Una politica coerente e mirata per guidare la transizione energetica

Nonostante il cambiamento di rotta del nuovo piano energetico USA “An America first energy plan”, che punta allo sfruttamento dei giacimenti di carbone e di shale oil e gas  nazionali per potenziare il grado di autonomia e ridurre i costi energetici, il resto del mondo mostra di credere ancora nella necessità di  incrementare lo sviluppo delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica per assicurare la sostenibilità della crescita.
Il piano fa leva su circa 50.000 miliardi di dollari  racchiusi in rocce di scisto, riserve di petrolio e gas naturale non sfruttate esistenti nel sottosuolo americano, e sul rilancio dell’industria del carbone, per costruire infrastrutture pubbliche, strade, ponti, scuole, ecc., con i ricavi che si possono ottenere dalla nuova energia prodotta. Questo, attenuando i vincoli ambientali e semplificando la burocrazia in modo da renderli meno onerosi e dare una spinta all’industria e all’agricoltura americana, così da incrementare l’occupazione e i salari per milioni di statunitensi.
Tuttavia, le ragioni del piano sono anche politiche, perché oltre ad essere  un bene per l’economia, la nuova amministrazione ritiene che raggiungere l’indipendenza energetica dal cartello dell’OPEC e dalle eventuali nazioni ostili agli interessi americani sia un fattore di forza e di maggior sicurezza.
Per dare la misura della volontà di realizzare il piano, nonostante le proteste degli ambientalisti, a fine marzo il Presidente Donald Trump ha firmato vari decreti, già esecutivi, che eliminano numerose regolamentazioni ambientali che erano state introdotte dal predecessore Barack Obama per porre gli USA alla guida degli sforzi internazionali sul cambiamento climatico.
E ciò proprio nella sede dell’EPA (l’Environmental Protection Agency, fondata da Nixon nel 1970 con lo scopo di proteggere ambiente e salute attraverso la puntuale applicazione di apposite leggi approvate dal Congresso) di cui vengono ridimensionate le competenze e per la quale la legge di bilancio federale, presentata anch’essa nelle scorse settimane, prevede tagli di quasi un terzo dei fondi da assegnare e la riduzione di circa tre mila dei dipendenti.
Le disposizioni si estendono alle direttive del Clean Power Plan del 2015 (peraltro già soffocate da battaglie legali) introdotte per raggiungere i traguardi di riduzione delle emissioni sottoscritti dagli Usa nell’ambito degli accordi dell’ONU sul clima di Parigi.
Nello specifico sono stati neutralizzati, tra l’altro, la norma che impone agli enti federali di considerare l’impatto sul clima nelle loro decisioni, di valutare il costo sociale del rilascio di gas serra e i vincoli sulle emissioni delle centrali termoelettriche, in particolare a carbone, che il piano imponeva di ridurre del 32% dai livelli del 2005 entro il 2030.
Tra il resto del mondo che sta a guardare, c’è chi osserva, però, anche negli USA, che indirizzare la politica energetica di una grande potenza richiede tempi lunghi. Una volta stabilita la direzione da prendere, gli impianti per lo sfruttamento dell’energia non si costruiscono dalla sera alla mattina.
Di fatto, solo ora si stanno vedendo i risultati degli otto anni di costante attenzione alle energie rinnovabili dall’amministrazione Obama, che aveva fatto della causa ambientalista uno dei suoi cavalli di battaglia.
Così, ad oggi, gli Stati Uniti hanno triplicato la loro produzione di energie verdi rispetto al 2008, grazie agli incentivi fiscali concessi agli impianti eolici e solari, in sinergia con gli esempi virtuosi di giganti del consumo energetico pulito, quali Google, Microsoft e Amazon, pur rimanendo gli USA, con il 15% di elettricità prodotta da fonti rinnovabili, sempre ampiamente sotto la media mondiale, che si aggira sul 24%.
In tal modo solare ed eolico stanno crescendo a passo di carica, con l’eolico che ha recentemente superato la produzione di energia idroelettrica, da sempre la prima delle rinnovabili nel Paese. Un distacco che è destinato a crescere, non essendovi significativi programmi di costruzione di altre dighe, anzi di qualche dismissione.
Al contrario le Wind Farm nascono come funghi, sia negli stati costieri, che sfruttano la conformazione dei fondali per impianti offshore, sia in quelli interni, che non hanno petrolio, ma possono offrire vento a profusione, e anche negli stati ricchi di petrolio, come il Texas, dove gli aeromotori prosperano, convivendo felicemente con i pozzi petroliferi.
Ora, però, essendo innegabile che la crescita delle rinnovabili è avvenuta a scapito del carbone, di cui il Presidente si è fatto paladino, davanti alle scelte della nuova amministrazione sono in molti a chiedersi cosa succederà di questo cammino di successo. Una previsione non facile, per molti osservatori superflua, in quanto pensano che alla fine deciderà il mercato perché, vincerà sicuramente l’energia offerta al consumatore al prezzo più competitivo.
Ma se il criterio economico ha sin qui favorito le risorse fossili, adesso i continui miglioramenti tecnologici stanno incrementando l’efficienza degli impianti solari ed eolici, riducendo il costo dell’energia verde che può rimanere competitiva anche in caso di soppressione di benefici fiscali. Senza tener conto, peraltro, che nella valutazione economica complessiva vanno conteggiati i vantaggi per il clima e la quantità di posti di lavoro che creano le rinnovabili.
Perché negli USA la produzione di elettricità da queste fonti impiega maestranze in continua crescita, per di più fortemente specializzate, superiori a quelle impegnate nella produzione di energia elettrica da carbone, gas e petrolio, messi insieme.
Lo dicono i dati pubblicati dal dipartimento dell’Energia (DoE), secondo i quali i lavoratori dell’eolico (oltre 100.000) sono cresciuti del 32% dal 2015 ad oggi, e le proiezioni assicurano che non si tratta di un fenomeno passeggero, anzi, per il Dipartimento del lavoro la domanda di tecnici nel settore eolico sarà quella che aumenterà di più nel corso dei prossimi dieci anni.
Quindi, la deregulation ambientale avviata dal Presidente Trump potrebbe  non servire a rilanciare comparti economicamente in declino quali il carbone, che dal duemila ha visto gli addetti dimezzati, ma perdendo in tal modo solo 50.000 lavoratori poco specializzati.
C’è da dire inoltre che le energie rinnovabili sono strenuamente difese dalle organizzazioni ambientaliste (che hanno un considerevole peso politico) e godono ormai ampiamente del favore del pubblico, che è sempre più attento alla sorgente dell’energia che utilizza.
Nel frattempo crescono le preoccupazioni per il clima, tanto più che  in questo mese è previsto il raggiungimento del nuovo picco di concentrazione della CO2 in atmosfera, che sarà prossimo alle 410 ppm, scarsamente scalfibile, visto che l’ONU ritiene che con le politiche correnti l’emissione annua di gas climalteranti si ridurrà assai poco da qui al 2030.
E questo mentre l’AIE stima che, anche applicando l’accordo di Parigi (COP 21 di fine 20215) e la successiva dichiarazione di Marracheck (COP 22 di fine 2016), alla medesima data la temperatura media globale potrà superare di 2,7 °C quella preindustriale, con la possibilità che alcuni effetti risultino irreversibili.
Senza considerare i forti dubbi della sua possibile attuazione, stante la nuova posizione Usa, emersa anche nel G7 Energia di Roma del 10 aprile scorso, e i 100 miliardi di dollari annui che si dovrebbero sborsare in favore dei paesi in via di sviluppo per aiutarli ad attuare i loro impegni in difesa dell’ambiente.
Dunque un momento in cui l’incoerenza di politiche, fatti e messaggi accresce il clima di incertezza (ndr. leggi Editoriale Marzo), e non facilita  il coordinamento degli sforzi e l’allocazione degli investimenti per la sostenibilità della crescita e il benessere delle prossime generazioni.
Ne danno testimonianza gli stessi americani. Da una parte l’attuale direttore dell’EPA, Scott Pruitt, che da procuratore generale dell’Oklahoma era ricorso in tribunale per impugnare le misure introdotte dalla precedente amministrazione di riduzione della CO2 emessa dagli impianti termoelettrici, il quale nega la validità scientifica dell’affermazione secondo cui le emissioni sono causa di cambiamenti climatici, e il responsabile dell’Ufficio del Budget della Casa Bianca, Mike Mulveney, che ha definito gli sforzi contro l’effetto serra uno spreco di denaro pubblico. Dall’altra esponenti, come il direttore del World Resources Institute, Andrew Steer, che ritiene che nel demolire le iniziative sul clima, l’amministrazione spinge il Paese a ritroso.
Neutrale la posizione dei petrolieri, la cui associazione, l’American Petroleum Institute, ha assicurato che lavorerà con Amministrazione e Congresso sulle politiche energetiche del futuro, ma con riserve, visto che per esempio Exxon Mobil ha chiesto che gli USA  rimangano nell’accordo di Parigi, considerato efficace per affrontare i rischi del cambiamento climatico.
Questo contrasto o incertezza delle posizioni in un settore cruciale quale quello dell’energia preoccupa gli osservatori, perché indebolisce la continuità e coerenza delle politiche internazionali e di quelle nazionali nel resto del mondo.
E ciò quando l’entrata di internet e del digitale nelle fabbriche sta radicalmente trasformando i sistemi di produzione dando il via a una nuova era nell’industria e aprendo di fatto la quarta fra le rivoluzioni industriali, con imprese sempre più connesse, integrate, automatizzate e flessibili nei cicli produttivi che richiedono sistemi energetici innovativi, performanti, sostenibili, in altre parole efficienti da un punto di vista economico e ambientale.
Un’incertezza gravida di rischi per un paese come il nostro, dove il vezzo politico di dire sì a tutti e di ammettere contraddizioni nella pianificazione energetica ha affossato i ripetuti tentativi di programmazione. Mentre gli imprenditori appaiono ormai persuasi, e da tempo, che l’incremento dell’utilizzo delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica sono driver formidabili per la crescita, così come mostrano di ritenere che l’onere del raggiungimento dei target indicati dalla Ue al 2030 (-40% di CO2 emessa, + 30% di efficienza energetica e +27% di rinnovabili), se condiviso ed equamente ripartito, avrà il positivo effetto di  consolidare la transizione a modelli di produzione e consumo più consapevoli e performanti, stimolando l’innovazione e accelerando il ricorso a tecnologie di avanguardia per consumare meno e meglio.
E questo in tutti i settori. In quelli delle costruzioni e dei trasporti, dove la pressione dei target stimola un’urbanistica sostenibile e la realizzazione di sistemi edificio-impianto evoluti, alimentati da fonti rinnovabili, mentre l’esigenza di ridurre l’inquinamento, specie urbano, genera una mobilità cittadina alternativa sempre più elettrica ed efficiente.
E in quello industriale, dei servizi e agricolo, dove le tecnologie per l’impiego dell’energia verde e l’efficienza sono molteplici e  la difficoltà ad investire sin qui verificatasi, complice la crisi, offre  margini di miglioramento assai ampi. Basti pensare all’ingente quantità di energia tuttora sprecata, dovuta al basso rendimento dei motori.
D’altronde, a prescindere da ogni vincolo politico o normativo, c’è da dire che la transizione incombente a  Industry 4.0, cui più sopra si è fatto cenno, chiede l’impiego di sistemi e componenti ad alte prestazioni nei processi produttivi e nel building industriale e già di per sé costituisce un potente vettore verso la sostenibilità.
Quindi, in ogni caso, anche se molto rimane da fare, la scelta dell’efficienza e del ricorso alle fonti rinnovabili  appare ad un tempo irreversibile e vincente per  l’Italia. Pertanto il rischio da evitare è quello di  sprecare il risultato sin qui ottenuto ed occorre invece continuare ad azionare questa leva, sia per la tutela del clima, sia per accrescere il grado di autonomia e ridurre l’onere del crescente import di fossili, sia perché l’energia, verde o risparmiata, sta diventando un grande affare in termini di competitività economica.
A tal fine la continuità che serve, più che quella dei sussidi economici in progressivo esaurimento, che già gravano pesantemente, visti i 12 miliardi l’anno abbondanti che vengono tuttora prelevati dalle bollette, la può dare una politica inflessibile, coerente e ben mirata.
Una politica che aggredisca il fronte normativo, per semplificarlo e facilitare gli interventi, specie quando sono limitati e le istallazioni sono di piccola taglia, e che interessi anche la riforma dello stesso mercato elettrico, che deve essere adeguato alle peculiarità delle rinnovabili intermittenti, che sono le più diffuse.
Un mercato ormai saldamente avviato verso una prospettiva che sconta il progressivo aumento delle quote di energia verde e orienta gli operatori ad una parallela contrazione degli investimenti sul termoelettrico e che rischia di modificare lo scenario di complessiva eccedenza della capacità di generazione in uno in cui l’abbondanza di elettricità può mutarsi in carenza. E ciò  con ovvi problemi per l’equilibrio del sistema, che sta faticosamente cercando di integrare il mix tra elettricità verde e da fossili con investimenti e tecnologie  innovative.
Di nuovo quindi la necessità di dare continuità all’azione, agevolando gli interventi per l’efficienza e la realizzazione e il potenziamento delle installazioni nei siti con elevata disponibilità di fonti rinnovabili, favorendo il miglioramento dell’esercizio con manutenzioni e upgrading d’avanguardia, promuovendo il ricorso ai sistemi di accumulo e la formazione di maestranze altamente qualificate.

Pierangelo Andreini

Maggio 2017