Qualità dell’aria. quell’altra faccia della sostenibilità

Il tema del cambiamento climatico è tuttora controverso e continua a vedere contrapposti negazionisti e catastrofisti degli effetti sul clima delle emissioni antropogeniche di gas serra e, quindi, della responsabilità dell’uomo, della quale, peraltro, gli indizi appaiono sempre più schiaccianti.
Alcuni modelli matematici che interpretano il fenomeno la stimano infatti diversamente, portando da 3-4 anni a 2 decenni, la dead-line degli interventi per contenere in 1,5°C il surriscaldamento medio del clima entro fine secolo.
Al contrario, altri dicono che siamo ormai fuori tempo e che per raggiungere questo risultato non è più sufficiente decarbonizzare l’economia, ma che occorre iniziare a sottrarre CO2 dall’atmosfera, alimentando in tal modo ulteriormente il contrasto.
In tutti i casi, resta indubitabile che il decorso del tempo chiederà azioni molto più incisive delle attuali e che il controllo delle emissioni di carbonio ci pone di fronte a prospettive di interventi costosi, di cui alcuni difficilmente realizzabili.
C’è da dire, poi, che la strada della mitigazione richiede un accordo globale, il quale per ora continua a rimanere sulla carta.
Un accordo che slitta nel tempo, dato che sembra difficile che la prossima Cop 24, la 24^ conferenza annuale delle parti firmatarie della convenzione sul clima, che si svolgerà in dicembre a Katowice nel cuore carbonifero della Polonia, possa registrare significativi progressi.
Una storia che si ripete, malgrado il successo del primo summit sul clima di Rio de Janeiro nel 1992, quello peraltro simbolico registrato al terzo di Kyoto nel 1997, che ha varato l’omonimo protocollo, e quello eccessivamente enfatizzato dell’accordo raggiunto a Parigi dalla Cop 21 nel 2015.
In quanto, come è accaduto precedentemente, nella maggioranza dei summit annuali e negli ultimi due, di Marrakech 2016, Cop 22, e di Bonn 2017, Cop 23, i veti incrociati hanno impedito di far progredire il trattato con la tempistica necessaria.
Ed è probabile che la medesima situazione si presenti anche quest’anno, nonostante il previsto richiamo che farà l’IPCC (Intergovermental Panel on Climate Change) con la preventiva uscita in ottobre, in occasione dei 30 anni dalla sua costituzione, di un estratto anticipato del Sixth Assessment Report 2022.
Si tratta del Document for Expert Review IPCC special report on 1,5°C – draft summary for policy maker, di cui si conosce la bozza, secondo la quale, allo stato attuale è estremamente improbabile che si possa contenere l’aumento della temperatura mondiale al di sotto del grado e mezzo, rispetto al valore pre-industriale, perché andrebbe oltre le nostre possibilità.
Per queste ragioni, nelle more del futuribile accordo, si sta facendo strada la consapevolezza e, quindi, la convinzione che per contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici è necessario e urgente porre in atto risposte di adattamento al nuovo trend, dato che è del tutto evidente che occorre comunque fare qualcosa, specie sul piano locale.

METROPOLI ALLA PROVA
Perché è nelle città, dove è concentrata ormai più della metà della popolazione mondiale, che la mutazione del clima sta comportando le conseguenze negative più immediate.
Le piogge sono più rare e i periodi di siccità più prolungati, altrettanto la durata dei fenomeni di aria stagnante, con la loro maggiore assiduità, più alti i livelli di ozono e più frequenti e intense le ondate di calore.
L’insieme di questi fenomeni incrementa l’inquinamento atmosferico locale e, soprattutto, contribuisce all’accumulo e al mantenimento di inquinanti nell’aria provenienti da diverse fonti (traffico, riscaldamenti, attività industriali e agricole), specie di particolato e di biossido di azoto, che vanno molto spesso oltre i limiti considerati tossici nel mondo, ma anche in Europa.
A ciò si aggiunge l’aumento in intensità e sequenza di eventi meteorologici estremi, come alluvioni e tempeste, che mettono alla prova la resilienza dei territori e delle infrastrutture urbane: sistemi idrici, di distribuzione dei vettori energetici, di trasporto, le reti fognarie e gli stessi sistemi di distribuzione degli alimenti.
Ad amplificare il fenomeno nel suo complesso c’è il fatto che la crescente densità delle popolazioni nei centri urbani, con il loro concentrato consumo di energia, dà origine a delle “isole di calore”.
In queste condizioni al manifestarsi di picchi esterni di aumento della temperatura il suo incremento ne risulta amplificato, con rischi che per i soggetti più vulnerabili possono risultare addirittura fatali.
Questo in quanto durante il giorno le città immagazzinano il caldo derivante dall’irraggiamento solare e dai consumi energetici, tra cui quelli connessi al traffico, liberandolo solo in parte durante la notte.
E quando le ondate di caldo sono prolungate ed eccessive, la notte non basta a dissipare per intero il calore generato di giorno, il quale si accumula e, così, la giornata successiva comincia con temperature più alte del normale, innescando un circolo vizioso.
Per tale motivo i centri urbani, a partire dalle grandi città, sono tra i più esposti alle conseguenze della maggiore variabilità del clima e sono i primi interessati ad azioni di contrasto, anticipando e prescindendo da quanto potranno imporre future normative globali per mitigare il surriscaldamento.
Così, le metropoli sono diventate il luogo privilegiato per mettere in campo strategie e misure per combattere gli effetti del cambiamento climatico con lo sviluppo di iniziative innovative che le rendano capaci di adattarsi alle conseguenze, assumendo un ruolo di guida anche nella sperimentazione di misure di contenimento delle emissioni nocive, in particolare di quelle atmosferiche. Poiché, ancor più del caldo, l’emergenza che incombe sulle grandi città è quella dell’inquinamento dell’aria originato dal traffico e dagli impianti di climatizzazione, meno da quelli industriali, visto che da tempo nei paesi più evoluti gli impianti emettitori sono relegati al di fuori del perimetro urbano.

UN RISCHIO PER LA SALUTE
La maggior parte delle città del mondo che controllano i livelli di inquinamento atmosferico superano, infatti, i livelli delle linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità.
Più precisamente, l’88% della popolazione urbana risiede in città che non rispettano i limiti e il 50% è esposto a un inquinamento dell’aria almeno 2,5 volte più alto dei livelli raccomandati dall’OMS ed è perciò interessato da un sensibile aumento del rischio di problemi sanitari importanti.
Molti sono i fattori che contribuiscono a questa situazione: l’utilizzo di combustibili fossili per la produzione di energia, l’aumento del trasporto privato su mezzi a motore spesso obsoleti, l’uso inefficiente dell’energia negli edifici, l’uso della biomassa per cucinare e riscaldare le abitazioni.
Una situazione che è in costante peggioramento, in quanto il cambiamento dei modelli di produzione e consumo sta svuotando le aree rurali e richiama la gente in città impreparate ad accoglierla, più o meno in tutto il mondo.
In tal modo, secondo l’OMS nel 2012 l’inquinamento atmosferico è stato responsabile della morte di circa 3,7 milioni di persone sotto i 60 anni. Il rapporto del 2014, che riporta questi dati, evidenzia che vi è un’alta correlazione tra le concentrazioni di particolato fine e ultrafine e il numero di morti per infarto e disturbi cardiaci, disturbi respiratori e tumori. Il 90% dei decessi legati alla cattiva qualità dell’aria avviene in paesi con redditi medio bassi e quasi due terzi di essi avvengono nel sud est asiatico e nelle regioni del pacifico occidentale.
Purtroppo, nonostante vari progressi in molte aree del mondo, il fenomeno si sta, come detto, aggravando, ma con significative eccezioni nelle città più virtuose, a dimostrazione che la qualità dell’aria può essere migliorata con politiche mirate alla sostenibilità ambientale nei diversi settori, che vanno dalla progressiva eliminazione di combustibili solidi negli usi civili di cottura e riscaldamento degli edifici, al miglioramento dell’efficienza nella climatizzazione, a rendere più efficiente il sistema dei trasporti, con il ricorso a carburanti verdi, mobilità elettrica, ecc., alla corretta gestione dei rifiuti solidi e, più in generale, al ricorso alle fonti rinnovabili di energia e alla riduzione delle emissioni industriali.
Le cause dell’inquinamento dell’aria sono infatti molteplici e interattive e, al momento, l’analisi dei dati complessivamente acquisiti non consente di identificare con sufficiente precisione le politiche, le priorità e le misure più adeguate per contenerlo e ridurlo, anche se il traffico rimane per l’OMS il principale indiziato della cattiva qualità dell’aria urbana.
Tuttavia, un’altra causa importante è il riscaldamento domestico, in particolare la combustione delle biomasse. Ovviamente pure le coltivazioni agricole e le attività industriali al contorno delle città possono giocare la loro parte, se sporcano l’aria circostante che il gradiente termico richiama all’interno dell’area urbana. 

LA SITUAZIONE IN ITALIA NEL MONDO
Il paese al mondo che paga il bilancio più alto in termini di morti premature all’anno per l’inquinamento atmosferico, con oltre un quarto dei decessi, è la Cina. Seguono l’India per oltre un sesto.
Ma anche l’Europa, con 500.000 decessi, non è messa bene. Nel vecchio continente i tre inquinanti maggiormente sotto accusa: il particolato atmosferico, il biossido di azoto e l’ozono, causano infatti un numero di decessi, sempre in termini di morti premature, che sono superiori di circa venti volte rispetto a quelli dovuti agli incidenti stradali.
Per l’Italia, dati di una ricerca della Fondazione sviluppo sostenibile (sett. 2017), svolta in collaborazione con l’ENEA e FS, dicono che nel 2013 le morti premature all’anno per inquinamento atmosferico sono state 91.000, contro le 86.000 della Germania, 54.000 della Francia, 50.000 del Regno Unito, 30.000 della Spagna. Rapportandoli al numero di abitanti, in Italia e in Germania i decessi sono superiori rispettivamente del 50% e del 10% rispetto alla media europea, mentre in Francia e Regno Unito sono inferiori del 20% e in Spagna del 40%.
Di qui l’urgenza di agire da subito con una politica di difesa della qualità dell’aria sul piano locale più dura e coraggiosa. Dunque, mirando alla riduzione di tutti gli inquinanti, non soltanto della CO2, che solo da tempi recenti è considerata un inquinante per il suo effetto serra. E inoltre facendo leva sulla prevenzione, perché quando scatta l’emergenza, intervenire è quasi impossibile.
Una situazione che chiama l’Italia ad agire immediatamente, dato il numero di morti riconducibili all’inquinamento atmosferico.
Cifre che dicono quanto sia necessario che il Paese ponga in atto finalmente azioni decise che portino a un risanamento dell’aria, peraltro previste dal piano nazionale di prevenzione, parte integrante del piano sanitario nazionale. Con esse interessando, oltre a mobilità e climatizzazione, anche il settore dell’agricoltura, responsabile del 96% delle emissioni italiane di ammoniaca, che vanno ridotte. A tal fine, promuovendo interventi volti a ridurre l’azoto in eccesso nei terreni con l’agricoltura di precisione, sviluppando un’agricoltura biologica meno impattante e mitigando l’impatto degli allevamenti con mangimi speciali e del rilascio di biometano.
Circa l’industria, a partire dalla famosa legge 615/66 “Provvedimenti contro l’inquinamento atmosferico”, i suoi relativi regolamenti di esecuzione e la successiva normativa comunitaria, nel corso dei decenni la situazione è come noto migliorata, ma rimane comunque necessario introdurre limiti più severi, specie per le emissioni di zolfo e composti organici volatili.
Nel complesso, scontati i notevoli progressi indotti dall’avanzamento scientifico, tecnico e normativo verificatisi nei decenni, basti pensare alle condizioni delle metropoli europee mezzo secolo fa, come la coltre di smog che coprì Londra nel dicembre del 1952 che diede il via alla presa di coscienza del fenomeno, la situazione rimane tutt’ora, di fatto, di alto rischio. E ciò perché nel frattempo la conoscenza degli effetti che determina il respirare aria sporca è del pari avanzata, in uno con l’elenco lugubre dei decessi che vi sono legati.

IL DEFERIMENTO CHE INCOMBE
Così, nelle settimane scorse, si è riaperto nel Paese il rituale dibattito, che puntualmente si ripresenta, sull’emergenza inquinamento nelle aree urbane e sulle misure straordinarie in caso di superamento dei limiti, in particolare delle polveri sottili: blocco del traffico nelle diverse varianti, totale o parziali, targhe alterne, limiti differenziati in relazione alle diverse classificazioni Euro dei veicoli, etc.

Ma non solo, alla sbarra c’è anche il settore residenziale che da solo è responsabile di quasi due terzi delle emissioni nazionali di PM 2,5 e del sostanziale disallineamento dell’Italia rispetto ai target di riduzione fissati dall’Europa al 2030.
In questo caso, per contenerle, l’opzione risolutiva sarebbe ovviamente quella di promuovere interventi innovativi di efficientamento energetico degli edifici, per attuare una riqualificazione profonda del parco edilizio (deep renovation) in grado di coinvolgere interi edifici o quartieri, con tagli dei consumi di oltre il 50%.
Una misura certamente salutare sul piano dell’efficienza energetica, ma non risolutiva quanto alle polveri sottili, in quanto le emissioni di particolato atmosferico del settore residenziale derivano in gran parte dal consumo di biomasse.
L’aria insalubre nei grandi centri urbani italiani è purtroppo un’emergenza cronica. Il suo mancato risanamento con un’azione risoluta e organica dell’Esecutivo si protrae colpevolmente da anni e può costare molto caro, non solo in termini di vite umane. Specie se il Paese verrà deferito alla Corte di Giustizia europea, a seguito della procedura di infrazione che è stata da tempo avviata per continuato superamento dei limiti massimi stabiliti degli inquinanti nell’atmosfera, qualora vengano giudicate insoddisfacenti le risposte date a seguito dell’ultimo richiamo indirizzato dalla commissione alcune settimane fa.
La normativa europea relativa alla qualità dell’aria, pregressa e attuale, fissa infatti limiti di qualità dell’aria che non possono essere superati e impone agli Stati membri di contenere l’esposizione dei cittadini agli inquinanti atmosferici nocivi.
Nonostante questi obblighi, in vari Stati Ue le norme sulla qualità dell’aria non sono rispettate, in particolare le concentrazioni del particolato (PM10) e il biossido di azoto.
Con l’ultimo avvertimento la Commissione ha ricordato di avere una responsabilità diretta nei confronti di milioni di cittadini europei, giovani e anziani, malati e sani, che risentono della scarsa qualità dell’aria, ha ricordato inoltre la serie di offerte di aiuto, consulenze e avvertimenti sin qui data in materia e ha detto che dopo questo richiamo, ovvero il parere motivato ultimamente trasmesso, seguirà il deferimento alla Corte, se non dimostreremo di essere in grado di attuare misure adeguate per correggere la situazione, senza indugio e nel rispetto della legislazione europea.
Dunque, il surriscaldamento del clima è solo una delle emergenze che genera l’insostenibilità dell’attuale modello economico, quella ambientale, di cui peraltro è solo un aspetto. Le altre le conosciamo, economiche, sociali, istituzionali. Nessuna può essere trascurata, sottovalutandone le conseguenze.
Ma la necessità di respirare un’aria che sia pulita è indubbiamente una priorità.

Pierangelo Andreini
Marzo 2018