Energia: l’eredità del passato e la sfida del futuro

Tra le poste a favore nel drammatico bilancio che induce a fare l’attenuarsi della pandemia, varianti permettendo, vi è indubbiamente la spinta impressa alla riduzione del carbone nel mix energetico, complice la contrazione dei consumi elettrici e la diminuzione del prezzo delle altre fonti fossili che ne hanno eroso il vantaggio economico. Ciò a prescindere dai programmi della sua eliminazione graduale, ripetutamente annunciati e scarsamente attuati, che per l’Italia prevedono l’uscita di scena tra pochi anni, dopo il 2025. Vari osservatori ritengono, tuttavia, che nell’immediato il venir meno di questa fonte potrebbe tradursi in un rallentamento della crescita della competitività e nell’attenuazione della ripresa, specie da noi per l’insufficiente ricorso alla risorsa idroelettrica e per l’assenza dell’alternativa nucleare su cui possono contare altri paesi, come in Europa la Francia.
Un’opzione, quella del nucleare, la cui scelta aveva portato il nostro Paese a diventare nel dopo guerra uno dei protagonisti della sua affermazione nel settore civile, pure quanto alla potenza complessiva di centrali installate, il cui sviluppo controverso è stato condizionato in Italia dal contrasto tra sfera pubblica e privata sulle modalità di attuazione industriale sin dagli anni ’60, ancor prima degli eventi catastrofici che l’hanno funestato. Le conseguenze di questo scontro, in termini di fallimenti politici, inefficienze e sperperi, venne denunciato, con fatti e dati ampiamente documentati, da Mario Silvestri, massimo fondatore dell’impiantistica nucleare nel Paese, nel volume che fece epoca, pubblicato nel ’68 da Einaudi, Torino, “Il costo della menzogna. Italia nucleare (1945-1968).
Questo, come detto, prima che si verificasse il disastro di Chernobyl in Ucraina, il 26 aprile di 35 anni fa, quando l’esplosione di uno dei reattori della centrale determinò di fatto la fine del nucleare italiano, sancito l’anno dopo, nel novembre 1987, da un referendum che vide la vittoria dei contrari. Il tempo poi, con il successivo incidente di Fukushima Dai-ichi dell’11 marzo 2011, ha continuato a giocare contro, consolidando e confermando l’abbandono di questa fonte con il risultato di renderci grandi acquirenti di elettricità dall’estero, della quale importiamo mediamente poco meno di 40.000 GWh all’anno. Un paradosso, per i fautori del nucleare, visto che la quasi totalità del trasferimento di energia elettrica proviene dalla confinante Francia, che di reattori ne ha 58 e non ha mai pensato di chiuderli. Alcuni di questi producono quindi elettricità per noi, ma con vantaggi, in termini economici, di occupazione, esperienze, competenze e avanzamenti tecnici, che rimangono altrove. In tal modo i cugini d’oltralpe mantengono oltretutto basso il prezzo dell’elettricità, mediamente inferiore di 5 centesimi di euro per kWh rispetto al nostro.

Comunque sia, c’è da dire, oggettivamente, che il traguardo della neutralità climatica, ovvero zero emissioni di CO2 equivalenti nette da raggiungere entro metà secolo, posto dal Green Deal europeo e dall’ultimo Rapporto IEA (International Energy Agency) del 18 maggio scorso “Net Zero by 2050 – A road map for the global energy sector”, chiede di mettere in campo ogni possibilità, tra cui anche il nucleare avanzato ad alta sicurezza intrinseca, che i francesi considerano peraltro una tecnologia verde. Il Rapporto IEA delinea infatti uno scenario di metà secolo totalmente diverso, dove il progressivo incremento dell’efficienza energetica consentirà di sostenere un’economia più che doppia e un’umanità cresciuta di 2 miliardi con un fabbisogno energetico globale inferiore all’attuale dell’8%. L’elettricità soddisferà il 50% della domanda finale di energia (secondo il Rapporto l’anno scorso era il 20 e dovrà salire al 26 nel 2030. A inizio ‘900 il valore era pressoché nullo, visto che la prima centrale elettrica dell’Europa continentale venne realizzata da Giuseppe Colombo a Milano nel 1883, la terza nel mondo dopo le prime due di Londra e Manhattan costruite l’anno precedente), con il resto coperto da combustibili evoluti, bio carburanti, biomasse, e-fuel, idrogeno. Il sole sarà la più grande fonte di approvvigionamento e sostituirà i combustibili fossili che scenderanno dagli odierni quasi quattro quinti a poco più di un quinto e saranno utilizzati in beni in cui il carbonio è incorporato nel prodotto, come la plastica, in comparti dove le opzioni tecnologiche low carbon sono impraticabili e inadeguate o in impianti dotati di sistemi di cattura e sequestro del carbonio. Il 90% della produzione di elettricità proverrà da fonti rinnovabili, con l’eolico e il solare fotovoltaico che insieme rappresenteranno il 70%, mentre il resto deriverà per la maggior parte dal nucleare.

La stessa IEA, dunque, in questo Rapporto speciale appositamente commissionato dalla presidenza britannica della 26° COP1 per indicare la strada da seguire per limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5° C entro fine secolo, e informare così i negoziati, attribuisce e conferma il ruolo, sia pure marginale, del nucleare nel processo di decarbonizzazione, unica fonte ad avere una grande intensità energetica, diversamente da quelle del vento e del sole, al pari delle quali non emette CO2. Entrando nel dettaglio dello studio, i suoi critici osservano però che i target indicati appaiono in certi casi azzardati, specie quanto ai tempi. Come il divieto di vendita di automobili mosse da motori a combustione interna dopo il 2035. Conseguentemente considerano improbabile la possibilità che in trent’anni la domanda di petrolio scenda del 75%, quella di gas del 55%, che le rinnovabili passino dal 16 al 67% del mix energetico e che il nucleare cresca dal 5 all’11% (in termini di energia primaria). Questo perché i derivati del petrolio costituiscono attualmente il vettore pressoché esclusivo del settore dei trasporti, di cui soddisfano la quasi totalità del fabbisogno energetico. Mentre la propulsione elettrica stenta ad accelerare la corsa e parte in ogni caso dai valori molto bassi che attesta l’esigua incidenza delle auto elettriche, non ibride, al momento inferiore all’1% del parco circolante superiore al miliardo.
Per tale ragione i censori del Rapporto AIE ritengono difficile che un’impennata della propulsione elettrica sia in grado di limitare nel dopo pandemia la ripresa della domanda petrolifera, di cui prevedono nel breve termine l’inevitabile crescita, più o meno lenta. Osservano, quindi, che l’invito dell’Agenzia, contenuto nel Rapporto, a interrompere gli investimenti nella ricerca e nello sviluppo di ulteriori giacimenti, come mezzo per accelerare la transizione ecologica, comporta l’accettazione di una fase di caro petrolio, visto che i siti attualmente in produzione si stanno esaurendo. Pertanto, dati gli oggettivi limiti che pone l’accelerazione dello sviluppo delle fonti rinnovabili e del nucleare nella misura sostitutiva che sarebbe necessaria per evitarlo, ciò si tradurrà in un aumento dei prezzi al consumo, con il risultato di ritardare l’uscita dalla crisi. Un timore che non condivide, evidentemente, la nuova Amministrazione USA, la quale tra le prime misure adottate ha congelato le concessioni per la ricerca di petrolio e gas nel territorio federale e che il 22 aprile scorso, in occasione della Giornata della Terra, ha confermato l’impegno di dimezzare le emissioni di CO2 entro il 2030 (rispetto ai livelli del 2005) contenuto nel capitolo clima e energia dell’American Jobs Plan. Un traguardo difficile da conseguire, senza la predetta grande crescita delle rinnovabili e un transitorio rilevante apporto del nucleare, che il Piano infatti prevede, finanziando l’upgrading delle 93 centrali attualmente funzionanti per estenderne la vita utile, come ha fatto la Francia.

Tornando dunque al nucleare, al di là dei dubbi che solleva la dimensione degli impegni, sia europei, sia americani, e l’entità dei target indicati dall’AIE, sta di fatto, comunque, che dal 1986 al 2019 la produzione mondiale di elettricità da fissione si è quasi raddoppiata, sino agli attuali circa 2700 TWh annui, nonostante il rallentamento indotto dall’incidente di Fukushima del 2011. In effetti dopo Chernobyl i reattori nel mondo, che nel 1986 erano 410, sono saliti a 443 e altri 54 sono in costruzione, di cui 11 in Cina e 7 in India. Così tra le fonti che generano elettricità carbon free quella tratta dall’atomo è oggi la seconda, dietro l’idroelettrico e davanti all’eolico e al solare, che stanno crescendo però velocemente. I prossimi anni registreranno, quindi, una ripresa della generazione elettrica nucleare. Tuttavia non da noi, che ne siamo usciti, ma in Giappone dove, superato l’incidente di dieci anni fa, il nucleare ripartirà con almeno 5 reattori resi più sicuri che saranno rimessi in funzione già entro il 2025. Per la stessa data è prevista la realizzazione di centrali in Turchia, Egitto, Bangladesh. Per parte loro Cina e India avvieranno, come detto, 18 nuovi reattori nel corso dei prossimi 9 anni, mentre alla fine del 2020 Bielorussia ed Emirati Arabi Uniti hanno commissionato impianti per sostenere la ripresa post Covid delle loro economie.

Recriminazioni e commenti sulle scelte mancate e fatte, da noi e altrove, sono noti, ma non scontati. Perché i vincoli e i feedback, palesi e nascosti, ecologici, economici, politici, sociali che ne costituiscono la base sono molteplici e interconnessi. Basti pensare all’interazione con l’ambiente e il territorio, alle carenze delle analisi del ciclo di vita degli impianti, nei termini di costo-efficacia più generali, specie quanto ai componenti e materiali richiesti e alla quantità/qualità dell’energia congelata nelle loro strutture e, per il nucleare, allo scottante problema del trattamento dei rifiuti. Dal complesso di queste interazioni si devono dedurre i fatti oggettivi che il progresso delle conoscenze via via accerta ed evidenza, assumendo per tempo le decisioni che ne conseguono. E non reagendo alle emergenze originate dalla gravità delle situazioni, che nel frattempo si complicano e deteriorano, con misure improvvisate e impropriamente condizionate, scarsamente informate per effetto degli esigui investimenti nella ricerca. Quindi pensando troppo poco e mancando, nel migliore dei casi, di senso delle proporzioni. Come avvenne con il primo PEN, il Piano Energetico Nazionale, adottato nel ’75 per fronteggiare la crisi petrolifera indotta dalla guerra dello Yom Kippur, quando l’Esecutivo adottò un programma la cui rilettura fa sorridere per la dismisura delle stime e dei rimedi previsti. 20 impianti nucleari da 1.000 MW ciascuno da realizzarsi in 10 anni per coprire nel ’90 i 2/3 di una gigantesca richiesta di elettricità pari a 520 TWh, il doppio quasi dell’attuale. Ad esso ne sono seguiti altri due, nell’81 e nell’88 e due SEN (Strategia Energetica Nazionale) nel 2013 e nel 2017 con risultati assai modesti. Ora, tuttavia, non si può più sbagliare, abbiamo il dovere di approfondire le analisi per spendere le risorse del PNRR (il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che la Commissione Europea ha approvato il 22 giugno scorso) bene e presto. Le linee sono tracciate, mancano i dettagli, dobbiamo precisarli per non mancare un’occasione epocale che sarebbe colpevole perdere. Ne va del futuro delle giovani generazioni che sarebbero doppiamente penalizzate, perché dovranno ripagare il debito.

126° Conferenza delle Parti della Convenzione ONU sui cambiamenti climatici che si terrà a Glasgow dall’1 al 12 novembre 2021.

Pierangelo Andreini
Luglio 2021