Il mondo e l’Italia alla prova dell’energia

Secondo l’Aie, l’Agenzia internazionale dell’energia, la maggioranza del fabbisogno mondiale di energia primaria è tuttora coperto per l’85,5% dalle risorse fossili: per 1/3 il petrolio, per 1/4 il carbone e per 1/5 il gas. Più precisamente, i dati del 2016 dicono che il consumo mondiale è stato di 13,3 GTep, con un incremento dell’1,8% rispetto all’anno precedente e di 2 GTep in dieci anni.
Il petrolio ne copre esattamente 1/3, 33,3 % – in crescita sul 2015 di mezzo punto percentuale per la ripresa dei trasporti del dopo crisi, 28 % il carbone, 24,2 % il gas, 4,6 il nucleare, 9,9 le rinnovabili, di cui però il 6,8 è l’idroelettrico.
Le rinnovabili, quindi, sono una esigua minoranza, addirittura marginale, 3,1%, quanto a quelle pure, come eolico e solare. Ma la crescita di queste ultime è esponenziale e, anche se c’è chi dice che due volte poco rimane poco, i progressivi raddoppi si stanno realizzando in tempi sempre più brevi.
Lo conferma sempre l’Aie, nell’ultimo rapporto del 4 ottobre scorso, dove si legge che nei prossimi 5 anni nel mondo saranno realizzati impianti di elettricità verde, equamente ripartiti tra fotovoltaico e eolico, per 1000 GW di potenza. E ci si può credere, visto che il piano quinquennale cinese al 2020 per 100 GW di solo fotovoltaico è stato già realizzato con grande anticipo.
Comunque sia, gli stessi dati prima elencati ci dicono che, in ogni caso, il percorso verso la decarbonizzazione rimane lungo e che nei prossimi anni lo scenario continuerà ad essere dominato dalle risorse fossili. Di qui la preoccupazione, non certamente per carenze di approvvigionamento di queste risorse, dato che trovarle è sostanzialmente un fatto puramente economico.
Lo conferma il piano varato a inizio anno dalla nuova amministrazione Usa “An American first energy plan”, che oltre a una piena autonomia, facendo leva sul carbone e sugli shale (oil e gas), prevede di rendere gli States i secondi esportatori mondiali di gas liquefatto.
E questo, ovviamente, con il rischio di una bolla per il GL nei prossimi anni, se il prezzo del petrolio dovesse riprendere a salire, visto che in questi giorni il brent supera i 60 dollari e che il break-even per la conversione degli shale è di circa 25-35 dollari al barile.
Dunque, guardando al futuro, il problema non è la disponibilità delle risorse fossili, per un fatidico esaurimento, come si è ripetutamente temuto negli anni, ma quello legato agli effetti collaterali della loro estrazione e combustione, che ne costituiscono anche il limite. E il più stringente, come si sa, perché globale, è quello del surriscaldamento del clima, in agenda in questi giorni di novembre nell’annuale meeting dell’Onu, iniziato il 7 a Bonn e che terminerà il 17. E’ la 23° Conferenza delle Parti firmatarie del Protocollo di Kyoto del 1997 e del successivo accordo di Parigi del 2015, ma forse non tutti sanno che a questa 23° Cop l’Europa si presenta con una risoluzione di inizio ottobre del Parlamento europeo che chiede alla Commissione Ue di predisporre una strategia per una decarbonizzazione totale al 2050, quindi il 100%, rispetto alla quota fissata precedentemente dell’80%.

LA QUESTIONE DEL CLIMA
Una decisione contestata, perché il tema del cambiamento climatico è tuttora controverso e continua a vedere contrapposti catastrofisti e negazionisti degli effetti sul clima delle emissioni antropogeniche di gas serra e quindi della responsabilità dell’uomo, della quale, peraltro, gli indizi appaiono sempre più schiaccianti.
Perché, anche se è indubbio che la composizione dell’atmosfera è notevolmente mutata negli ultimi due secoli, con una presenza di CO2 che ha superato le 400 ppm (403,3 nel 2016), il 45% in più dell’epoca pre-industriale, gli effetti del suo impatto sul clima, come quello dagli altri gas serra, e i possibili rimedi, specie in una logica di costo-efficacia, sono diversamente valutati.
In più, ora, alcuni recenti modelli matematici che interpretano il fenomeno lo stimano diversamente, portando da 3-4 anni a due decenni, la dead-line degli interventi per contenere in 1,5°C il surriscaldamento medio del clima entro fine secolo, alimentando in tal modo ulteriormente il contrasto.
La situazione è ancor più complicata da quanto afferma il World Energy Outlook 2017 dell’Aie del 14 novembre, secondo il quale neppure l’opzione intermedia di utilizzare il metano come combustibile di transizione sarebbe del tutto conveniente.
E questo malgrado, come si sa, il metano generi per unità di energia prodotta il 40% in meno di CO2 rispetto al carbone, e il 20% rispetto al petrolio, in quanto, dice l’Aie, lungo la filiera – dall’estrazione, al trasporto, alla distribuzione del gas – si libera in atmosfera più di un decimo delle emissioni globali del metano che si diffonde naturalmente o per le attività dell’uomo: eruzioni, paludi, discariche, attività agricole, zootecniche, usi energetici, ecc.
E poiché il CH4 produce un effetto serra per unità di massa decine di volte superiore a quello della CO2, pure se permane in atmosfera per un tempo molto minore, questo rilascio riduce la forbice del rilascio complessivo di gas serra tra metano e petrolio e riduce quindi il vantaggio del metano come combustibile di sostituzione.
C’è da dire, però, che quest’ultimo rapporto dell’Aie afferma anche che ai valori attuali, tecnici ed economici, 3/4 delle emissioni in atmosfera del metano, legate alla sua produzione e distribuzione come combustibile, potrebbe essere recuperata, così evitando almeno un ventesimo del temuto surriscaldamento del clima di fine secolo. Ma così dimostrando pure che la questione energetica e ambientale è sostanzialmente una questione economica.
Una questione non facile da risolvere, perché le scelte e gli investimenti economici chiedono certezze, che è difficile dare in questo momento di transizione, che è in realtà un’autentica rivoluzione. Certezze non solo su come evolverà lo scenario energetico, ma anche, più in generale, quello economico, ad esso strettamente connesso. Scenari molto difficili da delineare per il medio termine, perché vi si intrecciano fattori culturali e sociali. 

I FATTORI DEL CAMBIAMENTO
Da un lato il sapere tecnico che potrà duplicarsi in meno di una generazione, ovvero, come si sa, anche se può sorprendere, che tutte le conoscenze tecniche sin qui acquisite, a partire dalla ruota alle nanotecnologie, potranno raddoppiare nei prossimi vent’anni, con la previsione di successivi raddoppi dell’intero stock delle conoscenze in pochi anni e poi mesi, per cui l’applicazione e il costo delle tecnologie varierà rapidamente ed altrettanto muteranno i rispettivi settori di impiego.
Basti pensare a quello dei trasporti e all’auto elettrica, che dall’attuale due per mille del parco circolante di circa un miliardo di veicoli a motore potrebbe raggiungere tra trent’anni il 90% di un parco che sarà certamente doppio, se non triplo.
Così relegando ad usi marginali il motore a combustione interna, peraltro assai longevo, visto che i due brevetti di Augusto Otto e Rudolf Diesel sono rispettivamente del 1876 e del 1892. Un pensionamento auspicabile, dato che a livello globale i trasporti sono responsabili, attualmente, di ¼ delle emissioni di gas serra e di 1/5 di tutte le emissioni prodotte dall’uomo.
Dall’altro lato, quello sociale, operano le spinte della pressione demografica, della crescita dei paesi in via di sviluppo, delle istanze di sostenibilità ambientale, economica e sociale, in sintesi di equità inter e infra generazionale.
E di quest’ultima, dell’equità intergenerazionale, parla il crescente tasso di disuguaglianza, visto che negli ultimi dieci anni l’incremento della ricchezza globale è andato per la metà a beneficio dell’1% della popolazione mondiale, così che oggi questo 1% è passato a detenere dal 46% a oltre la metà della ricchezza globale.
Dunque, non si può dire che al suo esordio la nuova era della conoscenza stia traguardando l’obiettivo dell’equità. Perché il sapere che conta, quello necessario per crescere e competere, rimane attentamente custodito all’interno di élite ristrette e la rete non lo può raggiungere. E così essa, almeno per ora, tradisce l’attesa di essere uno strumento capace di assicurare pari opportunità.
Ma le spinte epocali cui è sottoposto il mondo mutano gli equilibri e lo stanno cambiando radicalmente e quindi si può sperare che sia solo questione di tempo: di informazione, di formazione e di sedimentazione del sapere. Rete, digitale e big data stanno diffondendo, infatti, le informazioni a macchia d’olio e favoriscono e maturano le consapevolezze di quali sono i veri obiettivi da raggiungere, mentre con le nuove tecnologie si adeguano i modelli di produzione e consumo.
In tal modo con la manifattura additiva delle stampanti 3D, si decentrano e personalizzano le produzioni, si erodono i monopoli e riprende forza il concetto di piccolo e bello. Nel contempo i problemi economici e ambientali obbligano a ottimizzare il profilo di impiego di manufatti e servizi a favore dell’efficienza, del riciclo e dello sharing, che la società inizia a preferire rispetto alla proprietà esclusiva, perché più comodo e, per molti versi, più conveniente.
Questo mutamento di pelle del sistema economico si sta riflettendo ovviamente in primis sul sistema energetico, accelerato anche dalla necessità di fornire in tempi brevi elettricità e servizi affidabili e sostenibili alle popolazioni che ne sono prive, privilegiando in tal modo la generazione distribuita, rinnovabile e informatizzata dei piccoli impianti, a scapito delle grandi infrastrutture.

L’ITALIA DELLA PROVA
In questo quadro si inserisce la non molto dissimile situazione dell’Italia, che soddisfa il suo fabbisogno di energia primaria per ¾ con forniture estere e lo copre per oltre 4/5 con energie fossili. Più esattamente, secondo le statistiche 2017 di British Petroleum nel 2016 le quote sono state: il 38,4 % alla pari tra petrolio e gas, 7,2% il carbone, 6,1% l’ idroelettrico, 9,9% le altre rinnovabili.
Complessivamente il consumo ha ripreso a crescere, unitamente all’economia, all’efficienza e alle rinnovabili, le quali hanno superato il target del 17% fissato per il Paese dal noto piano dell’unione europea 20-20-20, ovvero 20% di incidenza delle rinnovabili, 20 di risparmio sui consumi finali e 20 di riduzione delle emissioni di gas serra al 2020, rispetto ai valori del 90, intesi come medie europee.
Bene, si potrebbe dire: la ripresa c’è, l’efficienza e le rinnovabili sono cresciute. Ma ovviamente, purtroppo, tutto questo non basta, né per crescere, né per competere come si potrebbe, anche se il nostro Esecutivo esorta a vedere la metà piena del bicchiere.
Perché il percorso verso la decarbonizzazione fissato dall’Europa passa per nuovi target al 2030, 27% di rinnovabili, 27% di efficienza e 40 % di riduzione della CO2. E, come detto, quest’ultima riduzione è ora resa ancora più pressante dall’incalzare di un 60% al 2040 e dall’esortazione del Parlamento europeo di raggiungere il 100% al 2050, rispetto al precedente 80%.
Dunque, si può prevedere che il decorso del tempo chieda azioni ancor più incisive di quelle recentemente riformulate dalla Strategia Energetica Nazionale definitivamente approvata in questi giorni. E in ogni caso occorrerà attuarla puntualmente, diversamente da quanto accaduto con la prima edizione varata nel 2013, specie se la si vuole utilizzare come guida per gestire il ruolo dell’energia quale strumento abilitatore della crescita del Paese, come essa si propone di essere.
Un compito impegnativo e complesso, perché in realtà le responsabilità nazionali in materia di energia, ambiente e sostenibilità sono molteplici e per assolverle le misure devono connettersi precisamente:

  • con il piano nazionale per l’energia e il clima al 2030, attuativo dell’omonimo europeo, e questo in linea coerente con i successivi target al 2040 e 50, previsti dalla Ue;
  • con la strategia nazionale di sviluppo a basse emissioni di carbonio attuativa dell’accordo di Parigi sul clima e di quanto ora potrà essere stabilito dalla Cop 23 a Bonn, in vista dei definitivi impegni della Cop 24 di fine 2018 a Katowice in Polonia;
  • con la strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile attuativa degli impegni ambientali e sociali fatti propri dall’Italia con il provvedimento del 2015 che ha recepito l’agenda al 2030 in materia dell’Onu;
  • con gli obiettivi di economia circolare previsti dal Ministero dell’Ambiente a supporto del raggiungimento dei target complessivamente stabiliti.

LA NUOVA STRATEGIA
E alcuni osservatori ritengono che ciò non avvenga sufficientemente nel testo della Sen varato il 10 novembre con D.M. del Ministero dello Sviluppo Economico e del Ministero dell’Ambiente, quale piano decennale del Governo italiano per anticipare e gestire il cambiamento del sistema energetico. Se l’impostazione complessiva appare coerente con gli obiettivi UE ed altrettanto la decisione di assumere la SEN come base per la definizione del Piano nazionale clima-energia al 2030, appare però debole il legame con i target da raggiungere per il 2050, chiesto dalla Commissione europea con la sua Comunicazione sulle modalità di stesura dei relativi Piani nazionali. Di qui, per esempio, il dubbio se gli investimenti in infrastrutture indicati siano tutti adeguatamente giustificati, considerato che si tratta di realizzazioni destinate a traguardare la metà del secolo.
Entrando nel merito la Sen si propone di conseguire target quantitativi, considerati dai più realistici, con qualche contestazione, ma non più di tanto ambiziosi:

  • una riduzione dei consumi finali da 118 a 108 Mtep con un risparmio di circa 10 Mtep al 2030;
  • il 28% di rinnovabili sui consumi complessivi al 2030 rispetto al 17,5% del 2015, l’obiettivo si articola in una quota di rinnovabili sul consumo elettrico del 55% al 2030 rispetto al 33,5% del 2015, in una quota di rinnovabili sugli usi termici del 30% al 2030 rispetto al 19,2% del 2015, in una quota di rinnovabili nei trasporti del 21% al 2030 rispetto al 6,4% del 2015;
  • contenere sia il gap tra il costo del gas italiano e quello del nord Europa (nel 2016 pari a circa 2 €/MWh), sia quello sui prezzi dell’elettricità rispetto alla media UE (per gli usi civili pari a circa 35 €/MWh nel 2015);
  • cessare la produzione di energia elettrica da carbone al 2025, da realizzare tramite un puntuale piano di interventi infrastrutturali;
  • una diminuzione delle emissioni di CO2 del 39% al 2030 e del 63% al 2050, rispetto ai livelli del 1990;
  • la razionalizzazione del downstream petrolifero, con evoluzione verso le bioraffinerie e un uso crescente di biocarburanti sostenibili e del GNL nei trasporti pesanti e marittimi al posto dei derivati dal petrolio;
  • la promozione della mobilità sostenibile e dei servizi di mobilità condivisa con vari obiettivi, tra cui quello di raggiungere cinque milioni di auto elettriche circolanti entro il 2030, per alcuni poco realistico;
  • la riduzione della dipendenza energetica dall’estero dal 76% del 2015 al 64% del 2030 (rapporto tra il saldo import/export dell’energia primaria necessaria a coprire il fabbisogno lordo), attraverso la crescita delle rinnovabili e dell’efficienza energetica.

Circa gli investimenti la strategia prevede l’attivazione di stanziamenti aggiuntivi per 175 miliardi al 2030, di cui 110 per l’efficienza energetica, 35 per le fonti rinnovabili e 30 per reti e infrastrutture gas e elettrico. Inoltre, un raddoppio degli investimenti in ricerca e sviluppo tecnologico di clean energy, da 222 milioni nel 2013 a 444 nel 2021 e nuovi investimenti sulle reti per una maggiore flessibilità, adeguatezza e resilienza, una maggiore integrazione con l’Europa, la diversificazione delle fonti e rotte di approvvigionamento gas e gestione più efficiente dei flussi e punte di domanda.
Quanto agli effetti sociali e occupazionali della transizione, la Sen ritiene che fare efficienza energetica e sostituire fonti fossili con fonti rinnovabili generi un bilancio netto positivo anche in termini occupazionali, ma che ovviamente il fenomeno vada monitorato e governato, intervenendo tempestivamente per riqualificare i lavoratori impreparati a gestire le nuove tecnologie e per formare le nuove professionalità capaci di cogliere le nuove opportunità di lavoro e di crescita. 

UUN PUNTO DI PARTENZA
Date le ampie ricadute, non solo ambientali, ma anche sociali del tema dell’energia e la necessita di assicurare un forte coordinamento tra i soggetti coinvolti, pubblici, delle imprese, della professione, della ricerca e della formazione, la Sen prevede l’istituzione di una Cabina di regia, per il monitoraggio della sua attuazione, costituita dai Ministeri dello sviluppo economico e dell’Ambiente, con la partecipazione dei Ministeri dell’economia, dei trasporti e dei beni culturali, con una rappresentanza delle Regioni e con periodico coinvolgimento degli enti locali, degli stakeholders e delle parti sociali.
Una misura molto opportuna, perché la sua attuazione non sarà cosa facile. In quanto, nonostante la determinazione dell’Esecutivo, come appare dagli impegni indicati nel decreto, la realizzazione delle infrastrutture previste richiede la condivisione degli enti locali e degli stakeholders coinvolti, i cui veti potranno mettere a rischio il raggiungimento degli obiettivi, in un Paese dove burocrazia e “non nel mio giardino” si alleano talvolta perversamente, frammettendo ostacoli e rallentando le decisioni.
Nei giorni scorsi, presentando la Sen, il Governo ha detto che la Strategia non è un punto di arrivo, ma di partenza e che con la sua approvazione è partito il lavoro per la presentazione alla Commissione europea entro il 2018 della proposta di Piano integrato per l’energia e il clima, chiesto dall’UE, con gli obiettivi nazionali al 2030. Ha detto pure che il piano dovrà indicare le politiche e le misure per le cinque “dimensioni dell’energia”: decarbonizzazione e rinnovabili, efficienza energetica, sicurezza energetica, mercato interno, innovazione e competitività.
Ben venga questo nuovo impegno dell’Esecutivo. L’auspicio è che da questo secondo step possa scaturire una strategia che consideri finalmente nella loro globalità le questioni energetica e ambientale e pure quella sociale e, visti i tempi, anche una strategia che sappia evitare le contraddittorie, paralizzanti conseguenze di incoerenti impegni elettoralistici, come vengono sovente purtroppo assunti in vista delle consultazioni.
Ciò che servirebbe, infatti, ma che appare ovviamente un esercizio difficile, anche visti i modesti risultati delle precedenti pianificazioni, è una strategia complessiva e unitaria. Una strategia il più possibile condivisa nei particolari, in quanto finalmente cucita su misura sul sistema nazionale, produttivo e dei consumi.
Questo per valorizzarne le potenzialità e correggerne i difetti, sulla base di una attenta dettagliata valutazione delle caratteristiche e valenze delle tecnologie applicabili per la decarbonizzazione nei diversi comparti, delle fonti fossili, rinnovabili, dell’efficienza negli usi finali, dei sistemi cogenerativi e di accumulo, e ciò in tutti i settori, industriale, civile e dei trasporti.
E, in più, diversificando le linee di formazione e ricerca, per non assecondare l’eccessiva crescita di monoculture esclusive, come quella del risparmio energetico nella climatizzazione degli edifici, in quanto sarà cruciale la capacità del sistema dell’istruzione di fornire e aggiornare le varie competenze che chiede complessivamente il nuovo corso. E questo facendo leva sulle tante possibilità esistenti, specie quelle legate allo sviluppo dei dottorati di ricerca industriali, degli Istituti Tecnici Superiori e, più in generale, all’alternanza scuola-lavoro.
Se la via della decarbonizzazione è obbligata, come appare ormai sempre più evidente, è imperativo infatti non perdere questa occasione epocale e imboccarla con determinazione e coerenza, per trasformare il vincolo della sostenibilità e gli investimenti connessi, non solo economici, ma anche in termini di iniziative, lavoro, attese, in uno strumento di crescita e competitività.

Pierangelo Andreini
Novembre 2017