Crisi: leggere il cambiamento per superare l’impasse

Overcome crisis break . Mixed mediaL’anno da poco iniziato segna, certamente, un passaggio molto difficile, specie per l’Italia, tuttavia i momenti di crisi si sono dimostrati spesso importanti occasioni di apprendimento e, dunque, di positivi cambiamenti. Le crisi accelerano i processi di mutazione e promuovono profonde innovazioni, non solo tecniche, ma anche culturali e, pertanto, economiche, sociali e politiche.
E invero per portare definitivamente il nostro Paese, e con esso l’Europa, fuori da una recessione epocale non basterà l’innovazione degli strumenti con cui si interviene consuetamente, occorrerà che cambi pure il contesto culturale nel quale essi sono destinati ad agire.
Si deve partire da questa consapevole premessa, per costruire un futuro migliore e affrontare con successo la complessità delle sfide poste dalla rapida e critica trasformazione, che stanno attraversando le società e le economie occidentali. E per far ciò occorre azionare contemporaneamente entrambe le leve: innovazione e cultura, tutte e due con grande vigore, previlegiando la seconda, perché genera la prima e ha un effetto ritardato, anche se la sua crescita sta procedendo con ritmo esponenziale.
Nonostante le difficoltà del momento, le acquisizioni, specie nel campo delle bioscienze, nanoscienze, meccanica quantistica, informatica, robotica, registrano infatti un continuo aumento e mostrano come il progresso del sapere compiuto fino ad oggi dall’uomo sia poca cosa rispetto a ciò che prospettano i prossimi decenni. Le cognizioni sono ora prodotte con incredibile velocità e perciò agire sulla cultura significa, innanzitutto, facilitare l’accesso alle nuove conoscenze con modalità innovative di informazione che raggiungano gli interessati in tempi “rapidi”, compito che per parte sua il Portale Assoicim cerca di assolvere con la maggior cura possibile.
Tuttavia, si dovrebbe dire in tempi “reali”, cioè istantanei, cui tende la “società dell’informazione”, che sta succedendo a quella industriale e che è componente essenziale della “società della conoscenza”, ambìto traguardo europeo, che continua purtroppo a slittare.
Da tempo, ormai, ci stiamo avventurando in quest’ultima, alimentata dall’incessante progresso del sapere, primo motore del cambiamento di un Mondo che sta mutando con incredibile velocità, secondo processi che dovrebbero costituire temi prioritari di ricerca e non lo sono. Ciò ha per corollario, oltre alla difficoltà di discernere le innovazioni su cui investire, rispetto a quelle che saranno in prospettiva obsolete, una corrispondente difficoltà e ritardo adattativi nell’approcciare i problemi, non solo degli analisti economici, ma più in generale di tutti gli stakeholder, addetti e non addetti ai lavori. Per vincere tali difficoltà deve maturare, quindi, e diffondersi una diversa capacità di percezione, in grado di cogliere l’essenza del mutamento in atto nei suoi vari riflessi sociali, ambientali ed economici. Questo per apprezzarne le criticità e anticipare l’introduzione di nuovi paradigmi, con modelli innovativi di produzione e consumo che accrescano sostenibilità ed equità, nel contesto di uno sviluppo competitivo che trova la migliore espressione nella sua qualità, attestata dagli strumenti di verifica della conformità. E ciò per governare attivamente il flusso degli eventi, non da inesperti spettatori che intervengono tentativamente a crisi conclamate, ma collegando consapevolmente conoscenze, tecnologie e pratiche.
Pertanto, per superare l’impasse non bastano ricerca e innovazione o ottuse strategie competitive, occorrono intelligenze più dialoganti, che navigando tra i saperi si liberino da pregiudizi più o meno interessati o faziosi e compiano un salto adattativo, tanto più difficile quanto maggiore è l’esperienza, se questo sapere cumulativo non è inteso come provvisorio e come mero strumento per ridiscutere le acquisizioni e affrontare creativamente gli eventi imprevisti.
Tuttavia, a tale scopo, specie nel nostro Paese, deve evolvere profondamente il sistema formativo. Occorre accelerarlo, per allineare la media di età dei nostri neolaureati, attualmente oltre i 27 anni, a quella europea inferiore ai 24. Ma occorre, soprattutto, che la formazione prosegua lungo l’ arco della vita, integrando educazione, ricerca e informazione, per aggiornare, incrementare e mobilitare le competenze affinché, in relazione tra loro, interagiscano in tempo reale e sappiano ideare soluzioni atte a fronteggiare le sfide e assicurare sostenibilità e competitività allo sviluppo, la cui qualità ne rappresenta la sintesi. Il cammino è iniziato, ma deve procedere molto più speditamente, con un’accelerazione per lo meno corrispondente a quella con cui scienza e tecnologia generano le conoscenze e indicano le opzioni possibili per risolvere i problemi.
È un target impegnativo, che non tarderà, però, ad essere conseguito nei paesi più avanzati, solo pensando alle velocità con cui la rete, con pc e smart phone, sta interconnetendo la popolazione, giunta ormai a oltre i due quinti di quella mondiale. È questa la premessa abilitante che può consentire a cultura e innovazione di crescere congiuntamente, unendo le intelligenze distribuite nei molteplici comparti della scuola, della ricerca, della qualità, della professione e dell’impresa, per generare il risultato creativo di un’intelligenza collettiva.
Una formidabile risorsa, questa, cui l’Italia ha tradizionalmente attinto nel processo di sviluppo dei distretti industriali, ora gravemente sottoimpiegata e che può fare la differenza, potendo incidere grandemente sul progresso del Paese e dei suoi assetti socio-economici. Ma per sfruttarla con successo nella competizione globale, dove i beni si misurano sempre più in ragione del loro contenuto progettuale, di idee ed esperienze, piuttosto che della materia della quale sono fisicamente composti, la diffusione delle informazioni è una priorità strategica. E, in ogni caso, mantenerla al centro, come essenziale strumento di cultura, innovazione e qualità, è fonte di benessere, libertà ed eguaglianza, non solo di opportunità, ma anche dei valori etici, come praticati.

Pierangelo Andreini

Febbraio 2012