Ripartire da Genova per immettere il Paese su un percorso di crescita responsabile e sostenibile

Il crollo del ponte Morandi, con i suoi drammatici effetti in termini di perdite umane ed economiche, ha evidenziato nel modo più tragico e concreto l’enormità del rischio che comporta il mancato adeguamento degli impianti e cosa significa lesinare gli investimenti sulle infrastrutture.
È una conseguenza, tra le più funeste, della politica economica restrittiva indotta dalla recessione, che ha penalizzato in questi anni tutta l’Eurozona, visto che il tasso di crescita degli stanziamenti nell’area, specialmente quelli legati alle installazioni, continua a rimanere basso, mediamente inferiore del 20% rispetto ai livelli pre-crisi. Una condizione che ha sfavorito in particolare l’Italia, dove tra il 2005 e il 2015 gli investimenti, inclusi quelli in ricerca e sviluppo, sono scesi mediamente del 26,3% e che pregiudica la possibilità di innovare il nostro sistema produttivo per risalire dalle ultime posizioni che occupiamo in Europa nella competizione globale.
È uno degli ostacoli di fondo che si devono rimuovere per intraprendere la via del cambiamento e del progresso che si propone l’Esecutivo, ma gli investimenti richiesti sono di tale entità, che è molto difficile farlo, allo stato attuale, senza incrinare la fiducia degli investitori che rifinanziano un debito pubblico ormai smisurato. Un debito il cui costo continua ad aumentare con entità tale che gran parte delle risorse investibili nell’economia reale sono assorbite dal pagamento degli interessi, per oltre 750 miliardi di euro in dieci anni.
Un debito che frena la crescita con la quale lo si potrebbe ridurre e che genera un circolo vizioso da cui si può uscire solo rivedendo profondamente il ruolo che l’Europa e l’Italia devono svolgere per allineare gli interessi privati con quelli collettivi. Quindi, travalicando le attuali regole per adottare nuove soluzioni, adeguate alla complessità delle sfide che pone il nuovo corso.
Ciò che è avvenuto a Genova il 14 agosto ci dice che non si può più tergiversare e richiama ancora una volta la necessità di avere il coraggio di andare avanti con una politica capace di innovare con dovuta prudenza i principi, le istituzioni e i comportamenti. Una politica che sia capace di sostenere una nuova classe di investimenti finanziari, in grado di attrarre l’interesse degli operatori e degli investitori, per indirizzare utilmente la finanza.

Una strategia per gli investimenti
Perché, se gli stanziamenti per la messa in sicurezza dai rischi sismici, idrogeologici o dal degrado delle infrastrutture, unitamente a quelli nella formazione, hanno ritorni prevalentemente sociali, differiti nel tempo, e contrastano al momento con le attuali regole di bilancio, altrettanto non si può dire per altri interventi, quali quelli nel settore dell’energia, per esempio, dove i ritorni economici sono ben quantificabili.
Una mancanza grave, stante la nostra elevata dipendenza dagli approvvigionamenti esteri, che ci vede importatori netti di petrolio per oltre il 77%, ben più di gran parte degli altri Paesi europei, e del 90% quanto al gas naturale. Pure questo è un grave fattore di rischio, poiché l’energia è la base primaria su cui poggia lo sviluppo economico, produttivo e sociale, di un Paese avanzato.
E, se non possiamo cambiare la condizione di povertà del Paese in termini di materie prime, che abbiamo saputo compensare con una manifattura che ci ha reso grandi trasformatori, siamo liberi però di agire per migliorare il livello di competitività ed efficienza delle infrastrutture di connessione attraverso le quali ci arriva l’energia importata.
Una componente strategica e profittevole per un paese come il nostro, proteso al centro del Mediterraneo, sia geograficamente che economicamente. Perché essere lungo una rotta che dal Golfo sale verso l’Europa, passando per Suez, da cui transita circa il 10% del traffico petrolifero mondiale, è una risorsa di per sé. Ma, per valorizzarla, occorre una visione d’insieme, la consapevolezza del vantaggio che essa comporta, non solo per noi ma per tutto il vecchio continente.
A tal fine è importante condurre studi che inquadrino le problematiche del settore nella dimensione europea e mediterranea, così da diffondere maggiore consapevolezza nell’opinione pubblica e maggiore attenzione da parte dei decisori politici. Tuttavia, queste analisi, come tante in altri settori, si scontrano con le ristrettezze dei bilanci degli enti preposti e hanno sin qui impedito di definire una strategia nazionale in chiave europea che sia diffusamente condivisa.
In quanto le opposizioni alla realizzazione o all’adeguamento di infrastrutture, quali per esempio un gasdotto o un oleodotto, al dragaggio dei fondali di un porto o all’ampliamento di una banchina per abilitare gli approdi, ecc., si devono valutare all’interno di un quadro generale di sintesi che componga impatti, oneri e ricadute economiche, sui luoghi o settoriali, nel contesto di un interesse generale, dato che questi impianti travalicano la sfera locale e hanno un raggio d’azione che coinvolge tutta la rete non solo nazionale, ma dell’intero continente.

Petrolio, gas e sindrome Nimby
Basti pensare, tornando al petrolio, che tre quarti del complessivo traffico nazionale approda nei primi cinque porti per dimensioni. Quello di Trieste, da dove parte il ben noto Oleodotto Transalpino (Tal), che ne movimenta il 23%. Il porto giuliano è il principale scalo petrolifero nazionale e mediterraneo, ne è la porta di accesso ed è un nodo strategico di valenza europea, visto che dalla città il combustibile arriva a Ingolstadt, nel nord della Baviera, alimentando lungo la strada il 90% del fabbisogno dell’Austria, il 30% della repubblica Ceca e il 40% della Germania.
Altri porti, che sfruttano ancor meglio il nostro posizionamento geografico nel centro del Mediterraneo, sono quelli di Cagliari, Augusta e Milazzo, che da soli costituiscono un altro 40% del traffico interno di petrolio e alimentano oleodotti e un settore, quello della lavorazione, della raffinazione e del loro indotto, di notevole rilievo.
Ulteriori infrastrutture destinate a svolgere in prospettiva un ruolo strategico sono gli impianti di rigassificazione, dove l’incertezza di fornitura e domanda di Gnl (Gas naturale liquefatto) continua a sommarsi alla sindrome Nimby e stenta a trovare la sua sintesi politica in un programma stabile che consenta di allocare al meglio le risorse dei finanziamenti europei e di incentivare gli investimenti delle imprese.
Sono dati che dicono quanto il sistema portuale, specie in Italia, sia una infrastruttura rilevante anche per il regolare funzionamento del mercato dell’energia e quanto il suo mancato adeguamento, funzionale e logistico, per renderlo efficiente e competitivo, può incidere significativamente sulla struttura dei costi dell’energia. E questo con penalizzazioni che ricadono sull’intero sistema produttivo del Paese, il cui approvvigionamento è sempre più differenziato e complesso, anche per quello energetico.
Si pensi, per rimanere in argomento, alle piccole forniture di Gnl che stanno diffondendosi direttamente presso i punti di consumo, in forma di Gnl o come gas rigassificato a bordo delle metaniere, che i porti potrebbero accogliere dotandosi di terminali ad hoc. Questo consentirebbe alle attività produttive dell’indotto di utilizzare energia più pulita a costi contenuti, favorendo il raggiungimento dei nuovi target ambientali europei, e incrementerebbe la competitività dei servizi marittimi.
A ciò si aggiunga che parecchie delle nuove navi in costruzione andranno a gas e dovranno essere rifornite con tale tipologia di combustibile e che intervenire sul bunkeraggio, differenziando la filiera del rifornimento delle navi, comprende tra le sue valenze quella di specializzare i servizi di manutenzione e, in generale, di rendere più veloce ed efficiente il passaggio dall’approdo della nave, petroliera o metaniera che sia, alla successiva fase di lavorazione e distribuzione del combustibile e, quindi, di intensificare il legame del porto con il suo comprensorio industriale.

Un consenso per attrarre gli investimenti
Tuttavia, come detto, per trasformare queste possibilità in fattori di forza e aumentare l’efficienza dei “nodi” di accesso energetico, rendendoli competitivi e capaci di diventare punti essenziali e indispensabili della rete europea, occorrono studi e politiche che siano in grado di realizzare un consenso definitivo, capace di attrarre gli investimenti. Questi certamente non mancherebbero, come non manca la capacità imprenditoriale delle nostre industrie di settore, che sono leader a livello globale.
Diversamente, la fragilità del nostro sistema energetico rimarrà tale e il ruolo strategico del Mezzogiorno, dove si concentra gran parte delle potenzialità sopraddette, rimarrà sulla carta. Lo dicono le recenti polemiche intorno alla realizzazione del tratto italiano del gasdotto TAP (Trans Adriatic Pipeline), che segue la rotta del Sud (Grecia, Albania, Italia) per portare in Europa il gas azero e allentare la morsa russa sui prezzi, quelle sulla produzione nazionale di combustibili fossili, come il petrolio della Basilicata, e tante altre, quali la difficoltà di localizzare i siti per i grandi impianti eolici e solari.
Sarebbe cosa grave, visto che non si tratta solo di cogliere le grandi opportunità che propone il momento, ma di seguire percorsi sostenibili per raggiungere i nuovi target energetici che impone l’Europa, anche in termini economici e occupazionali, dunque sociali. Mentre, per parte loro, gli investitori continuerebbero a vedere nel Paese un sistema incapace di saper cogliere le proprie opportunità, e anche di rispettare i propri obblighi. E questi si apprestano ad essere ancor più incombenti e severi. Lo dice la rapidità con cui vengono approvate le misure del programma “Energia pulita per tutti gli europei”, proposto dalla Commissione a fine 2017, meno di un anno fa, per mantenere l’UE competitiva nell’attuale fase di transizione verso la sostenibilità che sta trasformando i mercati mondiali.

Il pressing dell’impegno europeo per l’energia pulita
Il piano poggia sul varo di otto direttive che riguardano l’efficienza energetica, le energie rinnovabili, la progettazione del mercato dell’elettricità, la sicurezza dell’approvvigionamento e le regole di governance, la mobilità connessa e automatizzata, la progettazione ecocompatibile. Il programma prevede poi altre misure per mitigare l’impatto sociale del cambiamento e per promuovere la competitività industriale con incentivi che creino un ambiente favorevole ad accelerare gli investimenti pubblici e privati per l’ammodernamento di infrastrutture e impianti in tutti i settori chiave.
Già, il 19 giugno scorso, è stata pubblicata nella Guue la nuova direttiva 2018/844/UE sulla prestazione energetica nell’edilizia, dando tempo agli Stati membri fino al 10 marzo 2020 per mettere a punto la normativa nazionale di recepimento. Il provvedimento alza risolutamente l’asticella rispetto alla precedente direttiva 2010/31 e impone di elaborare nei prossimi mesi una strategia di lungo termine per sostenere la costruzione e ristrutturazione degli edifici residenziali e non residenziali, sia pubblici che privati, al fine di ottenere un parco immobiliare ad alta efficienza energetica e decarbonizzato entro il 2050, facilitando la trasformazione degli edifici esistenti in edifici a consumi di energia quasi zero. In tal modo la Commissione europea ritiene di poter abbattere entro il 2050 dell’80-95% le emissioni di gas serra del settore, rispetto ai livelli del 1990, con target intermedi al 2030 e 2040.
Le misure previste sono la promozione di ristrutturazioni economicamente efficienti, l’introduzione di un ‘indicatore di intelligenza’ per gli edifici che, grazie all’interazione con la rete, potrà adattare il consumo energetico alle esigenze reali degli abitanti, la semplificazione delle ispezioni degli impianti di riscaldamento e di condizionamento dell’aria, la promozione dell’elettromobilità, mediante l’istituzione di un quadro per i posti auto destinati ai veicoli elettrici ed altro.
Gli Stati dovranno fare in modo che, prima dell’inizio dei lavori di costruzione, si tenga conto della fattibilità tecnica, ambientale ed economica dei sistemi alternativi ad alta efficienza, se disponibili. Quanto all’ ‘indicatore d’intelligenza’, entro la fine del 2019 la Commissione dovrà svilupparlo in forma di strumento in grado di misurare la capacità degli edifici di migliorare la propria operatività e interazione con la rete, adattando il consumo energetico alle esigenze reali degli abitanti.

La leva dell’edilizia per competere e decarbonizzare l’economia
Con questo giro di vite l’UE intende imprimere un ulteriore stimolo anche alle imprese del settore, dove l’Italia vanta posizioni di leadership, affinché si mantengano saldamente alla frontiera dell’innovazione. Ciò stante la valenza strategica dell’edilizia per crescere, competere e promuovere la sostenibilità, atteso il raddoppio previsto a livello mondiale delle superfici costruite, da 200 a 400 miliardi di m2 entro il 2050, la corrispondente crescita dei consumi energetici e delle emissioni di gas serra, attualmente 1/5 del totale, e che 2/3 degli edifici nel mondo non sono attualmente soggetti a vincoli, ma presto lo saranno.
Ancora in materia di edilizia, ma non solo, in giugno è stato raggiunto un accordo tra Commissione, Consiglio e Parlamento europei per l’aggiornamento della direttiva 2012/27 sull’efficienza e il risparmio energetico. L’intesa è stata trovata fissando l’obiettivo di un taglio del 32,5% dei consumi, con una clausola di revisione al rialzo entro il 2023, a metà strada tra le richieste della Commissione e del Parlamento, ma per ora non vincolante. L’accordo estende l’obbligo annuale di risparmio energetico a livello nazionale (0,8%) oltre il 2020 e stabilisce, tra le varie azioni, il rafforzamento delle norme sulla misurazione individuale e sulla fatturazione dell’energia termica.
Nella stessa riunione è stata trovata un’intesa anche sulla Governance del sistema energetico dell’UE con l’approvazione di una specifica direttiva in materia che punti a un’economia a emissioni zero il prima possibile. L’accordo obbliga la Commissione a presentare una proposta entro il 1° aprile 2019 per definire una strategia UE 2050 per le emissioni di gas climalteranti coerente con l‘Accordo sul clima di Parigi del 2015.
Questo attraverso uno studio da finalizzare sulla base dei nuovi dati sul surriscaldamento dell’atmosfera, presentati dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) negli scorsi giorni di ottobre in Sud Corea. Si tratta del Summary for Policy makers del 6° rapporto di valutazione del Panel, la cui pubblicazione è scadenzata per il 2021, che in 400 pagine ha anticipato le analisi dell’IPCC sulle reali possibilità di contenere l’innalzamento della temperatura globale entro 1.5 gradi Celsius, le soluzioni possibili, i benefici potenziali per la società, le economie e l’ambiente, le misure di policy per ridurre e cambiare i consumi di energia, le risorse necessarie, le prospettive per lo sviluppo sostenibile e i rischi che si nascondono dietro alcune scelte.
Il documento è stato diffuso in vista della prossima conferenza ONU sul clima, la COP 24 che si svolgerà in dicembre in Polonia, e afferma che i prossimi anni saranno probabilmente i più importanti nella storia dell’umanità. Ciò in quanto il tempo per evitare il disastro del riscaldamento del clima globale sta per scadere e restano solo poche opportunità per evitare danni incommensurabili e impensabili al sistema climatico che sostiene la vita così come la conosciamo.

L’ultimo allarme dell’ONU sul clima
Il summary dice infatti che l’impatto del riscaldamento globale è stato più rapido e violento del previsto, tanto che i fenomeni che si supponeva dovessero accadere più avanti nel futuro si stanno verificando ora. Dice che mantenendo il ritmo attuale di emissioni di gas serra verrà superato con “con elevata sicurezza” il grado e mezzo di surriscaldamento già nel 2030, o al più tardi nel 2050. Sottolinea che, in ogni caso, adesso la superficie terrestre è più calda mediamente di un grado Celsius rispetto all’epoca preindustriale, e che ciò è stato già abbastanza per far salire il livello degli oceani e scatenare un crescendo letale di tempeste, alluvioni e siccità.
Il rapporto afferma poi che, per avere una chance di almeno il 50% di restare sotto la soglia di un riscaldamento di un grado e mezzo, il mondo deve diventare “carbon neutral” entro il 2050, ovvero adottare modelli e tecnologie capaci di fare in modo che ad ogni tonnellata di CO2 immessa nell’atmosfera ne corrisponda una sottratta. Diversamente il pronostico è una temperatura in salita di tre o quattro gradi, che renderebbe la Terra inabitabile.
Per non superare il grado e mezzo di riscaldamento occorre operare una grande trasformazione della società e dell’economia mondiali su una scala senza precedenti. Questo con un radicale ridimensionamento dei consumi energetici, accompagnato da un rapido abbandono delle energie fossili e da un netto calo delle emissioni di CO2 già dal 2020. A tal fine il costo è stimato in oltre 2.000 miliardi di euro di investimenti annui nel sistema energetico globale, dal 2016 al 2035, per circa il 2,5% del pil globale.
In caso contrario, volendo mantenere gli stili di vita a un più alto e prolungato consumo energetico e di combustibili fossili e diluire così gli interventi, si avrà un temporaneo sfondamento della soglia del grado e mezzo, riversando sulle prossime generazioni le conseguenze e gli oneri di successive misure, ancor più impegnative.
L’intesa intercorsa tra le istituzioni europee (Commissione, Consiglio e Parlamento) sulla prossima governance del sistema energetico dell’unione stabilisce che, coerentemente con le nuove indicazioni dell’IPCC, la Commissione delinei gli scenari del contributo dell’UE verso l’obiettivo di zero emissioni nette per il 2050, ovvero il raggiungimento dell’equilibrio CO2 in uscita e CO2 eliminata, e quello di emissioni negative nel periodo seguente, sulla base del “bilancio del carbonio” a livello globale e dell’UE.

Il nuovo target delle energie rinnovabili
Ovviamente, ciò non toglie che, in tale attesa e come già previsto, gli Stati membri debbano presentare comunque entro il 31 dicembre 2018, cioè tra meno di tre mesi, le bozze dei piani nazionali per l’energia e il clima (PNEC) al 2030, che dovranno essere perfezionati e accompagnati dai Piani di decarbonizzazione a lungo termine (2050) entro il 31 dicembre 2019. A tal fine la Commissione dovrà inviare agli Stati specifiche raccomandazioni, nel caso le bozze fossero incoerenti con i target intermedi di riduzione delle emissioni di gas serra transitoriamente stabiliti dall’ aggiornamento della direttiva sulle fonti rinnovabili.
E pure questa è alle porte, perché di nuovo in giugno le istituzioni europee hanno trovato un’intesa su come aggiornare anche la direttiva sulla promozione dell’uso dell’energia verde, 2009/28 e sue correlate. L’accordo prevede il raggiungimento di un obiettivo vincolante di copertura dei consumi del 32% per il 2030, con una clausola di revisione al rialzo entro il 2023, in modo che al 2030 le emissioni di gas serra siano del 40% inferiori ai livelli del ’90. Il target indicato dalla Commissione per le rinnovabili era, come noto, del 27%, quello del Parlamento del 35%, il 32% è il compromesso raggiunto.
Per conseguire l’obiettivo l’intesa raggiunta stabilisce, tra l’altro, l’introduzione di una drastica semplificazione e riduzione delle procedure amministrative e di un quadro normativo chiaro e stabile sull’autoconsumo. Questo per facilitare la realizzazione di progetti legati alle rinnovabili e la transizione verso un sistema elettrico di generazione distribuita, così che gli utenti diventino produttori e si promuova la filiera delle rinnovabili con soluzioni tecnologiche innovative che consentano all’Europa di svolgere un ruolo più rilevante nella competizione internazionale.
I testi delle direttive devono essere ancora approvati definitivamente dal Parlamento europeo e dal Consiglio, ma la cosa potrebbe accadere già nelle prossime settimane, e poi saranno pubblicati nella Gazzetta ufficiale dell’Unione. Dopo 20 giorni entreranno in vigore e successivamente gli Stati avranno 18 mesi per recepire i provvedimenti nella legislazione nazionale, ad eccezione del regolamento sulla governance che opererà da subito.
Se a queste misure imminenti si aggiunge la proposta ora avanzata da alcuni parlamentari Ue di portare la riduzione delle emissioni di CO2 al 45% entro il 2030, si comprende che non è più possibile tergiversare e che è necessario entrare convintamente nella pattuglia dei paesi che si pongono alla guida del cambiamento, avendo una visione chiara e complessiva delle potenzialità del nostro sistema economico e produttivo.

Una strategia non solo energetica
Ciò per trasformare la severità dei vincoli nelle grandi opportunità che propongono i provvedimenti, sulla base dei vantaggi competitivi che offrono le caratteristiche del nostro Paese, tra cui quelle citate in premessa. Questo, sia nella diversificazione dell’approvvigionamento dell’energia, sia nello sfruttamento delle fonti rinnovabili, sia nell’incremento dell’efficienza e del risparmio energetico e sia nella possibilità di migliorare i modelli di comportamento, di produzione e di consumo che chiede il nuovo corso.
Perché, è del tutto evidente che la transizione energetica e quella industriale nel suo complesso si giocheranno sulle soluzioni e che bisognerà portarle avanti, attuandole e facendole crescere nei territori, nel quadro di una visione complessiva della situazione. Un quadro che correli i target da raggiungere per il 2050 alle istanze economiche e sociali, evitando le conseguenze paralizzanti di impegni politici pregressi che siano tra loro contraddittori.
Come è altrettanto evidente che si deve per prima cosa investire e che a tal fine bisogna dare a chi investe una ragionevole certezza di poter mitigare i rischi, per esempio, con la stipula di contratti a lungo termine, come i PpA (Power purchase Agreement), che altrove si sono dimostrati uno strumento efficace.
Dunque, ciò che serve, innanzitutto, è definire una strategia energetica e industriale, che sia finalmente integrata e unitaria, rivedendo in tal senso la SEN-Strategia Energetica Nazionale, varata nel novembre del 2017, da subito variamente contestata negli investimenti previsti e per il debole legame con gli obiettivi europei, a meno di un anno ancor più lontani.
Una nuova strategia che sia il più possibile condivisa nei particolari, in quanto cucita su misura sul sistema nazionale, produttivo e dei consumi per valorizzarne le potenzialità e correggerne i difetti. Questo sulla base di una attenta dettagliata valutazione delle caratteristiche e valenze delle tecnologie applicabili per la crescita e la decarbonizzazione, nei diversi comparti, della conversione delle fonti fossili, rinnovabili, dell’efficienza negli usi finali, dei sistemi cogenerativi e di accumulo, ecc., in tutti i settori, industriale, civile e dei trasporti. Di una valutazione che tenga in particolare conto, quanto al risparmio energetico ottenibile con i vari interventi, del crescente contenuto energetico dei materiali e componenti impiegati, in costante aumento per la loro complessità tecnologica.
Ma, a tal fine, l’altra priorità è diversificare le linee di formazione e ricerca, per non assecondare l’eccessivo sviluppo di monoculture esclusive, come quella del risparmio energetico nella climatizzazione degli edifici, in quanto sarà cruciale la capacità del sistema di fornire e aggiornare le varie competenze che chiede complessivamente il cambiamento in atto. Ciò facendo leva, se non su ulteriori investimenti, sulle tante possibilità già esistenti, specie quelle legate allo sviluppo dei dottorati di ricerca industriali, degli Istituti Tecnici Superiori e, più in generale, all’alternanza scuola-lavoro.
Se la via della decarbonizzazione è obbligata, come gli ultimi dati pubblicati dall’IPCC rendono sempre più evidente, è imperativo non perdere questa occasione epocale e imboccarla con determinazione e coerenza, per trasformare il vincolo della sostenibilità e gli impegni connessi, non solo economici, ma anche in termini di iniziative, lavoro, attese, in uno strumento di crescita e competitività.

Pierangelo Andreini
Ottobre 2018