Formazione tecnica. la grande sfida per l’Italia 4.0

Sei anni fa, con un ampio e documentato intervento1, Umberto Ruggiero, emerito e già rettore del Politecnico di Bari, di nuovo rammentava, come altri protagonisti del mondo accademico, la necessità di far leva, per crescere e competere, sulla formazione tecnica intermedia di alto livello professionale, unitamente alle più impegnative lauree, specialmente quella di ingegneria.
Ancora l’impatto di Industria 4.0, una rivoluzione strisciante, non solo tecnologica, che sta modificando radicalmente le competenze tradizionali degli operatori, non era alla porta, ma sia allora, come nei cinquant’anni precedenti, era del tutto evidente la necessità di un legame forte tra le imprese e il mondo dell’istruzione, sia tecnica superiore che universitaria, per innovare costantemente la produzione. 

Ingegneri e tecnici intermedi 50 anni di storia
“Sin dalla fine degli anni Cinquanta – scriveva Ruggiero nel 2011 – fu riconosciuta in Italia la necessità del perfezionamento dei diplomati degli Istituti Superiori (periti, geometri, professionali) e l’esigenza di un titolo “intermedio” rispetto alla laurea, specialmente quella di ingegneria in 5 anni, impegnativa e di qualificato livello professionale.
Ciò ha rappresentato un vero gravissimo problema purtroppo ancora irrisolto per il nostro Paese … che… non ha potuto contare, oltre che sugli ingegneri, su figure professionali operative a vari livelli indispensabili e strategiche perché capaci di interpretare il nuovo e trasmettere innovazioni e tecnologie, specialmente nelle tante aziende più piccole, che rappresentano il polmone e il cuore pulsante del sistema Paese. Non tecnici generici, non semplici diplomati, non laureati, ma tecnici con idonei e importanti valori culturali, nelle diverse aree tecniche e con competenze certificate, specializzati.…
In un importante Congresso a Roma dell’aprile 1984 …venivano citati, esemplarmente, gli ordinamenti tedeschi con le Fach hochschulen (3 anni) e Technische Hochschulen autonome … le diverse soluzioni francesi con il Diplòme universitarie de Tecnologie (DUT) o il Brevet de Tecnicien Supérieur… Altre strutture … nel Regno Unito … . (
Al contrario, ndr) dopo pochi anni la riforma del DM 3.11.1999 n. 509, detta del 3+2 – … metteva in serie 3 anni di corso (universitario) per un 1° livello di laurea e altri 2 per un 2° livello (specialistico o magistrale)…
A febbraio scorso (
del 2011) … è emerso che se la figura dell’ingegnere junior (1° liv.) fosse valida, oggi avrebbe mercato. Invece quasi tutti continuano a studiare fino al quinto anno: su oltre 230.000 ingegneri solo 5.000 (il 2%) hanno scelto di restare juniores (nel 2015 i laureati in ingegneria con titolo valido per l’accesso all’albo sono stati 55.251, di cui i 6/7 circa dei 22.684 di 1° livello hanno proseguito gli studi;  24.387 i laureati del 2°; al maggio 2015 gli iscritti all’albo erano in totale 237.161, ma solo 8445 nella sezione B dei laureati junior, sempre fortemente minoritari, circa il 3,6% del totale, in calo sull’anno precedente, ndr). …
La altalenante e tormentata storia cinquantennale della formazione tecnica … – proseguiva Ruggiero- , non accenna a finire. Infatti, proprio dieci anni fa (prima del 3+2) con Legge 144 del 17.5.1999 fu istituito il sistema di Istruzione e Formazione Tecnica Superiore – IFTS che permetteva percorsi formativi annuali (800 – 1000 ore) diretti a diplomati tecnici per il conseguimento di un “certificato di specializzazione tecnica”. Erano organizzati e gestiti dagli stessi Istituti Industriali e/o Professionali, ma nell’ambito della Formazione Professionale delle Regioni, utilizzando anche fondi UE, ed era obbligata la collaborazione con Università, Scuole di formazione e Imprese. Da sette o otto anni l’IFTS ha potuto offrire utilmente una specializzazione di 1 anno ad alcune decine di migliaia di diplomati tecnici e professionali.
Recentemente il DPCM 25.1.2008 riorganizzando e integrando l’IFTS della Legge 144/99 ha introdotto nuovi percorsi biennali, ed anche triennali, affidati a cosiddetti Istituti Tecnici Superiori – ITS da creare nelle Regioni come “Fondazioni” (Art. 14 c.c.), aventi personalità giuridica e partecipate da Università, strutture regionali di formazione, Enti locali e Imprese.
Mantenendo come istituzioni di riferimento gli Istituti Tecnici e Professionali, le Fondazioni ITS conferiscono in due anni (1.800-2.000: ore) il diploma di tecnico superiore a n. 20 allievi per corso. Le aree tecnologiche strategiche inizialmente individuate sono sei, quattro riguardano l’ingegneria (energia, mobilità, nuove tecnologie, comunicazioni) e due altri settori (cultura e turismo, tecnologia della vita).
Appare evidente, prima con gli IFTS e oggi con gli ITS, che dopo 50 anni di incertezze al Ministero competente sembra farsi luce un disegno complessivo, finalmente più logico, con il triplo percorso di formazione: di base (tecnico-professionale, universitario (laurea e specialistica) e indipendente, ma collegato alla scuola secondaria e al Sistema regionale di formazione professionale e con la collaborazione interessata delle Università. Disegno finalizzato a creare le più volte auspicate leve tecniche con titoli intermedi per il mondo del lavoro. … Il mio augurio, guardando all’esperienza pur se negativa dei 50 anni passati, – concludeva Ruggiero-  è di continuare a coltivare per questo disegno logico e razionale, la virtù della “speranza”!

Un fattore chiave
Un esercizio difficile, perché con il suo lento procedere il sistema dell’istruzione ha continuato a tergiversare, proprio mentre le attività produttive cambiavano pelle, spinte dall’incessante sviluppo di scienza e tecnologia. Così ignorando che l’istruzione è il fattore chiave che fornisce le competenze necessarie per muoversi in una società sempre più mobile, multiculturale e digitale. Una società dove “Industry 4.0”, ovvero l’impiego di macchine intelligenti, interconnesse e collegate alla rete, integra la fabbrica nel sistema logistico-produttivo.
Questo con le varie tecnologie che abilita la microelettronica, che consentono di misurare ed elaborare in tempo reale un’enorme quantità di dati. In tal modo generando innovazione di prodotto, qualità e produttività, fattori determinanti per competere in un mercato globale.
E così avviando pure la transizione verso nuovi modelli di business e processi gestionali che interessano l’intera catena produttiva e modificano tutte le funzioni aziendali esistenti.
Ne è un esempio l’impatto dei big data sulla pianificazione strategica e operativa, dovuto all’incremento esponenziale delle informazioni sugli atteggiamenti di consumatori e clienti.
Quello che deriva dai dati che generano le attività di esercizio e manutenzione di manufatti e impianti che, sfruttando crescenti capacità di analisi delle indicazioni fornite e delle potenzialità delle tecnologie applicabili, consente di migliorare la sicurezza e l’efficienza energetica e produttiva.
E, sempre in tema di efficienza, la possibilità che offre la simulazione del funzionamento degli impianti con la realtà aumentata, che permette di attuare tempestivi interventi di analisi e ripristino, anche da remoto. Altri esempi, che incidono più direttamente sul piano della fabbricazione, oltre all’esponenziale impatto delle attività di R&S, sono la prototipizzazione rapida, resa possibile dalle stampanti 3D, la simulazione della logistica per ottimizzare i flussi di magazzino e integrare le filiere degli approvvigionamenti e delle forniture, ecc..
Sono solo alcuni dei fattori di base della rivoluzione in atto dei modelli di produzione e consumo, azionata dalla sensoristica avanzata, che fornisce le informazioni sullo stato dell’intera catena produttiva, comprensiva degli usi finali. Dati che comunicano tra loro e su internet più di 7 miliardi di oggetti connessi, che nei prossimi 3 anni potranno arrivare a 20.
Questi fattori fanno sistema e oggi la gestione del ciclo di vita dei prodotti, per rinnovare i processi e incrementare gli output, abbina i classici sistemi automatizzati di utilizzo e riutilizzo dei dati di progettazione, CAD (computer aided design), PDM (product data management), PLM (product lifecycle management), alle piattaforme cloud, big data, social e mobile e a acceleratori di innovazione, come l’IoT, l’intelligenza artificiale, la realtà virtuale/aumentata, la robotica, la stampa 3D.
L’alleanza tra queste tecnologie determina un potenziale di crescita innovativa e competitiva che appare senza limite, perché è in grado di rimuovere le barriere che si frappongono tra i vari comparti organizzativi, aziende e mercato, reale e virtuale. Ciò in quanto consente di mettere in ciclo progettazione, produzione, qualità, vendita e servizio, in feedback con l’innovazione, in un mercato dove clienti, aziende e partner tecnologici operano liberamente.
Esempio emblematico di queste potenzialità è il “digital twin”, la riproduzione digitale di prodotti, che permette di verificare in modo preventivo ogni possibile problema ed aiuta a incrementare l’efficienza nei processi, con miglioramenti tali per cui si prevede che tra tre anni l’industria manifatturiera ricorrerà a simulazioni e digital twin per la produzione, così da arrivare a ridurre fino a 1/4 difetti e tempi di consegna. 

Le potenzialità della rete
Quindi, una prima sfida da vincere è quella di saper utilizzare la gigantesca quantità di informazioni raccolte dalla connessione di macchine, apparati e internet. Ma, mettere in rete questi dati, organizzarli ed interpretarli con l’obiettivo di ottimizzare il sistema produttivo e dei servizi, in uno con la soddisfazione del cliente/utente, appare ormai, per quanto detto, una fase concettualmente superata.
Perché la disponibilità dei dati sulla rete abilita subito una seconda fase, ovvero la possibilità di travalicare i confini, sia geografici, sia di settore d’attività, sia di posizionamento sulla catena del valore, offrendo così alle aziende indicazioni e strumenti per ridisegnare la loro filiera produttiva su formule e percorsi drasticamente diversi dai precedenti. Tra di essi la possibilità emblematica, anche se scontata, di disintermediare i canali di distribuzione e di connettersi direttamente ai consumatori finali, consentendo di creare modelli di business con un flusso maggiore di dati in entrata, una maggiore comprensione e quindi fidelizzazione dei clienti.
Così le imprese si trasformano da industrie manifatturiere in aziende che coniugano il prodotto con il servizio e questo rapporto diretto con il cliente stimola lo sviluppo dell’innovazione, creando nuove opportunità per potenziali ricavi. Un trend che è ulteriormente rafforzato dal convergere di fattori ambientali, economici e sociali che estende l’obiettivo del recupero di efficienza e del miglioramento qualitativo dalla componente produttiva nella fornitura dei beni a quella dei servizi ad essi correlati. Beni e servizi sempre più personalizzati, che soddisfino specifiche domande, ivi compresa la condivisione, e che richiedono modelli flessibili, capaci di rispondere prontamente alle richieste del mercato.
Il valore si estende quindi dal prodotto, che può essere non più di proprietà esclusiva, al servizio e per accrescerlo le imprese hanno bisogno di elaborare e analizzare quantità enormi di dati a costi sempre più ridotti, avvalendosi degli abilitatori tecnologici innovativi sopra accennati, che assicurano la scalabilità della spesa.
Dunque la premessa di fondo per valorizzare il nuovo corso è che le imprese comprendano appieno la potenzialità e le opportunità che offrono il cambiamento e l’evoluzione dei modelli operativi. Specie in Italia, dove il tessuto produttivo, composto da piccole e medie aziende, che sanno fare, come è noto e riconosciuto, cose straordinariamente apprezzate, deve essere alimentato da una conoscenza estesa delle possibilità che offrono le nuove tecnologie, con addetti che le aiutino a rinnovarsi e attrezzarsi.
A tal fine servono data scientists provenienti da informatica, ingegneria, matematica, così che le imprese possano utilizzare in maniera efficace il data mining, l’iClouding l’internet of things, ecc. Ma non basta, oggi i tecnici del futuro devono avere competenze specifiche per il settore di applicazione associate a ulteriori attitudini che vadano oltre le capacità di analisi dei dati e di programmazione. Attitudini che assicurino una visione di insieme dei problemi e degli ambiti dove operano, con un approccio dinamico al lavoro.
E questo richiede, oggi più di prima, che la formazione dei tecnici avvenga seguendo un percorso che sia in assiduo contatto con le imprese, con stage e analisi di casi concreti che facciano capire cosa è realmente il mondo produttivo. Una formazione che interessi anche gli operatori del pubblico e con loro la società civile. Perché rimuovere dalla catena i passaggi tra consumatori e imprese non è indolore e favorisce il rischio di accentramenti economici le cui ricadute vanno governate con nuove regole che scaturiscano da una consapevolezza diffusa delle valenze del fenomeno.

Un modello formativo esperienziale
Un cammino difficile, perché gli ostacoli non mancano, come testimoniano i cinquant’anni di storia patria documentati da Ruggiero. E perché l’incalzare del progresso scientifico è tale che l’intero stock del sapere tecnico, dalla ruota alle nanotecnologie, potrà duplicarsi nel giro di vent’anni, con successivi raddoppi nell’arco di anni e poi di mesi.
Quindi siamo di fronte a un cambiamento continuo e fortemente accelerato che impone al sistema dell’istruzione la necessità di adottare un approccio diverso e flessibile.
Un approccio capace di assicurare che l’aggiornamento prosegua nell’arco dell’intera vita e che alla specializzazione necessaria per leggere il contesto, si aggiunga una visione culturale più ampia, che serve per guardare oltre il contesto.
Un modello formativo che valorizzi l’esperienza, in quanto il sapere si codifica con ritardo, quando il progresso reale l’ha già oltrepassato. Ma sempre molto rigoroso, perché l’assenza di conoscenze ben sedimentate certamente non cancella l’esigenza del rigore.
Inoltre un modello che sia sufficientemente duttile per consentire ai futuri operatori di seguire percorsi formativi in linea con le loro vocazioni di fondo.
Pertanto è del tutto evidente che non bastano interventi isolati di riforma, parziali e settoriali. Occorre ridisegnare l’intero sistema dell’istruzione, proiettando lo sguardo in avanti e travalicando gli ostacoli, per non penalizzare le grandi potenzialità del Paese, la cui espressione passa, sul piano tecnologico, dall’opera della scuola secondaria, tecnica e professionale, e dell’università.
Tuttavia, per farlo non basta questa consapevolezza, è necessario anche conoscere cosa riserva il futuro. Purtroppo, la sostanziale assenza per molti anni di una strategia industriale organica, impedisce di delineare con adeguato dettaglio un quadro prospettico di quale sia il nuovo lavoro che attende il Paese, mentre è comunque indispensabile connettere il territorio con le opportunità del domani.
E a questo fine non bastano, ovviamente, le indicazioni dell’Ocse, che dicono che tra tre anni più di un terzo delle competenze cruciali per ricoprire i futuri posti di lavoro hanno ora una importanza secondaria. Sono le così dette social skills: capacità di persuasione, intelligenza emotiva, abilità nell’insegnamento. Cui si aggiungono le capacità cognitive: creatività, ragionamento analitico, ecc. E le process skills: capacità di ascolto, pensiero critico, ed altro. 

Il gap tra scelte e fabbisogni
Sono indicazioni generiche e piuttosto scontate, che non fanno la differenza. Ciò che conta sul piano concreto è il persistente disallineamento di cui soffre il Paese, tra le scelte formative dei giovani e i fabbisogni delle aziende, dato che più di un quinto delle imprese non riesce a trovare la risorsa di cui ha bisogno. Un non senso, se si considera che il tasso dei senza lavoro sotto i 25 anni è superiore al 35%.
Qualcosa hanno fatto in questi anni gli ITS, gli Istituti Tecnici Superiori post diploma alternativi all’università, che cita Ruggiero nel finire del suo articolo. Purtroppo, però, sono una realtà ancora di nicchia, anche se d’eccellenza, visto che l’80% degli studenti trova subito un impiego, oltretutto coerente con il percorso formativo. Ma gli attuali circa 8.000 iscritti ai 93 Istituti non cambiano la situazione.
In Germania, Francia, Spagna, Regno Unito gli omologhi istituti di formazione terziaria professionalizzante, di antica tradizione, che Ruggiero indica precisamente con nomi e cognomi, registrano numeri di gran lunga maggiori. Secondo gli ultimi dati Ocse gli iscritti agli Istituti tecnici superiori europei sono, infatti, 764.854 in Germania, 529.163 in Francia, 400.341 in Spagna, 272.487 nel Regno Unito, in Italia solo 8.251.
La situazione è ancora più grave, considerato che le aziende italiane hanno avvertito che  nei prossimi cinque anni nei settori del manifatturiero serviranno 200.000 tecnici. E visto il trend dei giovani che optano per gli studi tecnici e il numero di quelli che nel quinquennio li concluderanno, ci si può già attendere che l’industria risulterà fortemente penalizzata da mancanza di addetti specializzati, tanto più in questa fase critica di ripresa.
Di qui l’importanza cruciale della scelta degli indirizzi, che scuole e università devono saper orientare, aprendosi maggiormente al mondo delle imprese e rinnovandosi nel quadro di un piano organico per la formazione superiore, universitaria e per R&S.
Un settore dove, com’è noto, l’investimento pubblico resta tra i più bassi nella Ue. Ma si sa, la spesa in favore del progresso scientifico e tecnologico, che è il principale motore di sviluppo economico e di legittimazione sociale, ormai da molto tempo si scontra con la logica del “costo zero” e l’alibi del recupero di efficienza, in ogni caso indiscutibilmente necessario. Una logica che ha sin qui inficiato i vari tentativi fatti per riformare il settore, come dice Ruggiero.
Sembra incredibile, tanto più oggi, come ieri. Perché significa non riconoscere la centralità dell’educazione e della formazione delle persone e della indispensabilità di questa risorsa fondamentale per crescere e competere, tenendo il passo del progresso tecnologico in un mondo in continuo mutamento. Perché significa non capire che per diffondere un’istruzione di buon livello a una larga popolazione occorrono investimenti, in primis per la formazione dei formatori, oltre che per le infrastrutture necessarie.
Perché una buona istruzione di massa basata su conoscenze codificate non è sufficiente. Nell’impartirla i formatori devono saper stimolare anche l’attitudine a ricercare quelle conoscenze generative e creative che producono innovazione, per mettere i giovani in condizioni di concorrere al progresso. Ma a tale scopo il sistema deve supportare i formatori affinché possano a loro volta costantemente aggiornarsi. 

La necessità di un’educazione permanente
Ciò introduce la più generale necessità di un’educazione che sia permanente e che il sistema dell’istruzione aggiorni e supporti gli strumenti che la possono assicurare. E questo da subito, dato che siamo in ritardo pure su tale versante, visto che la Ue aveva fissato l’obiettivo di partecipazione degli adulti ad attività di formazione e istruzione al 15% entro il 2020. Invece noi, dopo un aumento, tra il 2013 e il 2014, dal 6,2% all’8%, nel 2015 siamo ridiscesi al 7,3%, ben lontani dai tassi dei paesi del nord Europa, con la Danimarca che supera il 30%, la Svezia vicina a questa quota e la Finlandia al 25%.
Con l’aggravante che i nostri pochi frequentanti sono ovviamente giovani, istruiti e occupati in professioni qualificate, mentre sono pressoché assenti quelli che ne hanno più bisogno, quelli che hanno una scarsa istruzione, hanno superato i 45 anni, svolgono un lavoro poco qualificato e hanno competenze inadeguate rispetto alle innovazioni tecnologiche e organizzative. Un ulteriore causa che amplia il divario tra domanda e offerta di competenze, penalizzando per altra via l’occupazione, sempre a causa di inadeguatezze del sistema educativo.
Una situazione cui potrebbe porre parziale rimedio il mondo industriale, che diversamente, con le sue scarne iniziative, si limita per la stragrande maggioranza ad aggiornare il personale sulle mansioni già svolte, mentre solo in pochi casi l’obiettivo è di formare il personale per svolgere nuove mansioni o lavori. Un grave handicap, poiché l’Italia è alle prese con una transizione epocale di portata incomparabile alle precedenti.
Una trasformazione che offre grandi opportunità e prospettive, ma che presenta anche grandi rischi e incertezze, dato che il rapido invecchiamento della popolazione genera una trasformazione della composizione della manodopera che accresce lo scarto tra coloro che hanno qualifiche sufficienti per rimanere sul mercato del lavoro e quelli che ne rimangono irrimediabilmente esclusi, per l’inadeguatezza dei servizi formativi.
Nonostante ciò l’Esecutivo continua a tergiversare sull’istruzione, mentre il tempo incalza, e ancora non comprende che deve imparare a rinnovare con continuità le strutture che erogano il sapere sulla base di quanto dicono, giorno per giorno, gli effetti dei cambiamenti in atto, economici, politici, istituzionali, conoscitivi, etici, ecc..
Perché il nuovo corso non si può governare con un’istruzione statica, concentrata nella prima fase della vita e quasi del tutto assente nelle fasi successive. Al contrario, l’offerta formativa deve essere multiforme e continua e deve essere capace di assicurare una costante manutenzione, aggiornamento ed innovazione delle conoscenze, spendibili sul piano lavorativo e della crescita di consapevolezza dell’individuo. Questo per favorire, non solo l’adattamento professionale, ma pure per promuovere la cittadinanza attiva, l’autorealizzazione, l’inclusione sociale.
Dunque la priorità non è più solo la riforma del sistema dell’istruzione, ma la ricerca e l’aggiornamento costante degli strumenti necessari affinché tutti possano essere inclusi nel processo educativo, visto che i canali formativi sono la via per assicurare pari opportunità e grandi livellatori sociali.
Un compito da assolvere, costi quel che costi, in quanto la posta in gioco è il futuro dell’Italia. Un’esortazione che è però anche la certezza che ci riusciremo, perché il Paese in tutta la sua storia ha dimostrato di avere grandi capacità di resilienza.

Pierangelo Andreini
Dicembre 2017

1) Umberto Ruggiero “Ingegneri e tecnici intermedi 50 anni di storia: quale formazione e quali risultati?” La Termotecnica – n° 6 luglio-agosto 2011.