

science laboratory test tubesIl 2012 si è chiuso in Europa con 48 milioni di disoccupati, mentre si stima che nel 2020 mancherà nel Mondo un numero equivalente di lavoratori altamente qualificati in grado di gestire la rivoluzione produttiva e tecnologica che stiamo attraversando. In Italia nello scorso anno si sono persi 278 mila posti di lavoro e ciò nonostante si parla poco della crisi del lavoro professionale e qualificato e della inevasa domanda  di tecnici che pongono le nostre imprese.
Sono dati  che dovrebbero far riflettere sull’importanza della formazione intermedia e dell’alta formazione, richiamata nei precedenti articoli, perché il sapere è la risorsa principale cui attingere in un momento di crisi e costituisce l’infrastruttura immateriale  con cui  riposizionare il Paese su un sentiero di sviluppo.
Appare necessaria, quindi, una forte politica che rilanci la crescita facendo leva, innanzitutto, sulla conoscenza. E quest’ultima  dovrebbe rappresentare una priorità per la nuova legislatura e l’Esecutivo, in quanto con la  ricerca essa costituisce lo snodo cruciale per supportare le imprese con servizi altamente qualificati, rispondenti  alle esigenze di una competizione globale, e per  assicurare la sostenibilità dello sviluppo. Occorre, però, far presto, visto che le tipologie di specializzazione legate alle  nuove tecnologie sono in costante evoluzione e il loro rapido cambiamento potrebbe determinare svolte penalizzanti per  il futuro delle nuove generazioni già nel prossimo quinquennio.
Peraltro non vi sono alternative a una tale politica, perché una ripresa sostenibile non può che derivare da una maggiore competitività e produttività delle nostre fabbricazioni di beni e servizi e non certo da un semplice reflusso di potere d’acquisto, in qualunque forma elargito.
E una maggiore produttività e competitività  sono  possibili  solo con l’investimento in conoscenza, l’acculturamento del capitale umano e l’innovazione di processo e di prodotto, in quanto  il posizionamento nei mercati globali passa soprattutto attraverso le innovazioni radicali  in cui contano essenzialmente competenza, ricerca e sviluppo industriale.
D’altronde, in un Mondo in costante cambiamento le traiettorie di crescita si modificano velocemente ed è cruciale che le nostre aziende sappiano cavalcare questi trend per non restare spiazzate dalla concorrenza. Tuttavia, a tal fine  devono essere guidate dagli indirizzi e dal supporto di una  politica organica di sviluppo, che comprenda  tutti i settori, dall’agricoltura ai servizi, ivi compresa scuola, ricerca, normazione tecnica, amministrazione pubblica. E questo passando per la costruzione e la gestione delle infrastrutture che favoriscano  la semplificazione amministrativa, il risparmio energetico, l’efficienza e la riduzione dell’impatto ambientale, l’utilizzo sempre più pervasivo di software e information technology per gestire trasporti, reti energetiche, applicazioni domestiche, processi produttivi.
Con ciò, privilegiando però i settori tradizionalmente forti come la  manifattura, seconda in Europa dopo la Germania e una delle migliori al mondo, anche se negli ultimi anni ha perso posizioni nella graduatoria mondiale, passando dal quinto all’ottavo posto.  Questo, per effetto della crisi, ma anche perché l’efficienza nella manifattura è incessantemente sottoposta al confronto con i concorrenti su scala internazionale dove non può contare su nessuna protezione e  le quote di mercato si conquistano e si mantengono sui fattori innovativi e di qualità e prezzo dei prodotti, e pure sulla capacità di servizio ai clienti.
Ma,  per generare innovazioni radicali le aziende devono poter contare, oltre che sulla disponibilità di  servizi avanzati nei cicli industriali e al di fuori di essi, anche su una corrispondente disponibilità di  laboratori di prova e di ricerca privati e pubblici, che costituiscono un anello di collegamento essenziale per innovare le manifatture con nuove tecnologie. E  tale supporto è  assai carente e costituisce un notorio e cronico punto di debolezza del nostro sistema produttivo, come testimoniano i dati di un recente studio di Mediobanca secondo i quali la quota dei servizi avanzati nella manifattura tradizionale sul totale dei consumi intermedi è pari al 13,4 % in Germania, al 12,6 in Francia, all’8,7 per la Spagna e al  5  per l’Italia.
Di qui nuovamente la necessità di una forte politica che punti nel contempo su istruzione, scienza, ricerca, prova e qualità,  come investimenti per ritrovare la competitività. E ciò traguardando il futuro, considerato che il sistema manifatturiero italiano con la progressiva uscita di scena del programma “Industria 2015” è ormai orfano di un progetto organico per il sostegno all’innovazione industriale e tecnologica. Ancora quindi l’esigenza di una strategia nazionale che coniughi   le necessità  di ricerca, verifica e prova per il perseguimento degli indirizzi di sviluppo sopra indicati  con un progetto  organico per l’innovazione che sia coerente con le tecnologie abilitanti di base individuate dalla UE con il programma Horizon 2020, quali nanotecnologie, micro e nano elettronica, materiali avanzati, biotecnologie, veicoli puliti, edilizia sostenibile, reti intelligenti, aerospaziale, accennate nel precedente articolo pubblicato nel numero di  gennaio.
Non è cosa facile, però, perché il Paese ha sinora trascurato anche il settore dell’organizzazione e gestione della ricerca, sia dal lato della proposta che da quello della valutazione. E questo, non investendo sufficientemente nella formazione della figura cardine del manager della R&S, il cui ruolo è fondamentale per il successo delle singole iniziative e  dell’intero sistema. E’ un compito strategico, perché da un lato occorre saper cogliere con anticipo le esigenze ed opportunità di sviluppo, dimostrazione, trasferimento tecnologico e innovazione che pone il mercato con il progredire delle conoscenze, in coerenza  con gli indirizzi di piani e programmi nazionali e internazionali e, ovviamente, con gli obiettivi del finanziatore.
Dall’altro occorre assicurare ai progetti la necessaria credibilità, garantendone lo sviluppo con idonee risorse strumentali  e adeguate competenze culturali, scientifiche e tecniche degli operatori, rafforzando  la loro capacità di ricerca con  percorsi di alta formazione e  aggiornamento. A ciò si aggiunga l’ulteriore generale handicap che deriva dal debole legame esistente nel Paese tra scuola e impresa e tra università e ricerca industriale. Quest’ultimo testimoniato anche nelle più recenti statistiche dell’Ocse  che relegano l’Italia agli ultimi posti nella classifica del  rapporto R&S/pil, con l’ 1,26% contro l’ 1,90 medio per l’Ue, il 2,21 per la Francia,  il 2,78 per la Germania, il 2,88 degli Usa e il 3,33% del Giappone, mantenendo l’economia  italiana in una posizione  di retroguardia nel campo della ricerca pura e applicata. Per contro una buona notizia è la firma nel febbraio scorso del decreto del ministero dell’università che fissa i criteri per l’istituzione e l’accreditamento di corsi e sedi per il conseguimento del dottorato di ricerca. Con esso viene finalmente impresso un nuovo impulso per migliorare e valorizzare la qualità dell’alta formazione, con l’obiettivo di  consentire al Paese di competere con una ricerca italiana meglio integrata con il sistema produttivo e quindi più forte, promuovendo percorsi formativi per dottorati industriali che abbiano curricula sinergici con le esigenze  delle aziende.
Ma non basta,
per creare una buona occupazione tutto il sistema formativo deve correlarsi  strettamente con le esigenze in progressivo cambiamento dell’industria manifatturiera e dell’impresa in generale. Bisogna invertire il trend che vede il sapere tecnologico concentrarsi all’interno di èlite privilegiate con velocità superiore a quella con cui si incrementa il loro reddito, mentre il declassamento generato dalla crisi precarizza il mondo professionale.
Nel vuoto delle proposte stiamo bruciando le competenze accumulate nei decenni precedenti perché vi è un colpevole scollamento tra le esigenze e i tempi delle istituzioni e quelli del mondo produttivo.

Pierangelo Andreini

Maggio 2013