Quel confine indeterminato che delimita la crescita

C’è chi dice che il progresso del sapere tecnico ha assunto un andamento esponenziale tale per cui l’insieme delle conoscenze si duplicherà entro vent’anni e i successivi raddoppi potranno avvenire in manciate di mesi. Altri ritengono che già ora stia raddoppiandosi ogni 5-7 anni, che nel 2020 si duplicherà in meno di 100 giorni e poi addirittura di giorni.
Comunque sia, è del tutto evidente che la società delle risorse materiali si sta trasformando in quella della conoscenza. In una società dematerializzata che con l’economia circolare può assicurare la sostenibilità e infrangere il paradigma della crescita finita. Una società in cui i confini fisici del pianeta non costituiscono più un limite, in quanto scienza e tecnologia consentiranno lo sviluppo in ogni caso, anche con risorse naturali finite. Una società, quindi, dove la risorsa per eccellenza è l’uomo e dove per la moltiplicazione dei mezzi e per soddisfare i consumi basta generare gli strumenti conoscitivi a ciò necessari.
Il percorso è iniziato da epoche immemori, ma adesso le soluzioni tecnologiche per processi, prodotti e servizi registrano un incremento sbalorditivo del loro contenuto di conoscenza.
È il frutto dell’accumulo del lavoro intellettuale che genera una divaricazione crescente fra il valore delle materie prime, in termini relativi sempre più basso, e quello dei beni prodotti, al contrario più alto, i quali diventano sempre più immateriali. Una conferma che la risorsa che fa la differenza è quella dell’uomo. Un uomo formato e informato affinché la sua cultura sia vasta, profonda, creativa, aggiornata costantemente e in tal modo capace di tradurre il sapere in soluzioni e prendere decisioni valide per qualsiasi attività economica o sociale.
Un sapere che l’uomo da solo non può ovviamente possedere per intero, anche perché le conoscenze necessarie per produrre e utilizzare gli oggetti e che si trovano in essi immagazzinate, pure nei più comuni, per quanto detto, sono così elevate e complesse che hanno oltrepassato ormai da tempo la capacità di averle da parte di un singolo individuo.
Per ovviare a questa incapacità, peraltro vecchia come la tecnologia, l’uomo si è organizzato specializzandosi. Ma frattanto la complessità ha continuato a crescere al punto che i tecnici specializzati, che progettano e utilizzano processi, impianti e macchine per produrre manufatti ed erogare servizi, possono svolgere il loro lavoro solo perché dispongono di strumenti, come computer, software e altri dispositivi, che incorporano grandi quantità di informazioni che loro non posseggono o posseggono solo in parte.
Un problema che sta mostrando la faccia nella sua interezza e che l’uomo ha affrontato dai primordi con la modalità che gli è più congegnale, quella di costruire reti sociali in cui molti individui cooperano, adesso in modo incredibilmente articolato e sofisticato, nella produzione e flusso dell’informazione e nella sua trasposizione materiale. Così dando vita a sistemi economici alimentati dal deposito sociale di conoscenza e know-how che consentono di trasfondere le idee nell’ambiente per fronteggiare la sfida adattativa posta dalla necessità di vivere e sopravvivere, salvaguardando i diritti delle successive generazioni.

IL LAVORO INTELLETTUALE
Dunque, ciò che sta alla base è il lavoro intellettuale che, nell’immaginario, è però associato alla solitudine. Una solitudine che se da un lato appare fruttuosa, dall’altro sembra imprescindibile. In quanto essere da soli con i propri pensieri favorisce la concentrazione, facilita le scelte, anche se carica il singolo della responsabilità dei propri errori, ma con l’egoistico vantaggio, specie nella ricerca, di non dover condividere con nessuno i frutti della propria fatica, fama e gloria o più modestamente la soddisfazione di aver contribuito con un mattone all’edificio della conoscenza.
Tuttavia, questo è solo uno stereotipo da cui ci si distacca con fatica. La realtà, si è detto, è un’altra, visto che la collaborazione è una necessità vecchia come il mondo, dettata dall’esigenza di coordinamento tra diversi attori, tanto più ora per la complessità di alcuni ambiti che richiedono collaborazioni strutturali di grande portata, anche se qui la nozione di collaborazione intellettuale si sovrappone a quella di organizzazione manageriale.
In ogni caso, pure ragionando in termini egoistici, avere un partner intellettuale è più vantaggioso. Autorizza temerarietà maggiori e infonde il coraggio di seguire percorsi inesplorati, perché significa sostanzialmente poter contare sul contraddittorio, sapendo che in caso di errori l’altro li può segnalare.
È in questa fondamentale dialettica, tra audacia e controllo, che si manifesta il vantaggio imbattibile della collaborazione. Impedisce di trascurare o nascondere i punti deboli e di barare intellettualmente ed educa a mettersi nei panni dell’altro per immaginare che cosa penserebbe di fronte al problema.
E questo è importante, dato che si impara a fare così anche quando più vecchi si tende a lavorare da soli, avversando le collaborazioni, come Michel de Montaigne che diceva che quando gli uomini si uniscono le loro teste si rimpiccioliscono. Una contraddizione in termini, poiché raddoppiando il numero dei cervelli, degli occhi e delle mani l’orizzonte non può che allargarsi e la mente stessa funziona su base collaborativa.
Un network tra decine di miliardi di neuroni uniti in un’immensa rete attraverso decine di migliaia di miliardi di sinapsi, ovvero di connessioni, la cui complessità ed efficacia l’umanità sembra voler raggiungere.
E ciò quando, tra pochi decenni, arriverà a collegare con il web dieci miliardi di individui e un’immensità di apparati, visto che lo sviluppo di internet delle cose prevede che già nel 2020 si avranno 50 miliardi di oggetti connessi al servizio dell’uomo. Così realizzando una sorta di mente collettiva, stimolata da un incessante flusso di informazione, che metabolizza il sapere per guidare il mondo e renderne sostenibile la crescita.
Difficile resistere a questa suggestione, supportata nei fatti dall’inarrestabile trend della digitalizzazione.

UNA RIVOLUZIONE EPOCALE
Comunque sia, quel che è certo è che l’umanità è alle prese con una rivoluzione epocale indotta dall’accelerazione del progresso scientifico e tecnologico e delle sue ricadute culturali. Una transizione guidata dalla crescente consapevolezza della necessità di preservare la salute dell’ambiente locale e globale e, con essa, quella dell’umanità stessa, che genera la propensione ad adottare processi e manufatti ecocompatibili che richiedono meno materie prime ed energia per unità di prodotto, incrementando il ruolo e l’apporto delle attività immateriali, come software e servizi.
Non solo, il nuovo paradigma è caratterizzato da una forte domanda di miglioramento della rispondenza funzionale di prodotti, processi e servizi e, quindi, di qualità nelle sue varie sfaccettature, anche etiche, da una domanda di diversificazione che incide nella filiera con ricadute sulla taglia delle unità produttive, più piccole, efficienti, tecnologizzate, specie con le stampanti 3D, che favorisce il decentramento della produzione, ed altro.
Una rivoluzione veicolata dal web con velocità tale da far prevedere che in un futuro molto vicino ogni attività economica – produttiva, culturale, del tempo libero – sarà largamente condotta ricorrendo a mezzi informatizzati e a reti telematiche. Questo, per realizzarle, organizzarle e gestirle in modo ottimale, sfruttando al meglio le conquiste scientifiche e tecnologiche. E, poiché oltre l’ottimo non si può andare, i “cultori del limite” vedono in ciò l’asintoto che costituisce il nuovo confine per le possibilità della crescita.
In tal senso indirizzati dalla legge di Malthus dei ritorni decrescenti secondo la quale, oltre una certa soglia, ad ogni ulteriore input, qui della tecnologia per la crescita, non si ha un incremento ad esso proporzionale. La ragione è dovuta all’insorgere di effetti collaterali negativi, in primis legati a un debordante aumento della complessità, che producono disfunzioni e diseconomie, ovvero disordine e dissipazione, che penalizzano il rendimento del nuovo apporto.
È proprio così e c’è dunque un limite? Estendendola impropriamente alle attività produttive, la termodinamica non è altrettanto perentoria. Dice che, quando un sistema si trova ad operare in una condizione lontana dall’equilibrio, molto “stressata”, come lo è attualmente quella del sistema socio-economico, al raggiungimento della soglia critica l’insostenibilità della situazione può determinare una transizione che lo porta ad assumere, anziché maggior disordine, una diversa e più efficiente forma d’ordine.

IL RITORNO CHE SUPERA MALTHUS
Non una semplice mutazione, quindi, ma un nuovo ordine che la rivoluzione in corso sembra stia realizzando, visto che sta modificando il meccanismo stesso che è alla base del progresso del sapere.
Sul piano scientifico, infatti, al posto di discipline separate, a suo tempo concepite dall’uomo per favorirne lo sviluppo in un settore coerente e facilitare la gestione di nozioni spesso diversissime, ora, con l’ausilio dalla rete, l’enorme crescita e diffusione delle conoscenze è in grado di attivare collegamenti tempestivi e sempre più capillari tra i vari comparti.
Intrecci che consentono a una nuova conoscenza, nata in uno specifico ambito scientifico, di risultare utile anche in altri del tutto diversi, con un processo di moltiplicazione degli impieghi che contraddice la teoria malthusiana, ma è cambiato il meccanismo.
Questo perché non si tratta solo di interdisicplinarità, si tratta di un cambio radicale del modello organizzativo, dato che le scienze e le tecnologie nascono già transdisciplinari, come le nanoscienze, concepite per occuparsi di qualsiasi area delle scienze e delle applicazioni o le bioscienze, che non si occupano solo di salute o agricoltura, ma si estendono all’energia, materiali, informatica, meccanica, ecc. In tal modo, il diverso ordine assunto dalla matrice consente di accrescere enormemente il tasso di innovazione, in quanto produce e veicola conoscenze atte ad essere applicate in qualsiasi ambito di validità delle conoscenze stesse, con risultati utili non solo per il progresso del sapere, ma anche per dare spessore crescente alla base scientifica delle sue applicazioni tecniche, che si possono così sviluppare marginalizzando e al limite prescindendo dall’apporto dell’esperienza pratica.
Un cambio drastico che si integra con quello del sistema produttivo e ha la possibilità di anticipare le esigenze poste dalla crescita, che oggi, come si è detto, richiede e poggia su una massa incredibile di sapere e quindi di ricerca.
Ciò per generare quel grande insieme di nozioni: scientifiche, di organizzazione, marketing, previsione, struttura aspettative e bisogni della società, sia con una ricerca diretta ad obiettivi specifici, sia di carattere più generale e di base, tenendo conto che molti risultati non si ottengono seguendo cammini prestabiliti, con premesse e modalità tutte note, ma per serendipity. Il che non vuol dire in ragione del caso, bensì del fatto che ogni nuova conoscenza, se ben compresa e meditata può dare origine a nuovi interessanti sviluppi e risultati.
Dunque, si tratta di un cambiamento che, diversamente da quanto è sin qui accaduto, vede il suo driver più nella crescita della conoscenza astratta, ovvero dell’apporto di intelligenza, che della conoscenza pratica che applica con continuità la cultura tradizionale del saper fare, la quale al contrario può penalizzarne i benefici.
La digressione su come stanno evolvendo scienza e ricerca dà la misura della difficoltà di dirigerne a priori lo sviluppo e delle ricadute negative che possono derivare, se l’indirizzo prescelto non interpreta adeguatamente e anticipa il cambiamento. Specie per l’industria, dove la ricerca è determinante, la quale deve conoscere, assecondare e rendere sostenibile il cambio del modello, se vuole rimanere competitiva. Ciò, prescindendo da strategie “politiche”, notoriamente difficili da definire, il cui deficit peraltro non sembra interferisca più di tanto nella sua evoluzione.
Di fatto, con la fabbrica diffusa il settore produttivo sta riordinandosi spontaneamente sulla base di catene di interessi in grado di connettere singole sottoimprese, come una singola azienda collegava prima le stazioni di una linea di montaggio, le quali però producono per una pluralità di molte altre, accrescendo le economie di scala e, cosa più importante, modificando l’ambiente lavorativo in modo tale che l’iperspecializzazione può dispiegare appieno i suoi effetti, con il risultato di aumentare l’efficienza, ancora contravvenendo l’opposto trend che prevede la legge Malthus.

UN NUOVO MODO MODELLO DI PRODUZIONE E CONSUMO
La manifestazione più visibile del cambiamento in atto, sia nell’industria che nella società, è data da Internet delle cose (Internet of Things – IoT) che sta rendendo tutti gli oggetti che ci circondano in grado di comunicare. Ne sono espressione i componenti che rendono intelligenti gli edifici, quelli a bordo dei mezzi di trasporto, che abilitano tante funzioni, tra cui la guida automatica, gli stessi nostri indumenti e accessori, come gli smartphone, assurti a estensione del corpo, e ovviamente lo stesso modo di fare industria. Un’industria intensamente informatizzata e automatizzata, che con l’IoT, reti ubiquitarie, cloud computing, big data, ecc., si avvale di robot, droni, manifattura additiva, progettazione avanzata, realtà aumentata, ed altro.
Un’industria che connette non solo gli strumenti necessari alla produzione, con uomini e robot che lavorano fianco a fianco, ma l’intera filiera economica, estendendo il focus del business dal manufatto al servizio, secondo un modello, non più solo di possesso, che comprende l’utilizzo e contempla la condivisione. Una rivoluzione, perché la progettazione di un bene che non è solo acquistato, ma entra a fare parte di un servizio continuativo assicurato dall’azienda, è molto diversa. Deve essere concepita pensando al suo aggiornamento, oltre che alla riparazione, con ampio uso di materiali e componenti smart che raccontino a quanto li circonda cosa sono, dove sono, come sono utilizzati, quali manutenzioni necessitino i prodotti per funzionare correttamente e non guastarsi, in tal caso dicendo anche come riciclarne al meglio le parti.
Così l’azienda può contare su una diagnostica effettuata e comunicata dal prodotto stesso, che consente di rimediare alla sua usura e disfunzione in situazioni non di emergenza, di allungarne la vita, di aggiornarne il software dopo la vendita e in tal modo di assicurarne un continuo upgrading.
Una rivoluzione che ruota, quindi, intorno ai dati generati dall’IoT, nelle fasi di produzione e utilizzo del bene, che raccolti e analizzati, creano il valore che fa la differenza, se l’intera catena dell’impresa, e non solo la fabbrica, diventa intelligente.
L’ impatto economico e sociale dell’IoT lo si percepirà nei prossimi anni, quando il diffondersi dell’impiego delle nuove tecnologie nel tessuto sociale modificherà irreversibilmente le abitudini e le esigenze delle persone, mentre fabbriche e uffici, sempre più intelligenti e automatizzati, richiederanno sempre meno persone e sempre più preparate.

LE DIFFICOLTÀ DELLA SFIDA
Di nuovo, quindi, la risorsa in gioco è quella dell’uomo, che per non farsi travolgere dal cambiamento deve imparare a lavorare in modo diverso e con diverse e maggiori competenze. Una sfida difficile da affrontare, visto che nello scenario le quinte e il fondale si spostano con rapidità tale che quando l’organizzazione sociale sta cercando di consolidarsi nella nuova situazione, già si presentano le condizioni che danno vita a ulteriori situazioni, ancora diverse. Così, cultura, educazione, lavoro diventano più fluidi, meno codificabili, mentre gli operatori vorrebbero poter contare su riferimenti stabili e sicuri. In questo sbagliando perché, come si è detto, la cultura collaudata, i vecchi modi di pensare e i lavori tradizionali, pure nelle migliori loro espressioni, se non sono innestati sul nuovo sapere non premiano, ma costituiscono un freno. Per questo, difendere il passato in cambio della sicurezza è un’azione perdente o, quanto meno, poco redditizia, dato che le cose nuove sono enormemente migliori. La sicurezza la può dare solo un sapere che sa cambiarsi, capace di tradurre ogni intuizione e conoscenza in nuove soluzioni e, del resto, la concorrenza globale impedisce di scegliere attività e produzioni che non siano capaci di anticipare il futuro ed essere vincenti. D’altra parte, la cultura, anche se è l’aspetto più solido e stabile di una civiltà, non potrà mai essere un ancoraggio statico. Evolve anch’essa, ora sempre più rapidamente e nelle sue caratteristiche più essenziali. È una risorsa dinamica, che non si traduce in regole immutabili, ma in regole aperte all’accettazione di nuove conoscenze per fronteggiare i nuovi problemi. Le prime governano lo svolgimento delle attività ripetitive, ma anche quelle standardizzabili, che saranno sempre più operate da sistemi meccanici, informatici e chimici. Le nuove sono quelle che fanno progredire e le fissano gli operatori con il modo con cui risolvono i problemi non convenzionali, occasionali e che richiedono creatività e capacità di reperire e costruire il sapere.
Dunque, per competere non basta più avere le conoscenze, se ciò avviene con ritardo, perché oggi chi vince realmente non è chi lo sa usare, ma chi sa creare il sapere.

L’ASIMMETRIA CHE DELIMITA LA CRESCITA
È questo l’obiettivo che deve catalizzare gli impegni, sviati dall’asimmetria della transizione in atto, accelerata e dirompente dove le condizioni lo consentono, via via più lenta, dove esse vengono meno, e addirittura impedita a quel sesto della popolazione globale che non dispone di allacciamenti alla rete elettrica. Per questa parte del mondo non ha nemmeno senso parlare di sfida, dato che non possiede le armi per affrontarla. Allo stato attuale per tali comunità il progresso che promette il trend che sta plasmando il nuovo secolo non può che trasformarsi in crescente disuguaglianza, tanto più intollerabile quanto più aumenterà in loro la consapevolezza dell’iniqua disparità dei mezzi e quindi delle opportunità di emancipazione.
Una disuguaglianza in ogni caso intollerabile per tutti, se mancano gli strumenti per combattere ad armi pari, in un mondo dove robotica e intelligenza artificiale potranno sostituire in pochi anni la metà degli occupati, mentre il lavoro che resterà, a patto di averne le competenze, sarà svolto in buona parte in autonomia e comunque in forme non convenzionali. A partire dalla sede, che potrà essere sostituita da spazi in condivisione tra più aziende (coworking) e da modalità di lavoro agile (smartworking) e dalla forma stessa del lavoro, che potrà essere “atipico”, cioé flessibile, interinale, in affitto, temporaneo o part-time. In tale scenario, a parte la necessità di rimodulare il sistema dell’occupazione, regolamentandolo con adeguati strumenti contrattuali, risulta evidente il ruolo determinante delle competenze, specie digitali, che devono possedere le nuove generazioni per competere e aspirare a un lavoro. Conoscenze che la collettività ha il dovere di impartire, aggiornando il modello educativo per far comprendere la situazione in generale e favorire l’appropriazione degli strumenti per gestirla.
Quindi, l’analisi del fenomeno del cambiamento e della sua accelerazione deve far parte del percorso formativo, per spiegarne i motivi, le conseguenze, quali comportamenti tenere, come affrontarlo, al di là dei preconcetti ideologici e dei fattori che ne fanno velo.
Pertanto, occorrono modalità di intervento sulla cultura sostanzialmente diverse. In quanto l’istruzione deve preparare a svolgere attività lavorative che sono in costante evoluzione e consentire di continuare ad acquisire nuove conoscenze e mezzi culturali per tutto il resto dell’esistenza.
Dunque, occorre ribaltare lo schema che ancora la vede impartita nella prima parte della vita, così esponendo le competenze recepite a un altissimo rischio di obsolescenza.
È questa, in ultima analisi, la principale sfida che pone il progresso esponenziale del sapere. Diffondere le nuove conoscenze scientifiche e tecnologiche con un processo di assimilazione consapevole. Un processo che riduca il gap tra chi crea e chi usa il sapere e estenda nel contempo il miglioramento della qualità del vivere e della sostenibilità dello sviluppo, in tal modo infondendo nella società la fiducia che cementa e legittima il sistema. Ogni ritardo per difendere egoisticamente un passato che protegge interessi a breve termine, specie se economici, è ingiustificato e irresponsabile.
Perché distoglie dalla meta e non può che inaridire la risorsa di fondo che alimenta la crescita, delimitandola entro il confine di una stagnazione, che per alcuni rischia di essere secolare.

Pierangelo Andreini
Luglio 2017