CoVID-19 Il virus che sconvolge il mondo e può rigenerarlo

Per prendere il coraggio a due mani in questo drammatico frangente occorre pensare al grande patrimonio di conoscenze sin qui accumulato dall’uomo che l’immane tragedia della pandemia da CoVID-19 (COronaVIrus Disease-2019) non può certamente cancellare. Un sapere che, al contrario, la dominerà con il suo sviluppo esponenziale e il suo raddoppio che avviene ormai nel tempo inferiore a quello di una generazione. L’epidemia passerà e già adesso, non dopo, dobbiamo riflettere sulla lezione che ci impartisce e ragionare su come reagire per trasformare lo choc comportamentale ed economico estremo che essa sta determinando nell’opportunità di una crescita migliore.
Una lezione che si può riassumere nella necessità di moderare gli egoismi e che, quindi, ben conosciamo, che tendiamo però a dimenticare, in quanto scomoda e non scientifica. Come non scientifico è il principio di precauzione nell’espressione tramandata da Ippocrate “primum non nocere”. E non scientifica è pure la saggezza, cioè l’etica, la quale dovrebbe evolvere in stretta connessione con la scienza, per temperare lo sviluppo del sapere, specie quello che produce reddito. Cosa che invece non è, dato che il senno non lo genera o ne genera assai poco.
Un imperativo che viene rimosso, perché non funzionale all’attuale modello di sviluppo, basato su una crescita indiscriminata che rifiuta di farsi carico del dramma dell’uomo e delle sorti del mondo, mancando in tal modo di correggere le distorsioni. Ciò a partire dal dibattito politico e sociale, dove altri e diversi comportamenti prevalgono sul ragionamento e sulla razionalità, in particolare nel rapporto fra economia, finanza, ambiente e produzione.
Un insegnamento sottaciuto dallo stesso sistema educativo, che poco investe sullo sviluppo della cultura letterario umanistica, percepita come meno utile, visto che il suo incremento non crea cibo e non garantisce la salute. Mentre il suo ruolo è fondamentale per edificare la trasversalità che serve per correggere le storture che realizza un sapere tecnico sempre più specializzato e per procedere con maggiore assennatezza nella tutela dell’uomo e dell’ambiente. Poiché ci insegna a capire come orientare l’impegno scientifico e gestire una tecnologia autoreferenziale che governa di fatto le cose e il loro rapporto. Per esempio, con un maggior impegno per produrre acqua dove piove sempre meno, contenere la desertificazione e i danni del cambiamento climatico, favorire la transizione verso le fonti rinnovabili, promuovere l’economia circolare ed altro. Più in generale, per assicurare allo sviluppo il requisito della sostenibilità, non solo ambientale, ma anche economica, sociale, delle istituzioni.
Una cultura sempre più soverchiata da quella tecnica per un travisamento del principio di utilità, il cui effetto inasprisce la competizione a scapito della solidarietà e si traduce in maggiore disparità, squilibrio e in ultima analisi insostenibilità e crisi dell’attuale modello di sviluppo. Un malinteso grave e colpevole, dato che ne conosciamo la conseguenza, quella del verificarsi di fenomeni sempre più esasperati ed estremi che presentano periodicamente il loro conto, il cui prezzo alla fine è pagato da tutti per il beneficio di alcuni. Perché se non è facile accertare scientificamente, come non lo è nel caso del cambiamento climatico, quanto l’attuale insorgenza della pandemia determinata dalla SARS-CoV-2 (Sindrome Respiratoria Acuta Grave – Coronavirus 2) sia conseguenza diretta del comportamento dell’uomo, delle sue classi dirigenti e degli interessi che esse rappresentano, molti segnali e indizi in tal senso appaiono incontrovertibili e schiaccianti.

Una sindrome sistemica
Non occorrono grandi indagini, visto che i riscontri sono forniti con tutta evidenza dalla sindrome da infiammazione sistemica di cui soffre l’intero pianeta, gravato da una popolazione in continua crescita, prossima agli 8 miliardi di individui, portata dalle logiche che governano attualmente l’economia a sfruttare e consumare le risorse naturali in misura irresponsabile e sproporzionata. In tal modo alterando o distruggendo, con deforestazioni e altri tipi di devastazioni, gli ecosistemi e stravolgendo habitat incontaminati e la fauna che vi alberga, compresi i virus che essa ospita e può veicolare. Ne consegue che turbati dall’intrusione dell’uomo, che aumenta inesorabilmente e modifica gli equilibri di ambienti sin qui inviolati, cui si aggiunge il cambiamento climatico che li rende inospitali, gli animali selvatici ricercano nuove nicchie ecologiche, forzatamente più vicine alle zone abitate, facilitando lo spillover, ovvero il salto interspecifico di agenti patogeni da una specie a un’altra. Tra cui quella umana, enormemente numerosa e sempre più concentrata in aree urbane degradate e contaminate, dove l’aria inquinata ha di per se un elevato impatto sulla mortalità in eccesso e le polveri che essa contiene sono veicoli che trasportano germi. Un’umanità che si sposta, oltretutto, con grande rapidità e frequenza su scala globale, accelerando la circolazione e la diffusione delle infezioni.
È una situazione in progressivo peggioramento, nota da tempo, al punto da avere indotto nel 2007 l’Organizzazione mondiale della sanità a segnalare, nel suo rapporto sulla salute nel Ventunesimo secolo, che laddove il delicato equilibrio tra uomo e agenti patogeni risulta alterato il rischio di epidemie cresce notevolmente. Come è successo con vari coronavirus, sia prima che dopo la pubblicazione del rapporto, quali SARS e MERS, e con virus particolarmente gravi quali HIV ed Ebola. Non si può dire, quindi, che non lo sapevamo e, d’altra parte, è ragionevole capire, c’è lo dice pure la termodinamica, che se si mutano le condizioni al contorno che assicurano l’equilibrio dei sistemi essi ne raggiungono delle altre caratterizzate da un maggior disordine. Ciò se non si drena l’aumento dell’entropia, che in questo caso consiste in un’azione dell’uomo che sia intelligente, responsabile e saggia. In tal senso l’approccio catastrofista porta a ritenere che la diffusione dei nuovi virus sia l’inevitabile risposta della natura all’aggressione perpetrata dall’uomo, la quale reagisce determinando conseguenze per noi patologiche.
Ma c’è di più, in quanto lo stesso approccio attribuisce allo scioglimento del permafrost, dovuto al surriscaldamento del clima, la potenzialità di rilasciare patogeni antichi, intrappolati al suo interno, che lo spillover all’uomo lo hanno fatto già in tempi remoti, con il rischio che si verifichino nuove epidemie, le cui conseguenze potrebbero essere altrettanto o più letali, perché di essi non ne sappiamo nulla. Al proposito, è di gennaio la notizia, comunicata da un gruppo di scienziati cinesi e statunitensi, che nei carotaggi effettuati nei ghiacci del Tibet, in campioni riferibili a 15 mila anni fa sono stati ritrovati 33 virus, 28 dei quali sconosciuti. Mentre si sa da tempo che tracce del virus dell’influenza Spagnola sono state ritrovate congelate in Alaska e frammenti di DNA del vaiolo nel ghiaccio della Siberia, dove nel 2016, dopo 60 anni da una precedente epidemia, il batterio dell’antrace si sarebbe risvegliato, infettando un centinaio di persone.

La risposta comune che serve
Prescindendo da scenari così micidiali, che costituiscono fatti superati o solo delle ipotesi, rimane comunque la tragedia epocale che si sta verificando adesso. Un dramma, che deve essere affrontato con la massima saggezza possibile, superando lo sterile contrasto tra catastrofismo e negazionismo e ricercando una risposta comune a livello mondiale. E a tal fine la dimensione globale della crisi sanitaria, economica e sociale, che con la sua gravità sconvolge la vita delle persone in tutto il mondo, può trasformarsi utilmente, anche se paradossalmente, in un aiuto. Perché mette allo scoperto lo stato reale delle relazioni internazionali, in termini di conflitti vani e autolesionisti e di mancanza di cooperazione tra diverse aree del pianeta e fra stati, anche all’interno di aggregazioni sovranazionali come la UE, offrendo la possibilità di ridefinire radicalmente l’agenda dei governi.
Dunque, è lecito sperare che il verificarsi di un processo di tal genere, di cui non è facile immaginare l’entità e i tempi, ma che potrebbe prendere ora avvio e che sicuramente costituisce il banco di prova di questa generazione, diventi l’asse portante per accelerare la transizione già in atto, energetica, ambientale, economica e sociale. Una transizione che sia guidata, finalmente, da una strategia politica unitaria, condivisa a livello mondiale, definita sulla base di evidenze scientifiche, che impediscano di strumentalizzare paure collettive e di far leva su ideologie che difendano interessi solo fazionari.
Perché, come detto in premessa, è il sapere che fa la differenza, specie in questi tempi confusi che ci portano a ricercare certezze in correlazioni che possano legare la pandemia alle sue cause, realisticamente riconducibili, ma anche semplicisticamente, alla reazione di una natura depredata e intossicata da irresponsabili comportamenti dell’uomo. Un link che appare sensato, ma che fomenta e non riduce le paure. Dato che è generico e non scientifico e che si è tradotto nella misura altrettanto generica del lock down delle attività produttive e dei trasporti. Un blocco che ha ricadute sull’economia e il benessere delle comunità umane non meno drammatiche del male. Una chiusura indiscriminata, indotta dalla attuale situazione di pericolo, che con la massima cautela deve terminare al più presto, come sta avvenendo altrove, e che chiede una disciplina molto accurata e intelligente circa le attività che si possono svolgere. In quanto, anche se l’attuale emergenza fa paura, dato che del CoVID-19 sappiamo poco o niente, e inoltre è in atto adesso e quindi è la prima da affrontare, essa non è purtroppo meno temibile, anche se meno contingente, di quella ambientale. Una questione alla quale è correlata quella energetica e del cambiamento climatico, e quella sociale, dovuta all’arretratezza di molti popoli che non dispongono di cibo e di vettori energetici commercializzati, cui si aggiunge la grande disparità dei redditi.

La crucialità delle scelte
Pertanto la risposta con cui il mondo deve affrontare la crisi generata dalla pandemia deve essere, non solo sanitaria e globale, ma deve essere nello stesso tempo anche economica e sociale. E ciò con un equilibro tale da non fornire ingiustificati vantaggi per ragioni emergenziali ai fronti avversi, schierati più per interessi, che per convinzioni, pro e contro i vari target della decarbonizzazione e le diverse declinazioni della difesa dell’ambiente e della sostenibilità, o dei livelli più o meno spinti di promozione delle nuove forme di produzione, del commercio elettronico, delle modalità di lavoro e di studio a distanza.
E deve essere immediata, visto che i vantaggi che assicurano gli sviluppi in tutti questi settori e il raggiungimento di questi obiettivi, sin qui considerati un appannaggio del futuro, sono necessari già oggi, in tempi di crisi conclamata dell’ambiente e di separazione sociale nell’esercizio delle attività. Sono avanzamenti, quindi, che non possono passare in secondo piano e che devono rimanere al centro di strategie attentamente calibrate, di cui siano i pilastri essenziali. Politiche da mettere a punto per essere pronti a rilanciare l’economia su nuovi binari, non appena sarà superata questa fase di paralisi, che siano responsabili, coordinate, coraggiose, guardino avanti e ci traghettino risolutamente verso quel futuro migliore che promette il rapido progredire della scienza e della tecnologia. Un progresso sin qui frenato da miopi valutazioni di opportunità o convenienza che tarda a sortire il suo positivo effetto, mentre potrebbe accelerare il cambiamento verso un nuovo modello, più civile e sostenibile, di vita, di consumo, di produzione.
Perché quando l’emergenza sarà finita le conseguenze della catastrofe sanitaria si tradurranno in un regresso o in un progresso sociale a seconda delle scelte che si faranno ora. Ovvero in base alla capacità delle misure adottate per superarla di estirpare alla radice il male che penalizza la qualità del nostro tempo, compromessa dagli egoismi di cui ho parlato iniziando questa riflessione, dettati da logiche finanziarie autoreferenziali che squilibrano l’ecosistema e ne minano la stabilità. Una cosa non facile di per sè, tanto di più in questo momento. In quanto l’operazione è ostacolata da equivoci di vario genere. Come il crollo del prezzo del petrolio, che ritarda la transizione all’uso efficiente dell’energia e allo sfruttamento delle fonti rinnovabili, mentre non può che essere contingente. E come il momentaneo sollievo della pressione sull’ambiente, dovuto al lock down, che mette in non cale l’urgenza delle misure per contrastare l’inquinamento.
Tuttavia, guardando alla metà piena del bicchiere, c’è da sperare, come detto più sopra, che il mondo e le sue classi dirigenti prendano finalmente coscienza della necessità di imboccare una strada nuova e diversa che abbia come meta il rispetto dell’uomo e della natura, della loro dignità e sopravvivenza. C’è da sperare, dunque, che la pandemia determini un profondo rivolgimento del modello di sviluppo in questa direzione e che piloti in tal senso la transizione, orientando e accelerando le trasformazioni già in atto, iniziando dal motore della produzione, cioè dalle imprese.

Pandemia e lavoro
Queste devono puntare alla massima efficacia, adattandosi al nuovo regime di separazione sociale per limitare il contagio – che non finirà tanto presto – facendo leva sui molti strumenti già disponibili, ma ancora insufficientemente applicati. A partire dalla riprogettazione (reengineering) della loro struttura, la degerarchicizzazione, con l’avvio di organizzazioni piatte, la modularizzazione, la flessibilizzazione, la demanifattura e rimanifattura per favorire il riciclo, il ricorso allo smart working ed altro. Traguardando le soluzioni di riferimento più avanzate, nella logica del benchmarking. E traguardando l’obiettivo della produzione snella (lean manufactoring), della qualità totale e del just in time, che ricadono positivamente sulla gestione delle scorte, dei prodotti a magazzino e sulla logistica, come sulla salute, la sicurezza e l’ambiente.
Da ciò deriverà, ovviamente, una forte riduzione dell’occupazione e una rivoluzione nel mondo del lavoro, dove i settori tradizionali di agricoltura, industria, servizi vedranno ridursi drasticamente la quota degli addetti. Mentre i lavoratori restanti, ovvero la maggioranza, svolgerà attività legate a forme di impegno diverse e si tratterà di lavoro in buona parte autonomo e comunque in modalità non convenzionali, del tutto compatibili con il requisito del distanziamento tra le persone che impone ora l’emergenza. Si svilupperanno così nuovi tipi di imprese virtuali (cyber imprese) costituite da singoli esperti o gruppi che si associano per risolvere problemi specifici o produrre beni materiali e servizi. Ciò con maggiore efficienza, sfruttando l’aspetto sinergico e moltiplicatore che abilita l’operare in rete, anche stando molto lontani.
In tutti i casi si tratta, ovviamente, di evoluzioni che le imprese devono compiere necessariamente, se vogliono competere nel mercato globale, che però sono anche favorevoli e più compatibili per lavorare in regime di pandemia, la quale le può accelerare. D’altra parte, come detto, è una strada che le imprese devono percorrere obbligatoriamente, se vogliono sopravvivere in un contesto in continuo cambiamento che ricorre in misura crescente a macchine e apparecchiature di tutti i generi e relega gli operatori a svolgere molte funzioni da remoto, di supervisione da plancia, di gestione e, soprattutto, a compiere interventi non standardizzati e creativi. Questo in un ambiente fortemente innovativo che utilizza dispositivi per la progettazione che memorizzano e consentono il recupero di tutte le conoscenze pregresse, la minimizzazione dei tempi, la progettazione centrata sull’utente, che impiega macchine utensili e flessibili, laser, robot, sensori, la congerie dei più diversi attuatori, sistemi innovativi di controllo dei documenti, delle relazioni con i clienti, per l’integrazione automatizzata dei vari settori e fasi della produzione, ecc. Dispositivi e apparecchi che sono resi poi ancora più efficienti dall’impiego di logiche fuzzy o sfocate e dell’intelligenza artificiale, nella progettazione, nel controllo e nella gestione di macchine, processi e sistemi, incidendo pesantemente sul rapporto uomo-macchina e sulle mansioni, professionalità e collocazione degli operatori.

Tecnologie soffici e dematerializzazione
Il risultato finale è che la fabbrica, insieme alla società, diventa cibernetica e intelligente e la tecnologia da pesante diventa soffice, riducendo il carico ambientale e lo sfruttamento delle materie prime. Ciò per il ruolo crescente che assumono il software, l’organizzazione, l’integrazione fisica e concettuale delle attività, che favoriscono uno sfruttamento più razionale delle risorse e il ricorso a quelle rinnovabili. In tal modo le attività produttive si rinnovano costantemente e l’economia si dematerializza progressivamente, consentendo di concepire uno sviluppo senza ulteriore consumo di materiali, anzi usandone di meno, e svuotandoli gradualmente del loro ruolo strategico. È questa concezione integrata dell’intero sistema produttivo, dalle materie prime allo scarto finale, con la simbiosi progettazione-prodotto-processo, che dematerializza le attività produttive, perché ne aumenta enormemente l’efficienza.
L’espressione più concreta ed evidente del processo di smaterializzazione in atto è il ridursi delle dimensioni degli oggetti, sempre più miniaturizzati, come chip, sensori, motori, ingranaggi, utensili, ecc., con grandezze inferiori a quelle di un capello. A ciò si aggiunge l’incremento esponenziale del loro contenuto di informazione, unitamente a quello dei sistemi di cui fanno parte, processi, prodotti, servizi. Si tratta di un’informazione altamente scientifica, introdotta dal lavoro intellettuale degli operatori, frutto della loro creatività e del forte impegno in studio e ricerca, che rende conto della divaricazione crescente fra il valore dei materiali e quello dei beni che le contengono. Il primo in termini relativi sempre più basso, il secondo invece sempre più alto, mentre prodotti e servizi diventano sempre più immateriali.
Si può affermare, pertanto, che lo scenario produttivo e sociale nel quale si sta svolgendo il dramma della pandemia è caratterizzato, di per sè, dall’impiego di prodotti e processi che richiedono sempre meno materie prime ed energia per unità di prodotto, da quote crescenti di attività, per così dire, immateriali, come il software e i servizi, da un’attenzione crescente all’ambiente locale e globale, da un’attenzione alla rispondenza funzionale e alla diversificazione di prodotti, processi e servizi, e dalla qualità in termini generali. Si tratta di prodotti e servizi che possono essere forniti da imprese piccole ed efficienti, che sfruttano le nuove tecnologie e decentrano la produzione, le quali possono essere supportate da reti telematiche e materiali che velocizzano il trasferimento. Questo con il potenziamento dei sistemi di trasmissione, per quelle informatiche, e l’ottimizzazione dei sistemi di trasporto, per quelle fisiche. In questo secondo caso facendo muovere i vettori a carico sempre più completo, in andata e ritorno, e consentendo quindi un risparmio in termini di vettori, carburanti e vie di comunicazione. Il tutto nel quadro di un interscambio anch’esso, di per sé, già caratterizzato da nuove modalità di commercio, il quale peraltro non riguarda solo merci e servizi, ma anche come strutturare la società e concepire le cose, cioè le basi culturali stesse della società. Si tratta, quindi, di uno scenario nel quale una spinta decisa e risoluta può riuscire facilmente ad accelerare la transizione verso un modello di sviluppo più responsabile e sostenibile.

Un patto per voltar pagina
Concludendo e continuando a guardare alla metà piena del bicchiere, mi pare di poter dire che, oggi più che mai, la situazione offra i presupposti che servono per voltar pagina e coniugare intelligentemente salute, sicurezza, benessere e progresso. A questo scopo, tuttavia, manca “cronicamente” un fattore determinante. Ovvero una strategia politica lungimirante, coraggiosa e condivisa a livello globale, che tragga insegnamento dalla dura lezione che ci sta impartendo questa tragedia epocale e connetta e sviluppi saggiamente le misure necessarie, sulla base di accurate analisi costi-benefici, economici e ambientali. Un patto a lungo termine che metta al centro il benessere dell’uomo e quello dell’ecosistema di cui fa parte, cioè del pianeta. Un’alleanza che bandisca egoismi e traguardi obiettivi sociali ed ecologici con meccanismi economici che evitino distorsioni e assicurino equità. Dunque con investimenti nella sanità, nella ricerca, nella formazione, in infrastrutture pubbliche che assicurino la qualità della vita, quindi dei servizi, la prevenzione dell’inquinamento, del cambiamento climatico, con investimenti per promuovere il miglioramento delle infrastrutture civili e industriali, quindi degli ambienti di vita e di lavoro, ecc.. A tal fine superando logiche miopi e surrettizie, quali i vincoli di stabilità dei bilanci, quando costituiscano pretesti per limitare gli obblighi di solidarietà.
Sembra una missione impossibile, incompatibile con l’attuale strutturazione del sistema economico, al punto che l’insieme delle misure appare come un programma che si potrebbe leggere nelle pagine de L’Utopia di Tommaso Moro. Eppure le azioni indicate, oltre che necessarie, sono tutte fattibili e gli obiettivi avvicinabili. Dipende solo da noi. Noi che abbiamo preso da tempo il sopravvento sulla Terra, sottomettendo il pianeta a trasformazioni territoriali, strutturali e climatiche, spesso irreversibili e autolesioniste. Cambiamenti di entità tale da aver portato vent’anni fa Paul Crutzen, premio Nobel per la chimica, a chiamare Antropocene l’epoca geologica in cui viviamo. Anche se Crutzen ora avrebbe probabilmente però qualche dubbio sull’appropriatezza del termine, stante la forza maggiore che esercita su di noi un virus sconosciuto che ha le dimensioni di un millesimo del diametro di un capello.
Noi che non siamo capaci di utilizzare l’enorme potere di cui disponiamo per proteggere noi stessi e il pianeta che ci ospita. Una Terra che calpestiamo irresponsabilmente con interventi devastanti, perché questo potere è, purtroppo, anche fortemente distruttivo. Devastazioni che avvantaggiano alcuni a danno di molti altri e che forse adesso si ritorcono contro tutti. Forse, perché non ne abbiamo la certezza. Mentre ciò che rimane certo è che stiamo calpestando in egual misura il principio di equità infragenerazionale e intergenerazionale. Perché non tuteliamo il diritto che tutti hanno, ora e domani, di soddisfare i loro bisogni fondamentali e di aspirare a una vita migliore come solo una parte di noi sta esercitando.
L’auspicio, dunque, è che questo tragico momento, con il suo carico di incertezze e sofferenze, abbia la forza di indurre un ravvedimento e una riflessione profonda su quali siano i veri valori da difendere e i veri obiettivi da raggiungere. Di comprendere che siamo un organismo unico e di capire nel suo significato profondo quanto a detto Papa Francesco nella sua preghiera del 27 marzo per la fine della pandemia “… Ci siamo resi conto di trovarci tutti su una stessa barca, tutti … importanti e necessari … . Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta … . Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sani in un mondo malato … . È il tempo di reimpostare la rotta …”.

Pierangelo Andreini
Aprile 2020