Editoria tecnica: lo strumento che traguarda la sostenibilità nel mare del web

Vent’anni fa, secondo vari osservatori, si creavano e immagazzinavano pro capite oltre 800 MB annui di nuova informazione con un andamento tale che all’epoca appariva già esponenziale. Così, nei primi cinque anni del secolo l’informazione prodotta ha superato quella precedentemente generata dall’umanità in tutta la sua storia. Da allora questa crescita è progredita con ritmi quasi inconcepibili e con essa sono cresciute ovviamente anche le conoscenze. In tal modo, nei prossimi vent’anni lo stock di quelle tecniche, ad oggi acquisite, potrà duplicarsi, con successivi raddoppi in manciate di anni e poi di mesi. Artefice di questa accelerazione è la rete che, collega ormai sempre più estesamente quasi tutto il globo: macchine, sistemi, ambienti, ecc. Ma, ciò che più conta, le persone, la cui creatività è moltiplicata dall’interconnessione dei loro “cervelli” e alimenta l’attuale esplosione del sapere.
Dunque, non si può dire che vi sia una scarsità di informazioni e conoscenze, anzi il contrario, e il problema è capire quanto di questo sapere è valido, ossia scientificamente verificato, e quanto e come utilmente impiegarlo. Perché se è vero che il suo buon uso accresce la produttività del lavoro, il reddito, il benessere e genera il progresso, il suo mancato o cattivo impiego può farli invece arretrare, a livello regionale e anche mondiale, per l’insipienza delle politiche economiche e ambientali. Il progresso della società è strettamente correlato, infatti, all’impiego diretto delle conoscenze, la cui validità nel concreto è poi misurata grossolanamente dalla ricchezza che con tali conoscenze si produce. In effetti l’informazione e la conoscenza sono praticamente i soli strumenti atti a creare ricchezza, come lo sono stati ieri e lo saranno domani, con una quota intellettuale della produzione che è cresciuta sempre più, al punto che si può dire che ora in pratica costituisca tutto quanto si produce. Questo perché la creazione di benessere e ricchezza in qualsiasi attività è legata al progresso della conoscenza su come a tale scopo può essere elaborata al meglio la materia, piuttosto che sulla disponibilità di materie prime. Il loro ruolo è così sempre meno importante e il loro apporto marginale, al limite nullo nella prospettiva di un’economia circolare.
A questo proposito già oggi l’abbondanza di informazione è tale che per qualunque problema si affronti esiste quasi sempre in qualche luogo buona parte delle conoscenze necessarie per risolverlo. E ciò si traduce in un impiego razionale e integrale del sapere il cui margine di guadagno, al momento, si presenta enorme, dato che globalmente si usa meno del 2% delle conoscenze libere. In tali contesti sapere e fare interagiscono sinergicamente e le nuove conoscenze sono applicabili molto facilmente nei settori più disparati, facendo delle informazioni tecniche il motore dell’innovazione e, quindi, del cambiamento. Sono contesti duttili e flessibili, dove le discipline tradizionali, stabilite per mettere ordine e gestire saperi spesso diversissimi, non si sviluppano più in compartimenti stagni, anzi ne viene favorita la contaminazione.
Ciò fa sì che il patrimonio culturale non rimane irrigidito nella sua ortodossia e incrementa in questo modo le possibilità di avanzamento. Perché sempre più spesso avviene che una nuova conoscenza, nata in uno specifico ambito scientifico, risulta utile anche in altri molto differenti, moltiplicandone gli impieghi. Così, il diverso ordine assunto dalla matrice del sapere consente di accrescere enormemente, sia il tasso delle nuove scoperte, sia quello dell’innovazione. In quanto produce e veicola conoscenze atte ad essere applicate in qualsiasi ambito di validità delle conoscenze stesse, con risultati utili per il progresso del sapere ed anche per dare spessore crescente alla base scientifica delle sue applicazioni tecniche, le quali si possono così sviluppare, marginalizzando e al limite prescindendo dall’apporto dell’esperienza pratica.

Conoscenza, industria e ingegneri
Un grande vantaggio per l’industria, dove la ricerca è determinante per conoscere, assecondare e rendere sostenibile il cambio del modello, se vuole rimanere competitiva. In particolare con l’analisi dei processi tecnici convenzionali o nuovi, per comprenderne la funzionalità ed eliminare nella misura maggiore possibile i componenti fisici, sostituendoli con altri informatici, per poterli progressivamente dematerializzare. Un obiettivo che è sempre stato alla base del suo operare e che ha guidato e condizionato lo sviluppo in questi ultimi tempi, ma anche nei secoli passati, durante i quali è stata l’industria a scatenare il processo di rinnovamento e crescita esponenziale dell’economia, come non era mai accaduto in epoche precedenti.
Non si è trattato solo dell’azione dell’industria in sé, la quale ha rappresentato, dopo aver superato l’agricoltura, per un lungo periodo il primo settore economico, ma del fatto che tutti gli altri settori hanno adottato i suoi metodi. L’agricoltura prima, diventando probabilmente l’industria che richiede i maggiori investimenti di capitale (terreno, infrastrutture, macchine), e i servizi, poi, che sono diventati il settore dell’economia largamente maggioritario. Di fatto, sempre più i settori economici hanno teso ad implementare le modalità operative tipiche dell’industria e le tecniche di gestione dettate dagli ingegneri (negli ultimi tempi in collaborazione e competizione con le scuole di management), e sono debitori dell’industria anche per buona parte dell’innovazione di materiali, macchine, organizzazione e così via, necessari per l’esercizio della loro attività.
Parlo di conoscenza, industria e ingegneri perché sono tra loro intrecciati e, intesi in senso lato, ci sono da sempre, non solo la prima, ma anche gli altri due. Sin dai primordi, infatti, per l’umanità è stato un imperativo integrare tecnologie innovative nell’organizzazione dei sistemi economici e nella loro progettazione, in quanto da sempre essa è stata spinta dalla forza della sua coscienza a organizzare mezzi in vista del raggiungimento di scopi. Se ben si pensa questa è l’espressione concreta della natura dell’uomo, quella di un essere potenzialmente tecnico che organizza mezzi per realizzare fini. E quest’organizzare mezzi, che è l’essenza della tecnica, è l’essenza stessa dell’Ingegnere. L’industria costituisce tale organizzazione e l’ingegnere ricerca le forme migliori per realizzarla con il progresso delle sue conoscenze. In ultima analisi si può dire, quindi, che la figura dell’ingegnere è quella dell’esperto che gestisce le attività industriali, ossia della fabbrica intesa nella sua accezione più ampia, ricercandone il miglioramento e attuandone l’evoluzione.
In tali termini è stato ed è il principale attore del ruolo essenziale svolto dall’industria nella creazione dell’economia moderna, dove ha interpretato e interpreta una parte assai difficile. Perché gli ingegneri hanno affrontato e devono affrontare problemi inevitabilmente sempre più complessi che, pertanto, devono tener conto di un consistente numero di parametri. Questi, in una visione olistica, sono ovviamente molto numerosi, ma l’Ingegnere rifiuta pragmaticamente tale approccio e individua quelli essenziali, sulla base dei quali costruisce un modello unitario in modo che tutti i parametri scelti siano governabili con un criterio unico. Un approccio concreto, anche se manchevole, che è una delle ragioni della forza dell’Ingegnere, ma che ora la crescente complessità del sistema economico e produttivo, con i suoi imprevisti o sottostimati feedback, mette in discussione.

Sostenibilità e informazione
La disputa più eclatante la pone la questione ambientale, che impegna il dibattito sulla sostenibilità dello sviluppo ormai da decenni, ed è ora tardivamente sfociata nell’imperativo di realizzare un’economia circolare. Quindi, il riuso e il riciclo, che sono fattori essenziali per la sostenibilità, cui si aggiunge quello della durabilità. Un fattore, quest’ultimo, fondante dell’economia del passato, messo alla porta dall’età dello spreco, dall’economia degli anni dell’usa e getta. E ciò per sostenere uno sviluppo irresponsabile, basato sulla quantità e non sulla qualità, che da tempo ha presentato il suo conto. Ora, finalmente, si sta capendo l’importanza di mettere in campo anche il requisito della durabilità. Una durabilità smart, però, figlia di una progettazione e di una manifattura intelligente, capace per quanto possibile di ammettere sostituzioni e upgrading che il rapido progredire delle tecnologie rende disponibili. Un vantaggio duplice, visto che puntare su manufatti durevoli, oltre che aiutare la sostenibilità, è utile anche economicamente. In quanto consente di elevare i margini, dato che prodotti più affidabili e duraturi ammettono prezzi più elevati, i quali possono compensare la minor quantità del venduto in un bilancio che rimane comunque positivo.
Tuttavia, per ottenere ciò e promuovere un generale cambio di paradigma verso un modello di produzione e consumo sostenibile, l’esperienza passata ha dimostrato che la crescente complessità dell’economia impedisce o rende sconveniente governarla con l’imposizione dall’alto di norme cogenti. Mentre, come ben si sa, la strada più praticabile e migliore è quella di agire dal basso, azionando il sistema dell’informazione per alimentare il senso critico e civico delle persone e incrementare la loro cultura. Soprattutto per indirizzare la domanda verso produzioni innovative, rendendo ragione di rischi e vantaggi, con il duplice obiettivo, di informare il mercato sulle nuove opzioni e di orientare i giovani e gli anziani su quale lavoro scegliere o su quali competenze aggiornarsi.
È il grande vantaggio che offre la società dell’informazione che, se ben gestita, può trasformarsi in quella della conoscenza. Una società dove la risorsa diventa l’uomo e la moltiplicazione delle risorse si esprime nella formazione di persone colte e consapevoli, capaci di aggiornarsi continuamente e dotate di creatività per tradurre le conoscenze nella realizzazione e nell’adozione di soluzioni valide e responsabili.
Un’evoluzione che appare determinante per incrementare la cultura del discernimento e per non subire in maniera passiva e inconsapevole l’evoluzione tecnica. Questo favorendo l’approfondimento della conoscenza delle diverse espressioni con cui opera il sistema produttivo, nel contrasto specifico di fatti e opinioni, per scartare le false informazioni e conoscenze, che spesso circolano ad arte, e per rimuovere le varie forme di condizionamento che deformano e rallentano la crescita.

Il ruolo dell’editoria scientifica e tecnica
A tal fine lo strumento di fondo con cui dirimere le questioni è quello dell’editoria scientifica e tecnica, di quelle pubblicazioni che raccolgono i migliori risultati della ricerca accademica e industriale e li diffondono ai tecnici e alla società per contribuire allo sviluppo stesso della ricerca e stabilire un punto fermo in un mondo dove la competenza è messa in discussione da affermazioni inverosimili e paradossali. Affermazioni favorite dall’immediata accessibilità e ricercabilità di uno sterminato complesso di dati e informazioni disponibili in rete, nel migliore dei casi fuorvianti, oppure appositamente manipolate, che in assenza di una selezione e analisi critica, vengono proposte per vere, inducendo la tentazione di seguire percorsi apparentemente più agevoli o convenienti che risultano poi inammissibili e insensati.
Questa facile disponibilità sul web di un’incalcolabile quantità di informazioni genera l’illusione di una conoscenza a portata di mano, trascurando il fatto che ogni medaglia ha il suo rovescio, perché alla libera fruizione dei contenuti, si contrappone l’altrettanto libera produzione degli stessi. Voglio dire, come ben noto, che su internet sono presenti informazioni affidabili alla pari con teorie immaginifiche, nella loro descrizione e interpretazione, e con le fake news. Si riaffaccia, quindi, il problema dell’affidabilità dell’informazione, richiamato in premessa, ovvero della qualità della conoscenza, che è tale solo quando i dati e le informazioni sono sottoposte al vaglio della loro coerenza nel sistema complesso di cui fanno parte e sono validate da una certificazione scientificamente autorevole.
Una funzione cruciale, nell’attuale contesto caratterizzato da un’informazione apparentemente libera, che genera l’idea che non serve sapere, in quanto basta saper fare. Perché le conoscenze che sono necessarie si possono agevolmente ricavare da internet, elaborandole autonomamente. Così ignorando il fatto che quelle precise e collaudate che servono concretamente sono attentamente custodite da élite ristrette che le hanno prodotte con il loro costoso lavoro di ricerca e le lasciano filtrare con grande parsimonia solo dopo averle sufficientemente sfruttate.
A questo punto la domanda da porsi è quale ruolo possano e debbano svolgere le istituzioni che hanno il compito di diffondere il sapere scientificamente verificato e validato nel momento attuale caratterizzato da una informatizzazione e digitalizzazione profonda dell’economia e nell’immediato futuro. La risposta è assai complessa ed esula da questa breve trattazione nella quale mi voglio limitare a considerare solo il ruolo dell’editoria tecnica, in particolare dei manuali. Quelli tipici dell’ingegneria, cui ho fatto cenno con la digressione sull’industria e gli ingegneri, ma anche quelli delle altre categorie professionali, dei quali ci si chiede se abbia ancora senso disporne e in che formato, cartaceo o digitale.
Rispondendo per prima alla seconda domanda c’è da dire che, se la sostituzione dei libri cartacei con gli e-book ha indubbi vantaggi pratici, logistici ed economici. I manuali sono però una cosa diversa, perché uniscono alla funzione informativa anche quella formativa e, al proposito, vari studi affermano che sul piano cognitivo i libri digitali sono meno efficaci per l’apprendimento rispetto a quelli cartacei. Dunque, almeno per ora, secondo questi osservatori gli handbooks su carta rimangono i migliori.
Quanto alla prima domanda, ovvero se i manuali servono ancora, è più facile rispondere. La loro funzione, infatti, è stata da sempre quella di trasmettere una conoscenza strutturata e, soprattutto, accertata, nel senso di contenere dati e informazioni certe, stabilite dalla comunità scientifica, cui le case editrici fanno riferimento per l’elaborazione e i controlli delle pubblicazioni. Una funzione, quindi, oggi ancor più attuale, vista la necessità di contrastare la proliferazione disorganizzata di informazioni inaffidabili che alimentano i media, digitali e non, i social network e le altre forme di comunicazione che abilità il web. Una funzione importante, perché consente di distinguere, nel mare indistinto dell’informazione che ci inonda costantemente, i fatti dalle opinioni, ciò che è attendibile da ciò che è frutto, ingenuo o malevolo, di elucubrazioni insensate o artatamente false. Importante, non solo per evitare che il flusso di stimoli e informazioni sempre nuovi finisca per sovrastare il sapere codificato, che è un sapere certo, ma anche per favorire l’esercizio della critica e dell’interpretazione. In altre parole, per offrire ai tecnici gli strumenti di orientamento che sono necessari per confrontarsi in modo critico e consapevole con la realtà che avanza.

Uno strumento per contrastare l’incompetenza
A tal fine i manuali bilanciano i loro contenuti per assicurare il raggiungimento di due distinti traguardi: mantenere la necessaria enfasi sugli aspetti teorici, per contribuire all’opera di formazione attuata dal sistema dell’istruzione, far comprendere la complessità relazionale, promuovere lo sviluppo del pensiero critico ed altro, e fornire, nel contempo, le conoscenze aggiornate che servono per comprendere e risolvere i nuovi problemi. Sono questi, ovviamente, che dominano la scena, dato che una loro positiva soluzione accresce il benessere e crea ricchezza, ma se inavveduta o poco lungimirante comporta il rischio di gravare il mondo di ulteriori carichi che deviano il percorso verso la sostenibilità. Così creando circoli viziosi che pongono altri problemi che scienza e tecnica sono chiamate a risolvere. Basti pensare al buco dell’ozono e ai tanti altri feedback che hanno interessato, su scala globale e locale, l’ambiente, l’agricoltura, la salute, generati da comportamenti acritici e autoreferenziali che il progresso scientifico e tecnico ha affrontato connettendo trasversalmente le sue componenti con nuove specializzazioni per interrompere il loop negativo. Volendosi consolare, scartando il dolo, si può dire che sbagliando si impara. Anche gli errori possono aiutare, visto che concorrono a costruire la cultura con cui correggerli e contrastarli. Ma perseverare nello sbaglio non è ammissibile, può comportare prezzi inaccettabili.
Il progresso culturale, quindi, è il mezzo per evitarli ed evitarne il ripetersi. Ovvero il progressivo accumulo del sapere che trova la sua espressione operativa e più agevolmente fruibile in quelle strutture organizzate della conoscenza tecnica che rappresentano i manuali. Dunque, rispondendo alla prima domanda, la loro funzione permane per quanto detto essenziale, così come l’utilità di proseguire nella costruzione di nuovi manuali per nuove materie e nell’aggiornamento e ampliamento di quelli esistenti. Perché sono edizioni fondamentali, che contribuiscono allo sviluppo stesso della ricerca, capaci di filtrare il flusso di stimoli e notizie che pervade esponenzialmente la realtà su scala globale, dando agli utenti, incessantemente investiti dalla marea di informazioni, cartacee e digitali, la possibilità di affrontare i problemi del nostro tempo con la necessaria competenza e consapevolezza. Una funzione che non significa elidere con il sapere “certificato” la cultura digitale, ma solo affermare che le informazioni che si possono ricavare dalla rete non possono sostituirlo.
Possono però utilmente affiancarsi ad esso e in esso integrarsi, perché le opportunità che offre il web sono straordinarie e vanno valorizzate in tutti i contesti e modi possibili. A tal fine l’editoria tecnica, e con essa i manuali, dovranno perciò evolvere in testi che associno ai formati cartacei, che nel breve periodo continueranno a prevalere, quelli digitali. Questo per sfruttare tutte le possibilità che offre il progredire delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione: selezioni con parole chiave, ipertesti, interattività e altro ancora.
In un frangente come l’attuale, che privilegia la conoscenza con le parole e non con i fatti e che segna uno scadimento della qualità nella diffusione del sapere, i media tecnici e i manuali sono chiamati a costituire un argine per contenere questa deriva, intensificando la loro opera di connessione delle sedi del sapere con la società. Pertanto, qualunque sarà il futuro, credo che in quello prossimo i manuali continueranno ad essere uno strumento essenziale con il garantire la loro funzione di solido riferimento attraverso un lavoro editoriale di alta professionalità per trasferire agli operatori le competenze necessarie a supportare lo sviluppo.
Come è sempre stato e di cui, tra gli editori tecnici attivi alla fine del XIX secolo, CRC Press, Elsevier, McGraw Hill, Springer Verlag, UTET, per citarne alcuni, è un fulgido esempio in Italia, negli ultimi decenni dell’800 e nel primo del ‘900, l’opera dell’Editore Hoepli con i suoi famosi mille manuali sui molteplici aspetti della scienza e della tecnologia, tra cui il celebre manuale dell’Ingegnere di Giuseppe Colombo (1° ed. 1877), oggi arrivato alla 85^ edizione. Una testimonianza dello spirito lungimirante e patriottico di Ulrico Hoepli che con essi rese disponibile uno strumento strategico di grande efficacia nel supportare lo sforzo del Paese impegnato nel promuovere la sua nascente industrializzazione.

Pierangelo Andreini
Novembre 2019