2021. Tempo di azioni risolutive e concordi per ripristinare la fiducia e riprendere il cammino

L’anno da poco concluso, con le molteplici crisi che ne hanno scandito il decorso e si sono sovrapposte alla più grande emergenza sanitaria di cui si abbia memoria, sarà ricordato probabilmente come il peggiore dal dopoguerra.
Un giudizio che molti osservatori condividono, che è ovviamente anche un auspicio per questo a venire, in quanto direbbe che si è toccato il fondo e che più sotto non si può andare. Significherebbe, questo è l’augurio, che la consapevolezza maturata dall’immane sciagura, che ha colpito più o meno tutto il mondo, ha posto le premesse di una svolta epocale e messo in luce gli effetti perversi dei vari egoismi, pregiudizi, miopie, contraddizioni e dei tanti altri difetti che ci affliggono, facendoci imboccare un cammino più cosciente e virtuoso che possa progressivamente attenuarli.
Perché se l’infittirsi di catastrofi naturali ed eventi climatici estremi è per alcuni solo un indizio di colpa dell’uomo, peraltro ormai schiacciante, così non è per le instabilità politiche artatamente indotte, i conflitti, gli attacchi terroristici, tornati a colpire con grande forza diffusamente, drammatizzando la gravità di una situazione che è andata via via peggiorando: sociale, economica, ambientale, delle istituzioni.
Colpe e responsabilità sono dunque nostre e l’interrogativo di fondo è quale sia la rotta da seguire per correggere il percorso.
Una domanda che dobbiamo porci subito, già in questi primi giorni dell’anno, purtroppo ancora intensamente assorbiti dalla necessità di rallentare il contagio. Dato che l’infezione prima o poi cesserà e che il domani dobbiamo pensarlo adesso e costruirlo con un progetto che tenga conto degli errori del passato. Quelli che hanno sin qui frenato il cammino verso una società equa, inclusiva e verde e obbligato, talvolta, a invertirlo irresponsabilmente. Sbagli che abbiamo imparato a conoscere e che non si devono ripetere, se vogliamo separare i benefici dai rischi che comporta la crescita, controllandoli o almeno mitigandoli, ivi compreso quello dell’insorgenza di nuove pandemie. Pertanto, un piano che guardi lontano, ma che sia anche fortemente condiviso dagli stakeholder per far leva sulla risorsa della collaborazione di cui ho parlato nell’editoriale di ottobre. Sull’asset di una rinnovata cooperazione, la cui debolezza è alla base della crisi del multilateralismo e della fragilità delle istituzioni che ne sostituiscono le basi. Di un concorso attuato convintamente, non solo nel momento dell’emergenza, quando ci viene imposto, come oggi, per sconfiggere il virus.
Visto che di fatto in un pianeta sempre più globalizzato l’imperativo deve essere quello di ricercare e adottare politiche e soluzioni comuni e coordinate. Ma rispettarlo è difficile, se gli ambiti e gli effetti della cooperazione multilaterale si indeboliscono e diventano fragili, come dimostrano le difficoltà che incontrano l’azione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e degli altri organismi di governo mondiale, tra cui l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità). Così le disuguaglianze sociali, di reddito, di genere, di etnia, di salute, d’istruzione, quindi culturali, crescono e non vengono arginate. Tra esse pure quelle motivazionali, che separano i pochi che padroneggiano abilmente il lavoro e ne ricavano grande soddisfazione, poiché con esso esprimono una parte rilevante della personalità, dai molti irrealizzati, che in questo momento critico di transizione il lock-down sta facendo ulteriormente arretrare. In quanto ogni attività è sempre più subordinata alla connessione tra macchine, attività e persone, la quale avanza con andamento esponenziale. Mentre l’acquisizione della capacità di operare in contesti digitalizzati procede meno velocemente ed è ora ostacolata dalla necessità del distanziamento sociale che penalizza il trasferimento pratico dell’esempio e dell’esperienza sul piano concreto.
Ne consegue il manifestarsi di patologie latenti e nuove, i cui sintomi vanno percepiti con anticipo per adottare cure preventive e contenere il danno che ne deriva. Ciò a partire dal digital divide, una delle cause di fondo del crescente disagio che scinde trasversalmente la società e incrementa in modo subdolo le disparità per il ritorno invalidante di un nuovo analfabetismo. Esso costituisce però solo la punta dell’iceberg di un deficit molto più ampio. La parte sommersa è costituita da un livello di conoscenza, scarso e inadeguato, che un’informazione di qualità scadente aumenta, anziché ridurre, incrementando il divario cognitivo nella gente, a sua volta figlio di un sistema d’istruzione che non fornisce le competenze scientifiche e tecnologiche nella misura necessaria. Una condizione che polarizza lo scenario, separando quanti sanno da coloro che non sanno e con malcelata supponenza spesso credono di sapere.

LEGGERE LA REALTÀ
Gli esempi sono molteplici e le ricadute perverse e insidiose. La forte disparità di competenze tra chi concepisce e realizza nuove tecnologie e gli utilizzatori che vorrebbero, ma non sanno poi applicarle. L’analfabetismo diffuso nel campo finanziario, che impedisce di capire quali sono gli investimenti realmente affidabili. In quello della salute, che porta la politica a adottare misure la cui necessità è variamente compresa e condivisa dal senso comune. E anche in quello politico, vero e proprio, minato da racconti a volte inconsistenti che diventano virali, alimentando faziosità, negazionismi, catastrofismi e condizionando i consensi sulla base di percezioni e credenze distorte. Un gap dovuto a molti fattori, strutturali, motivazionali, culturali, che l’informazione, una delle leve fondamentali che potrebbe ridurlo, paradossalmente non diminuisce, visto che è azionata in modo spesso inefficiente, talora in senso contrario. Dato che si è passati dal vaglio severo della censura dei tempi passati, molto critica, sovente miope o malevola, alla situazione opposta. Quella di una diffusione poco controllata di notizie, distorte, false o comunque irrilevanti, che crescono esponenzialmente. Questo anche per il moltiplicarsi dei media, i quali sommergono la gente con una mole esorbitante di dati e nozioni di scarso o dubbio valore, il cui effetto incrementa l’ignoranza e non la conoscenza.
Tutto ciò nel mezzo di un passaggio difficile che chiede di saper leggere la realtà per orientarsi e muoversi in ambiti di complessità crescente al fine di agire positivamente al loro interno. E che chiede, più in generale, di realizzare contesti nei quali l’azione dell’uomo si sviluppi responsabilmente per individuare e cogliere opportunità nella complessità e per crearne altre nuove per generare valore, così da accrescere la sicurezza e il benessere nelle sue molteplici valenze. Capacità da conseguire oggi, non domani, dato che se l’intento fallisce la conseguenza è che si indebolisce, non solo la generazione di prosperità e ricchezza, ma soprattutto che si pone a rischio la salute, si degrada l’ecosistema, il senso di appartenenza sociale, la fiducia nelle istituzioni e quella in un futuro migliore. E, invece, da quanto si scrive e dibatte sembra che non ci si renda sufficientemente conto che il tempo incalza. Che il momento storico che stiamo vivendo sta sconvolgendo il mondo. Che la pandemia in corso è solo una tragica circostanza che ne evidenzia i drammatici aspetti. Che dobbiamo considerarla, non come una iattura che ha interrotto improvvisamente un cammino da riprendere al più presto sugli stessi binari, ma come la manifestazione, tragica ed evidente, di una frattura più generale.
Una crisi che sta subendo il sistema economico nel suo complesso, le cui radici affondano nel passato e ben conosciamo. La spinta demografica, con la popolazione mondiale cresciuta di quattro volte nel secolo scorso e che in pochi decenni sfiorerà i dieci miliardi. L’esaurirsi delle risorse, determinata da un modello di produzione e consumo che si adegua troppo lentamente. Le pesanti ricadute sull’equilibrio dell’ecosistema, a partire dalle conseguenze del cambiamento climatico, dell’infittirsi di eventi catastrofici. E altro, tra cui le disuguaglianze di cui sopra, che il progresso accresce, invece di ridurre, complice come detto un sistema dell’informazione che si sta strutturando in modo perverso e l’inadeguatezza di quello dell’istruzione.
Del primo, che ha valenza transnazionale, si sta occupando finalmente la Commissione Ue con una riforma dello spazio digitale presentata a fine dicembre. Poggia sull’emanazione di nuove norme sui servizi digitali, compresi i social media, i mercati online e altre piattaforme per meglio tutelare i diritti dei consumatori e rendere i servizi e i mercati digitali più affidabili e aperti. Se non correggerà vizi atavici, porrà rimedio, si spera, alle peggiori aberrazioni.
Del secondo da noi poco si vede all’orizzonte, se non aggiustamenti manutentivi di un vecchio sistema ampiamente superato. Ne ho parlato ripetutamente nei vari editoriali pubblicati in materia e qui mi limito a evidenziare un aspetto di questo grave handicap che deriva dal mancato aggiornamento. È il fatto che le nuove nozioni impartite aumentano meno di quanto serve per governare il crescente grado di complessità della transizione, la quale è nota e in atto da tempo. Così le conoscenze e competenze necessarie per svolgere le nuove modalità di lavoro, in rapida evoluzione, si concentrano in élite ristrette e il loro ottenimento è sempre più difficile, penalizzando l’emancipazione e alimentando un’ulteriore forma di discriminazione sociale.
L’upgrading del sistema educativo e gli investimenti per adeguarlo al cambio delle esigenze sono quindi di fondamentale importanza. Anche perché educazione e informazione interagiscono intimamente e capillarmente e più le conoscenze sono aggiornate e diffuse, tanto meno possono farsi strada notizie e informazioni a metà fra vero e falso o totalmente mendaci. Una buona preparazione e una corretta informazione sono infatti strumenti essenziali per ridurre il divario cognitivo e relegare i pregiudizi. Lo dimostrano le tante inesattezze e contraddizioni che caratterizzano il dibattito e influenzano le scelte sulle azioni per mitigare l’incidenza del comportamento umano sull’equilibrio dell’ecosistema, sugli effetti delle strategie vaccinali e ora sul contrasto della pandemia.

CAMBIAMENTO, COMPLESSITÀ, CULTURA
Ma la domandano, in ogni caso, la nostra società post-industriale, che si può chiamare dell’informazione, visto che è divenuta tale a seguito dello sviluppo delle scienze e delle tecniche dell’informatica e della comunicazione. Questa costituisce il traguardo raggiunto dal processo di dematerializzazione della precedente società industriale, con il riconoscimento del valore dei beni immateriali (i servizi, il software), superato ormai da decenni, e pone la necessità di mutare il modo di concepire il sapere e di lavorare. Dato che le nozioni evolvono velocemente e non possono costituire più il bagaglio allestito nell’età scolare che ci assiste in quella adulta e ci accompagna per il resto della vita. In quanto possono essere trovate in rete e su banche dati, mentre quel che conta è saper costruire e interpretare i pacchetti di informazioni che servono per affrontare i vari problemi, sia quelli che ciascuno incontra quotidianamente, sia quelli che riguardano l’intera società. Si pensi semplicemente a chi sa sfruttare le valenze che offre l’e-commerce per commerciare in modo diverso e ricavarne maggiori vantaggi.
Conseguentemente è mutato pure il lavoro, ben prima dell’obbligo del distanziamento sociale introdotto per prevenire il contagio. Questo con il ruolo sempre più ridotto del lavoro fisso dipendente, la crescita del lavoro autonomo, del telelavoro e, soprattutto, del cambio del tipo di lavoro. Da tempo, infatti, la trasformazione delle strutture produttive, generata dall’applicazione delle nuove tecnologie, sta realizzando modalità operative sempre più complesse, veloci e imprevedibili rispetto al passato, per il crescente ricorso ad automazione, robotica, internet delle cose, realtà aumentata e virtuale, progettazione, esercizio, manutenzione avanzata, ecc., abilitando in tal modo le varie forme di smart working.
Questi cambiamenti si sono diffusi a prescindere dall’emergenza, poiché aumentano la sicurezza, l’efficienza, la produttività e si sono verificati sin dai primordi. Dato che le risorse per l’uomo non sono state mai fine a loro stesse, ma hanno consentito di costruire società via via più sofisticate. Come è accaduto in questi decenni con quella dell’informazione che ha travalicato quella industriale e si trasformerà in quella infobiologica di domani, associando all’informazione le nuove conoscenze sul vivente. In quanto da sempre ogni società ha avuto bisogno di un complesso insieme di conoscenze e strumenti in continuo divenire per gestire gli individui e i gruppi sociali, così da affrontare sia gli aspetti economici, sia soprattutto quelli della convivenza, fino ai perché esistenziali della vita. Quindi conoscenze che fanno parte delle scienze naturali e anche umane che l’uomo ha costantemente ricercato, spinto a farlo per superare la scarsità di cibo, di materiali e del suo sapere, inventando strumenti e macchine per moltiplicare e differenziare le sue capacità d’azione, limitate per natura alle sue mani, e trovando nuove risorse e criteri per affrontare l’incertezza, in ultima analisi a sviluppare conoscenze. La loro crescita ha inciso profondamente su individui e società, economia, organizzazione, pensiero, etica, consentendo di affrontare situazioni sempre più complesse, particolari, globali, drammatiche, e di superare ogni volta i limiti fisici e i confini ideologici e culturali che si frapponevano al progresso. Si è sviluppata così un’interazione continua, che ha generato conoscenze e soluzioni in grado di offrire nuove opportunità e di aprire nuove strade, le quali hanno dato vita a nuovi strumenti per sfruttare, organizzare e gestire le prime e indotto nuovi approfondimenti intellettuali ed etici per percorrere le seconde, stimolando un processo continuo di feed-back.
Scienze della complessità, del caos, dell’incertezza e indeterminazione sono risultate fondamentali a questo scopo. Dunque, tutta la scienza, anche quella letterario-umanistica deve aiutarci nel cammino. Poiché essa si trova perennemente nella necessità di affrontare situazioni e problemi per risolvere i quali non dispone di tutte le conoscenze che servono, anzi avendone spesso assai poche. In tal modo le risposte degli esperti divergono, in particolare quando si tratta di estrarre da un insieme interagente di aspetti molto diversi dei suggerimenti politici. Perché sono condizionate da una conoscenza solo parziale della complessità dei fenomeni che si devono prendere in considerazione, difficile da districare e talvolta impossibile da dominare, ma anche dal fatto che gli scienziati sono uomini con le loro credenze e ideologie. Per conseguenza essi sono portati, spesso in buona fede, a preferire nell’interpretazione delle conoscenze, tesi talora arbitrarie sotto il profilo strettamente scientifico. La conclusione è che in queste condizioni agli elementi conoscitivi di carattere scientifico e agli strumenti tecnici disponibili si devono associare altri elementi di natura umanistica e sociale. A tal fine ricorrendo ad aspetti che conglobano tutti i saperi, i valori, gli atteggiamenti per prendere delle decisioni senza attendere le risposte della scienza e della tecnica, che arrivano di norma troppo tardi e, comunque, mai complete e quindi insufficienti.

SPECIALIZZAZIONE, INTERDISCIPLINARITÀ, COMPLEMENTARITÀ
A rendere ancor più intricata la situazione, si aggiunge ora un’altra componente. La crescente onnipresenza delle tecnologie digitali che hanno invaso pesantemente la sfera sociale e generato un grande cambiamento dei rapporti di forza e degli equilibri, specie per gli effetti monopolistici e di controllo sull’informazione. Ciò si verifica in maniera pervasiva in tutte le loro applicazioni. Basti pensare all’automazione industriale, che ha travalicato il comparto manifatturiero, dove è arrivata a interessare la produzione nelle sue varie componenti della progettazione, fabbricazione, gestione, manutenzione, comprendendo anche l’interazione con i clienti. Essa si è estesa da tempo anche a quello edilizio con la building automation. A quello medicale, automatizzando per esempio le fasi di osservazione, diagnosi e cura, quest’ultima con operazioni che possono essere teleguidate. A quello dei trasporti, con le modalità di regolazione del traffico e di guida autonoma in atto e che si stanno sperimentando. Alle varie forme di automazione dei servizi, pubblici e privati. E a molto altro ancora. Lo stesso smart working, che può essere nomadico, ovvero non svolto da casa, ma da ovunque si vada attraverso dispositivi portatili, è reso possibile da questi avanzamenti.
Driver di tali progressi è lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e degli algoritmi di machine learning, che consentono di risolvere problemi tecnici sin qui ritenuti impossibili da affrontare, ma che ne hanno generato degli altri, di natura diversa, altrettanto difficili, perché nuovi. Essi chiamano in causa la tutela del diritto alla privacy, la proprietà dei dati di cui si avvalgono i software, la prevenzione del loro uso scorretto, ecc.. Ne sono esempi i profitti e vantaggi indebiti che si possono trarre dall’elaborazione di dati e informazioni nel settore finanziario nel supportare le transazioni e, in termini più generali in tutti gli altri settori, a partire dal già citato commercio. E nella politica stessa, dove le contrapposte fazioni possono condizionare a loro favore atteggiamenti e decisioni importanti per le nostre vite, dando origine a nuove attività, come quella degli influencer. Pertanto, via via che gli algoritmi assumono ruoli e responsabilità crescenti è necessario che i fattori che conducono a una certa decisione siano resi trasparenti, e soprattutto, occorre assicurare che vengano assunti comportamenti etici che contrastino i benefici illeciti e le discriminazioni che si possono instaurare. Sono questioni nuove e complicate che non si possono fronteggiare solo con le conoscenze che offrono le discipline puramente scientifiche e che chiedono l’apporto di quelle umanistiche. Dato che in un mondo che sta diventando sempre più complesso non basta sapere come funzionano e si progettano gli algoritmi. Si devono conoscere e stimare pure le implicazioni che vanno oltre le ricadute tecnologiche, così da evitare che alla guida del progresso si ponga una tecnocrazia autoreferenziale che prescinde dalle conseguenze.
Per quanto detto, un sistema educativo basato su una sostanziale separazione tra discipline tecnico scientifiche e letterarie umanistiche è ampiamente superato e non è più sufficiente. Peraltro, è sempre più evidente che lo stesso mercato del lavoro chiede competenze anche trasversali e quindi una stretta contaminazione e integrazione tra competenze diverse, non solo scientifiche. Dunque, occorre specializzazione, ma anche interdisciplinarità e complementarità per superare l’inganno del positivismo di metà ‘800 che ci ha portato a credere che le competenze richieste fossero lineari e frammentate, assemblabili in una sorta di catena di montaggio. Un’idea che ha fatto prevalere il riduzionismo e ignorare i feedback, come quello del buco dell’ozono, relegando l’olismo a una visione puramente teorica. D’altra parte, è ormai del tutto evidente che ciò che fa la differenza è avere una conoscenza complessiva dei vari anelli della catena del valore disseminati a livello globale e sapere ciò che serve per congiungerli, produrre e competere responsabilmente, valutando le retroazioni e gli oneri occulti che gravano sulla salute e sicurezza delle persone e dell’ecosistema.
Di qui la necessità di una formazione che dia un sapere specialistico, non solo verticale, ma pure trasversale, manageriale, organizzativo. Che dia la capacità di vedere e concepire i cicli produttivi nella loro interezza, fino al termine vita di prodotti e servizi e al recupero o smaltimento dei componenti che residuano. A questo scopo la formazione dev’essere continua, visto che tutto muta velocemente e concorre allo sviluppo competitivo e sostenibile di comparti, settori, aree economiche. E deve essere anche innovativa per fornire le competenze più avanzate che chiede la produzione e non limitarsi al loro facile, scontato adeguamento alle esigenze che pongono le attività consolidate.

LA RISORSA TRASCURATA DELL’ISTRUZIONE
Obiettivi che siamo ben lontani da raggiungere, perché secondo i dati dell’Ocse i 2/3 degli italiani non si formano e non si vogliono formare, in gran parte in quanto ritengono che l’attuale sistema di formazione professionale continua segua programmi che non sono allineati alle competenze richieste e hanno scarso impatto sul mondo del lavoro. Infatti, sempre l’Ocse dice che in Italia solamente i 2/5 dei partecipanti ai corsi li trova molto utili, su una media degli altri paesi pari alla metà, complice la debolezza dei controlli e l’assenza del settore pubblico. Si pensi al proposito che le università rappresentano appena lo 0,5% di tutta la formazione professionale erogata e che l’89% di questa proviene da società di consulenza, enti di formazione e imprese con un’offerta variegata, ma non controllata. Inoltre, solo il 60% delle imprese italiane fornisce ai propri dipendenti una formazione continua, contro una media europea del 76%, e il divario di offerta formativa tra piccole e grandi imprese è tra i più estesi. Uno svantaggio grave, se si considera che il nostro tessuto produttivo è fatto in gran parte di aziende di dimensioni ridotte. Così i percorsi di addestramento e aggiornamento risultano carenti e discontinui, le competenze acquisite invecchiano rapidamente e il gap tecnologico delle maestranze cresce, anziché diminuire. E pure quello sociale, dato che nella maggioranza dei casi chi proviene dai ceti più poveri ha minori possibilità di studiare e quindi di acquisire titoli e strumenti per sfruttare il nuovo che avanza con le connesse opportunità di occupazione.
Per conseguenza gli operatori subiscono il progresso, più che esserne protagonisti, e la scarsa istruzione porta la gente a credere acriticamente a tutto quanto dicono e scrivono i media. Una condizione che si è ulteriormente aggravata nell’anno che abbiamo alle spalle, per l’aumento dell’incertezza indotto dalla pandemia e l’inasprimento delle diseguaglianze sociali. Ma le sue radici affondano in mezzo secolo di disattenzione e di investimenti insufficienti, inferiori alla media europea, negli strumenti che consentono alle generazioni di formarsi adeguatamente per emanciparsi e per concorrere con soddisfazione al progresso economico e civile del Paese. Così non è stato in tanti segmenti della nostra storia, durante i quali il sistema educativo ha saputo forgiare i talenti consentendoci di primeggiare in molti settori. È quindi doppiamente colpevole, nei confronti dei giovani e della società intera, che si sia persa questa memoria e capacità, qualunque siano le ragioni.
Un Paese migliore ha bisogno della migliore formazione delle nuove generazioni e ben venga, quindi, l’impegno dell’Esecutivo di consentire a tutti coloro che ne hanno i requisiti di accedere a borse di studio e a rette agevolate finanziate con i fondi di Next Generation Eu per dare concreta effettività al diritto allo studio. Ma è poca cosa, se l’investimento, come appare nell’attuale versione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), è inferiore alle necessità e se non vengono assicurati gli altri diritti. Quello di ricevere, fin dall’ infanzia, una proposta educativa di alto livello in tutto il territorio nazionale, che prescinda dalla famiglia di origine. E che tutti i lavoratori siano supportati da strumenti di formazione continua che consentano loro di mantenersi aggiornati lungo tutte le fasi della vita. Il riconoscimento e la realizzazione di questi diritti è un dovere per il Paese, che ne trae la sua forza, e costituisce il primo pilastro da consolidare, se vogliamo porre le fondamenta di una ricostruzione solida ed effettiva. Pertanto, la stesura finale del PNRR che verrà prossimamente definita deve tenerne adeguatamente conto. Ciò però non sembra, visto che poco se ne parla.
Perché, anche se il progetto, o meglio la missione, come la chiama il piano, e il relativo investimento per accelerare la digitalizzazione del Paese è chiaro e consistente, sia esso che gli altri progetti, come quello su istruzione e ricerca, non si inquadrano in un complessivo disegno di miglioramento del tessuto produttivo, sufficientemente organico e connesso al sistema dell’educazione.
Come ho scritto in precedenti articoli, con Next Generation EU l’alibi della mancanza dei fondi necessari per finanziare le riforme non c’è più. Si può passare, quindi, dalle parole a fatti concreti. Ma, per realizzarli in modo da assicurare che la ripartenza raggiunga le mete richieste per competere ad armi pari in un contesto mondiale in continuo cambiamento si devono prendere in considerazione tutte le carenze di cui soffre il Paese e alle quali si deve porre rimedio, esaminarle attentamente a partire dalle radici e porle in relazione per massimizzare le sinergie. E ciò richiede un’analisi del sistema economico approfondita e compiuta per individuare nel dettaglio i freni che ne riducono l’efficienza, allocando gli investimenti per allentarli e colmare le lacune che lo frammentano e ne penalizzano il funzionamento. Ben più di quanto fa il PNRR, che si chiama anche Next Generation Italia, sulle spalle della quale pone il debito, senza restituire però ai giovani quanto si dovrebbe in termini di investimenti per accrescere e facilitare le possibilità di studio ed emancipazione, riconoscendo in misura congrua il ruolo che svolge la formazione.

IL BALZO POSSIBILE CHE È ALLE PORTE
Il Recovery Fund ci offre questa opportunità, ma bisogna ragionare su come coglierla per non perdere un’occasione che difficilmente si ripresenterà. In particolare, intervenendo drasticamente sul sistema dell’istruzione per introdurre e valorizzare percorsi formativi diversi che smitizzino il conseguimento della laurea come punto d’arrivo dell’emancipazione sociale e garanzia di occupazione. Dunque, assicurando il compimento di cammini anche brevi, ma ben specializzati e diffusi sul territorio, sull’esempio di quelli che seguono gli ITS (Istituti Tecnici Superiori) e dei loro omologhi tedeschi, per creare nuove capacità professionali, assistite da strutture che ne assicurino il costante aggiornamento. A tal fine modificando e adeguando i curricula per far sì che l’addestramento consenta agli addetti, ovunque operino, di comprendere le esigenze delle componenti del sistema e di renderlo più funzionale e rispondente. Quelle dei cittadini, delle imprese e della pubblica amministrazione, componenti che devono evolvere e perfezionarsi, anche per imparare a relazionarsi più costruttivamente.
Lo scotto che si paga è sotto gli occhi di tutti, in termini di incertezze e ritardi. Nell’avvio delle attività e nella realizzazione delle opere, che una burocrazia macchinosa tende a rallentare. Nel funzionamento del sistema sanitario, dove la rete dei presidi territoriali si è dimostrata insufficiente, anche nel supportare adeguatamente la popolazione durante le campagne vaccinali. Nella lentezza della risoluzione dei contenziosi, ecc. Un handicap che il lockdown ha ulteriormente aggravato, indicando però pure la strada per ridurlo, obbligando il ricorso a modalità diverse di lavoro, come nella scuola. E come nella giustizia con il processo telematico che, quando praticabile, potrà renderla più rapida ed efficiente con grande vantaggio per l’economia del Paese e della sua capacità di attrarre investimenti.
Sono questioni su cui focalizzare l’attenzione da subito, visto che le inefficienze, specie quelle amministrative, si traducono nell’incapacità di impiegare gli stanziamenti. Come dimostra la difficoltà di spendere i soldi dei fondi strutturali Ue, ammontanti nel periodo 2014-2020 a 44,8 miliardi, di cui ne sono stati utilizzati solo 2/5. Oltretutto c’è poi da dire che nel caso del Recovery Fund l’effettiva erogazione delle risorse è condizionata all’altrettanto effettivo raggiungimento degli obiettivi previsti dagli interventi realizzati. Dunque, è per lo meno sorprendente che il dibattito, anziché convergere su questo e altri problemi di fondo, si sia ultimamente radicalizzato in un contrasto politico che rischia di farci perdere un’opportunità storica, presumibilmente unica, quando non c’è più tempo. Perché è in atto un cambiamento drammatico ed epocale del mercato del lavoro dovuto al nuovo approccio flessibile e ibrido che hanno adottato le aziende per contrastare il calo di efficienza e produttività che si verifica ormai da più di un quarto di secolo.
Iniziato gradualmente, il modo di lavorare sta subendo una radicale trasformazione. La previsione, dove ciò è possibile, come nel caso degli operatori della conoscenza, è che si lavorerà metà in ufficio e metà da remoto, non altrettanto, ovviamente, nelle linee di assemblaggio nell’industria manifatturiera. In tutte le situazioni, però, l’obbligo del distanziamento sociale sta accelerando la trasformazione mettendo a repentaglio nel mondo milioni di posti di lavoro. Lo dicono le ultime stime del World Economic Forum, nel report “The Future of Jobs 2020”, secondo le quali nel mondo entro il 2025 automazione e robotica potranno sostituire 85 milioni di mansioni. I segmenti più colpiti saranno quelli dell’inserimento dati, della contabilità, del supporto amministrativo, ma non solo. In quanto più dell’80% delle imprese stringe i tempi per passare al digitale. E il passaggio non sarà indolore, perché il ricorso allo smart working avviene con velocità superiore a quella con cui si adeguano le maestranze e il divario potrà avere l’effetto di ridurre ulteriormente nel transitorio la produttività. In tal modo vi è il rischio che alla ripartenza l’economia sia poco efficiente, generi poca occupazione e non diminuisca, ma accentui le disuguaglianze esistenti. Anche se il report ritiene che nel contempo emergeranno nuovi impieghi nell’economia dell’assistenza alle persone, in quella verde, per mitigare gli impatti ambientali e mettere in sicurezza i territori, che potrebbero pareggiare il conto.
Di qui nuovamente la priorità della formazione e la necessità di fornire ai giovani che studiano e ai meno giovani che lavorano o sono in cerca di lavoro le competenze che servono: padronanza di linguaggi e metodi matematici e informatici nella gestione e progettazione delle soluzioni software dei sistemi informatici, dimestichezza con i motori di ricerca, con gli algoritmi di gestione dei dati, con l’apprendimento automatico, con l’automazione industriale in genere, le altre soluzioni per Industry 4.0, con internet delle cose, ecc.. Ma anche intelligenza emotiva, creatività, serendipity, capacità di lavorare in squadra per individuare e sviluppare e gestire soluzioni innovative. Una scommessa che non si può perdere, dato che in Italia nel prossimo quinquennio le imprese digitali richiederanno 250.000 operatori con le competenze matematiche e informatiche che assicurano i profili Stem (Science, technology, engineering, and mathematic). Ad essi si aggiungono ulteriori 500.000 nuovi esperti che dovranno cogliere le opportunità di impiego che offre la conversione dei modelli di produzione e consumo verso una maggiore sostenibilità, in particolare per lo sviluppo dell’economia circolare. Altri 400.000 saranno richiesti dai settori della sanità e dell’assistenza sociale e 200.000 nei settori dell’istruzione e formazione.

RIMBOCCARSI LE MANICHE NELLA CERTEZZA DEL RISULTATO
Da quanto sin qui detto si comprende l’entità delle sfide che dobbiamo affrontare e la criticità della condizione in cui ci troviamo: l’occupazione pre covid rimasta pressoché invariata dal 2002, gli investimenti fissi caduti dell’8%, sia pure con una spesa in R&S cresciuta di circa il 30% e i salari del 20. Ma nello stesso periodo i maggiori partner comunitari, Germania e Francia, hanno registrato cifre tutte in crescita, ben più alte delle nostre. Una situazione difficile, da valutare responsabilmente per capire che nei prossimi mesi dovremo rimboccarci le maniche molto più di prima, rifuggendo l’idea che l’arrivo dei fondi europei risolva di per sé i problemi. Visto che non basta il filo per ricucire gli strappi di un tessuto economico logorato da un quarto di secolo di crescita e produttività molto basse, ma occorre anche saper eseguire il rammendo. Dobbiamo rifuggire l’illusione che il soccorso che viene dall’Europa, cioè da tutti noi, sia una forma indiscriminata di assistenza dovuta alla gravita del momento, scevra di riscontri e vincoli, quando in realtà è un prestito che dovranno risarcire le prossime generazioni.
Di fatto il nostro Paese e gli altri, soprattutto quelli meridionali, resistono per la momentanea sospensione delle regole europee, in particolare sugli aiuti di stato alle imprese e sul rapporto deficit pil che consente di aumentare il debito nazionale e di approvvigionarsi sui mercati esteri nella misura per ciascuno possibile a tassi di interesse molto bassi. Questi lo sono attualmente per effetto della politica monetaria adottata dalla BCE con l’acquisto di titoli e altre forme di monetizzazione, analoghe a quelle delle banche centrali delle altre aree economiche. In tal modo il rifinanziamento è possibile a basso prezzo, ma il debito cresce. Crescerà pure per quello che si contrae con l’Europa, spendendo le risorse che ci assegna il Recovery Fund, con la speranza di alcuni che lo si possa poi onorare con degli accomodamenti. Ciò dipenderà ovviamente dalla politica che attuerà l’Europa, ma non sappiamo quale sarà il patto di stabilità e crescita del dopo pandemia, ora sospeso e che la Francia comunque contesta, mentre altri paesi rimangono schierati sulla linea del rigore.
Un’incertezza che in ogni caso incide scarsamente sulla sostanza della questione. Visto che l’anno che si è concluso segna comunque un forte regresso economico, con un calo del pil globale del 4,2% e del 9,1 per quello italiano, secondo le ultime stime dell’OCSE. Tuttavia, esso reca anche le premesse del rimbalzo, valutato per quest’anno in oltre il 4% per noi e per il mondo intero, trainato dalla Cina. Ciò dipenderà però dalla validità dei piani di recupero che verranno adottati dai singoli paesi e dobbiamo assolutamente evitare che l’attuazione del nostro ricalchi le orme di quelli fallimentari del passato. Perché la ripresa sarà tanto più rapida e duratura quanto più risoluta, organica ed efficace sarà la strategia di azione per avviare la ripartenza, perché il sussidio della nostra economia, come delle altre, rimane comunque legato alle aspettative di crescita che generano gli investimenti e perché i debiti che si contraggono per essere finanziati devono essere in ogni caso sostenibili.
Pertanto, tornando a quanto detto in premessa, artefici e responsabili del nostro sviluppo futuro e del benessere che assicuriamo a chi ci segue, per quanto la sorte consente, siamo noi. A tal fine dobbiamo ripristinare innanzitutto la fiducia, rimuovendo le tante insidie e pure le paure indotte dalla pandemia che bloccano il sistema paese. Quindi, disporre stanziamenti più adeguati che permettano al comparto sanitario di incrementare la sua capacità di operare per contenere gli effetti del contagio, a partire dalla sollecita distribuzione dei vaccini, e garantire tutte le altre cure necessarie, anche quelle che l’emergenza ha obbligato ora a rinviare. Nello stesso tempo si devono compensare le imprese e le persone che hanno perso reddito per evitare l’ulteriore deterioramento del tessuto sociale e produttivo. Questo è il nostro motore e per ripartire bisogna tutelarlo e consolidarlo. Ma si devono realizzare anche condizioni atte a consentirci di convivere con il virus sin quando non si raggiungerà l’immunità di gregge. Dunque, disponendo sollecitamente gli investimenti necessari per assicurare una maggiore sicurezza del sistema di trasporti, scuole, uffici e servizi pubblici nei quali l’infezione può facilmente trasmettersi e che richiedono comunque e da tempo di essere ammodernati. Vi sono poi tutti gli altri interventi che alimentano tuttora un dibattito divisivo, dei quali ho fatto cenno nell’editoriale di luglio “Recovery plan: quel programma che può correggere difetti storici”. Non li richiamo, mi limito a sottolineare che per progettare e non subire il futuro è necessario avere un’idea precisa di come è oggi l’Italia e di come potrà esserlo domani.
Dobbiamo chiederci cosa vogliamo, come persone, come imprese e come Paese, individuando e collegando obiettivi chiari, strumenti adeguati e organizzazione e mettendo in campo tutte le energie perché questo domani possa realizzarsi. Soprattutto, facendo leva sulla condivisione delle azioni con cui ripartire, della quale ho parlato nell’editoriale di ottobre. Sull’adesione a un programma di lungo periodo che mobiliti le migliori capacità progettuali e di esecuzione perché figlie di un pieno convincimento che derivi dalla persuasione che il Governo e le istituzioni non si ostacolano vicendevolmente e sterilmente al loro interno. Ma che funzionano e agiscono dando il via agli investimenti su una rotta precisamente tracciata che seguono attentamente tenendo saldamente in mano il timone.
È l’augurio che facciamo a questo nuovo anno e a tutti noi. Che sia il tempo di decisioni concordi e risolutive nel quale il sapere, ossia la conoscenza dei fatti, sia soccorso dalla sapienza, nel senso di saggezza, ossia dalla capacità di discernere cosa sia davvero importante e di capire conseguentemente quale sia il miglior modo di vivere e di agire. Un distinguo che conosciamo da tempo immemore, ma di cui si perde colpevolmente la memoria, per cui Euripide nella tragedia “Le Baccanti” fece dire dal coro delle menadi “non è sapienza il sapere”.
A tutti i lettori un cordiale augurio di Buon Anno e un sentito ringraziamento per l’interesse che riservano a a questi scritti.

Pierangelo Andreini
Gennaio 2021