Dall’edilizia la rivoluzione per una crescita sostenibile

crescita sostenibileIl flusso migratorio di questo tempo è un fenomeno complesso determinato dall’intreccio di vari fattori, tra cui disuguaglianze economiche e sociali, cambiamenti climatici, carestie, politiche locali, guerre e persecuzioni.
Spostamenti di masse umane, in cerca di diritti e opportunità su rotte di speranza e morte, che si dimostrano incontrollabili e che richiedono azioni immediate per fronteggiare una sfida epocale, mettendo in campo senza risparmio tutti gli strumenti che sono disponibili.
Un fenomeno reso più acuto dal fatto che la méta dei migranti sono nelle aree urbane, dove già si concentra oltre il 50% dell’umanità, stipata nel 2% del territorio del pianeta, nelle quali si produce il 70% delle emissioni e dei rifiuti globali e dove miliardi di persone vivono in estrema povertà.
Un fenomeno che aggrava ulteriormente i problemi posti dal processo di urbanizzazione sempre più rapido, inevitabile perché storicamente connesso con l’incessante crescita demografica, scontata stante la verticalità del flesso della sua curva, per cui tra trent’anni avremo quasi 7 miliardi di cittadini, sui 9 totali.
Una grande sfida, dunque, ma anche una risorsa per la sostenibilità dello sviluppo, se le crescenti concentrazioni spaziali di attività umane e delle loro interazioni, anziché produrre segregazione, tensione sociale, povertà e una maggiore pressione sull’ambiente, diventano un motore per generare creatività, innovazione, nuovi servizi, posti di lavoro e, in sintesi, crescita economica.
A tal fine l’identificazione e l’applicazione degli strumenti più efficaci per affrontare la sfida è quindi determinante e va fatta subito, perché nei prossimi anni il flusso delle grandi masse rurali e dei migranti certamente non si fermerà e occorre evitare che il processo generi sacche di sottosviluppo devastanti, che risulterebbero sempre più difficili da bonificare.
Ciò significa pianificare la crescita delle città affinché non siano il luogo dove i nodi si concentrano e vengono al pettine, ma dove si trovano le condizioni per realizzare una società intelligente, sostenibile e inclusiva. Città cablate e interconnesse, capaci di soddisfare le esigenze di mobilità, abitabilità, produzione e consumo sostenibili, dove la densità abitativa sia un vettore di efficienza in tutti gli ambiti della vita umana, spostamenti, usi dell’energia, gestione dei rifiuti, logistica, lavoro, formazione, intrattenimento, e dove con l’efficienza si riducano i costi immobiliari, così evitando di relegare ai margini gli ultimi arrivati.
Non è cosa facile, perché i problemi che le aree urbane devono fronteggiare, demografici, sociali, economici, ambientali, climatici, sono molteplici e tra loro strettamente collegati. Pianificare lo sviluppo urbano richiede pertanto di agire sul suo intero tessuto con interventi tra loro integrati che facciano del rinnovamento materiale uno strumento che produca anche istruzione, cultura, inclusione e in tal modo ne assicuri la sostenibilità ambientale, economica e sociale.
Non è cosa facile anche perché per conseguire questi effetti le soluzioni possibili devono essere condivise e occorre un’intensa collaborazione e comprensione reciproca a livello locale tra cittadini, società civile, settori economici e i diversi livelli amministrativi, per far sì che le competenze e il know-how disponibili sul posto possano esprimere la loro migliore e più proficua sintesi.
Infine non è cosa facile perché dalle origini il mondo delle costruzioni non è cambiato molto, mentre ora deve confrontarsi con un approccio radicalmente diverso, che assuma come driver l’esigenza di tenere al centro le persone, per individuare e affermare nuovi modelli economici che garantiscano nel contempo alti gradi di efficienza a costi sostenibili.

Questo significa che l’edilizia deve integrarsi profondamente con la tecnologia e quindi dialogare diffusamente con l’Itc, l’ energia, la manifattura e l’ambiente, con risultati che saranno rivoluzionari. D’altronde, senza nuove modalità realizzative che mettano al centro l’ efficienza, la sostenibilità e il benessere, il settore delle costruzioni rischia di trovarsi impreparato all’appello della crescita demografica e dei cambiamenti climatici e sociali, mentre una sua forte ibridazione con gli altri settori offre in ogni caso un risultato certo, quello di potenziare il valore di ciò che c’è, sia nel recupero delle costruzioni esistenti e nella realizzazione di quelle nuove, sia nell’incremento del patrimonio di conoscenze.
Per questo occorre che si affermi e diffonda una nuova concezione degli immobili.
Immobili che facciano massiccio ricorso alle energie rinnovabili e al riutilizzo dei loro elementi costitutivi per assicurare una piena sostenibilità. Progettati per essere realizzati con componenti prefabbricati, impianti, arredi, e accessori altamente efficienti e intercambiabili per portare quasi a zero i consumi energetici e di materie prime nell’arco della loro vita utile.
Immobili realizzati con sistemi costruttivi flessibili che consentano di variare la disposizione delle partiture verticali e orizzontali e facilitino la modifica della suddivisione degli spazi in modo che sia possibile una successiva diversa ripartizione degli ambienti, in funzione del mutare delle esigenze, sia abitative che di destinazione d’uso. Una concezione che inietti intelligenza nell’edificio con l’istallazione di componenti informatizzati che attraverso la rete dialoghino tra loro e con gli occupanti per rendere efficiente il profilo di impiego, anche in termini di condivisione e socializzazione degli spazi, e per ridurre tutti i tipi di rischio, di incendio, di intrusione, di incidenti, sismico, idrogeologico, ecc.
Sembra un’utopia, ma è una visione del possibile, perché a livello internazionale le previsioni dicono che più della metà delle costruzioni in un prossimo futuro sarà prefabbricato e la strada appare tracciata. Certamente occorre uno sforzo di grande portata, tuttavia il salto tecnologico che deve compiere l’edilizia è un passaggio obbligato e del resto le premesse perché dalla rivoluzione della manifattura si passi ora a quella delle costruzioni nelle fasi che le scandiscono ci sono ampiamente.
Dalla progettazione, dove l’impiego di nuovi strumenti come la realtà aumentata consente di visualizzare ipotesi realizzative nel contesto di condizioni esistenti per pianificare l’uso ottimale degli spazi. Dove la crescita e la diffusione di modelli multi-dimensionali generati con programmi su computer consente di assicurare la comunicazione, la cooperazione, la simulazione e il miglioramento ottimale di un progetto lungo il ciclo completo di vita dell’opera edilizia. E questo con dati che definiscono tutte le informazioni riguardanti ogni specifico componente, mirando ad integrare nel progetto i più recenti risultati della ricerca per massimizzare le prestazioni in termini di soddisfazione delle esigente, in primis della sicurezza.
Alla realizzazione in cantiere, dove con una forte infrastruttura digitale si passa da files standardizzati basati sulle modellistiche internazionali alla costruzione con tecniche e macchinari capaci di impiegare con crescente flessibilità elementi sempre più grandi e complessi e con nuove modalità che fanno ampio ricorso ad automazione robotica, ivi compresa la manifattura additiva.
Alla produzione dei componenti, dove l’industrializzazione delle fabbricazioni ha il compito di assicurare l’intercambiabilità e il riciclo e di fornire i manufatti a cantieri destinati principalmente ad assemblare elementi prefabbricati e operanti secondo standard, come già accade nei casi più avanzati. Alla riqualificazione radicale del costruito esistente, che ha raggiunto livelli elevati di industrializzazione e può essere applicata diffusamente, con ampi margini di miglioramento delle prestazioni energetiche e di benessere per gli occupanti.
Alla demolizione, dove una nuova concezione dell’edificio, progettato in modo da poter essere interamente smontato e rimontato con nuove funzioni d’uso, consente il riciclaggio quasi completo dei componenti al termine del ciclo di vita, minimizzando le perdite e il conferimento in discarica dei materiali di risulta che attualmente supera il 50%.
Mutuando il termine, si può dire che abbiamo alle porte un’edilizia 4.0, dove la crescente ibridazione con gli altri settori può garantire alti gradi di efficienza a costi sostenibili, se le maestranze hanno le capacità che servono.
È questo il passaggio cruciale, perché la maggioranza degli operatori ha competenze digitali e relazionali inadeguate, se non inesistenti. Dunque occorre aggiornare i percorsi formativi e offrire opportunità di formazione continua ai lavoratori per dotarli delle conoscenze necessarie.

Non solo tecniche, ma anche di come cambia la società e di come il rinnovamento materiale non è necessariamente uguale ovunque, in quanto il contesto storico-culturale comporta differenze. Quindi una formazione anche umana, per conoscere le tradizioni, innestarvi l’innovazione e arricchire la creatività. Un valore per l’Italia, dove l’alleanza di tradizione e innovazione, tra storia, ricerca, immagine, e il saper fare artigiano, può fare la differenza.

Pierangelo Andreini